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Categoria: Blog

Una capatina in Euzkadi

Posted on 2021/10/04 by carmocippinelli

Quest’estate mi sono concesso quasi due settimane tra Bilbao e il nord della Spagna: in Euzkadi, insomma, il Paese Basco. Là dove la lingua spagnola è denominata castellano e l’idioma più frequentemente utilizzato è l’euskera.

A Bilbao è facile e meraviglioso perdersi tra le vie del Casco Viejo. Tutto appare diverso rispetto all’ordinarietà della periferia romana: abituato alle costruzioni irregolari, a vie che finiscono con cancellate o che seguono il corso di un muricciolo basso costruito prima della gettata d’asfalto, anche la periferia bilbaina sembra logica e razionale. Palazzi alti, appartamenti generalmente più piccoli dei nostri e dai soffitti piuttosto bassi, riempiono i quartieri alla fine della città, come quelli di Abusu, La Peña e Olatxu Auzoa. 

Inaspettatezze

Non credo che il termine esista, in caso sarà un neologismo. Il secondo giorno di permanenza a Bilbao decido di andare a scattare qualche foto per il Casco Viejo. Pioviccica, o almeno, agli occhi di un romano sembra che stia pioviccicando, ma la finestra su Zamakola Kalea (Calle Zamakola, Via Zamakola) sembra voler comunicare tutt’altro clima. «Attento al txirimiri: Bilbao è famosa per la pioggia fina e incessante che ti entra in tutte le parti del corpo e oltrepassa i vestiti. Finisci per non accorgertene e sei bagnato fin dentro alle mutande». Ci penso su: anche a Roma è così: la pioggerella che fa finta di bagnare, arriva e sporca tutto quel che può. Pensiero colpevole di ingenuità plurima.

Rendersi conto che tra la pioggerella di Roma e lo txirimiri c’è un abisso, è stata la prima scoperta e conseguente consapevolezza della mia permanenza in Euzkadi. Prendo la macchina fotografica dal nastro  di tessuto che dovrebbe essere posto attorno al collo: lo giro due volte attorno al polso ed esco imbacuccato con un k-way del Decathlon. Seguendo un corso di fotografia a Roma, l’insegnante ci ha detto che uscire a fare foto sotto la pioggia si può e si deve fare, tuttavia deve essere protetto l’apparecchio. Quindi, nell’ordine: prendere un sacchetto da alimenti di quelli che vanno nel congelatore, un elastico, tagliarne l’estremità sigillata per far sì che possa uscirci l’obiettivo; ripetere l’operazione per il corpo della macchina. 

Non ho fatto niente di tutto questo perché: massì, ma tanto poi smetterà di piovere. È piovuto 24 ore su 24 con pochi attimi d’interruzione e sporadica comparsa di un timidissimo sole. La macchina ha continuato a scattare imperterrita: nonostante l’età sembrava voler dimostrare di farcela benissimo, al pari di tutte quelle moderne mirrorless compatte da strapazzo. Il punto non è la macchina fotografica, quanto più il soggetto che la impugna avvezzo a foto storte, non centrate, fuori fuoco. La specialità di chi scrive: 800 scatti, 4 buoni. C’est la vie. 

¿Eres periodista?

Mentre mi perdevo per le vie del centro storico della città, fotografando serrande di locali con vistose ikurriñas disegnate su di esse, o con falci e martelli o ancora con simboli propri dei centri sociali, si affaccia una signora anziana da un balcone. La via è abbastanza stretta: sembra una delle calli di Venezia, una di quelle non proprio minuscole. Piove, al solito: txirimiri incessante, il mio cappuccio del k-way non è nient’altro che un riparo garibaldino dalle infinite gocce che stanno finendomi anche sotto le unghie dei piedi. Gli occhiali sono costantemente pieni di gocce e di condensa del mio respiro: una visione da aerosol ambulante. In strada, ovviamente, non c’è nessuno, ma di questo parlerò più avanti. Si affaccia dal balcone, dicevo, una signora sulla settantina rivolgendomi qualcosa in euskera e additandomi con l’indice della mano destra, muovendolo avanti e indietro: ce l’ha con me. Provo ad arrabattarmi con quel poco di spagnolo che ho appreso leggendo i comunicati delle organizzazioni comuniste latinoamericane e iberiche: «Yo no hablo euskera: solamente castellano». La signora chiude gli occhi e annuisce, contemporaneamente indietreggia e ripropone la mano verso di me ma, stavolta, aperta, come a dire: si okay, aspetta che mi devo sintonizzare sullo spagnolo. Parla di nuovo: «¿Eres periodista?», sei giornalista? Che diavolo ne sa questa tizia che in teoria sarei giornalista? È una frazione di secondo, penso: “Ora le dovrò raccontare tutto? Perché in teoria lo sono ma che non lo sono davvero? Che devo dirle?”, il turbinio di pensieri si interrompe quando rifletto che la cosa migliore da fare è assecondare la tipa: «Si, soy periodista pero soy italiano, no español ni frances». «Aah, venga vale: es que todos aquí conocemos a los periodistas y no eres de los que viene solitamente». Controllo del territorio: non sei uno di quelli che viene abitualmente, “chi sei? che vuoi da noi?”. Una sorveglianza così capillare del controllo cittadino l’ho riscontrata solo nei piccoli centri della Sardegna. È stato come sentirsi a Sant’Antonio di Santadi dopo la manifestada a Capo Frasca (2013, ma sembra davvero passato un secolo).

Ongi etorri errefutxiatoak

“Benvenuti rifugiati”. Si tratta della versione in lingua basca del motto “Refugees Welcome” che anni addietro fece irruzione nell’opinione pubblica riguardo la popolazione siriana, in fuga dal Vicino Oriente per arrivare in Europa. Le bandiere gialle, insieme a quelle che chiedevano l’amnistia per i prigionieri politici della stagione dell’ETA e del terrorismo, campeggiano sulla maggior parte dei balconi bilbaini e delle ringhiere antistanti le finestre dei palazzi. Inutile dire che a queste due bandiere viene sempre accostata l’ikurriña. La coscienza civile e antifascista di Bilbao sembra essere viva e consapevole: non che non esistano le destre, ma qui l’egemonia culturale, nonché la fusione tra il socialismo-comunismo e l’indipendentismo, sembra avere ancora una certa rilevanza. Certo, al governo c’è il PNV, ma il sottobosco culturale della sinistra indipendentista e comunista è più che presente. Ancora un riferimento de coro viene senza neanche volerlo troppo ad a Manca pro s’Indipendentzia, il partito comunista e indipendentista sardo, che poi ha lasciato spazio all’esperienza del Fronte indipendentista unidu e ad altre organizzazioni. 

A proposito di bandiere, una volta arrivati a Bilbao: di fronte la Catedràl, cioè San Mamés, lo stadio dell’Athletic Club, campeggiava un caseggiato piuttosto imponente di almeno sette piani; all’ultimo di essi ho notato una bandiera spagnola repubblicana. Non quella attuale monarchica, dunque, ma quella gialla, rossa e viola. Mi giro verso Angel: «Guarda! Una bandiera repubblicana!», lui, scherzosamente, risponde: «Si vede che vuole mostrare il fatto di essere fieramente anti-basco». Inizialmente non capisco, poi si spiega meglio: «Qui le persone sono per l’indipendenza nazionale del Pais Vasco: quindi o mostrano l’ikurriña o niente. Se tu vuoi mostrare la bandiera spagnola significa che sei uno spagnolista, uno che all’indipendenza non è che ci bada troppo. Anzi. In questo caso il tipo sta affermando il suo essere spagnolista e repubblicano… nel Pais Vasco: un’affermazione audace!».

L’Athletic

«Que Atletico?! No es Atletico, es a-t-h-l-e-t-i-c-c-l-ù-b: es inglès, no castellano!», Ramon, il fratello di Angel, è socio da quasi trent’anni. L’Athletic è un’istituzione: «Es como tu piel, no se explicar bien ma es solamente nuestro, l’Athletic, y ninguna ciudad del mundo tiene un club así». Ogni volta che entro in casa di Ramon mi accoglie indossando una maglietta diversa dell’Athletic: immutati colori, cambiano gli sponsor o l’anno di appartenenza della camiseta. Oltre ad essere un’istituzione, l’Athletic vive e sopravvive grazie all’azionariato popolare: l’iscrizione al campionato è assicurata grazie ai soci che ogni anno versano la quota di iscrizione alla società e sono proprietari della squadra in base a quanto hanno versato. 

I racconti di Ramon sono nitidi, le immagini di attaccamento alla maglia estremamente vivide, le parole – anche se in castellano – estremamente chiare anche alle mie orecchie. Ogni singola sillaba mi riporta al recente passato di Roma e della scena di calcio popolare: una meteora terminata troppo presto. L’Ardita, la Spartak Lidense, l’Atletico San Lorenzo: di queste tre rimane in vita solo l’ultima a cui – con pieno spargimento di cuore, come scriveva Pietro Giordani a Giacomo Leopardi – è bene augurare ogni bene e ogni successo. Così come, allo stesso modo, è bene ricordare la Borgata Gordiani, nata nell’ultimo lustro e che, territorialmente, è ormai diventata cardine irrinunciabile per il gruppo di sostenitori (e non) di Villa Gordiani. Terza, seconda, prima categoria o Promozione: spesso queste squadre calcano campi di terra o sabbione (specie in provincia), a Bilbao è tutta un’altra storia. L’Athletic disputa la serie A e la Cattedrale, lo stadio, nuovo di zecca, in pieno centro città, sta lì a dimostrare che non serve avere in squadra Messi o Cristiano Ronaldo: «somos el mejor equipo del paìs y representamos la mejor ciudad del mundo!». La moglie di Ramon abbassa lo sguardo sorridendo: «I bilbaini sono molto modesti, come hai visto!». 

Quarantacinque mila soci e più. La base sociale dell’Athletic consta di una popolazione grande quasi quanto il quartiere in cui abito: ogni dieci persone c’è un socio compromisario, ovvero delegato, che partecipa alle assemblee ed elegge il presidente, discute del bilancio e via dicendo. Una sorta di Parlamento interno targato Athletic Club. Il video qui sotto non lo sottotitolo perché è effettivamente molto comprensibile.

Ovviamente, il club che fa giocare nella propria squadra solo giocatori di nazionalità basca, deve necessariamente avere un supporto molto ben radicato nella città. È il caso delle decine e decine di squadre affiliate all’Athletic sparse per Bilbao: Danok Bat, Santutxu FC, Otxar Koaga sono solo alcuni nomi di società giovanili e dilettantistiche che fungono da cantera dell’Athletic. Il figlio di Ramon, Gorka (nome più che basco!),  per qualche anno era componente effettivo della prima squadra dell’Otxar Koaga: il campo è nelle immediate vicinanze del loro caseggiato popolare. Sì: a Bilbao esiste l’edilizia popolare ed è il contrario di come ce la immaginiamo. «Quando verrai a Bilbao – mi ha detto un giorno Angel – ti accorgerai che la periferia non è come qui: a Roma sembra essere stata creata con cattiveria, perché tu possa sentirti escluso da ogni cosa e lontano dal centro città. A Bilbao i palazzi popolari, las viviendas municipales, spesso non li distingui dagli altri». 

Txurdinaga è un quartiere popolare limitrofo a Santutxu: «immagina Tor Bella Monaca ma con servizi, metro, sedi di partito, federazioni calcistiche locali, associazioni, insomma: pieno di vita e non di criminalità. Bueno: c’è anche qui, ma mai come a Tor Bella o Torre Angela o Torre Maura!». 

Il campo dell’Otxar Koaga a Txurdinaga
Il campo dell’Otxar Koaga a Txurdinaga

Uno dei due campi del Danok Bat

“Dos canetas, gracias”

Il primo giorno ho rischiato il coma etilico. Scherzo, ovviamente. Tuttavia, la pratica paniberica di andare per bar e bere qualcosa ad ogni posto in cui ci si trattiene, è più che comune. Così come quella di non uscire prima delle 17:00: se si dovesse uscire alle 14:00 o, ad esempio, alle 9:00 è facile che non si trovi nessuno per strada per ore. Si pranza tardi, non prima delle 14:00/14:30, spesso anche le 15:00; lo stesso vale per la cena: consumarla alle 20:00 fa di te il classico turista tedesco che a Roma pranza alle 11:00 con gli spaghetti surgelati e la tazza di cappuccino di fronte al Colosseo e dice Wuuuundabaaar, mentre si mette in posa per farsi scattare una foto storta dal cameriere. La seconda sera siamo usciti per andare a cena alle 22:30. Tutto normale, così come pure i miei sbadigli. 
Non mi soffermerò molto sui chili presi, sui pintxos, o su quanto io abbia oltremodo bevuto, farò in modo che le foto parlino da sole:

Vale lo stesso anche se stavamo a Donostia

Vale lo stesso anche se stavamo a Donostia
Un aneddoto breve, ma molto tenero, è doveroso. Non mi vedevo con Almudena da un paio d’anni, dunque con l’occasione siamo andati a visitare il Guggenheim e poi ci siamo fatti due passi insieme ad una sua amica. Erano le 19:30, io pregustavo di decidere dove andare a cenare. «Beh, birretta?», dice Almu rivolgendosi a noi. Nelle mie vene c’era più luppolo che sangue: inutile dire che ho accettato. Sembrava alquanto scortese rifiutarsi di bere insieme. Appare altresì superfluo menzionare quanto fosse affollato quel bar sull’Erripa Kaia. 


Azkarate
«Si tu vai, mira, no c’è niente: solamente un frontòn para jugar a frontenis pero solo eso». Una settimana l’ho trascorsa in completo isolamento nelle montagne, ad Azkarate, dove la popolazione censita non arriva neanche a 100 persone fermandosi a quota 98. Ci si svegliava con il suono dei campanacci appesi al collo delle mucche e delle pecore, alle 8:00 di mattina la niebla copriva tutte le montagne più alte della zona: poco più di mille metri, ma l’effetto scenico da Signore degli Anelli era più che assicurato. 
Al frontòn, oltre la pelota basca, si può giocare a frontennis (cioè con la racchetta da tennis) o con il pallone da calcio e, dunque, senza supporti per lanciare il pallone addosso al muro. La pelota e il frontennis  sono più che popolari nella quotidianità di chi vive nel Pais Vasco: anche ad Azkarate ce n’era uno tenuto piuttosto bene e con le delimitazioni del campo riportate rigorosamente in euskera. 
La natura, ad Azkarate, la faceva da padrona: non c’era nient’altro che vegetazione e verdissimi prati: l’Irlanda era vicinissima, nonostante stesse dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, ben più a nord. La permanenza in quel posto sperduto delle montagne della Navarra (o Nafarroa) scorreva placida secondo regole e tempi opposti a quelli a cui siamo abituati. Si regolava l’orologio con il campanile della chiesa, si vedevano le stelle e si sentivano muggire e belare gli animali. A ridosso dei primi di agosto passava qualche macchina: ci si intratteneva con chi parlava in euskera, non con me, evidentemente. L’aria era sottile e riempiva i polmoni: spesso le nuvole si addensavano ed ecco che arrivava il solito txirimiri. 

Questa foto vuole essere un pensiero per ricordare Juanmi, venuto a mancare qualche giorno fa mentre era intento a percorrere un sentiero in montagna

In realtà dovrei scrivere ancora molto altro: di Donostia, dell’Oceano, ma ho il timore che se continuassi a scrivere, diventerebbe un post interminabile e il pollice del lettore, adibito allo “scrolling” sullo schermo del telefono, potrebbe deteriorarsi a forza di scorrere. Per cui, forse, meglio tacere e non proseguire oltre.

Giusto qualche altra foto…

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Gioia è rivoluzione

Posted on 2021/09/06 by carmocippinelli

È così, ma stavolta non al “mio” municipio, il VI. “Solo” al comune di Roma. Dunque verosimilmente tutta la città potrà votare questo tipo che vedete qui in basso. 

Non sto dicendo che tutta la città lo farà, anzi: siamo ben lontani dai grandi nomi che ascoltiamo quotidianamente: Gualtieri, Michetti, Calenda, Raggi, tutti candidati presentati con una chance da potersi giocare per tornare ad amministrare la cosa pubblica. Tornare a farlo, perché di questo si tratta. Centrodestra, centrosinistra, cinquestelle, si sono spartiti il potere condividendo l’idea stessa delle politiche che attuavano: tagli e privatizzazioni, non un soldo per le cose che contano davvero.
Siamo piccoli, certamente, siamo inadeguati alla fase storica e politica che stiamo vivendo, ma non per questo è vero quel che dicono i nostri detrattori: che siamo inutili, che facciamo “perdere voti” alla coalizione di Gualtieri o che disperdiamo i voti degli elettori nel vuoto pneumatico spinto. In realtà, anche chi dice queste cose sa benissimo che non è vero e che proprio tutta la proposta della coalizione capitanata dal PD fa acqua da tutte le parti, per non dire altro. 

In realtà continuare a votare sempre le stesse persone perché si ripone in loro una speranza quasi messianica che le cose cambino da sole, è ancor peggio che non andare a votare.
Non è vero che non parliamo più di cose che interessano alla maggioranza: è vero che una classe dirigente, anche esponenti appartenenti ad altre organizzazioni con questo stesso simbolo, ha barattato la propria ideologia e la propria visione del mondo per un posto in Senato o alla Camera. E da allora tutto è caduto a picco.
Ma, allora, tutto è perduto? Lasciamo stare ogni cosa e chiudiamo gli occhi di fronte alle contraddizioni che vediamo e viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle? Certamente no.

Non ho mezzi per poter organizzare appuntamenti elettorali con ospiti blasonati o cose simili, ma idealmente vorrei che camminassimo insieme controvento [ogni riferimento alla canzone del Muro del Canto è voluto] in questa campagna elettorale in cui tutti la sparano più grossa e davvero nessuno vuole vincere le elezioni. Se non c’è nessuno che lo fa, noi proviamo ad esserci e a chiamare, chiedere, il sostegno di tutti. Ostinati e inevitabili. Camminando insieme, perché ingenuamente siamo convinti che per affermare una posizione alternativa non serve semplicemente enunciarla, per poi candidarsi con le liste collegate al centrosinistra, così da avere più possibilità di successo ed entrare in consiglio municipale o in Assemblea capitolina per poi non produrre un atto (che sia uno) di rottura o che produca un reale risultato.
Serve dare forza a chi ha bisogno di ossigeno, non a chi l’aria la disperde portandola a chi ne ha in abbondanza. Ecco perché il 3 e il 4 ottobre la cosa più rivoluzionaria che potete fare è andare a votare per il Pcl (Partito comunista dei lavoratori), barrare il simbolo e scrivere pure “Piccinelli” come preferenza.

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Quel momento dell’anno è arrivato

Posted on 2021/07/08 by carmocippinelli

È tornato, infine, quel momento dell’anno. 
Non fate finta di non saperlo, di arricciare il naso, di storcere la bocca, di orientare verso il basso le estremità delle labbra alzando le spalle. Sappiamo tutti di cosa si sta parlando, o almeno: quelli che vivono a Roma lo hanno già avvertito. Si sente nell’aria.
Anche gli agenti atmosferici suggeriscono quel che succederà: attorno alle 14:00 l’aria inizia quasi a mancare, tanto è il caldo e le temperature molto elevate. 
Sempre meglio portarsi una bottiglia d’acqua con sé (se si è in giro a quell’ora) sfortunatamente od obtorto collo contro la propria volontà. Certo è che anche alle 18:00 il caldo si fa sentire, dunque, è bene difendersi: scarpe aperte, sempre, almeno si proverà a combattere l’odiosa calura.
Ma il punto non è questo, o almeno, non solo una descrizione dei momenti della giornata in cui il caldo è al suo apice o scema, oppure di come bisognerebbe affrontare quelle situazioni torride per evitare di scoppiare e, proverbialmente, “morire di caldo”.
Chi abita a Roma, specie nel quadrante sud-est, sa che l’approssimarsi della stagione estiva coincide con un moto di sovrapposizione perfetta (in questi casi si oserebbe dire “giustapposizione”) con la comparsa di un business che pare sia sempre più florido ogni anno che passa. Incomprensibilmente. Interclassistamente. 
Compaiono così, senza che uno se ne possa accorgere realmente. Un attimo è tutto ordinario e un secondo dopo la tremenda – ma confortante – routine del panorama periferico muta per qualcosa: là dove prima c’era solo una fermata dell’autobus, di una di quelle linee che non passano mai, ora a fianco c’è anche una sorta di gazebo improvvisato, un baracchino che ricorda i mercati del Kerala o di Bamako, una costruzione amovibile che ha anche fissità – evidentemente – come un frigorifero per tenere a temperature prossime allo zero i propri prodotti e venderli ai clienti i quali, incomprensibilmente, si affollano in fitta schiera di fronte ad un così improvvisato esercizio commerciale. Mandando, evidentemente, alla malora pagine e pagine di teorie economiche (deo gratias) sull’estetica del commercio e di come questa interpreti un ruolo cardine nel consumo.
Poco importa la bellezza.
Parcheggiato ai lati della strada sta un camion, rigorosamente di terza mano, con il retro aperto e un cartello che invita a far acquisti dato il basso prezzo della merce in vendita.
E allora se capita di prendere quelle strade tra le 20:00 e le 23:00 ci si ritroverà in una dimensione quasi astratta: ogni sedia dell’esercizio commerciale in oggetto è occupata, dai rimediati altoparlanti gracchianti risuonano le canzoni orrende che ogni estate «infiniti lutti addussero» alle orecchie di una – ahinoi – minoranza di persone che non ascolta quel particolare tipo di subgenere quale il “reggaeton”. 

Ma, insomma: tutt’ad un tratto, è arrivato. 

È arrivata la stagione dei banchetti che vedono i cocomeri ai lati delle strade. 

Nessuno si salverà. Proprio nessuno.

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Sicuro, prof?

Posted on 2021/05/23 by carmocippinelli

Uno di questi ultimi giorni di scuola, anziché tre ore ne ho svolte quattro all’interno della stessa classe.
La prof che copriva l’ora di buco mi ha chiesto di rimanere con lei: “Tanto li porto giù in cortile: ora non fa ricreazione nessuno”. Le normative riguardanti il Covid hanno – necessariamente – influito sullo svolgimento di ogni singola parte dell’attività didattica e del ritorno in presenza.
È stata una bella giornata, anche se poi il mio ruolo – ontologicamente opposto a quello dello studente –  ha fatto sì che quel che prima era un idillio diventasse un mezzo trauma per loro causa verifica di storia.
Doveva essere riparatrice di una già svolta in precedenza ma andata male per tutti, invece ha finito per essere il colpo di grazia. Pianti e disperazione in classe.
Mentre ci godevamo il sole e quei 50 minuti di spensieratezza pre-compito, ci siamo fatti delle foto.
Una ragazza mi viene incontro e mi chiede:
“Prof, ma è sicuro che lei non ci sarà a settembre?”
“Purtroppo, sì” – le rispondo.
“Ma neanche se chiede alla preside?”, il suo sguardo si era fatto interrogativo e perplesso: come può un prof non andare dalla preside a chiedere di rimanere a settembre, non è forse lei che decide tutto a scuola?
“Purtroppo non posso…”

Hai presente le squadre di calcio? In campo ci sono undici titolari, poi 7-8 riserve che stanno in panchina. Se proprio quelle riserve stanno male, sono tutti infortunati, non riescono a camminare, allora ci sono quelli che stanno negli spogliatoi ad aspettare il loro momento, non sia mai arrivasse il giorno buono. Ecco, io sono uno di quelli negli spogliatoi e quel giorno, per me, è ora. Ma non so mica quando ricapiterà.

Intanto mi godo la mia prima prima superiore, i loro sguardi, le loro risate, i loro occhi e i loro “ciao prof”. Ché qualcuno ancora si sbaglia e mi dà del tu. Io li correggo, loro ci pensano e si scusano, ma poi mi ridicono: “ciao, prof”.

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Qualcosa di buono

Posted on 2021/05/11 by carmocippinelli

È un 11 maggio un po’ strano, per varie ragioni che non sto qui ad elencare. È una data che è entrata nella mia vita e nella mia quotidianità a partire dall’anno scorso e per cui sento la necessità di inserirla all’interno del personalissimo e intimissimo Pantheon delle date da ricordare. L’11 maggio abbiamo dato vita – insieme ad altri compagni di lotta, di strada e di vita  – a La Rinascita delle Torri.
Un giornale digitale, un periodico saltuario, uno spazio aperto di discussione e di interlocuzione, un luogo virtuale per parlare di svariati temi locali e globali, cittadini e nazionali, creato nell’epoca della grande distanza che abbiamo sperimentato (e che non ci stiamo lasciando alle spalle indenni).
Certo, si dirà, è un giornale digitale come gli altri, non aggiunge né toglie niente.
Eppure significa molto anzitutto per chi scrive, per evidenti fattori sentimentali, ma in prima battuta per una comunità locale che è andata smarrendosi dopo decenni di errori, inganni e falsità da parte della cosiddetta “sinistra” (quella del non solo – ma anche) che ha utilizzato il VI Municipio come vettore per un mantenimento dello status quo. Non solo personalismi senza precedenti, proprio esercizio sistematico di mantenimento dell’immutato, aggrottando le sopracciglia o facendo spallucce riguardo gli innumerevoli disagi che uno dei municipi più grandi della Capitale presenta. 

Il VI – al secolo ottava circoscrizione – vanta risultati sempre più da capogiro per la propria negatività. Siamo tornati, in buona sostanza, ai livelli del dopoguerra in termini di esclusione sociale, disagio psichico, dipendenze, dispersione scolastica. 

Fare spallucce o dire, come si è detto per anni da ambo le parti, beninteso, “non è di mia competenza”, non rappresenta un gran servigio a chi abita questa fetta di Roma che arriva a toccare Gallicano nel Lazio e Tivoli, per citare solo due tra le distanze più siderali che sono in essere. 

Illustrazione di Rachele Lo Piano © nonché copertina di “Diego e i diritti dei lavoratori”, Sinnos editrice.

Nell’editoriale di presentazione della Rinascita, l’11 maggio 2020, scrivevamo così:

«Di fronte allo strascico individualista del mors tua vita mea
prodotto dal Coronavirus, e che va a destrutturare la retorica
dell’”andrà tutto bene”, «La Rinascita delle Torri» vuole aprire e
aprirsi uno spazio di informazione reale e non propagandistica, di
dibattito e non di retorica, di giustizia sociale e non di
individualismo, di analisi e non di “like”. E lo farà proprio a partire
dal municipio delle torri, il VI di Roma, quello che conta livelli di disagio, disoccupazione, dispersione scolastica tra i più alti di Roma.

In poche parole, vuole far capire che solo attraverso una nostra rinascita personale,
di ognuno di noi, è possibile superare la montagna che abbiamo di
fronte: il tempo della storia fugge e noi, anziché agire in prima
persona, ci lasciamo trasportare dalle onde del risentimento spicciolo e
dalla retorica propagandistica. O, peggio ancora, rimaniamo immobili.
Di fronte a tutto questo, ci sembra opportuno ribadire che è giusto tornare ad essere comunità contro la barbarie selvaggia del tutti contro tutti.»

Senza andare troppo oltre, perché altrimenti questo post si trasformerebbe in uno dei miei polpettoni illeggibili: buon compleanno Rinascita! 

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Il 5 maggio

Posted on 2021/05/05 by carmocippinelli

Il 5 maggio cadono due ricorrenze: morte di Napoleone Bonaparte, nascita di Karl Marx.
Due lati della barricata, due opposti.

Ricordarli come si deve è obbligatorio.

«I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi. Ora si tratta di trasformarlo»

Ricordare, si fa per dire, il primo è bene farlo attraverso le parole di Lev Trotskij nella sua analisi del bonapartismo. Nel bene o nel male, Bonaparte ha spaccato la storia: dalla sua dipartita in poi si utilizzerà la categoria politica che prima veniva citata in corsivo: il bonapartismo. Cioè governare personalisticamente, autoritariamente, mantenendo la facciata del consenso popolare tramite plebisciti. Tagliando – forse troppo – con l’accetta la definizione.

«La sciabola, di per sé, non ha un programma indipendente. È lo strumento dell’ “ordine”. Si fa appello ad essa per conservare ciò che esiste. Elevandosi politicamente al di sopra delle classi, il bonapartismo è sempre stato e resta, da un punto di vista sociale, il governo del settore più forte e più solido degli sfruttatori. Di conseguenza, il bonapartismo attuale non può essere niente altro che il governo del capitale finanziario che dirige, ispira e corrompe i vertici della burocrazia, della polizia, dell’esercito e della stampa».

 

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L’Ardita e la Super Lega

Posted on 2021/04/21 by carmocippinelli

Qualche anno fa sono andato a Lisbona. Davanti la Torre di Belém ho pensato che sarebbe stato bellissimo srotolare la sciarpa giallonera dell’Ardita e mandare la foto agli altri con cui stavamo portando avanti quel progetto, pur consapevoli che gli eventi lo stavano conducendo ad una fine che nessuno avrebbe voluto. O, almeno, nei cuori di chi animava la squadra, in campo e fuori, nessuno avrebbe voluto veder chiudere quell’esperienza. Eppure è quel che è successo. Analizzarne le cause, le motivazioni, le concause per cui questo è avvenuto non è il caso di farle ritornare a galla. So solo che un giorno, davvero, come si canta negli stadi mi innamorai di lei, dell’Ardita, del Nicolino Usai, di quel campo di Pietralata, della Terza Categoria, degli “assistenti di parte” al posto dei guardalinee, rammaricandomi di non averla conosciuta prima quando si chiamava Ardita San Paolo. Quando disputava le proprie partite su di un campo di terra battuta. 

Le vicende della Super Lega (https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2021/04/la-super-lega-e-la-morte-del-calcio.html) mi hanno riportato alla mente di quando, per un momento, sia a Roma che in Italia il movimento del cosiddetto calcio popolare stava non solo gettando le basi per costruire qualcosa di alternativo ma lo stava davvero praticando, riuscendoci. Impensabile, mi dicevo. Eppure stava succedendo. Gli anni sono passati troppo rapidamente e al movimento in rapida anabasi successe, con altrettanta repentinità, di accartocciarsi su se stesso. Catabasi profonda. Certo, esistono ancora delle realtà ma purtroppo devono far fronte ad un mondo – calcistico e sociale – ancor più spietato di sei o sette anni fa. Sostenere chi ancora ci riesce è un dovere morale, civile, politico, sociale. Penso alla Borgata Gordiani, che dopo il bruttissimo episodio di violenza nel parco, ha aperto il megafono per far parlare il quartiere esprimendo la solidarietà della comunità che rappresenta; penso all’Atletico San Lorenzo, che ha da poco compiuto 10 anni e che possa compierne altri 10.
Penso a loro e mi convinco che niente è perduto finché c’è chi si batte per un presente, un avvenire e un poi diverso dall’ora che – evidentemente – fa un po’ schifo. 

Foto di una Ardita-Real Torres (vinta 2-1 con rosicata della seconda, per la cronaca) realizzata dal grande © Roberto Proietto e utilizzata per un servizio fotografico pubblicato sul
«Nuovo Corriere Laziale».

Sei anni fa, davanti la torre di Belém.
Foto di una Ardita-Real Torres (vinta 2-1 con rosicata della seconda, per la cronaca) realizzata dal grande © Roberto Proietto e utilizzata per un servizio fotografico pubblicato sul
«Nuovo Corriere Laziale».
     

 

Per puro amarcord, pubblico anche un post che avevo conservato da qualche parte e che non avevo ancora mai pubblicato: credo ne valga la pena. (Luglio 2015)

Cronaca sghemba di un tizio alle prime armi con la cronaca sportiva.
 Ma il titolo potrebbe anche essere: “di proposte umorali, errori, paesaggi pre-urbanizzati”, la scoperta dell’Usai di Pietralata.

«E perché non Casal Barriera — Spes Montesacro?», tolgo gli occhi dal computer come se avessi trovato un tesoro inestimabile sullo schermo e dovessi raccontarlo immediatamente al mio vicino di scrivania, altrimenti chiamato caporedattore.

«Scontro salvezza! Perché no?!». E’ mattina, una piovosa e fredda mattinata di un venerdì dei primi di febbraio, ho accordato una delle tre partite che sono andato a vedere nel fine settimana di metà del mese: campionato Juniores d’élite del Lazio, girone A del 2014/2015, anno primo della collaborazione con il ‘Nuovo Corriere Laziale’.
Con la scusa che devo andare a vedere delle partite di diversi campionati giovanili regionali, imparo l’ubicazione dei campi in cui le più disparate società sportive del quadrante sud est romano disputano le loro gare; le società sportive i cui nomi sono noti solo agli addetti ai lavori, così come la caratterizzazione grammaticale dell’articolo determinativo femminile o maschile nella descrizione della stessa. In sei mesi di collaborazione ho vagato tra Tor Tre Teste e Tor Bella Monaca, passando per Prenestino, Pietralata, San Basilio e affini. 

Quello di Pietralata, più degli altri, me lo ricordo perché il campo è completamente di terra e avvallamenti, dico ‘e avvallamenti’ perché parte integrante del campo stesso: ci sono andato a vedere una delle mie prime partite dei campionati provinciali, dei giovanissimi provinciali. In quel giorno si fronteggiavano Sporting Roma e Borgo don Bosco, l’arbitro era una ragazza della sezione di Tivoli con dei lunghissimi capelli ricci.
La partita, non molto prodiga di emozioni, era finita zero a zero con un episodio molto caratteristico: il centravanti dello Sporting Roma si era fatto vedere più volte nella tre quarti avversaria, aveva tirato un numero imprecisato di volte e la palla era sempre uscita fuori, compiendo ogni volta lo stesso percorso, all’ennesimo tiro finito fuori il guardalinee — un compagno di squadra del centravanti sopracitato — getta rabbiosamente a terra la bandierina lasciandosi andare nell’eloquente commento “e vabbè, ma dai, ma pure io ce riuscivo a segnà stavolta!!”.
Molto meno diplomatica, come al solito, si è dimostrata la sezione parentale degli astanti sulle tribune di pietra del campo: un urlo belluino parte verso il campo, con tanto di mano tesa posta a fianco della congiuntura destra delle due labbra “AO GUARDA CHE SI NUN SEGNI NUN TE FACCIO MAGNAAA!”. 

Riprendendo il filo del discorso, sabato 14 vado a vedere Casal Barriera — Spes Montesacro: la partita, sulla carta, doveva essere una facile vittoria per la squadra casalinga contro l’ultima in classifica, staccata di sei punti. Lo stadio, anch’esso nella zona del tiburtino come quello prima scritto, si trovava dalle parti di Via dei Durantini, o meglio, al vicolo di casale rocchi. Non essendo molto pratico della zona, ed essendo fiducioso che un supporto tecnologico fosse più o meno valido all’opera umana, decido di controllare l’ubicazione del ‘Nicolino Usai’ con l’opzione delle ‘indicazioni stradali’ di google maps e già sorgono le prime complicazioni: in redazione mi ero appuntato Via di Casale Rocchi e mi ritrovo catapultato su Vicolo di Casale Rocchi sulla mappa virtuale. Il lettore romano di quelle parti, leggendo questa mia ignoranza riguardo la via in questione, sorriderà mentre quello che abita in tutt’altra zona si porrà lo stesso problema di chi, come me, si era messo alla ricerca dell’’Usai’: a Roma, specialmente nelle borgate sviluppatesi sulle statali che terminano in –ina, la differenza tra Via e Vicolo non è una questione della pur famosa lana caprina, bensì un problema dirimente che l’autista deve essere in grado di porsi.
Anche perché, ad esempio, chi è che non si è scontrato tra Via e Vicolo di Porta Furba, cercando di capire come vi si entrasse (!) da Via di Porta Furba? In ogni caso, decido di andare lo stesso a Via di Casale Rocchi e, per fortuna, le indicazioni stradali poste dalla società sportiva all’inizio della via mi guidano. Imbocco Vicolo del Casale Rocchi e mi si para davanti un paesaggio pasoliniano, di quelli descritti in ‘Ragazzi di Vita’: la strada è piccola, stretta, piena di buche sopra di un asfalto che avrà visto molte più disgrazie consumarsi che amori nascere; a sinistra ci sono due cancellate coperte su cui c’è scritto a vernice parcheggio privato — non sostare; a destra una palazzina che, con tutta probabilità, sarà stata costruita quando l’erba spadroneggiava sul cemento e l’asfalto era solo quello della strada che ti portava a Roma, non al centro, d’altra parte nel quadrante est si dice ancora vado a Roma; al di sotto della palazzina, poi, c’era una carrozzeria che ora è abbandonata.
Un cartello dell’Atac indica una fermata di una linea proprio di fronte alla palazzina post-bellica e alla ‘carrozzeria’, ai piedi del cartello giallo c’è uno di quei bidoni di latta che, nell’immaginario dei film oltreoceano, vengono usati come camino per l’accensione di un fuoco da abitanti di quartieri poco raccomandabili di gigantesche metropoli.
La strada prosegue e l’indicazione per il ‘Nicolino Usai’ è a destra ma, cammina cammina, non vedo campi, e sì che normalmente non è difficile perdersi campi da gioco o stadi: di lì a qualche metro incontro un signore anziano che, dall’aspetto, avrà avuto una settantina d’anni, e io, confortato dalla presenza di una persona nel bel mezzo di una zona a me sconosciuta, abbasso il rapidissimo finestrino del lato passeggero della rampante Y su cui viaggio da un po’.
«Scusi, per il campo di calcio…sempre dritto?», «Un chilometrë, e ddavandë».
Dall’accento, dalla frugalità con cui il concetto veniva espresso e dall’estrema sinteticità quasi ermetica, ho dedotto che quell’anziano signore avrà avuto origini marsicane.
‘Confortato’ dalle indicazioni del signore, proseguo sulla stradina che, continuando ad essere a doppio senso, si annodava in curve a destra e a sinistra, si lasciava alle spalle il caos della periferia e dei clacsons che suonano ad ogni scatto di semaforo e, finalmente, portava al campo. Arrivato lì mi risuonano in testa le parole che pronunciava Nanni Moretti in ‘Caro Diario’ riguardo la morte di Pasolini, mentre si passava fra le mani delle copie di giornali che riportavano la notizia.
La stradina tortuosa finiva, sostanzialmente, col campo dell’Aces Casal Barriera: parcheggio la macchina in uno sterrato alle pendici di una sorta di incavatura che copriva il sole, non che ce ne fosse molto dal momento che si era in febbraio e che la partita si disputava nel pomeriggio. Quando mi sono presentato alla redazione del ‘Corriere’ non ero abituato né al dibattito calcistico né alla cronaca sportiva, sebbene mi interessassi di nicchismo e anche di quello nell’ambito calcistico, andando a sviscerare e cercare di porre l’attenzione su quei campionati che agli dei più sono talmente inutili che non sono degni neanche di uno sguardo, come quello delle Isole FarØer o, meglio ancora, in Groenlandia (a tutti coloro i quali stanno aggrottando le ciglia e avvicinandosi allo schermo a seguito della lettura dell’ultima nazione citata: sì, in Groenlandia si gioca anche a calcio).

Certo è che col passare dei mesi, magari ancora pochi, ho fatto sì che l’andare a vedere gare di squadre meno blasonate, magari già in lotta per la salvezza nel girone di ritorno, fosse una costante determinante per il lavoro che andavo facendo. Così come il principio dell’allontanamento dalle categorie giovanili per quelle puramente dilettantistiche dall’Eccellenza in giù, con un particolare interesse per Prima, Seconda, Terza Categoria e alle nuove forme di organizzazione di società sportive, come l’azionariato popolare et similia. Insomma, quella partita il Casal Barriera la perse 3 a 0: scontro fra cenerentole, praticamente, in cui la Spes Montesacro, giallonera come l’Asd Ardita, aveva mostrato un carattere e un gioco fino a quel momento sopito, verrebbe da dire.

In un contesto quasi surreale, in cui i rumori dei clacsons, delle sirene di polizia e ambulanze neanche erano percepiti, il timido sole veniva coperto da un costone di una collina alle pendici della quale l’Usai sembrava fosse stato scavato. Poi, il ritorno: riprendere la stradina, quella del signore marsicano di cui sopra, è stato decisamente più facile. Tornare ad accettare il fatto che non ci fosse più l’eco di chi stava sugli spalti ma la rabbia e lo stridio delle gomme sull’asfalto, un po’ meno.

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La Super Lega e la morte del calcio

Posted on 2021/04/21 by carmocippinelli
Iniziamo con un’ovvietà, un’equazione, se è consentito. Calcio moderno è
capitale. Non che prima di ora, negli scorsi decenni, non vi tendesse: lo abbiamo già scritto,
d’altra parte. Tuttavia la nuova notizia, al momento già vecchia per il
repentino naufragio, della Super Lega (o Super League) può essere
assunta a paradigma di somiglianza. La nuova lega internazionale
riservata a chi se lo può permettere, a chi ha i soldi per poterlo fare,
imprime ancora di più l’acceleratore su una trasformazione globale del
sistema calcistico internazionale. Roboanti, sebbene cave, le parole
della dirigenza della Federazione internazionale: «le società
organizzatrici la Super Lega si chiamano automaticamente fuori dal
sistema FIFA». Addirittura Mario Draghi ha rilasciato una dichiarazione a
riguardo: «Il governo segue con attenzione il dibattito intorno al
progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le
posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare
le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale
dello sport». Quali siano i valori meritocratici dietro a speculazioni
finanziarie o a bilanci perennemente in perdita delle squadre italiane,
non ci è dato saperlo. Per fortuna ci è rimasta l’ironia. È
interessante, semmai, vedere qual è stata la reazione del capitalismo
occidentale di fronte ad un’operazione evidentemente transnazionale e
che coinvolge alcuni tra i più grandi club calcistici, alcuni con
consistenti gruppi finanziari alle spalle. Tanto per fare un esempio e
per chiarire il peso specifico della questione: la società Venezia FC,
recentemente ceduta dallo statunitense Joe Tacopina, è stata rilevata
dal connazionale Duncan Niederauer, già pezzo grosso della finanza della
Grande Mela (presidente e amministratore delegato della borsa di New
York), componente del G100, già nel board di Goldman Sachs.

E stiamo parlando di una realtà di media classifica di Serie B.

La nuova Super Lega riguarderà solo pochi grandi club, in buona
misura, tra quelli europei che ottengono soldi dalle competizioni per
poterli reinvestire e far sì che possano disputare nuovamente quegli
stessi tornei internazionali. I club locali devono accontentarsi delle
briciole e, qualora dovessero balzare agli onori delle cronache per
prestazioni sopra le righe o posizionamenti al di là delle proprie
capacità, i loro migliori giocatori verrebbero inevitabilmente
acquistati da altre squadre.

Un ciclo senza fine, un serpente che si morde la coda rigenerandosi:
le grandi squadre vincono le competizioni, prendono soldi, acquistano
nomi blasonati pagandoli una fortuna, tornano a vincere quei tornei
nazionali, si proiettano verso una dimensione quasi eterea della loro
popolarità e via dicendo. Tutto, chiaramente, al netto dei debiti che
producono le società anno dopo anno. Il calcio italiano, poi, quello
“che conta”, è preda di continue speculazioni edilizie e finanziarie in
cui sembra avvilupparsi ogni giorno di più, senza realmente uscirne.
Ogni presidente che si avvicenda sullo scranno più alto di una società
calcistica, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, ritiene
opportuno investire all’interno del brand della squadra,
rilanciandone l’immagine e per farlo – come prima cosa – deve iniziare a
sondare il terreno per la costruzione del nuovo stadio. Progetti i
quali, nella stragrande maggioranza delle ipotesi, o rappresentano
interessi che travalicano il mondo del calcio, oppure sono estremamente
connessi alla persona rappresentante la società sportiva in quel preciso
momento.

I cambiamenti sportivi sono pochi, stanti così le cose,
l’immutabilità è servita: l’inanità è quel che resta dell’estrema
finanziarizzazione del calcio. Semmai dovessero verificarsi cambiamenti,
impiegherebbero più di qualche decennio. O comunque non sarebbero in
meglio, quanto piuttosto in peggio. La vicenda dell’organizzazione qatarina del mondiale lo rappresenta pienamente.

La Super Lega fa cadere ogni maschera all’impalcatura che regge il
sistema calcistico transnazionale. Il sistema UEFA pretendeva di essere
“giusto” e corretto nei confronti di tutti, quando sappiamo bene che non
è così, anche alla luce di quanto detto sopra. Nessuno parte alla pari e
lo squilibrio è servito. Intendiamoci: il calcio è anche questo, vedere
le squadre meno blasonate gareggiare contro i grandi nomi e – magari –
vincere. Non staremo qui a citare degli episodi, tuttavia basti pensare
alla vittoria della Coppa delle Coppe dell’FC Magdeburgo nel 1974
(Germania est, in cui il calcio era dilettantistico per legge) sulle
squadre europee occidentali, tra cui il Milan di Giovanni Trapattoni,
sconfitto in finale. La mossa che si vuole tentare, ad ogni modo, è
quella di estromettere ogni altra società che non possa permettersi la
nuova SL. Da una parte il paradiso, dall’altra un colpo di fucile
nell’orecchio. Non basta chiudere gli occhi per tre volte: il divario si
acuirà sempre di più.

Il sistema della Super Lega non solo è stato messo in piedi da
squadre-aziende proiettate ai risultati di borsa anziché a quelli sul
campo, ma la struttura posta in essere è semplicemente realizzata per
fare ancora più soldi. D’altra parte, marxisticamente parlando, la
concentrazione di monopoli è una tendenza naturale del capitalismo (e
che i liberal d’accatto fanno finta di criticare per dare una parvenza
di dignità alle loro tesi).

E IL DILETTANTISMO?
Le squadre e i campionati dilettantistici, in Italia, rimarranno
tali. O meglio, si continuerà a far finta che, ad esempio, la Serie D si
stia sempre più professionalizzando, a cui vi partecipano squadre
realizzate appositamente per vincere e il cui sistema di superamento
della categoria non consente un reale passaggio organico dallo status di
“dilettante” a “professionista”. Un esempio recente è quello dello
Sporting Bellinzago. È più facile ricercare e ritrovare, all’interno dei
“vasi comunicanti” fra Serie C e quarta serie, casi di fallimenti,
malversazioni, rinascite dopo crisi e acquisizioni di titoli ad hoc,
come avvenuto per le defunte società denominate “Lupa” (dalla Lupa
Castelli Romani alla Lupa Roma, passando per la “Lupa Racing”, ibrido
pontino-castellano di una società di eccellenza che rileva il titolo a
seguito del fallimento della prima squadra nominata afferente ai
canidi-lupini).

LA LEZIONE DEL CALCIO POPOLARE IN ITALIA
Per qualche anno in Italia si è assistito al fiorire del calcio
popolare, tanto nelle piccole quanto nelle grandi realtà urbane.
Parliamo di strutture alternative rispetto alla gestione aziendale delle
società, dunque di “azionariato popolare” in cui i tifosi sono anche
sostenitori e soggetti attivi nella partecipazione della vita di quella
squadra. Trattasi di impostazioni, al momento, per natura stessa
dilettantistica e non professionista o semi-pro. Tuttavia, i costi per
far fronte a dei campionati federali (Figc) rappresentano un muro
(spesso invalicabile) per le realtà che tentano di imbarcarsi nella
Terza, Seconda e Prima Categoria. A Roma – per quel che riguarda il
calcio a 11 maschile – resistono l’Atletico San Lorenzo, che ha dato
poco festeggiato i 10 anni di età e la Borgata Gordiani. Terminate,
purtroppo, le esperienze di Ardita (ex Ardita San Paolo) e Spartak
Lidense (Ostia-Centro Giano). In Italia resistono esempi concreti di
“altro” calcio come il Centro Storico Lebowski (Toscana), Polisportiva
Gagarin (Abruzzo), Ideale Bari (Puglia), La Resistente (Liguria),
Brutium Cosenza (Calabria) e altre realtà per cui ci scusiamo fin da ora
di non aver citato. Tutte al di sotto dei campionati di Eccellenza ma
opportunamente raccontate dal sito “sportpeople.net” che segue da vicino
ogni sviluppo nelle curve, dalle curve e dello sport popolare. Per il
calcio femminile, sebbene realtà di calcio a 5 solamente capitolina, qui
ci limitiamo a citare l’esperienza della CCCP1987 in serie C. Non
foss’altro per evidenti affinità onomastiche.

IL CALCIO È – SEMPRE – QUESTIONE DI CLASSE
Pur tuttavia, sono molte le realtà che hanno chiuso i battenti negli
anni: in molte città si è assistito alla nascita e alla morte di ASD di
calcio popolare. Una volta tentata la strada, i costi iniziavano ad
essere esorbitanti, la partecipazione calava, la questione dei campi e
dell’affitto degli stessi pesava sul magro bilancio di una società
realmente dilettantistica militante in Seconda o Terza Categoria.

Rimane valida l’esperienza di ogni realtà che ha provato – e in
alcuni casi sta riuscendo – a vivere all’interno del sistema federale
per testimoniare l’esistenza di un altro calcio, fondato su
partecipazione, inclusività, antifascismo e antirazzismo, nonostante
qualsiasi difficoltà. Di fronte alla recrudescenza e al tentativo sempre
più evidente di poche società iperquotate di far valere la loro
posizione finanziaria di fronte al movimento calcistico di tutto il
mondo, c’è da incoraggiare la ripartenza e rinascita di ogni società che
deciderà di andare in totale controtendenza, per il bene delle loro
comunità di appartenenza e in nome di uno sport del tutto diverso. E se
oggi la Super Lega sembra essersi sgretolata al primo assalto,
prepariamoci, perché non sarà l’ultimo…

 
Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6953
Posted in Blog/Post semiseri, calcio, calcio popolare, polpettoni

Per la periferia solo pacchi e like. «Scavicchi, ma non apra!»

Posted on 2021/04/06 by carmocippinelli

Qualche giorno fa, precisamente il primo aprile, mentre i maggiori quotidiani d’informazione nazionale e territoriale investivano il proprio tempo in spassosissimi post acchiappa-like riguardo notizie finte (per poi classificarle come “pesce d’aprile”), insieme ad altri due compagni della redazione della «Rinascita delle Torri» ci siamo dati da fare e abbiamo spremuto le meningi per la scrittura collettiva di un articolo. Vero, ovviamente, che scaturiva da un fatto reale e tragico. Non che sia, di per sé, una notizia: l’intellettuale collettivo è parte integrante del lavoro di redazione. Tuttavia in questa fase ancora più delicata per le città in genere e per la periferia di Roma in particolare, abbiamo ritenuto opportuno far passare un giorno dall’episodio degli spari a via dell’archeologia e riflettere a mente fredda.
L’articolo si può rileggere integralmente qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/04/01/gli-spari-sopra/.

Tra le altre cose che sostenevamo, criticamente, oltre all’inanità delle amministrazioni capitoline e municipali, c’era la pratica dei pacchi alimentari, ormai donati da chicchessìa, da qualsivoglia associazione sia essa culturale o organizzazione di volontariato, nei confronti di chi è stato messo a dura prova dalla fase che stiamo vivendo.

La fenomenologia del pacco, non già come lemma inteso per indicare partenopeicamente la zona del basso ventre maschile, rappresenta uno dei mali dell’attivismo politico-sociale del nostro tempo e delle zone colme di disagio come quella in cui vive chi scrive su questo blog. Sicuramente qualcuno che leggerà queste righe, quelle tre persone rimaste, storcerà la bocca e dirà “ma a questo non sta bene neanche che si faccia solidarietà coi pacchi dando da mangiare a chi non ce l’ha?”.
Il punto, come al solito, non è quello: sono felicissimo se la “macchina della solidarietà”, come si dice con un espressione cara alla pubblicistica, si metta in funzione.

Tuttavia, c’è un altro lato da analizzare. 

«Molte associazioni, realtà culturali, politiche e associative
territoriali, così come a cascata quelle rappresentate al consiglio
municipale e in Assemblea capitolina, preferiscono vedere il bello nei
quartieri dove di positivo c’è davvero poco, cercare la pepita d’oro in
un fiume colmo di fango, il raro quadrifoglio in un mare di zizzania.
Questo ragionamento circa la “bellezza” dei luoghi di frontiera può
durare un anno, tempo di una fascinazione giovanil-adolescenziale, non
costituire il portato di una politica della periferia. Per anni,
specialmente nell’ultimo decennio, la politica che non assume più
neanche mezza responsabilità, ha demandato un lavoro sociale e culturale
a chi cerca “il bello” a Torre Maura, Tor bella monaca, Torre Angela,
Borghesiana e via dicendo. Ma niente è bello quando lo Stato langue e,
se esiste – come esiste realmente – una massiccia presenza di
criminalità organizzata nel territorio e le sue ramificazioni locali
tentano di costruire uno stato nello stato, come più volte
asserito negli anni dalla stampa antimafia che si occupava del tema. Il
“welfare criminale” che, in un certo qual modo,  tenta di sostituire
quello degli enti locali. Quante risorse pubbliche e opportunità di
riscatto sociale non arrivano più da anni in periferia? Un altro lato
del prisma da illuminare. Si fa presto a dire “ordine pubblico”. Come
non vedere che là dove ci sono stati tagli allo stato sociale e
conseguente assenza delle istituzioni pubbliche, “soggetti altri” si
intrufolano e occupano spazi e funzioni necessarie?
Questo è il dato da centrare, da mettere a fuoco.
Arrivano anche da quei settori associativi di pulcritudine periferica, e
che precedentemente citavamo, proposte circa “il lavoro” e “i
finanziamenti”. Ma anche gli orologi rotti, almeno due volte al giorno,
segnano l’ora esatta».

 Anche perché a seguito di ogni fatto di violenza in periferia: 

«Ricomincia il “circo equestre” dei commenti dei
mass media, i quali sprecano parole e slogan triti e ritriti sulla
periferia Romana, sulla sua intrinseca violenza. Ma che, in fondo, non
sanno neanche arrivarci al Grande raccordo anulare e uscire alla 17 o
alla 18. Anche in questo caso, la stampa, anziché capire, giudica e
colpisce con sentenze e luoghi comuni per convincere l’opinione pubblica
che il destino della periferia è già segnato. E per questa ragione,
alla fine, la Roma oltre il GRA non merita nulla;
se non compassione, una lacrimuccia accompagnata da una sordida
carezza. E pacchi alimentari. Quelli non devono mai mancare: producono
“mi piace”, visualizzazioni e glorificano le anime belle della politica
romana e locale. Non si dice che la questione è a monte: che non c’è più
lavoro, che in pochi si sono presi tutto e molti non hanno più nulla».

E allora perché scrivere questo post? Semplicemente per ribadire questo fatto, dopo che il presidente dell’associazione 21 Luglio, insieme ad altre realtà etnografiche-antropologiche e legate all’Università di Roma “tor Vergata”, ha rivendicato il fatto che la realtà dell’ex Fienile (un tempo libero spazio sociale) abbia iniziato a distribuire pacchi di generi alimentari.
Perché alla periferia i pacchi non devono mai mancare.

Per carità nessuno dica che in questa pandemia pochissimi ricchi si sono arricchiti ancor di più e i proletari (*) si sono ancor di più impoveriti dopo aver, in ordine sparso, perso il lavoro, entrati nel gorgo della cassa integrazione e via dicendo.
Per carità nessuno lo dica, “signora mia“.

(*) Chi vive del proprio lavoro è un proletario. Punto.

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Scuola, perché non bisogna rivendicare il Next Generation EU

Posted on 2021/03/27 by carmocippinelli

Il presidio dei Cobas a Roma, in occasione dello sciopero della scuola del 26 marzo, presidio cui hanno aderito varie realtà associative, di settore e studentesche (tra cui anche la Rete degli Studenti medi) è stato caratterizzato nei suoi vari interventi – così come rivendicato anche dalla Rete – dall’apertura ai fondi del “Next Generation EU”.

Un’apertura critica, senz’altro, un’apertura dialettica, ma pur sempre possibilista riguardo ai fondi europei. Un’apertura che comunque non può avere altro significato se non quello di un finanziamento a debito della scuola, dunque verso un peggioramento, nella prospettiva di lungo periodo, del comparto dell’istruzione nella sua interezza. Evidentemente tale fattore di rischio non è stato compreso dai Cobas, dalle studentesse e studenti presenti, che rivendicavano di essere loro la “next generation”, fin dalle scritte sui cartelli che tenevano in mano. 

NEXT GENERATION EU

La misura invocata, ovvero il Next Generation EU, riguarda un piano di finanziamento pluriennale che prevede uno stanziamento di risorse, pari a 750 miliardi di euro, al quale spesso viene cambiato nome da stampa e politici, preferendo la dicitura “Recovery Fund”, la quale tuttavia si riferisce alla quota finanziaria del “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”. Si tratta di una mossa economica che vede gli Stati membri dell’Unione europea emettere debito comunemente. All’interno del quadro pluriennale per il periodo che va dal 2021 al 2027, “Next Generation EU” detiene la porzione più importante del finanziamento totale, attorno al 40% di 1.824,3 miliardi. Dunque, per farla breve, si tratta di un enorme finanziamento a debito, invocato dalla stessa classe politica che per almeno venticinque anni ha presentato qualsiasi tipo di politica economica a debito come il male assoluto da scongiurare a qualsiasi costo (per capirci: il 15 marzo di quest’anno il debito pubblico italiano ha sfondato quota 2.600 miliardi di euro, pari al 160% del PIL, nonostante decenni di politiche lacrime e sangue presuntamente finalizzate diminuirlo) [1].

C’è da segnalare che i fondi europei del NG EU sono vincolati dalla “condizionalità” riguardo al loro utilizzo, e non è una questione secondaria.
O si seguono determinati dettami imposti per la spesa di tali fondi, che riguardano innanzitutto gli indirizzi e le condizioni di merito dei finanziamenti, oppure il “pilota automatico” caro all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri quando era in carica alla BCE seguirà – indisturbato – su una strada sempre più stretta e impervia.

A partire dagli investimenti europei, i principi fondamentali su cui si basa l’investimento, per cui ogni paese europeo ha sviluppato un piano specifico, riguardano vari capitoli di spesa, come ad esempio “transizione verde”, le pari opportunità, la stabilità macroeconomica e la “transizione digitale”.

Specie per quel che riguarda l’istruzione, dunque, l’impegno è di 28,5 miliardi. Tuttavia viene riproposto il modello di scuola che ha fatto seguito alla legge Renzi (cosiddetta “buona scuola”). In altre parole: ogni scuola e ogni aula potrà avere un computer di ultima generazione per la didattica, tavolette grafiche, lavagne multimediali, ma niente sarà dato per la messa in sicurezza del plesso scolastico, che molto spesso è ferma agli anni del Pentapartito. Molta forma e poca sostanza, quando invece i due tratti spesso coincidono.

Le politiche che accompagneranno questi investimenti a debito saranno quindi le solite, verrebbe da dire, trasversali nel segno dell’imprenditorialità, che già campeggia da anni negli obiettivi scolastici proposti a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di II grado. Non a caso un capitolo di spesa del piano italiano è intitolato significativamente “Dalla ricerca all’impresa”: l’idea alla base di questo processo organico del NG EU è quello di fornire un rapporto di subalternità dell’istruzione all’impresa. Perché di questo trattasi. 

RIAPERTURE FANTASCIENTIFICHE E RIAPERTURE REALI

La “questione giovanilista”, vien da sé, non può essere assunta come principio cardine per la riapertura, in funzione della scuola in presenza. Il problema è a monte, o alla radice, a seconda del paragone che al lettore piace di più. Le scuole vanno senza dubbio riaperte ma devono essere messe in sicurezza attraverso un piano vaccinale reale, centralizzato, non demandato alle responsabilità delle regioni; docenti, ATA, studentesse/studenti, devono poter essere monitorati dai presidi sanitari in ogni scuola. 

È evidente che il contagio avviene fuori dai plessi scolastici: c’è da evitare che venga portato all’interno delle aule. Per evitare questo cortocircuito serve un piano. Il piano che prevede 8 milioni settimanali di tamponi è totalmente privo di credibilità, e basta guardare quanti tamponi siano stati fatti finora, e come siano stati fatti, per rendersi conto dell’assenza di una qualsiasi base per rendere effettivo un tale provvedimento, peraltro così esteso e concentrato nel tempo. È evidente quindi che un piano non c’è.
E riaprire senza un piano significa chiudere due settimane dopo aver riaperto, reiterando un binomio apertura-chiusura ancora più nefasto sul piano psicologico per migliaia di ragazze, ragazzi, docenti.

È impensabile, infine, che i soldi europei – peraltro una tantum – vadano davvero a risolvere i problemi strutturali che la scuola italiana possiede da vari decenni, a causa dei tagli apportati dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici.
 

È impensabile rivendicare l’utilizzo di quei fondi per la scuola, per la loro messa in sicurezza circa l’edilizia, per la stabilizzazione dei precari (da organico di fatto a di diritto), per le assunzioni vere e massive, perché l’unico provvedimento vero in grado di soddisfare queste esigenze e di rovesciare il piano inclinato sul quale sono state decise tutte le politiche scolastiche “a perdere” degli ultimi decenni è la patrimoniale. Ricorrere ai fondi europei per tale rivendicazione costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori, senza peraltro che i fondi spesi vadano minimamente nella direzione dei bisogni della scuola e della classe lavoratrice.
Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità e i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.

 

Torniamo a ripetere che solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può restituire realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori.
Solo una patrimoniale di questo tipo, cioè una patrimoniale anticapitalista, espressione di un altro governo della società e di un altro potere politico, può portare un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.
Cioè a dire: paghi chi non ha mai pagato, chi si è arricchito durante la pandemia mentre centinaia di migliaia di lavoratori si sono impoveriti e hanno perso l’impiego. 

[1] https://www.repubblica.it/economia/2021/03/15/news/debito_pubblico-292301274/

 

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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