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Categoria: Blog

La riscossa a 4253 chilometri, ma anche domenica

Posted on 2022/04/05 by carmocippinelli
Foto di Elisa Vannucchi ©

Domenica 3 aprile [2022] la Borgata Gordiani avrebbe dovuto, ma forse anche potuto, giocare una partita diversa ma è andata com’è andata, al netto degli ottativi. Beninteso: chi batte queste righe non era presente alla “trasferta” di Via dell’Acqua Marcia, in quel di Pietralata, in un rinnovatissimo impianto dedicato a Fulvio Bernardini. Non c’ero e, dunque, è bene non parlare di cose che non si conoscono. Tuttavia, si può serenamente dire che i tre punti avrebbero fatto comodo al morale della Borgata, sempre più vicino ad essere come quello delle montagne russe: tra salite e discese, vittorie e sconfitte, il cuore balza fino in gola fino a scendere giù nello stomaco per assestare uno di quei destri che metà bastano.
Tornare negli spogliatoi dopo aver giocato quella partita, dopo averne incassati 4 contro il Mar.Na. sarà stato duro come un gancio al mento: abusare di metafore in ambito pugilistico, in queste circostanze, viene facile, il lettore sia indulgente.
Gli occhi di Zannini dopo la partita contro la capolista parlavano chiaro: conoscevano il rammarico, ma erano anche profondi come una riscossa in fieri, una di quelle cose che si riescono a cogliere solo dopo una sconfitta bruciante, all’ultimo minuto.
Stamattina l’account Instagram della Borgata è stato aggiornato con le foto scattate dalla fotografa Elisa e a cui è stata aggiunta la canzone “La vita è una” del Muro del canto ed è vero: «la vita è una c’hai ragione: non conviene campà co ‘r sangue amaro pe’ ste quattro iene». Che i gol siano iene, non c’è dubbio: mordono e fanno intravvedere la zona playout più vicina, in un meccanismo tipico del dilettantismo tout court per cui in un secondo sei ad un passo dai play-off e in quello successivo sei con un piede in fallo e pronto a scivolare nel burrone pieno di rovi.
Che i gol siano iene, non c’è dubbio: però, proprio al centro del parcheggio del campo che ospita le partite della Borgata, addosso ad un palo, qualcuno (va a sapere chi!) ha inserito dei cartelli indicanti città piuttosto lontane con tanto di distanza in chilometri: Istanbul, ad esempio, dal lampione del parcheggio sterrato di Via Verrio Flacco, dista esattamente 4253 chilometri.
Chiedersi a quale scopo si sia apposto quel cartello sarebbe non solamente ridondante quanto, piuttosto, inutile: diamo per certo il dato che, ora, c’è l’indicazione e che chiunque passi di lì noti quella freccia. Un enigma sfingeo. Eppure, forse, la risposta sta proprio nell’enunciazione dell’enigma stesso: la riscossa è lì, a Via Verrio Flacco, che poi ci sia scritto Istanbul e la relativa distanza, 4253 chilometri, è un altro paio di maniche. Non importa quanta distanza percorreranno le gambe degli undici granata: l’importante è sapere da dove partire. Cioè da domenica in casa contro la Caput Roma XIV.

Che poi, a proposito di Muro del canto, verrebbe “a cecio”, come si dice a Roma, un’altra canzone: “Reggime er gioco”:

«Reggime er gioco ancora
Come è stato tanti anni fa
Che a noi nun ce mettono in riga
Ce piace d’arzacce pe poi ricasca’».

Azzeccatissima per la Borgata.

 

Posted in Blog, Borgata Gordiani

Quando il rock parlava (anche) russo

Posted on 2022/03/28 by carmocippinelli

Ci sono quattro musicisti sul palco. Il chitarrista, uno dei due con l’elettrica al collo, si avvicina al microfono e abbozza un saluto: «Привет!» (Ciao!). È Yuri Dimitrevich Kasparyan, chitarrista dei Kino: senza perder troppo tempo inizia a suonare intonando distintamente le note di una delle canzoni che ha reso famoso il gruppo nel corso degli anni ’80 del secolo scorso. C’è anche una voce che canta ma nessuno dei quattro sta effettivamente proferendo parola di fronte al microfono. Eppure la voce è propagata chiaramente e distintamente dagli altoparlanti: si riesce a distinguere in maniera cristallina. È una voce calda e leggerissimamente gutturale, comunque molto profonda. Nessuno sta cantando il 31 gennaio 2021 a San Pietroburgo assieme ai Kino: non si tratta di una voce del presente. Non appartiene a questo tempo e all’oggi ma ad un vago “ieri”.
O meglio: appartiene agli anni ’80 (anche lei) e li si è cristallizzata per sempre nei dischi dei Kino. Nessuno sta cantando eppure la voce si distingue nitidamente. Il fatto è che la voce di Viktor Tsoi ha cessato di essere associata al corpo che gli apparteneva nel 1990, quando c’era ancora l’Urss e la dissoluzione era a un passo. Il concerto dei Kino senza il frontman ha rappresentato un’emozione enorme per tutti i presenti: nel video del concerto, caricato su Youtube dal gruppo stesso, ci sono evidenti segni di commozione tra i presenti. Metafisica dell’assenza che è anche presenza.

L’argomento che sento l’urgenza di trattare è quello relativo ad una parte della musica pop-rock prodotta in Russia a partire dalla fine degli anni ’70 fino agli anni ’90 del Novecento. Fino, cioè, alla dissoluzione dell’Urss. Un articolo molto interessante sul fenomeno dei kvartirniki è stato scritto da Martina Napolitano per Il Tascabile. Rimando a quello per chiarimenti sull’underground sovietico “d’appartamento”. Se si vuole leggere un post stracolmo di aprioristico sentimento di chi cura questo spazio verso le cose che lo appassionano, allora siete nel posto giusto.

L’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha fatto scoppiare un’insensata russofobia per cui non sto qui a citare nuovamente tutto quel che è capitato (ad esempio) alle lezioni e alle presentazioni dello scrittore Paolo Nori, nonché all’assurda “caccia al nemico” che è andata sviluppandosi in questa fase della storia umana. Chi batte queste righe sogna che lo scrittore sopracitato leggesse questo suo post stracolmo di aprioristico sentimento perché la devozione che ha per i Kino è pari a quella che ha per Nori. Ma non è sicuro che possa accadere.
Ad ogni modo, è bene tornare a parlare di Viktor Tsoi e del suo gruppo.

Figlio di un ingegnere di origini nordcoreane e di un’insegnante russa, visse e lavorò a San Pietroburgo dando alla luce un figlio: Aleksandr, classe 1985, uno dei principali sostenitori del progetto di reunion del gruppo e di recupero del materiale d’archivio di suo padre. Prima del concerto nell’ex zona industriale di San Pietroburgo, erano state messe in atto delle prove per poter vedere se la cosa effettivamente potesse davvero funzionare: suonare con Viktor Tsoi senza che lui ci sia, sentire la sua voce e calibrare i musicisti che suonano dal vivo con lui dall’aldilà. In uno dei primi video di promozione del concerto tenuto il 31 gennaio scorso [2021], Aleksandr Tsoi ha commentato l’idea con un semplice, quanto emblematico: «круто!» (figo!).

La contestazione nel rock sovietico

Negli anni ’80 un’altra invasione (che nulla ha a che vedere con la guerra russo-ucraina in atto, tanto per chiarire) aveva portato a galla le criticità e le problematiche del sistema burocratico-sovietico di fine anni ’80: si sta parlando dell’invasione dell’Afghanistan. Uno stato socialista invade un altro stato socialista: cortocircuito politico-ideologico e morti, stragi, eserciti che combattono. Nel 1979 l’invasione dell’Afghanistan aveva iniziato a mobilitare un’avanguardia di persone che si stavano mostrando ostili a quel conflitto insensato: nel 1988 uscirà uno dei dischi più rappresentativi dei Kino e della discografia di Viktor Tsoi.

Canzone che da’ il nome al disco: Gruppa krovi, gruppo sanguigno. Il Vietnam statunitense era ormai passato eppure il movimento pacifista e contro la guerra avrebbe segnato per sempre l’immaginario politico, culturale, musicale della contestazione mondiale. “Run through the jungle” dei Creedence clearwater revival non era solo una canzone quanto piuttosto un manifesto politico contro la guerra e nei confronti dell’insensatezza di un conflitto che, col passare degli anni, si vedeva intensificare in violenza, morti e recrudescenza nei confronti di ogni tipo di resistenza armata contro l’esercito americano.

Gruppa krovi può essere considerata una sorta di manifesto di quell’epoca “dall’altra parte della cortina di ferro”: così come la canzone dei Ccr aveva una marcata valenza anti-bellicista, così “gruppo sanguigno” portava in dote una dura reprimenda nei confronti dell’insensatezza della guerra in atto da ormai troppi anni. 

«Il mio gruppo sanguigno lo vedi sulla spalla: augurami buona fortuna quando sarò in battaglia».

Il rock negli anni ’80 parlava russo e non soltanto nei confini delle repubbliche socialiste sovietiche ma anche oltrecortina. Ci furono contatti, in effetti, tra Tsoi e parte della società statunitense tanto che il disco in oggetto venne anche registrato per il mercato d’oltreoceano e le canzoni cantate in inglese.

 
 

Non basterebbe un giorno per descrivere la creatività, l’ecletticità dei Kino e del suo fondatore, attorno a cui è stato girato un film “Leto” nel 2018 con una regia russo-francese e una trama davvero peculiare. Il rapporto della contestazione di chi viveva ai margini della società sovietica e suonava rock è descritto in modo curioso e rappresenta una sorta di unicum, fondendo immaginazione e realtà. Celebre l’incontro/scontro tra Tsoi e Naumenko che occupa praticamente tutta la pellicola: “Come fai a dire di poter utilizzare una drum machine per suonare rock? Dobbiamo utilizzare strumenti veri, non roba che ti fa essere pop/dance!”. Naumenko avrebbe voluto rappresentare l’avanguardia del rock sovietico ma non riusciva ad essere al passo coi tempi: i suoi anni ’80 erano ancora in odor di “rock around the clock” mentre Tsoi aveva già lo sguardo posato altrove.

Tra finzione e pellicola, tra racconto filmico e realtà, così anche queste righe si muovono tra una canzone e l’altra, cercando di sgusciare sinuosamente come le note del basso di Igor Tikhomirov. L’atmosfera del paese che stava cambiando e in cui c’era una vita da vivere pienamente, nonostante le contraddizioni della burocrazia sovietica di quegli anni, è rappresentata pienamente da un’altra delle canzoni tra le più iconiche di Tsoi: Trolleybus, filobus. 

«Il mio vicino non può andar via: non conosce la strada […] Non c’è autista in cabina, ma il filobus è acceso, il motore è arrugginito, ma andiamo avanti / stiamo seduti senza respirare». 

Un’atmosfera che prelude al fenomeno dei doomer e dei gruppi post-punk post sovietici di cui la scena musicale russa – nonché di tutto l’est Europa – pullula, basti pensare ai Ploho, Durnoy Vkus e agli oramai ben più celebri Molchat Doma.

Mia mamma si chiama Anarchia: mio padre è un bicchiere di Porto

Quando la tensione della censura sovietica stava per essere allentata, l’irriverenza e la creatività di Tsoi diedero alla luce una delle canzoni più particolari della sua produzione: “Mamma Anarchia”. Chitarra asciutta, batteria martellante: un brano punk a tutti gli effetti. Alla censura, per far passare la canzone, venne detto che era stata creata con uno scopo ben preciso: irridere il punk occidentale: «l’importante è che mi facciano cantare le mie canzoni e mi facciano suonare», quel che si dice “avere chiaro e limpido quel che si vuole fare nella vita, dato che per mantenere la famiglia e la sua vocazione da rockstar, Tsoi lavorava nei locali delle caldaie del suo condominio (soprannnominata da Tsoi stesso “Kamchatka”).
Sembra di ascoltare un riff tipico dei Sex Pistols o di altri gruppi punk occidentali e, invece, ecco che arriva la voce dell’est:

«Un soldato tornava a piedi a casa / Trovò dei ragazzi per strada. / “Ehi, ragazzi, chi è la vostra mamma?” / Quel giorno chiese loro il soldato. / Mia mamma è l’anarchia, mio papà un bicchiere di porto! / Avevan tutti giubbotti di pelle / E tutti di bassa statura. / Il soldato provò a andare avanti / Però non ci riuscì. / Uno scherzo un po’ insolito / Gli giocarono poi quei ragazzi / Gli pitturarono il viso di rosso e blu / E gli fecero dire parolacce». [1]

Gli pitturarono la faccia di rosso e blu: la futura federazione russa e la Csi stavano sorgendo tra i versi irriverenti di una canzone punk del gruppo più famoso della Russia sovietica; la bandiera tricolore era tanto manifestazione della contestazione quanto dissacrazione del potere militare di quel periodo.
Il video qui sotto riproduce la canzone cantata alla fine del concerto citato all’inizio di questo scritto: le chitarre e la batteria sono acide e corpose al tempo stesso, così come la canzone doveva mostrarsi alle orecchie di chi l’ascoltava attorno al 1985.

Ascoltare i Kino ora, nel 2022, potrebbe rappresentare forse un esercizio vintage, per così dire, specie per gli occidentali. Tuttavia, Viktor Tsoi e il suo essere tutt’ora una vera e propria icona per tutti i paesi russofoni, rappresenta un esempio e un elemento di studio per il rock mondiale.
Di come esso sia, in un certo qual modo, una sorta di koiné che travalica muri e sistemi politico-ideologici.

[1] La traduzione della canzone è reperibile qui: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=45313&lang=it

 

La foto a corredo del post appartiene al blog “Meg in Moscow” © e ne detiene tutti i diritti.
È visibile qui:
https://moscowmeg.com/2020/10/21/a-staycation-in-moscow/

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Bestiale domenica: non basta la volontà a sconfigger la “malasorte”

Posted on 2022/03/27 by carmocippinelli
Foto di Federico Nutricato

 

Non è facile raccontare questa domenica di fine marzo in cui la Borgata ha disputato la gara di ritorno contro l’Undici Calcio: spesso il modo migliore per ricostruire qualcosa che prende una piega diversa da quel che si stava prospettando in corso d’opera, val la pena prenderla dalla fine. Partire a raccontare da com’è finita, in buona sostanza. La domenica della Borgata inizia e finisce allo stesso modo: ricordando il compagno Dorno dell’Atletico San Lorenzo: prima del calcio d’inizio con un minuto di silenzio, con una foto assieme all’Under17 dell’Atletico (insieme ai cori dei tifosi) prima di salutare la squadra granata.

Capitan Zannini è visibilmente provato da una partita in cui ha dato tutto e di più: lo sguardo è penetrante e lascia trasparire molta tristezza e infinito rammarico, così come molta rabbia. «Ce l’hanno presa per due falli…», mormora, rimuginando, Zannini, mentre protende il corpo all’indietro e rivolge i palmi verso l’alto in segno di resa. Ci pensano i tifosi e mister Amico a ritirarlo su: gli mette una mano sulla spalla e si torna dentro gli spogliatoi.
E sì che oggi le premesse per l’aprioristica disfatta c’erano tutte: confronto con la capolista, partita d’andata persa per 3 reti a 1, distacco in classifica (tutt’ora) consistente (22 punti), rosa corta contro compagine ospite che riesce a convocare venti uomini in lista. L’Undici Calcio, poi, detiene uno dei primati del Girone E della Seconda Categoria laziale: dodici partite senza sconfitte.
Poco altro da dire: sulla carta, numeri alla mano, una partita complicatissima.

Affidarsi, però, solo ai numeri e alle statistiche non sempre porta ad una lettura complessiva delle cose: la Borgata ha fatto “la linguaccia” ai mostri che le stavano col fiato sul collo e ha imparato a scrollarsi di dosso la paura dimostrando – fin dal primo istante della partita – di non essere scesa nel rettangolo verde per lasciare tutto in mano alla squadra ospite. La Borgata ha imparato a soffrire e a gestire le situazioni di difficoltà: come tutte le cose in divenire, anche la squadra ha bisogno di tornare a crescere insieme ed è questo quel che ha mostrato per tutta la prima frazione di gioco.

Il primo tempo si apre con ritmi alti e serrati: l’Undici pressa la Borgata che inizia dal principio a mostrare segni di evidente sofferenza, priva ne è la punizione di Di Sabatino (U) terminata sulla traversa della porta difesa da Poma al 9’ del primo tempo. Gli ospiti tentano di imporre il proprio gioco e di imprimere alla gara un senso che non sia favorevole ai granata: i binari devono essere quelli giusti, dal punto di vista della squadra diretta da mister Giuseppucci, non quelli della squadra avversaria di mister Amico (che oggi figurava anche tra gli elementi a disposizione della squadra).

La squadra ospite vuole aprire subito le danze e fare in modo di orchestrare tanto il ritmo quanto cadenzando accenti e variazioni su tema: i biancoblu puntano al gol che pieghi la testa e la psiche dell’avversario granata. Per sfortuna di mister Giuseppucci, a difendere i pali c’è il “solito” Poma che al 22’ salva il risultato con un gran gesto atletico. Le occasioni dell’Undici Calcio, tuttavia, ci sono e tentano sempre di pungere velenosamente: al 25’ è Vespa a farsi vedere nell’area granata: tenta l’imbucata, eludendo la difesa locale, ma il tiro finisce ben alto sopra la traversa; al 38’ è la punizione di Di Sabatino ad impensierire i locali tanto che un colpo di testa di un difensore granata stava per trafiggere Poma che, reattivo, devia immantinente in corner.
Vespa è la spina nel fianco della Borgata, limitatamente alla prima frazione di gioco: in situazioni di pericolo si impara subito dai propri errori e, una volta tornati in campo per la seconda frazione di gioco, le incursioni della mezzala avversaria verranno arginate.
Quasi allo scadere del primo tempo, arriva il gol avversario: azione rocambolesca in area locale, Bianchi (U) ne approfitta per superare un difensore e trafiggere Poma con un pallonetto. La direzione arbitrale ha dimostrato di non essere impeccabile – eufemisticamente parlando – proprio a partire da quest’episodio per cui capitan Zannini verrà ammonito a causa delle sue rimostranze con il signor Mariano della sezione di Roma2.

Nella ripresa la Borgata scende in campo con la volontà di livellare nuovamente il risultato: all’8’ è Zannini che tenta l’incornata su punizione di Mascioli: l’estremo difensore Falconi è reattivo e blocca in due tempi. Il capitano se la prende con la rete del campo: è la grinta necessaria per poter ripartire scaricando la tensione negativa a seguito della mancata concretizzazione dell’azione.
Al quarto d’ora, però, sembra che la Borgata abbia già esaurito la propria spinta propulsiva: l’Undici si chiude e, col passare dei minuti, sembra che voglia semplicemente portare a casa la partita. “Campo ostico, quello della Borgata, tanto vale chiudere qui”, avranno pensato i biancoblu. Lanci lunghi, le cosiddette “pallonate”, perdite di tempo e atteggiamenti indisponenti che irretiscono i giocatori della Borgata.

Gli undici granata, inizialmente, cadono nella trappola tesa dall’Undici, poi iniziano a reagire più concretamente e cominciano a creare occasioni: Mascioli calcia un’altra punizione ma è copia conforme con quella della prima frazione di gioco e non va a segno. Il 10 si dispera: non ci sta, ma il suo momento è nell’aria. Al 26’ è Capostagno a provare il tiro da fuori area: fuori dallo specchio della porta anche quello. La buona sorte sembra aver abbandonato gli uomini di mister Amico il quale, una volta espulso dal campo, trascorre il resto della partita a cantare e ad incitare i suoi da fuori: animo ultras, verrebbe da dire. Il minuto successivo (27’) è ancora Mascioli, imbeccato da Rufini, a farsi vedere dalle parti di Falconi ma, ancora una volta, la sortita è senza successo.
Il pareggio è evidente che sta per arrivare e giunge nemmeno un pugno di minuti dopo su punizione a seguito del fallo da ultimo uomo di Boccia (U) al 30’: rosso diretto. Su punizione Mascioli insacca e il muro granata viene giù nella felicità incontenibile. La partita è ripresa e ora c’è da gestire la nuova situazione di superiorità numerica: i granata premono ma non così tanto come vorrebbero, complice una direzione arbitrale generosa nell’applicazione manualistica della norma, non sempre a fuoco nel vedere e valutare quel che accade in campo.

Lo spazio lasciato ad Innocenzi (U) è il preludio della beffa che aleggia su Via Verrio Flacco: nei minuti finali saltano tutti gli schemi e le due squadre si affrontano all’arma bianca. Fioccano cartellini, volano palloni da una parte all’altra del rettangolo verde. Il 2 ospite cerca di impensierire la difesa granata riuscendoci ma non pesca quasi mai i suoi in posizione buona.
Al 48’, però, la partita finisce davvero: De Cicco trafigge Poma con un gran tiro dai 25 metri. Si toglie la maglietta, corre incontro ai suoi e lancia un urlo contro il muro granata. Come a dire “dovevate fare i conti con me”. Non un gran gesto, ma la conseguenza è che la partita si surriscalda a tal punto che il direttore di gara fischia la fine anzitempo, non prima di espellere il dirigente accompagnatore della Borgata.

Termina così una partita dura e prodiga di emozioni che la Borgata stava per riprendere completamente in mano dimostrando maturità e grande forza di volontà, schiaffeggiando – metaforicamente s’intende – tutte le statistiche e i numeri avversi alla vigilia dello scontro con la capolista. Ma tant’è: per ogni volontà enorme, c’è una malasorte sull’uscio che mette il piede tra lo stipite basso e la porta così da interrompere ogni positività. Parafrasando la celebre pellicola “Via col vento”: «domani è un altro giorno».

Il tabellino della diciottesima giornata | Campionato di Seconda Categoria Girone E

BORGATA GORDIANI – UNDICI CALCIO 1-2
MARCATORI:
43’pt Bianchi (U); 33’st Mascioli (BG); De Cicco (U)

BORGATA GORDIANI: Poma, Zagaria, Piccardi, Capostagno (Schiaroli), Brigazzi, Zannini, Proietti (22’st Rufini), Cassatella, Ciamarra, Mascioli, Michelangeli PANCHINA: Casavecchia, Palma, Segatori, Amico (ALL.), Cicolò.
UNDICI CALCIO: Falconi, Innocenzi, Cipolloni, Credico, Boccia, Muccigrosso (37’st Santini), Vespa, Tossici (13’st Mazzulli), De Cicco, Di Sabatino (35’st Santantonio), Bianchi (23’st Palmieri) PANCHINA: Montagna, Bruno, Marocco, Angelini, Saltarella ALLENATORE: Giuseppucci
ARBITRO: Mariano (Roma2)
NOTE: ESPULSI mister Amico al 44’pt (BG), Boccia (U) al 30’st; Espulsi anche il dirigente accompagnatore della Borgata Gordiani e allontanato dalla panchina un giocatore della squadra ospite di cui non s’è riuscito a leggere il numero in quanto aveva indosso il fratino arancione sopra la divisa. AMMONITI: 11’pt Credico (U), 31’pt Brigazzi (BG), 34’pt Cipolloni (U), 43’pt Zannini (BG), 17’st Mazzulli (U), 18’st Di Sabatino, 20′ st Proietti (BG), 33’st Mascioli (BG), 47’st Capostagno (BG).

Posted in Blog, Borgata Gordiani

Borgata Gordiani avanti sul Sempione: decide Proietti – #Nonlosaiquantotiamiamo

Posted on 2022/03/20 by carmocippinelli

Cielo mezzo plumbeo, ogni tanto s’affacciava il sole ma era timidissimo, sebbene inizi già a scaldare. Si vede che sono tre mesi che non piove. La Borgata scende in campo in maglia bianca, il Sempione in rosso bordeaux: spaventare gli spettri dell’andata era doveroso, scacciarli via d’imperio è [stato] granata.

Il tabellino della seconda  giornata di ritorno | Campionato di Seconda Categoria Girone E

SEMPIONE CALCIO – BORGATA GORDIANI 1-2

MARCATORI: 20′ pt Di Stefano (BG), 35′ pt Alaimo (SC), 8′ st Proietti (BG)

SEMPIONE CALCIO: Sprizzi, Ferri, Paolini, Cundari, Biraschi (40′ pt Camilli), Bonacci, Lattuca (Temperini), Porzio (Coleti), Amaldi Racchetti (Zizza), Guida, Alaimo PANCHINA: Avallone, Forti, Cicchetti, Pascucci, Martiriggiano. 
BORGATA GORDIANI: Poma, Chieffo (35’st Capuzzolo), Piccardi, Capostagno, Brigazzi, Zannini, Proietti, Cassatella (29’st Rufini), Di Stefano, Mascioli (37’st Michelangeli), Pompi (Cicolò) PANCHINA: Capuani, Palma, Schiroli, Michelangeli, Marcucci, Cicolò. ALLENATORE: Amico
ARBITRO: Bertolini (Tivoli)
NOTE: Ammonizioni: 30’pt Biraschi (SC), 37’pt Zannini (BG), 37’st Cundari (SC), 43’st Di Stefano (BG).

La Borgata Gordiani aveva bisogno di una partita che avesse lo scopo di invertire la rotta, di effettuare un’inversione a U nonostante la doppia striscia continua. Insomma: di lasciare alle spalle il periodo poco felice che sembrava non stesse mollando la squadra e tornare a vincere. La vigilia della partita contro il Sempione si prospettava ostica: il morale della squadra non era positivo dopo l’inaspettato pareggio contro l’Acros e la sconfitta casalinga contro lo Sporting Aniene. I giocatori, però, sanno bene che non sono soli: all’allenamento del martedì sera, un pugno di tifosi ha fatto sentire tutto il proprio sostegno alla squadra e al mister. Come a dire: siamo tutti coinvolti, da questo periodo ne usciamo solo insieme.

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«A torso nudo ovunque andiamo /
dai, Borgata, dai vinciamo»
E così è stato. Passato prossimo. Ma la Borgata coniuga alla perfezione l’indicativo presente e dimostra di essere “sul pezzo”. La partita si sblocca cinque minuti dopo il quarto d’ora: Di Stefano, schierato da mister Amico in posizione di unico centravanti nella prima frazione di gara, insacca portando avanti la Borgata nel tripudio generale del muro granata. La partita dei titolari retti da mister Amico e capitanati da Zannini comincia a prendere forma proprio da quel momento: gli ospiti tentano l’affondo al 25esimo ma senza successo, provocando il proverbiale “capovolgimento di fronte” tipicamente calcistico per cui, dopo un affondo granata, ecco che arriva a farsi sotto il Sempione. Il centrocampo della squadra casalinga sembra dapprima essere più solido ma è capitan Zannini a  reggere bene la difesa gordiana, nonostante il colpo incassato in un contrasto che ha subito impensierito i più, mister compreso. Al 35esimo la partita si allinea nuovamente e i locali pareggiano con Alaimo: contrasto andato a vuoto di Zannini, Alaimo controlla e tira una secca staffilata all’angoletto basso dove Poma non può arrivare. 
Gli spettri della partita d’andata (persa per 2 a 3  in casa e dove accadde tutto e di tutto in “zona cesarini”)  sembrano aleggiare sul campo di Via dell’ateneo salesiano: i volti si incupiscono, i cori continuano. C’è una partita da riprendere ma, ancor più importante, evitare di andare negli spogliatoi allo scoccare del 45esimo sotto di un gol. I granata reagiscono e, infatti, prima del fischio dell’arbitro al 40esimo Mascioli fa tremare la panchina locale con una delle sue punizioni: tiro precisissimo che va a sfiorare la traversa della porta difesa dal portiere Sprizzi. 

Secondo tempo. Fischio d’avvio. Passano otto minuti e la Borgata riesce a passare in vantaggio con Proietti: «A regà, qualcuno l’ha visto sto gol?», «Io n’è che c’ho capito tanto de quello che è successo però avemo segnato». Il tenore dei commenti sulla gradinata metallica del campo di Montesacro era più o meno quello sopra riportato: non è che si sia ben compreso come, ma l’importante è aver segnato. Machiavellismo granata: conta il fine, del mezzo si può anche non parlare. E, in effetti, è quello che avverrà anche in questo spazio digitale: chi scrive non ha visto l’azione avendo parzialmente supplito all’assenza dell’uno e trino Jamal (“tamburista, bevitore, tifoso”). Ah, dato che leggerà queste righe: sì, la pelle del tamburo s’è spaccata di nuovo. Desculpe!

La ripresa sembra scorrere velocissima e le occasioni si presentano da entrambe le parti, sebbene il Sempione debba fare i conti con un Daniele Poma superlativo: al quarto d’ora della ripresa è Guida, stavolta, a farsi vedere nell’area ospite. Il tiro, angolato, potente e preciso, impegna Poma che respinge in tuffo ma non entra. Così come non entra neanche il pallonetto di Ferri, a portiere granata battuto, e a difesa non attentissima al contropiede del Sempione: per l’attacco locale la giornata non è delle migliori. 

Il vero protagonista della ripresa è, se ancora non fosse chiaro, proprio Poma: salva il risultato in più d’un’occasione e sprona la difesa a mantenersi vigile. La Borgata, in effetti, soffrirà gli affondi del Sempione che si farà vedere più volte dalle parti di capitan Zannini: spesso i granata si complicano la vita da soli, come vuole il proverbio, dunque per ogni errore o palla persa, la squadra locale si sfrega le mani e tenta di penetrare il più possibile tra le maglie della difesa ospite. 

Il risultato, però, stavolta arride alla Borgata: due reti, all’inglese (come scrivono i giornali che contano), tre punti conquistati, sorpasso sul Sempione in classifica, e zona play-off che torna ad avvicinarsi.
Il protocollo è chiaro: gli spettri si scacciano insieme, così come ha tenuto a ricordare il mister granata una volta terminata la partita e raggiunti i tifosi: «la partita l’avete vinta voi: non siete stati mai zitti!».

                                                        Giovani(ssimi) tifosi crescono! 

La solidissima e per nulla scricchiolante tribuna
Gioiamo con sobrietà:

(unapartedel)Le foto di Elisa (che sono sicuramente migliori di quelle scattate al volo con lo smartphone dalla tribuna)

Posted in Blog, Borgata Gordiani

Un paese che non c’è e che forse dovremmo costruire: “Zenìa – folk immaginario per un paese immaginario”

Posted on 2022/03/12 by carmocippinelli
Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti
Zenìa: folk immaginario, per un Paese immaginario. Paese sia con la p maiuscola che minuscola: l’accezione potrebbe riguardare entrambi i significati della parola, sia quello più vicino a Stato che quello più letterale di piccolo agglomerato urbano. Soffermarsi sul paese e folk immaginario è un’esigenza di chi scrive per far capire e comprendere meglio la proposta di quel che è stato messo in scena dai cinque musicisti l’8 marzo al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium (Nora Tigges – canto, testi; Massimiliano Felice – organetto e chitarra; Davide Roberto – percussioni e canto; Massimiliano Bultrini – chitarra; Caterina Palazzi – contrabbasso. Ospiti: Nicola Alesini – sax; Matteo Giuliani – chitarra; Fabiana Carosi, Camilla Dell’Agnola, Federica Migliotti, Susanna Ruffini – voci. Federica Migliotti – supervisione drammaturgica e teatrale).
Quando si pensa ad un paese immaginario, di solito, si fa riferimento all’immagine olografica del paese in cui i vicoli sono stretti, le macchine non ci passano, ci sono gli anziani che popolano le stradine – in eguale proporzione rispetto ai giovani – che si affollano nella piazza centrale. Una rappresentazione che, spesso, non è tendente alla realtà dei fatti: complessa, piena di fattori molteplici riguardanti le situazioni più varie che possono intercorrere e rompere l’ameno fluire dell’agglomerato semi-urbano, tendente al rurale, di una qualsivoglia provincia. 
Il punto è che Zenìa non c’è: non esiste. Non è mai esistito alcun paese che porti questo nome, né tanto meno ne è mai esistito uno che avesse una vera e propria lingua. Massimiliano Felice e Nora Tigges, dalla cui intuizione è nata Zenìa, hanno portato in scena una vera e propria avanguardia: inventare l’ignoto facendolo diventare un esercizio collettivo tra chi lo ha prodotto e chi lo sta ascoltando. Se il paese che tende la mano allo straniero non c’è; se non esiste un luogo che possa ancora continuare ad essere chiamato “comunità”, è giunto il momento di inventarlo. 
E tanto vale strutturarne anche il linguaggio.
Tigges e Roberto, infatti, a parte gli intermezzi narrati tra una canzone e l’altra, cantano in una lingua che l’ascoltatore non conosce affatto ma con cui, col passare dei minuti e dell’esibizione, imparano a familiarizzare. E alla fine dello spettacolo anche la lingua di Zenìa, una grammatica in costante evoluzione e scoperta tanto per chi l’ha fatta nascere quanto soprattutto per chi ascolta, assume dei tratti di familiarità. Come se le parole utilizzate da Nora Tigges e Davide Roberto fossero state intimamente introiettate e fossero andate a ripescare un qualcosa di seppellito da anni legata all’infanzia di ognuno. In buona sostanza: come se avessimo sempre detto medaima per dire “insieme”. 
C’è da dire che – per utilizzare le parole dei musicisti che hanno portato in scena usi e costumi, musica e passioni di un paese che non c’è -: «ogni vero viaggio, anche se immaginario, porta a conoscere l’ignoto ma anche e soprattutto a scoprire qualcosa di noi stessi». E il viaggio di Zenìa si muove tra baltrad e folk italiano, jazz e lontane eco africane: il Mediterraneo è abbracciato e toccato dalle sponde del mare che bagna le coste del paese immaginario, così come quelle che hanno prodotto tutto quel che è stato portato in scena. Un folk che è, per l’appunto, ignoto: si muove sinuosamente tra vari stili senza definizione di se stesso. Un unicum che si afferma ad ogni nota prodotta e che scalpita per essere presente.

Zenìa si raggiunge dal mare, nascosta dietro gli scogli, in una piccola baia riparata dal vento: piccole case colorate, montagne sullo sfondo e il porticciolo che ti accoglie nella luce rossa del tramonto. Da terra arrivano suoni: voci, strumenti, stoviglie… una taverna! La taverna di Zenìa. Una porta aperta ti invita ad entrare. La lingua di Zenìa è un mistero per il forestiero, eppure nei suoni e nei canti c’è qualcosa che riconosci…
Immaginare un paese. Posarlo sulla terra, stretto fra le montagne e il mare, modellare i suoni della sua lingua, inventare usi e costumi e poi raccontarne storie, leggende, personaggi, memorie con musica e parole.
Questa è Zenìa! Un paese dove ogni giorno si tende un filo di speranza per disorientare la malasorte offrendo cibo e riparo a chi arriva, dove uomini e donne condividono la paura, il coraggio e l’amore per la bellezza. 

Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti

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I servizi fotografici relativi al concerto sono visibili a questi due link: 1) https://www.facebook.com/media/set/?vanity=helikoniaconcerti&set=a.10159903720189976 2) https://www.facebook.com/alberto.marchetti63/posts/10223807220426087   

L’album ascoltabile su Spotify:
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Il Burian non ferma la Borgata – #Nonlosaiquantotiamiamo

Posted on 2022/02/27 by carmocippinelli

Inizierei spiegando che questo qui sotto è un post che vorrebbe essere parte di una rubrica. Una di quelle che si inaugurano contestualmente alla pubblicazione di un post del genere: “#Nonlosaiquantotiamiamo” è tutta dedicata alla Borgata Gordiani e al ‘giuoco del calcio’ delle basse sfere dilettantistiche. Quello del “palla lunga e pedalare”, dei catenacci, delle riserve improvvisate, delle panchine semivuote, degli assistenti di parte. Ma anche (e soprattutto) della partita vista dai gradoni di stadi di periferia, di cori, di birre, di convivialità anelata e consumata nel giro di 90 minuti. Con-dividendo gioie, dolori, ansie, goliardia, accendini e bicchieri. Insomma, il primo post di una serie che, ci si augura, possa essere lunga e piena di vita, così come le domeniche con la Borgata.



Il Tabellino della prima giornata di ritorno | Campionato di Seconda Categoria, Girone E

BORGATA GORDIANI – TEVERE ROMA 1-0

MARCATORI: 34’pt Mascioli (BG)

BORGATA GORDIANI: Capuani, Capuzzolo, Zagaria, Alfonsini (35’st Schiaroli), Brigazzi, Capostagno, Michelangeli (9’st Di Stefano), Cassatella (25′ st Pompi), Corciulo (17’st Rufini), Mascioli, Ciamarra PANCHINA:  Marcucci
ALLENATORE: Amico
TEVERE ROMA: Solazzi, Di Tolla, Odore, Di Nitto, Giuffrida, Verticchio F., Esposito (30’st Rosito), Bucello, Di Leone, Petroni, Curti (8’st Lugni). PANCHINA: Bava, Bosco, Danielli, Fia, Verticchio L.,  
ALLENATORE: Margiotta
NOTE: Ammoniti: 38’pt Bucello (TR), 27’st Petroni (TR), 29’st Leone (TR), 34’st Lugni (TR), 48’st Rosito (TR), 50’st Giuffrida (TR), 50’st Rufini (BG). Recupero: 2’pt; 5’st.

Partiamo subito col dire una cosa: oggi la Borgata ha vinto con uno di quelli che la sempre più incomprensibilmente osannata categoria di “giornalista sportivo” avrebbe chiamato “eurogol”. Punizione dai quindici metri, bordata del numero 10 granata (oggi in maglia bianca) che va ad infilarsi proprio sotto all’angoletto, all’incrocio dei pali. Il portiere giallorosso prova anche a sbracciare per arrivarci ma è davvero imprendibile. Il gol di Mascioli giunge quasi allo scadere del primo tempo, in una di quelle prime frazioni di gara in cui la Borgata non sembra riuscire a sbloccare il risultato. O meglio: le intenzioni ci sono tutte, a partire dal primo quarto d’ora, quando un lestissimo Michelangeli imbecca Corciulo che non riesce a insaccare, sebbene a portiere battuto, trovando l’estrema difesa del due avversario Di Tolla a respingere quasi sulla linea di porta. Più di una volta i giallorossi ospiti si trovano a dover supplire con la difesa all’estrema eccentricità del portiere. 

Il clima è molto mite.

Le uscite dell’estremo difensore, infatti, spesso lasciano sguarnita la porta e più d’una volta, nei primi 45 minuti di gioco, i granata provano ad approfittarne ma sempre senza successo. I limiti delle due squadre vengono subito a galla: i locali oggi soffrono molti rimaneggiamenti alla squadra, una panchina cortissima a cui mister Amico ha dovuto far fronte obtorto collo, nonché l’inaspettato taglio di capelli del capitano. Però il nostro non è come Sansone: ha mantenuto forza e carisma. Il primo tempo si chiude così: con i locali in vantaggio e decisi a mantenerlo fino alla fine o anche “costi quel che costi”. 

La ripresa scivola via senza che i nostri mostrino la grinta della prima frazione di gara. L’iniziativa maggiore è tutta della squadra giallorossa: prima Verticchio impensierisce la difesa granata, troppo spesso colta impreparata su contropiede e rapide azioni offensive che partono dal centrocampo; poi Curti. Entrambi tentano di riportare la partita sul pari senza riuscirci. Il nostro Di Stefano si dà da fare nella trequarti avversaria ma è, troppo spesso, un’iniziativa solitaria e senza reale concretezza. I tre punti, però, alla fine, ci sono. Il girone di ritorno comincia così: vittoria in casa e Burian, il vento gelido siberiano che oggi soffiava sul “Vittiglio”, sconfitto. 

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Ma noi da che parte stiamo, prof?

Posted on 2022/02/24 by carmocippinelli

In questo mese è capitato più di qualche volta che ragazze e ragazzi delle mie classi (più le prime, per la verità) mi sollecitassero a parlare con loro della questione russo-ucraina. È una loro esigenza cercare di capire quel che succede, non già per perdere ore di lezione, quello lo fanno già normalmente stando stravaccati sul banco alzando la mano solo per chiedere di recarsi nel giro peripatetico d’ispezione della fissità scolastica (altresì noto come «posso andà ar bagno?», rievocazione dell’«annamo a pijà r gelato» di zerocalcariana memoria). È una loro esigenza, dicevo, perché tra supplenti che arrivano tardi, professori che mancano e cattedre scoperte (alla faccia dei proclami di Bianchi), il Novecento e la contemporaneità sono argomenti che raramente vengono toccati nel loro programma di studi. 

Anche perché, spesso e volentieri, le loro conoscenze sono molto approssimative e si limitano al sentito dire, come già ho avuto empiricamente modo di testare.
Si arriva fin dove si può. Questo muoversi apoditticamente nell’esposizione, così come fatto già sopra, implica che in un prossimo post magari mi dilungherò di più sull’argomento: la situazione lo richiede.

Dicevo. L’attualità stringente e i ragazzi. Lunedì mi è capitato di parlarne in un quarto superiore, forse troppo di sfuggita, martedì in un terzo e oggi in un primo. Ho spiegato loro la situazione e illustrato che, in realtà, la guerra in quella zona geografica c’è dal 2013: quasi 13.000 morti, otto anni di guerra, di quotidianità sospesa e umanità interrotta, di carri armati che sparano ed eserciti schierati che sparano. Ospedali, scuole, case non più edifici ma obiettivi da guardare attraverso il vetro di un mirino per far fuoco e distruggere tutto in un attimo.

Molti ragazzi hanno giustamente fatto notare ai loro compagni e compagne, senza che nessuno glielo abbia esplicitamente comunicato, che se l’America continua a “mettere basi militari in Europa è chiaro che prima o poi la guerra, questi, ce l’hanno in mente: in Italia siamo pieni”. Una ragazza ha iniziato a dire tutto quel che sapeva mentre io l’ascoltavo per farla esporre e farla ascoltare dai compagni: ha citato le basi di Vicenza, “qualcuna in Sicilia pure, prof, mi pare”, a Livorno, «non dimenticarti la Sardegna!».

Stamattina, tuttavia, nel primo superiore, dopo aver spiegato un po’ gli avvenimenti (Nato, Russia, Usa e vari movimenti pre-attacco del 24 febbraio), una studentessa prende la parola e dice: «Prof, ma noi da che parte stiamo?». 

Già, da che parte stiamo. Non è che c’è proprio una parte da prendere, se entrambi sono sbagliate. Avrei potuto dirle un mucchio di questioni aperte e in ballo, però l’unica cosa che ho sentito di dirle è stata: «Se le due parti hanno entrambe torto, non serve per forza prendere parte, non trovi?».
Risposta: «Ma non possiamo uscire dalla NATO?»
«Beh questo allo stato attuale delle cose è tecnicamente impossibile: ci sarebbe la Rivoluzione… che è poi quello che vorrebbe il tuo prof., però, vabbè, transeamus. Toh, è arrivata la prof. di inglese!»

Ma noi da che parte stiamo, prof?


P.s. La posizione dei comunisti russi (sì, perché non è che Putin siccome parla russo allora è comunista, eh, anzi, tutt’altro: è l’essere quanto mai più distante dal comunismo che esista): No alla guerra! Il nemico principale è nel nostro paese! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

La posizione del Partito comunista dei lavoratori, di cui faccio parte: No alla guerra! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

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Tra i “Klimt1918” e occupazioni di scuola, tra un vagone e l’altro della metro

Posted on 2022/02/04 by carmocippinelli

I Klimt 1918 fanno parte del mio ascolto quotidiano (letteralmente “quotidiano”) da quando avevo 16 anni. Era appena uscito “Just in case we’ll never meet again” e devo averlo notato su una di quelle riviste che adoravo leggere, nonostante i loro articoli pieni di sintassi non indoeuropea, come Metal Shock e Metal Maniac. 
Se non ricordo male, venne intervistato proprio il frontman Marco Soellner. Articolone a tutta pagina: foto dei quattro musicisti, spiegazione delle ragioni che hanno portato alla pubblicazione di quell’album. Il voto dato a quel disco fu ben oltre la sufficienza, se ben ricordo, così come il fatto che il recensore lo descrisse giudicandolo davvero molto positivamente. Curiosità alle stelle: mi fiondo in un negozio di dischi del Pigneto e compro il loro primo cd. La prima canzone che ascoltai (“Naif watercolor”), infatti, non apparteneva al nuovo disco bensì ad “Undressed Momento”: nella recensione, l’articolista lo descriveva entusiasticamente ponendolo, tuttavia ma a ragion veduta, un gradino sotto “Dopoguerra”. 
Una volta tornato a casa il primo “atto” è stato quello di convertirlo per inserirlo digitalmente nell’iPod. 
L’indomani mattina mi trovavo sul 556 per andare a scuola: quella canzone mi accompagnò per tutto il giro attorno a Tor Tre Teste che il bus era obbligato a percorrere. Era inverno e mi sembrava che il tragitto fosse stato brevissimo così come, allo stesso tempo, lungamente etereo. Per giorni nelle orecchie c’è stato il suono delle chitarre di “Naif Watercolor”. Da quel momento in poi non sono più riuscito a fare a meno dei Soellner e della loro creatura dal nome così particolare. 
Per un motivo o per un altro, col passare degli anni, non sono mai riuscito ad andarli ad ascoltare dal vivo: spesso anche con motivazioni che poi non sono ben riuscito a decifrare, col famoso e infame “senno di poi” con cui siamo soliti passare in rassegna gli episodi più o meno felici della nostra esistenza. La prima volta è stata quella con la nuova formazione a settembre 2021, a tre anni pieni dall’uscita del meraviglioso “Sentimentale-Jugend”, in quel concerto che è stato promosso come “piccolo concerto di fine estate”. Appena vidi la possibilità delle prenotazioni cliccai subito sul pulsante di invio della mail che avrebbe sancito la presenza futura a quel piccolo e intimo concerto.

In realtà, piccolo concerto a parte, c’è dell’altro. Ovviamente, altrimenti non avrebbe senso questo post. 

Stamattina, dopo tantissimo tempo, ho riascoltato “Sleepwalk in Rome”, una delle tracce con cui mi “svegliavo” per andare a scuola. Tralascio, in questa sede, l’evidente contraddizione di svegliarsi con una canzone che si chiama “sleepwalk”, ma tant’è. Georg Wilhelm Friederich Hegel, ora pro nobis. 

Quando riuscimmo ad occupare scuola, ero già all’ultimo anno di liceo, così come miei altri compagni approdati a Largo Agosta dopo una più o meno lunga sosta nel liceo di Piazza Zambeccari. La prima sera d’occupazione dormii in palestra con chi era rimasto: eravamo in molti, per la verità. Prima di riposare il corpo lasso, mi misi a parlare tutta la sera con una compagna di liceo e che ora è una delle persone più care che affollano la mia vita, insieme al suo compagno Alessio. Dopodiché, mi diressi a dormire qualche ora prima del turno di guardia delle 4 di mattina: divisi lo stuoino per il sacco a pelo con un altro reduce ex-Kant con cui avevo condiviso un quadrimestre piuttosto delirante. Volevamo dormire con un po’ di musica nelle orecchie, dunque ci dividemmo le cuffie dell’iPod che tenevo in mano: «Devi sentire questi, Simò, sono spaziali». 
Ascoltammo tutto “Dopoguerra” e poi mi chiese di rimettere “Sleepwalk”: «Quella che aveva la parte cantata in italiano era stupenda: c’era quella schitarrata che m’ha fatto volà. Rimettila per favore!».
Ci addormentammo uno di fronte l’altro con una cuffia per orecchia e con la voce di Soellner che quasi sussurrava, come fosse una ninnananna: «Stringete lana imbevuta / Mi bagno il viso un’altra volta, no / Non mi dite che / Dovete andare più lontano / Umide vesti scolorite / Che fate male sulla pelle / Come la mota sulla pelle / Le ore lorde degli incanti / I sogni scuri dei perdenti, sì / Scorrono come se / Il buio fosse acqua e terra / Torrente scuro, silenzioso / Le labbra viola seducenti / Umide membra già basite». 
Mentre stamattina prendevo la metro a Santa Maria del Soccorso, mi è passata davanti quella notte e sono stato attraversato da ogni tipo di sensazione di quel momento vissuto. Le stesse identiche. Come se stessi nel sacco a pelo, anziché entrando dentro i vagoni della linea B. 

Prossima fermata “Quintiliani”. Next stop “Quintiliani”. 
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Il giorno del dì di festa

Posted on 2022/02/01 by carmocippinelli

Un clacson suona in lontananza. O meglio: in strada. Il secondo piano di un condominio non è poi così troppo distante da terra. Probabilmente si tratta di un autobus che non riesce a transitare a causa della cosiddetta sosta selvaggia in cui imperversa la mainstreet torremaurense. Il rumore è ripetuto e distinto: l’autista spinge sulla parte cliccabile del volante dell’automezzo aziendale con molta forza, dando spinte a intervalli più o meno regolari. In tal modo si segnala, al proprietario che ha posteggiato il veicolo, il suo essere andato contro la norma che prevede il divieto di sosta in quel preciso punto della strada. Finalmente arriva l’automobilista, prova ad abbozzare una scusa con la mano destra: il palmo è rivolto verso il finestrino dell’autista mentre con la sinistra tiene saldamente le chiavi che dovrà inserire nell’apposito spazio all’interno del cruscotto del mezzo. Bastano pochi secondi e il traffico riprende a scorrere regolarmente. Riesci a sentire tutto distintamente, anzi: piuttosto nitidamente distingui ogni rumore che ha preso parte a questo siparietto che va in scena in più momenti nel corso del giorno, delle settimane, dei mesi e – infine – degli anni. Una sorta di costante torremaurense nell’ambito del teorema del parcheggio e della sosta: macchina messa male, di solito posta in doppia fila o obliqua, 313 che non passa. Fila, clacson, santi del calendario che vengono invocati e invitati, uno dopo l’altro, ad abbandonare la sede sapientiæ e a scendere sulla terra. Immancabile, nel caso la situazione non si dovesse sbloccare nel giro di qualche minuto, il negoziante che esce dal suo esercizio commerciale per guidare l’autista in ipotetiche manovre millimetriche: “CE PASSI, CE PASSI”. E poi, invece, “non ce passa”.

La stanza è buia e il sole vi entra soltanto tramite le piccolissime fessure della serranda in plastica che è stata accuratamente abbassata, ma avendo l’accortezza di far filtrare quel poco di luce necessario per un risveglio che sia doppiamente dolce e – per quanto possibile – indicante perentorietà. Come a dire: “ehi, guarda, non vorrei dirti nulla, tuttavia dovresti proprio alzarti, lo sai? Se continui a chiudere gli occhi e a stare sotto le coperte sei un maledetto perdigiorno”. Rievocazione manzoniana della stanza dell’avvocato Azzeccagarbugli: la luce del risveglio (come quella della giustizia che illuminava poco e male i codici e i libri aperti dall’uomo di legge) entra fioca e flebile ma decisa a illuminare. «Forse non è poi così presto», pensi. C’è, in questo caso, un dubbio che sale e assale: «La sveglia non ha suonato…». La mano destra arriva rapida e veloce a prendere lo smartphone: lo schermo digitale conferma quanto immaginato. Nessuna sveglia. L’orologio, il fido compagno di ogni lezione che ti dice a che punto devi interrompere ogni ardore da spiegazione circa le motivazioni riguardo la caduta dell’impero romano o sullo scoppio della prima guerra mondiale, l’orologio – insomma – conferma tutto: 9:20, martedì. 

«Dio mio: è martedì e non sono andato a scuola… Sarà successo un casino!». La mano destra corre di nuovo a prendere lo smartphone e a sbloccarlo con tutta la rapidità possibile e immaginabile: zero chiamate. «Possibile che la segreteria, la vicepreside, la preside, i colleghi non abbiano detto niente del fatto che, dal nulla, non sia andato a scuola? Ma che già m’hanno licenziato? Va bene che sono in ritardo di circa due ore e venti, però mancoafacosì. C’è qualcosa che non va…».

Ci deve essere qualcosa sotto. La coperta viene alzata dalla mano sinistra con un misto di rabbia e velocità stratosferica: come quando sono le 7:15, hai la prima ora e hai ignorato (in)consapevolmente la sveglia facendo sì che il tuo ritardo sia stato evidentemente già scritto nella storia che devi andare a raccontare riguardo quel giorno in cui potrai dire mesosvegliatoanemmenotrequartidoradallaprima.

Infili i piedi nelle ciabatte e ti dirigi verso il bagno: ti guardi allo specchio. Come nei film, provi a vedere se c’è qualcosa che non va con il tuo aspetto esteriore: ti avvicini sempre di più al vetro che riflette la tua immagine. Gli occhi stanno bene, assonnati, ma tutto pare funzionare. Tiri fuori la lingua: tutto in ordine. Ti tocchi la faccia e ti accarezzi un po’ la barba: i polpastrelli hanno sensibilità, dunque anche in questo caso tutto procede. 

Ti avvicini alla finestra: il sole splende, è altissimo. Controlli di nuovo l’orologio: 9:30. Le labbra si inarcano e le estremità corrono verso il basso del viso, spingendo giù verso il mento: il collo asseconda il movimento maxillofacciale nell’espressione che, in un po’ tutto il globo, è definita come BOH.

Poi arriva il momento in cui ti sovviene l’eterno (e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei): la meraviglia dell’assemblea d’istituto. 

Soddisfatto, metti l’acqua nella moka: sono le 9:35, la campanella della seconda ora non è suonata, ma a breve la macchinetta del caffè sbufferà. Tra poco danno in replica la rassegna stampa di Radio Radicale. 

Nella tua testa risuona il Morgenstemning i ørkenen di Peer Gynt. 

(Tutta sta manfrina per dire che, sì: ci vorrebbe un’assemblea d’istituto a settimana)

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L’alternanza, il PCTO: la scuola che vogliono, i ragazzi che muoiono

Posted on 2022/01/23 by carmocippinelli

Lorenzo Parelli, studente friulano di 18 anni, è morto durante l’ultimo giorno di “alternanza scuola-lavoro” presso l’azienda per cui svolgeva il tirocinio non retribuito ma “formativo”. La vicenda, purtroppo, è nota a tutti: il ragazzo era di Castions di Strada, studente dell’istituto paritario salesiano Bearzi di Udine e svolgeva l’alternanza scuola-lavoro presso un’azienda che produce materiale siderurgico. 22 gennaio 2022, ultimo giorno di alternanza: una trave di diverse tonnellate di acciaio si stacca e uccide sul colpo Lorenzo. 

La scuola che vogliono

I sostenitori delle leggi Moratti, Gelmini, Renzi che hanno ucciso la scuola negli ultimi decenni sostengono che in realtà chiamare lo stage di Lorenzo “Alternanza scuola-lavoro” sia profondamente sbagliato perché non si chiama più così e, in effetti, ora è il PCTO: “Progetto per le competenze trasversali e l’orientamento”. Ovvero: cambiare un nome ad un concetto per farlo rimanere uguale al precedente. I governi degli ultimi trent’anni ci hanno abituato anche a questo. E poi, sempre stando ad ascoltare i sostenitori dell’alternanza (e i cui rappresentanti politici coprono tutto l’arco parlamentare) la scuola moderna deve sviluppare modernità, orientamento in uscita, non bisogna conoscere ma imparare a “saper fare” qualcosa e viene a crearsi il mostro a tre teste delle “competenze”.  Perché conoscere qualcosa è un concetto decisamente superato, vecchio, rappresenta un’anticaglia: bisogna dimostrare di saper fare qualcosa. Come se Democrito avesse davvero mostrato a tutti che lui era riuscito a spaccare un atomo con un martello. La scuola moderna deve sviluppare in ognuno la propria individuale imprenditorialità: a che serve conoscere le declinazioni latine quando poi non sai avviare un’azienda?! È utilissimo far nascere una società: è molto formativo sapere come si sfruttano le persone, risparmiare sui materiali, trarre soldi dallo sfruttamento su altri esseri umani, sull’ambiente, sulle cose quali-che-siano. Se il mondo è spietato, allora la scuola deve adeguarsi e mandare i ragazzi a capire quel che sarà della loro vita – oltre i plessi fatiscenti che abitano per cinque anni  – facendogli fare periodi di lavoro non retribuito lontano da scuola che valgono come ore di PCTO in cui viene insegnato loro ad obbedire, in teoria “un mestiere”, a non avere un salario per quel che stanno facendo, a non aver un sindacato, a dire sempre “sì” ad ogni condizione che viene loro proposta dal soggetto erogatore del progetto/stage (altrimenti noto come lavoro gratis). 

Perché no.

Perché gli avvenimenti della nostra storia recente, dopotutto, non li conosciamo affatto oppure vogliamo fare finta che non esistano: ci giudicherebbero spietatamente, altrimenti. Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri. Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. 

A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologismo, s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: in fondo il latino non serve: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; il libro di testo allo stesso modo è superato: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza (nonché post) a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare (ma infatti!) perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”. Altrimenti adesso perdi solo tempo, se poi non sai cosa fare. 

E il mondo è pieno di pescecani e non trovi lavoro. 

E invece finisci che sul lavoro ci muori perché stavi lavorando gratis in un progetto che avrebbe dovuto insegnarti a lavorare, anziché capire com’è che siamo arrivati fin qui, a vivere questi giorni disgraziati. 

E, magari, se arrivi a capire com’è che siamo arrivati fin qui e a studiare come siamo arrivati a questo punto, inizi a ribellarti al concetto di “alternanza” e inizi a schifare chi è che ha ideato un sistema così perverso e maledettamente assurdo. 

E, magari, inizi ad organizzarti per cambiarlo, il mondo. Non sia mai.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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