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Camminaredomandando

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Categoria: Blog

La Borgata vi rovina la…Vesta

Posted on 2022/05/23 by carmocippinelli

Un clima “artico” avvolge il campo dell’Elis e tutta Casal Bruciato che, al di là di battute facili, fa onore al nome toponomastico e infuoca le epidermidi degli astanti.

Stavolta presente anche uno sparuto e tutt’altro che nutrito gruppo di tifosi del Vesta. Probabilmente il frutto di investimenti nei Bitcoin ha permesso l’arruolamento di giovani leve ma non sappiamo con certezza.

Al quarto d’ora la Borgata va giù: la squadra inizia a barcollare e, seppur riesca a gestire, soffre sotto gli affondi dell’attacco giallonero. Alla mezz’ora della prima frazione di gioco, il Vesta raddoppia e gli undici granata mostrano segni di cedimento. Il terzo gol non arriva e Poma se ne inventa di ogni pur di non farla passare. Caldo asfissiante e sotto di due gol, i nostri vanno negli spogliatoi con il morale a terra.

Seconda frazione di gioco: nessun cambio, nonostante l’attacco fosse sembrato spento e sfibrato, con anche qualche errore difensivo q.b. cui probabilmente la natura è quella derivante dal caldo eccessivo.

Escono Mascioli e non-mi-ricordo-chi-perché-non-avevo-le-liste, dentro Cicolò e Antrilli. È la mossa vincente di mister Amico. Succede tutto negli ultimi dieci minuti: Zannini insacca il gol del recupero e la speranza divampa.

Divampa come il caldo sugli spalti e come l’errore grossolano commesso dall’allenatore locale: massicce sostituzioni al ventesimo della ripresa, Borgata che tenta il tutto per tutto e Vesta che non si riprende concretamente dopo la botta.

Antrilli, poi, solo davanti la porta, si divora il gol del pareggio, ma è solo rimandato. Cicolò entra col piglio giusto, al di sotto della Linea Gustav si direbbe “con cazzimma”, e manda in tilt la difesa locale. A pareggiare ci pensa Cassatella. Il Vesta sperava nei tre punti facili, ha trovato una Borgata che ha saputo soffrire e reagire, piegarsi e dare di matto alla fine.

Un campionato tutto così: agli ultimi minuti.

In “zona Borgata”. Altrimenti detto “infarto miocardico acuto”.

Il tabellino della 26esima giornata di campionato | Seconda Categoria Laziale

VESTA – BORGATA GORDIANI 2-2

E poi basta. Sono arrivato tardi, al quarto d’ora la Borgata è andata sotto e non ho avuto tempo di prendere le liste.

Però dei nostri hanno segnato Zannini e Cassatella.

Posted in Blog/Post semiseri, Borgata Gordiani

Una giornata “particolare” (ma non il film di Scola)

Posted on 2022/05/17 by carmocippinelli

La giornata parte molto male: potresti dormire qualche ora in più del solito, se non fosse per l’appuntamento che hai stabilito con l’azienda municipalizzata (che però è una S.p.a.) per il ritiro dei rifiuti ingombranti che hai accatastato sul marciapiede adiacente al piccolo cancello d’ingresso del tuo condominio. 
Appuntamento alle ore 7:00, ma tieniti libero per le due ore successive: così, almeno, c’era scritto sulla prenotazione. 
Poco male: c’è un bar sotto casa tua. Colazione con caffè e danese perché sì, perché una volta ogni non-so-quanto una pastarella più elaborata tra quelle di produzione industriale ce la possiamo anche permettere.

Paghi, torni alla postazione da vedetta lombarda.

Sono le 8:00: nessun camion all’orizzonte, neanche un furgoncino di quelli piccoli, non sta passando nessuno. Uno dopo l’altro, come coroncine di un rosario sgranate da polpastrelli esperti, escono dal portone del condominio tutti gli inquilini: chi si recherà in ufficio, chi sta accompagnando i figli a scuola, chi sta andando a fare compere per la giornata.
Tu lì, fermo, impalato.

Sono le 9:00, per fortuna oggi a scuola attacchi tardi e non hai i colloqui mattutini con i genitori: nessun camion passerà.
Chiami il centralino specificando la problematica:
“Salvebuongiornoguardisénta, oggi avrei prenotato un ritiro di x/y/z cose ma non è arrivato nessuno e sono le 9:00, dovrei andare a lavorare“, la risposta ti gela doppiamente: “Può recarsi tranquillamente al lavoro: gli operatori agiranno in autonomia e non deve firmare alcunché“. Lo avessero scritto anche sulla prenotazione, ho pensato fra me e me, sarebbe stato carino: non mi sarei svegliato di nuovo alle 6:10. Poi, però, l’operatrice dice anche un’altra cosa: “Il giro per i ritiri dei rifiuti ingombranti, comunque, parte alle 8:00″. 
La mente corre subito, forse involontariamente, alla diatriba in seno all’Unione Europea sulla volontà di appianare la differenza fra ora legale e ora solare: per una frazione di secondo mi sono messo nei panni di chi stesse pianificando gli orari da consegnare ai dipendenti che poi avrebbero svolto il turno mattutino. Mi sono immaginato davanti alla notizia proiettata su uno schermo, di quelle “flash news” che campeggiano sui canali h24: «Abolita discrepanza fra ora legale e ora solare». Basito, con il mio quadro orario in mano, la penna nel taschino: “sono fottuto!”. 
Ma per fortuna non è il mio lavoro. Altrimenti sarei stato fottuto davvero. 
Salgo su casa: 9:15. Alle 9:38 chiama l’azienda: siamo sotto casa ma non prendiamo tutto solo uno tra le trecento cose che ci sono qui, per il resto ci vuole il servizio a pagamento. 
Il Vesuvio pare che in quel momento avesse dato segni di risveglio.

Prendo  la macchina e vado alla metro. Svolgo le mie lezioni, interrogo chi devo (per fortuna senza morti e feriti ma con addirittura dei volontari). Nel frattempo ti sei accorto che, a causa del trambusto mattutino con conseguente “eh no non se pijamo mica tutta sSa robba noi, eh”, hai dimenticato la tua fedele bottiglia d’acqua a casa anziché metterla nello zaino. 

Un moderno “prof, ho dimenticato il quaderno”. Però più grave: senza idratazione si sta / come occidentali / d’estate / nel Sahel. Trenta centesimi: bottiglietta d’acqua che riempirai alla prima fontanella di Castro Pretorio. Per la prima volta, però, hai tempo di allontanarti per qualche minuto dal frastuono delle campanelle e dei cambi di lezione e riesci a rintanarti in un pertugio per leggerti qualche pagina di un libro che hai fiduciosamente iniziato qualche giorno fa. È scritto da Barbero e ti ci immergi completamente. Momento di beatitudine. 
Alle 14:30 termina il tutto, poi cominciano le riunioni alla sede centrale a partire dalle 15:45. Tre riunioni, una dopo l’altra, riguardo tre casi specifici.
Si protraggono fino a tardi: finiamo attorno alle 18:00. Un incontro nello specifico tiene il banco del pomeriggio andando avanti dalle 16:50, circa, alle 17:59 (senza che nessuno lo avesse realmente voluto) se non per un paio di presenti che hanno iniziato a snocciolare questioni del tutto non inerenti alle tematiche all’ordine del giorno della discussione. Chissà perché, poi, hanno pensato bene di iniziare a parlare d’altro.
Magno cum disappunto, passate le 18:00 (pregasi notare l’ablativo assoluto), inizi la cavalcata verso la metro. Non si sa perché: istintivamente ognuno di noi attiva un meccanismo nel cervello secondo cui più sarà veloce nel raggiungere la stazione, prima arriverà la metro. Una sorta di principio fisico per cui all’aumentare della velocità podistica, si avvicina maggiormente il corpo C mosso da velocità costante. O un qualcosa del genere. Ovviamente è un teorema fallace: treno per Rebibbia in arrivo tra 13 minuti. Quando il tempo di percorrenza è superiore agli 8 minuti, la soave voce della linea B della metropolitana di Roma non viene neanche attivata.
In un attimo pensi a quando arriverai alla tua fermata, a quando prenderai la macchina, al traffico che dovrai sorbirti: nel frattempo uno spostato in evidente stato psicotico alterato ti chiede se questa sia la metro per Marconi quando sta passando un treno per Jonio. Nel frattempo due gemelli piangono nel passeggino davanti a te: la mamma si dispera cercando di coccolarli entrambi e riempiendoli di baci. Uno sciame di persone attraversa la banchina per andare a prendere la metro A: transito obbligatorio, ci sono i lavori da quando la stazione Termini è stata costruita, praticamente, fanno parte dell’architettura stessa.
Un altro pensiero trafigge le sinapsi: “Dovrei fare il pieno alla macchina, in effetti”. Non lo farai: controlli il portafoglio e ci sono solo 20€. Aggiungere alle cose da fare: spesa, doccia, buttare l’immondizia, mettere i voti della mattina, prelevare allo sportello automatico della banca e fare il pieno. Tutto oggi? Forse no.
A casa ci arrivi alle  19:05: tornando a casa hai evitato l’incidente con altre macchine almeno sei volte, tante quante alle 7:00 di mattina. 
Metti la macchina al garage, perché per fortuna non devi cercare posto in una via in cui l’autobus non passa nature, figuriamoci con le macchine parcheggiate in tripla fila al lato della strada.
Inserisci la chiave, apri la porta, posi lo zaino.
Vorresti riposare, ma devi preparare le lezioni per domani.

Lezioni che si affastelleranno nella testa di studentesse e studenti per cui tu sei solo un supplente, uno fra tanti. E invece a te mancheranno tutti quegli occhi, perché ci sono ancora le mascherine. Da novembre hai imparato a conoscere tutti i loro occhi e i loro sguardi: sai quando ridono, quando sono arrabbiati, quando non vogliono vederti, quando stanno pregando perché non interroghi, quando “prof, ma quanti anni ha?” oppure “prof, ma è fidanzato?”. 

Sai anche quando stanno per piangere, quando devi dar loro un fazzoletto e concedergli un abbraccio quando te lo chiedono, ma anche se non te lo chiedono e piangono come se gli avessi detto che, da domani, il loro braccio sinistro sarà amputato. E magari è solo per un 4, niente che un fazzoletto e un abbraccio non possa sistemare, insomma.
Però poi, a una certa, finisce il contratto e finiscono gli sguardi.
Lo sbattimento che fai anche per loro oltre che per dovere d’essere arrivato a casa alle 19:00 finisce d’imperio: arrivederci e grazie. 
Che poi grazie manco te lo dicono: dipende dai presidi e non tutti te lo dicono. Atto dovuto: hai lavorato, bravo, mo te ne poi pure annà, Marchese Onofrio del Grillo, ora pro nobis.
Sono le 20:17, tra neanche 21 giorni (sabati e domeniche comprese) la scuola finirà, tu non vedrai più i loro occhi, combatterai con gli scrutini, annegherai nel disappunto della valutazione calata dall’alto e su cui tu non puoi far più di tanto. 
Che poi non è una giornata particolare, ma la quotidianità nel fatato mondo capitalista, quello del profitto, quello dell’assurdo coaching aziendale-motivazionale degli “hey, che bello, una nuova giornata, siamo carichi oggi darò il mio meglio”. 
Quello di chi si sveglia alle 4 per spostare se stesso da una provincia ciociara o della Tuscia e recarsi alla scuola taldeitàli a Roma. E ritornare indietro la sera. E ti dicono “Tu sei fortunato che abiti a Roma”. 
Ma loro non sanno che stai sulla Casilina e la scuola è in pieno centro. 
Che poi non è una giornata particolare, è proprio la quotidianità.
La normalità, come dicevamo quando c’era il lockdown. 
Ma è proprio la normalità, questa normalità, ad essere un problema.

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Vesta e Borgata Gordiani: due mondi contrapposti

Posted on 2022/05/16 by carmocippinelli

Simbolo della criptovaluta più famosa al mondo (Bitcoin) sulla spalla destra, l’ambizione di arrivare al professionismo nel giro di un lustro, almeno stanti le dichiarazioni ripostate a SkyTg24 dai fondatori del club.
Si tratta della prossima avversaria della Borgata Gordiani in campionato: l’SSD Vesta Calcio, ma non l’S.V. Vesta, squadra militante nella Prima divisione di Curaçao (isola caraibica a nord del Venezuela). Seconda categoria laziale, girone E, secondo posto da difendere dato che ormai il primato del campionato è matematicamente dell’Undici Calcio. Cinquantadue (52) punti: sessantaquattro (64) gol realizzati e ventitré (23) subiti, cinque partite pareggiate e una soltanto terminata a reti bianche. Quella del girone d’andata contro la Borgata Gordiani: «non riusciamo ad andare oltre lo 0-0 sul complicato campo della Borgata Gordiani», veniva scritto al termine della partita dal social media manager della squadra.

Due mondi contrapposti

Criptovalute e aziendalismo
Stando al sito del team arancio-nero, si legge:

«Una squadra di calcio giovane, nata dal progetto di imprenditori millenials […] che dalla Terza Categoria punta all’Eccellenza in meno di quattro anni: un goal [obiettivo n.d.r] da raggiungere grazie alla combinazione di sport e avanzamento tecnologico. Le colonne di Vesta Calcio sono i giovanissimi imprenditori di SF Deal, principale brand di consulenza finanziaria per start-up, animato da un team under 30, insieme a Gian Luca Comandini, divulgatore tecnologico dalla mente visionaria e massimo esperto in blockchain e criptovalute».

Questo spiega l’approccio imprenditoriale e finalizzato alla divulgazione – soprattutto tramite il calcio – della visione del mondo in senso aziendale: ecco dunque spiegato il simbolo di Bitcoin sulla spalla destra, l’ipermedialità della comunicazione della squadra e la volontà di voler raggiungere vette semi professionistiche entro breve tempo. Lo scorso anno la Vesta Calcio veniva presentata così da SkyTg24:

«[Vesta] è una startup di giovani imprenditori che hanno messo in campo sofisticati sistemi di intelligenza artificiale, trasparenza e business innovativo. Ce ne parla il presidente e fondatore Riccardo Carnevale: “Abbiamo preso una squadra di quartiere, l’abbiamo completamente re-brandizzata. Abbiamo messo a disposizione tutte le nostre conoscenze, il nostro sapere e la nostra esperienza per poter far ‘salire’ presto i ragazzi all’interno di un mondo molto tradizionale in cui apportando un po’ di innovazione e tecnologia e degli standard aziendali vogliamo dimostrare che si può crescere e crescere in fretta innovando”.».

Innovazione e imprenditorialità, i due filoni più importanti per la vita della squadra collatina che disputa le proprie partite al campo Elis di Via Sandri. 

 
Dall’altro lato della barricata

 All’opposto si colloca la Borgata Gordiani e quel che vuole rappresentare nell’ambito dello sport in generale, nonché del calcio nel caso specifico. Non solo per quel che riguarda la classifica: nono posto, 33 punti.
Fondata e gestita in modo assembleare nel 2018, intende mostrare l’importanza di essere radicati nel quartiere e l’unione tra squadra e provenienza, andando a sradicare il principio della squadra creata ad hoc come spesso accade nelle basse sfere dilettantistiche romane, laziali e regionali in generale. Non solo calcio a 11 quanto socialità e partecipazione, nonché rivendicazione di restituzione del campo abbandonato all’interno del Parco, già palcoscenico di gare afferenti al dilettantismo locale nei decenni precedenti. Ogni decisione è assunta dall’assemblea della squadra:

«Senza sponsor né padroni / senza ricchi imprenditori / solo quote popolari».

Basterebbe citare uno dei cori più rappresentativi dei tifosi della Borgata per far capire quanto sia profonda la faglia tra chi basa la propria identità sulla comunità che sia  proprietaria del club e l’avvento dell’imprenditoria e delle criptovalute nel mondo del dilettantismo romano e laziale.
Nessun verticismo, nessun profitto: ogni tifoso è proprietario del club, seguendo l’esempio del cosiddetto “calcio popolare” in Italia (Centro Storico Lebowski, Ideale Bari, Trebesto), o dei “fan-owned-teams” d’Oltremanica, come accadde anni fa per l’FC United of Manchester.
Senza tifosi non c’è comunità e senza comunità non c’è squadra: il cuore pulsante della Borgata è il “muro granata”, sia  in termini economici, sia in termini assemblearistico-comunitari.

Due mondi che torneranno a scontrarsi nella venticinquesima giornata di campionato, stavolta sul campo casalingo dell’SSD Vesta, prima che il sipario cali definitivamente sul proscenio del Girone E della Seconda Categoria.

Posted in Blog/Post semiseri, Borgata Gordiani

La bellezza dei campi di terra (e di sabbia)

Posted on 2022/05/13 by carmocippinelli
Foto di Antonio Fraioli

 Il seguente corsivo è stato pubblicato sull’edizione del 29/02/2016 del «Nuovo Corriere Laziale». Ancora rintracciabile a questo link (qui). La foto utilizzata per questo post – chiaramente – è di Antonio Fraioli, immortala una Arce-Audace Savoia del 2016, girone B dell’Eccellenza Laziale. il campo è il ‘Lino de Santis di Arce’. Era in sabbione, prima dei lavori di ristrutturazione. Sabato 21 maggio torneremo ad Arce con il buon Fabio per presentare “C’eravamo tanto a(r)mati” e calcheremo di nuovo il suolo fotografato centinaia di volte da Antonio e pubblicato altrettante volte sulle pagine del “Corriere”. Certo, l’erba sintetica è tutta un’altra storia, non ha poesia e sa di omologazione, di “ormai ce  l’hanno tutti”, ma tant’è. L’importante sarà tornare al ‘Lino de Santis’.

«Buongiorno dalla sabbia di Arce», così recita un post scritto sulla pagina del Cedial Lido dei Pini prima della partita di ieri mattina [28 febbraio 2016] giocata al ‘Lino de Santis’. La partita in questione, o la pietra dello scandalo, è Arce – Cedial Lido dei Pini, campionato d’Eccellenza, Girone B. Quante volte, infatti, s’è sentito pronunciare espressioni contro gli ‘obsoleti’ campi di terra? Sui campi in cui disputano le proprie partite le squadre giovanili, poi, è tutto un continuo tecnicismo sulle proprietà taumaturgiche del sintex rispetto al gioco dei propri pargoli che, a dir di costoro, sarebbe naturalmente foriero di giochi più spettacolari e partite decisamente più equilibrate. Ma questo è un altro discorso, seppur affine. Se ne deduce, dunque, che ogni partita dovrebbe essere livellata su dei criteri e normata sul sintex, verrebbe da dire ironizzando. In questo caso, la polemica è tutta d’un botta e risposta tra Cedial e Arce sul popolare social network: Facebook. Al post dei litoranei «Buongiorno dalla sabbia di Arce», con relativi commenti sprezzanti riguardanti palette e secchiello da portare sul campo in sabbione dei gialloblù ciociari, gli fa eco quello della pagina dell’USD Arce «Secchielli e palette lasciati a voi per riportare a casa le due reti subite». Il campo in sabbione dell’Arce, in realtà, racchiude in sé una dimensione quasi mistica che supera di molto i campi di terra, a cui l’occhio è spesso già abituato. Se un tale dovesse andare ad Arce, infatti, e si dovesse attardare nella piazza centrale con tanto di panorama sulla vallata sottostante, si accorgerà di un rettangolo giallastro: il ‘Lino de Santis’. Campo in sabbione e foto che immortalano i granelli  schizzati da una parte e dall’altra quando il pallone si infrange sul terreno di gioco. I campi come quello di Arce vanno necessariamente preservati dalle insidie del tempo. Così come quelli di terra. Ultimi retaggi d’un calcio che si vuole dimenticare troppo in fretta.

(ci vedremo ad Arce con chi ci sarà!)

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Cuore e grinta: la Borgata pareggia al “Don Calabria”

Posted on 2022/05/08 by carmocippinelli

Tre giornate alla fine del campionato. Il clima è quello giusto: trasferta a una trentina di chilometri da casa, dal “Vittiglio”, squadra al completo con Michelangeli, Corciulo, Proietti e Casavecchia che partono dalla panchina. Dai gradoni si spinge la squadra per tutti i 90 minuti della partita: non si smette mai di cantare. L’otorinolaringoiatra di Villa Gordiani ringrazia commosso. «Oggi abbiamo bisogno di voi, eh», Zannini, prima della partita, cerca gli occhi di chi affollerà gli spalti.

A meno tre giornate dalla fine del campionato queste partite sembrano già scritte: chi è alto in classifica ha già il risultato in pugno e vuole che nessuno possa frapporsi fra sé e l’obiettivo prefissato (quale che sia), chi sta sotto prova a non soccombere. A rigor di logica, espressione colloquiale che intende manifestare un ragionamento o un fatto criticandone – spesso – l’esito che vede scomparire la ragione nella sua manifestazione finale, la Borgata avrebbe dovuto essere la squadra che sarebbe stata facilmente schiacciata. Ma i ritmi sono tiratissimi e Mascioli è incontenibile fin dal primo minuto. Sarebbe da scrivere un post a parte su cosa non-ha-fatto: ha interpretato, senza troppe lusinghe, almeno tre ruoli (mezzala, regista, centrocampista che imposta) e servito almeno il doppio di palloni che hanno portato la squadra talmente avanti da essere a pochi centimetri dal volto di Istrate (portiere locale). Nei primi cinque minuti la Borgata crea già due occasioni: fate largo / noi siam la Borgata.

Nessun pallone entra, però. Al quarto d’ora  Capostagno tenta la bordata ma il pallone si spegne sul fondo. Ecco che, come si direbbe sui gradoni, arriva la tipica beffa-à-la-Borgata. Trentunesimo della prima frazione di gioco, la squadra di casa passa in vantaggio su punizione: confusione in area, svirgola un pallone a un palmo  di naso da Poma, angoletto basso, gol. Chi canta  non smette, la Borgata non arretra di un passo e continua a impostare. Se c’è una cosa che la squadra ha imparato a fare è mantenere la barra dritta con le compagini più forti. Eppure il gol del pareggio non arriva.
«Prepara il telefono: mo Moreno segna», Cucchi è fiducioso. Sa cosa il numero 10 granata riesce a creare su punizione dal limite dell’area: è il sesto della ripresa, tutto fa pensare al pareggio del solito Mascioli su punizione.
Staffilata rasoterra che si infrange sulla barriera. Cuori infranti ma canti sempre più forti. Mascioli non ci sta: due minuti dopo segna davvero il pareggio.

Piccola pausa nel testo. Me lo sono immaginato davvero l’animo di Mascioli dopo la punizione sbagliata: un’eruzione plurima di Vesuvio ed Etna, un misto di dolore e impeto con promessa a se stesso di non sbagliare la prossima.

Torniamo a noi. Il pareggio. La World inizia a perdere tempo, a fare qualche fallo tattico, a non far ripartire il gioco nei tempi irretendo l’avversario famelico. Al ventesimo arriva il potenziale patatràc: Anello insacca e i cuori della Borgata, di tutti, vanno di nuovo in mille pezzi.
Il mister – è facile presupporlo – chiede intensità e di non fermarsi alla botta ricevuta, di andare avanti e di riprendere la partita perché non solo è possibile: è realizzabile e doveroso.
Ci sono un paio di gol in potenza, un tiro che il  portiere blocca sicuro ma al 33esimo arriva il 2 a 2. Poi, in ordine sparso, due contropiedi, una punizione che non è stata battuta, un tiro di Cicolò che ha fatto sobbalzare tutti, una reazione della World al 50′. Ovvero in quella fase della partita denominata zona Borgata, altroché zona Cesarini: quel momento in cui l’avversario segna beffando i granata. È successo più di qualche volta in questa stagione. Si temeva il peggio.

Però è successo davvero: la World è stata fermata, un punto preso, e Silvestri (numero 3 locale) che prima di tornare negli spogliatoi viene ad applaudire chi non ha mai smesso di sostenere la squadra avversaria per tutta la durata della partita. 

Il Tabellino | Seconda Categoria Laziale Girone E *

WORLD SPORT SERVICE – BORGATA GORDIANI 2-2

MARCATORI: 31′ pt Ronzani (WS), 8′ st Mascioli (BG), 21′ st Anello (WS), 33’st Piccardi (BG)

BORGATA GORDIANI: Poma, Chieffo, Palma, Cassatella (Casavecchia), Brigazzi, Zannini, Di Stefano, Capostagno, Cicolò, Mascioli, Pompi PANCHINA: Capuani, Piccardi, Michelangeli, Antrilli, Corciulo, Ciamarra, Proietti.  ALLENATORE: Amico
WORLD SPORTSERVICE: Istrate, D’onofrio (8’st Carpentieri), Silvestri, Ronzani, Tusa, Ignazzitto, Tonetti, Anello F., Remigi (11′ pt Sforza), Morelli (11’st Proietti), Saltalamacchia (Anello M.) PANCHINA: Qammaz, Fabrizio. ALLENATORE: Radi
Recupero 1’pt, 7’st.

* AVVERTENZA | Il tabellino non è accurato come al solito perché per tutti i 90 minuti (più recupero) ho cantato a squarciagola ed è stato molto difficile staccarsi emotivamente dal rettangolo di gioco per potersi appuntare dei dati. Abbassamenti vocali conseguenti. Quindi le sostituzioni, ad esempio, non sono molto accurate o il secondo gol della Borgata. Lì siamo impazziti un po’ tutti.
Va’ a capire davvero chi ha segnato.

 

Posted in Blog/Post semiseri, Borgata Gordiani

Se non noi, allora chi? *

Posted on 2022/05/02 by carmocippinelli
Agenzia MEHR © Una giocatrice della nazionale femminile di futsal dell’Iran in azione.

* di Camilla Folcarelli 

Ci eravamo lasciati, l’estate passata, con l’impresa di Sara Simeoni, con la struggente storia di Kathrine Switzer, con la speranza di trarre in salvo le donne del domani da stereotipi e pregiudizi. Eppure, in questi giorni di celebrazione per il passaggio al professionismo del calcio femminile in Italia, ci troviamo nuovamente a confrontarci con fastidiosi episodi di discriminazione di genere. Ed ancora più straziante è vedere come spesso questi provengano proprio da coloro che dovrebbero essere in prima linea in un questa battaglia: le donne.
Se quasi un anno fa l’articolo che scrissi intitolato “Con due cromosomi X” (visibile qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/05/26/con-due-cromosomi-x/)  raccontava dell’emancipazione femminile nel mondo dello sport vista con gli occhi di una calciatrice, oggi la stessa calciatrice si trova a raccontare un fatto accaduto di recente.

L’accaduto
È un sabato come tanti altri: ti prepari a scendere in campo con la tua squadra per divertirti  e far provare la medesima sensazione al pubblico e, perché no, portare a casa i tre punti. Tutto è come ci si aspetta: c’è la giusta tensione, c’è l’agonismo, c’è la voglia di far bene e c’è, come sempre, il direttore di gara.
Sarà proprio l’arbitro a finire in un vortice di proteste e ingiurie, fine alla fatidica frase capace di provocare disgusto nel pubblico e nelle squadre in campo.
Siamo alla metà della seconda frazione di gioco, il risultato è meno che mai in discussione: uno scontro di gioco non sanzionato dal direttore di gara spedisce il portiere della squadra in svantaggio su tutte le furie. Dopo esser stata richiamata verbalmente, senza successo, la giocatrice, che chiameremo Maria, non intende placare la sua ira, costringendo l’arbitro ad una, più che inevitabile, ammonizione.
Questa ammonizione, però, non placa Maria, la quale dà in escandescenza e si lancia in una serie di irripetibili insulti che portano il direttore di gara ad estrarre dal taschino il cartellino rosso che pone la parola “fine” alla sua partita. Come se non bastasse, alla visione del cartellino rosso, Maria si scaglia fisicamente contro l’arbitro e, faccia a faccia, continua ad urlargli insulti d’ogni tipo. Si teme anche l’aggressione fisica, ma alla fine Maria viene spinta fuori dal campo dalle sue compagne. Lo stupore delle giocatrici in campo, incredule nel vedere come un contrasto di gioco abbia portato a questa insensata reazione, viene meno e si tramuta in rabbia nel momento in cui Maria, uscendo dal rettangolo di gioco, urla all’indirizzo dell’arbitro l’ultima assurda frase del suo inammissibile comportamento pomeridiano: «sei un incapace, per questo ti fanno arbitrare le femmine».

Se non alziamo la testa noi, non lo farà nessuna
Maria
con questa frase intende paragonare le capacità del direttore di gara, non alla categoria da lui arbitrata, bensì al genere e non passa neanche un secondo da quando Maria pronuncia questa frase a quando le giocatrici in campo, chi con uno sguardo di disprezzo, chi con una delle frasi usate precedentemente da Maria stessa nei confronti dell’arbitro, invitano la ragazza ad andarsene in silenzio.
È una frase forte, che fa male a chi ci crede, a chi non si piega all’idea che, anche in questo caso, agli uomini venga data più risonanza che alle donne, che le donne debbano essere arbitrare da un direttore poco competente in quanto, anche loro, sono poco competenti col pallone, a chi non ha creduto di valere meno e lotta ogni giorno con la sua passione affinché non si pensi più che una donna non può allenarsi, giocare e dare spettacolo come un uomo.
La frase di Maria, declamata in un momento in cui aveva perso il senno, è lo specchio di come veniamo trattate e per cui alla fine rischi di crederci anche tu: da sempre ti hanno detto di essere inferiore, di non valere e non meritare più di tanto. È solo questione di tempo perché anche tu possa ragionare come Maria.
È qui però che dobbiamo rimanere unite, perché se non ci crediamo e non ci difendiamo noi… allora chi?

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Letteratura in terrazza

Posted on 2022/04/29 by carmocippinelli

Stamattina siamo andati sulla terrazza di scuola insieme alla 1A del Liceo Machiavelli a leggere un brano di Hemingway.

Dopo due anni di Dad, mascherine, gel igienizzanti e distanziamento, uscire al sole per una lezione all’aperto (ma non troppo) ha avuto il sapore di una gita scolastica, di libertà. Di felicità 🙂

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“La filosofia”

Posted on 2022/04/22 by carmocippinelli



«Prof, ce l’ha instagram?»
, domanda tutt’altro che innocua: foriera di curiosità ai limiti della “maliziosità stalkerante” di ragazzi adolescenti.
«Non mi troverete mai». Pivello. Tu, davvero, ingenuo e novellino. Improvvisamente sei catapultato dall’essere docente a “laureato all’università della vita”. Mai sfidare dei quattordicenni: ci hanno messo poco meno di un mese, ma alla fine hanno iniziato a inviarmi richieste da parte di quasi tutta la classe.

Ma la colpa è tua, tu che ti nascondi dietro ad un anagramma: di fronte alla volontà maliziosissima – in senso buono, s’intende – e compulsiva del “prof, ce l’ha instagram?”, tutto (de)cade.
C’è da dire che la prima di quest’anno è una classe piena di vita e brulicante di necessaria voglia di interazione, dopo due anni infernali a distanza e a subir meccanismi machiavellici con arguti (ma inutili) cambi di denominazione acronimica da DAD a DDI.

Tutti, ma proprio tutti, atti a voler significare una sola cosa da parte del Ministero: continuiamo a distanza perché non possiamo diminuire il numero degli alunni per classe (sennò tocca assumere docenti, vaderetroSàtana), non possiamo ammettere che abbiamo tagliato così tanto alla scuola e ora ci ritroviamo senza risorse.
Non dondolare la barca: passeggia sul molo guardandole tutte, ma guai a salirci sopra.
Seguendoci a vicenda, assieme a  ragazze e ragazzi, abbiamo scoperto lati di noi stessi che non conoscevamo e in particolare una studentessa ho scoperto essere molto attratta dalla filosofia.

Non sa bene cosa sia, effettivamente, sa solo che è qualcosa «che ti aiuta a ragionare»: in ogni storia o post che realizza si firma così: “la filosofia”. «E poi, prof» – mi fa – «credere in se stessi, in parte, è anche filosofia». Due anni di didattica a distanza totale e mista, medie completamente saltate, arriva in prima superiore e ogni tanto il suo insegnante di italiano e latino gli dice qualcosa su Platone, su Socrate, su Schopenhauer e  su Marx.

Ecco che la filosofia assume un tratto più marcato: non tanto di “auto aiuto” come poteva concepirla prima la studentessa ma come fattore in sé e per sé.
Perché, in fondo, uno dei grandi inganni dei tempi disgraziati che stiamo vivendo è il seguente: l’assunto che la filosofia non serva più di tanto alla formazione di un essere umano, tanto più che la psicologia ha fagocitato (o almeno così s’è fatto credere ai più) la volontà e l’intenzione di “analisi e introspezione” di ognuno di noi.
Mi ha scritto: «la filosofia ci permette di definire i modi di pensare e di agire dell’essere umano ed ogni modo di pensare e di agire è diverso da ogni persona».
Le ho immediatamente regalato la mia copia de Il mondo di Sofia di Gaarder: è una lettrice, anche se di letteratura cosiddetta “young/adult”, ma ha reagito molto bene a “Sostiene Pereira” di Tabucchi e le è piaciuto molto.

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché non vedrò la maturazione della mia studentessa e l’elaborazione successiva che sarà propria di una mente in divenire, in formazione, in costante ricerca di sapere per il suo benessere psico-fisico. Non lo vedrò perché per loro quello strano non-più-troppo-giovane-professore è stato la meteora del primo anno di scuola: un supplente è questo, d’altronde.
Una meteora e un tappabuchi.

Chissà se la mia studentessa di prima, la filosofia, amerà davvero i miti platonici, Socrate, Feuerbach, Kierkegaard. Non mi è dato saperlo.
La continuità didattica è lo scalpo agitato dai Ministri come quello dei posti di lavoro da aumentare dal politicante di turno il giorno prima delle elezioni: frasi senza contesto e a cui la volontà conseguente è, ovviamente, del tutto assente.

Il post è visibile anche qui: sul blog “L’ortica” https://orticamagazine.noblogs.org/post/2022/04/22/la-filosofia/

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Rutilio, testimone del presente che cambia e l’impossibile restaurazione

Posted on 2022/04/21 by carmocippinelli

 In occasione dei 2775 anni di Roma, mi sono deciso a pubblicare la conversazione con Claudio Bondì, pianificata e organizzata in vista di un progetto di tesi di laurea magistrale non più portato a termine. Era un pomeriggio di settembre di cinque anni fa [2017]: con Daniele e la prof.ssa Privitera ci inoltrammo verso Trevignano per incontrare il registra allievo di Rossellini.

Una conversazione con Claudio Bondì 

Elia Schilton in un fotogramma del film “De Reditu” di Claudio Bondì.

Questa intervista prende le mosse dall’incontro avvenuto, grazie alla professoressa Tiziana Privitera, presso l’abitazione di Claudio Bondì, autore del film «De Reditu», ispirato al poemetto di Rutilio Namaziano.

La prima domanda che gli ho rivolto è stata: «per quale motivo proprio Claudio Rutilio Namaziano?» (su cui infra) e Bondì ha serenamente risposto come ho riportato di seguito nella conversazione.

Personalmente, mi sono innamorato di Rutilio durante gli studi liceali. A seguito di una bocciatura in quinta ginnasio, ho ripreso gli studi cercando di non ripetere gli errori (e le mancanze) dell’esperienza pregressa. Mi appassionava molto studiare e approfondire, attraverso letture di saggi e di romanzi storici, le vicende imperiali successive alla morte di Marco Aurelio; tuttavia mi incuriosiva anche la paganità messa alle strette dalla cristianità, e dunque ho iniziato a documentarmi su Giuliano l’“Apostata”. Terminate le letture sull’imperatore “controcorrente”, ricordo di aver letto l’inno a Roma di Rutilio sul manuale di letteratura latina: fu una sorta di folgorazione. Una folgorazione dovuta in particolare ai vv. 63 fecisti patriam diversis gentibus unam e 66 urbem fecisti quod prius orbis erat1.

E da allora Rutilio non mi ha più abbandonato.

Nel V secolo d.C. l’Impero Romano era un’entità statale e territoriale che a stento riusciva a mantenersi salda e viva: l’età degli Antonini, la cosiddetta fase “aurea” dell’Impero, era ormai ben lontana, si susseguivano le usurpazioni e il territorio amministrato dall’Imperator si assottigliava sempre di più. La «caduta senza rumore»2, che Roma subì a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, con conseguente presa del potere da parte di Odoacre, non destò forse tra i contemporanei così grande angoscia, spavento, smarrimento. Il dominio di Roma3 non rappresentava più l’entità invincibile del passato, ma il lento declino di una potenza mondiale, a cui si aggiungevano una classe dirigente sempre più dissoluta e dedita alla corruzione, la progressiva trasformazione dei costumi e del modus vivendi a seguito della cristianizzazione dell’Impero e di altri fattori. Roma cristiana era ormai egemone nei confronti degli idoli pagani.

E questo, probabilmente, provocò la reazione dell’aristocratico Claudio Rutilio Namaziano4.
Originario della Gallia, Praefectus nel 414, Rutilio, nonostante il suo supposto paganesimo, riuscì a conseguire nella Pars Occidentalis una brillante carriera di funzionario durante l’impero di Onorio, come dimostra la nomina a Praefectus Urbis nel 414, una carica, istituita da Augusto, che rimase tradizionalmente appannaggio della classe senatoria, mantenendo il suo prestigio in tutte le fasi della storia imperiale5.

Il Sacco e il Ritorno
Il ritorno di Rutilio ha una meta, la Gallia Narbonese, che lo stesso Alessandro Fo individua come verosimile destinazione del viaggio, dato che: «il codice Vindobonensis indica nella soprascritta come destinazione del viaggio. In terre cioè fra le più strapazzate dalle scorrerie barbariche, fra cui restano memorabili quelle del 413 ad opera dei Visigoti stessi, di ritorno dall’Italia meridionale sotto la guida di Ataulfo. […] Si è molto discusso sull’anno preciso del viaggio, in particolare schierandosi per il 417 o il 415. Comunque stiano le cose, Rutilio parte, e nonostante sia inverno, parte per mare: infatti, ci dice, non ci sono più ponti, né ostelli, tutto ha sofferto le recenti rovine (1, 37 ss.)» 6.

Foto scattata quel dì dal buon Daniele con la prof.ssa Privitera, Bondì e uno spettinatissimo (as usual) me

Il film
Claudio Bondì, regista e sceneggiatore, classe 1944, allievo di Roberto Rossellini, ha scritto e diretto numerose serie televisive per Rai Uno, Rai Tre, ORF, ZDF e tre film: Il richiamo (1999), L’educazione di Giulio (2000) e, per l’appunto, il De Reditu (2003). Quest’ultimo, a causa della estrema economia di mezzi, come ci ha raccontato nella conversazione avvenuta nella sua casa di Trevignano Romano, passò quasi sotto silenzio.

Perché realizzare un film sul V secolo dopo Cristo e, soprattutto, su Rutilio Namaziano?

«Ho scoperto Rutilio nel corso dell’esame di Letteratura Latina di [Ettore ndr] Paratore. Nel manuale era riportato come egli fosse l’ultimo poeta pagano della letteratura latina: la cosa non mi impressionò molto. Al contrario destò la mia curiosità il fatto che Rutilio Namaziano intraprese un viaggio con tre barche per tornare in Gallia e vedere in che condizioni fossero i suoi possedimenti a seguito delle devastazioni dei Visigoti. Mi sembrava una cosa molto romantica e mi rimase viva nella mente fino agli anni ’80, quando mi proposero di realizzare una serie per la televisione dal nome “Vita quotidiana di…”. Il programma si proponeva di raccontare delle epoche storiche attraverso dei personaggi. Dovevo scrivere 10 trattamenti e uno di essi fu quello su Rutilio Namaziano: attraverso la sua vita e il suo viaggio ho ricostruito la fine dell’Impero. Il testo piacque molto, ma non fui scelto a causa di limitazioni nel budget. Il testo lo pubblicai in seguito»7.

Cosa accomuna gli anni di Rutilio ai giorni nostri?

«C’è una “tangenziale” che unisce quegli anni ai nostri: sono epoche così dissimili per alcuni versi, ma fin troppo simili per altri. L’impossibilità, per esempio, che ha Rutilio di parlare con i cristiani è la stessa che proviamo noi nei confronti degli islamici. Anche negli altri film che ho realizzato ho parlato sempre della stessa cosa, se vogliamo: uno o una protagonista, attraversato dalle frecce della Storia, mentre lui o lei cerca di capire e difendersi da quello che gli o le sta capitando. Rutilio è attraversato da un evento che cambia completamente, di lì a cinquant’anni, il senso della vita di chi abitava i luoghi dell’Impero. Come aiuto regista di Rossellini ho realizzato Agostino d’Ippona, dunque mi è capitato di rappresentare una situazione analoga con loro: Agostino e i suoi compagni si sfregavano le mani a seguito della caduta della “Grande Meretrice”.

Non sono uno storico, ma certamente, nonostante le due epoche siano differenti, alcuni tratti non sono così dissimili, come dicevo: stiamo vivendo una situazione analoga a quella di Rutilio. La “grande povertà” di chi è costretto a emigrare entrerà infine nei nostri confini: non possiamo sparare a vista sulle barche, sarebbe un comportamento folle. Bisogna cercare di includere e di assimilare il più possibile, così come venne fatto in passato. Anche perché, se non sbaglio, Alarico voleva essere insignito generale dell’Imperatore. Solo a seguito del diniego dell’Imperatore ruppe il patto con Roma e successe quel che conosciamo. Nell’immaginario delle popolazioni non romane, essere insigniti di un titolo che, probabilmente, all’epoca non valeva moltissimo, sarebbe di per sé bastato».

Rutilio, nonostante fosse di estrazione aristocratica, nel film si scontra con quella che era la “miopia” politica della classe senatoria. Perché nel suo De Reditu si verifica questo scontro?

«Quando Rutilio va dai senatori a proporgli quel piano, del tutto visionario, di mettere insieme un esercito per rovesciare il potere imperiale e “sanare” situazioni che andavano sanate, per l’appunto, i senatori lo prendono per matto. D’altra parte, però, aspettano di vedere quali mosse metta in atto Rutilio. Non sia mai che quel “pazzo” fosse riuscito nell’intento!

Dunque, da un lato c’era l’intuizione, da parte mia, di mostrare quel che sarebbe accaduto di lì a poco, storicamente parlando, nel medioevo: l’incastellamento. I senatori, grazie ai possedimenti e al capitale accumulato nel corso della loro vita, iniziano a ritirarsi nelle loro ville e a vivere per conto loro.

D’altro canto c’era la volontà di mostrare il lato per così dire tutto “democristiano” dei senatori romani: accontentare tutti, non essere nemici di nessuno, senza necessariamente interpretarlo come un fatto negativo, dato che probabilmente non c’era altro comportamento da tenere. Rutilio, infatti, è molto rigido nelle sue posizioni e i senatori provano a fargli capire che già nelle legioni la proporzione di germani era decisamente elevata».

“Democristiani” o meno, sembrano essere più realisti.

«Certamente: è proprio da quel dialogo e da quell’incontro che volevo far apparire il lato romantico di Rutilio. Il comportamento “democristiano” si rivela subito dopo, come dicevo prima: quando Rutilio va via dalla villa, i senatori, riflettendo tra loro, affermano che comunque non è stato cacciato via da loro.

Ho, poi, un difetto che dichiara la mia età: non riesco a fare un film o scrivere un libro senza alcuno scopo. L’utilità di questo film è chiarire alcune cose, non da un punto di vista didascalico, ma per far capire alcuni meccanismi fondamentali che si ripetono.»

Il meccanismo che sta dietro il finale, allora, qual è?8

«Il finale non lo conosce nessuno. Non avevo la minima intenzione di far morire Rutilio: sapevo che non era morto e che era arrivato almeno fino a Milano nel suo viaggio; non potevo farlo combattere contro i catafratti, che l’avrebbero schiacciato in pochissimo tempo. Non lo so neanch’io che fine fa Rutilio. Quando noi incontriamo un testo che, improvvisamente, si interrompe, bisogna fare in modo di far terminare il tutto. Nel film, peraltro, ho messo in scena cose non vere, come ad esempio il fatto che Rutilio si stia recando in Gallia anche per radunare delle legioni e scavalcare così l’Imperatore, che stava a Ravenna, come ho detto prima. Avevo bisogno di quello spunto per il percorso che segue Rutilio nel dialogo con i senatori, quando, rifiutandosi di seguirlo, si iniziava a delineare il processo dell’incastellamento medievale. Questo finale che ho trovato nel film vuole significare una mia devozione nei confronti di Rutilio».

Una devozione che legittimerebbe anche lo spunto dell’esercito da radunare contro l’autorità imperiale di Ravenna?

«Ci sono tante cose che sono state lasciate a metà e che vanno prese, per l’appunto, per la trattazione cinematografica in sé».

Nella narrazione filmica, però, si trattano anche tematiche letterariamente concrete, come le devastazioni dei cristiani nei confronti degli idoli pagani.

«Il discorso iniziale fra Rutilio e Palladio fa parte di un tema su cui la letteratura (già quella latina) ha prodotto tonnellate di testi. I cristiani, appena ottenuta un’oncia di potere, si adoperarono nella rimozione e distruzione degli idoli pagani. Successivamente, con l’intelligenza, si appropriarono di quel che la cultura e l’Impero aveva compiuto. Certo, con dei “filtri”, secondo me: molte opere non sono arrivate perché forse davano molto (o troppo) fastidio. Una scena in particolare, nel film, non ho potuto realizzarla e un po’ me ne rammarico: prima dell’uccisione del rematore, i catafratti avrebbero dovuto incontrare due processioni, una di cristiani e un’altra di pagani. Paradossalmente, entrambe le processioni proseguivano su strade diverse per andare nello stesso posto, ma in senso inverso: i catafratti avrebbero dovuto prendere tutti a bastonate indiscriminatamente. Con questo intendevo dire che la situazione era talmente complicata che non si riuscivano quasi a distinguere le due religioni e le due manifestazioni religiose».

Nel senso che le credenze religiose sono viste, in entrambi i casi, come un intralcio al potere?

«Esattamente: al potere non gliene importava nulla. Intendo dire che in quella fase tanto i pagani quanto i cristiani davano fastidio in egual maniera al potere. Rutilio vive, viaggia e scrive in un periodo in cui le differenze fra le due religioni, così come le loro manifestazioni, erano sottilissime. Quella scena avrebbe potuto far capire come e quanto fosse caotica la situazione dell’Impero nel V secolo.»

Anche nell’opera di Rutilio, infatti, il potere non ne esce benissimo, mi riferisco al medaglione su Stilicone…

«No, affatto. Un’altra scena, a proposito di questo tema, che non ho potuto realizzare, riguarda l’inizio del film, quando Rutilio arriva ad Ostia. Il protagonista avrebbe dovuto imbattersi in un gruppo di Visigoti, o comunque di non latini, i quali incontravano un vecchietto per strada, fracassandolo di botte senza una ragione specifica. Entrambe le scene, quella sopra descritta e quella che ho detto ora, avrebbero rappresentato cose che non sarebbero mai potute accadere cinquant’anni prima e che, invece, accadevano negli anni in cui Rutilio aveva deciso di intraprendere il viaggio»

Gli schemi saltano per tutti, insomma, tanto per i cristiani quanto per i pagani.

«Non solo, anche per l’autorità cristiana, la quale, come ho detto prima, tanto in ambito storico, quanto in ambito documentale, non fa arrivare delle testimonianze importantissime, di cui abbiamo solo i titoli. Giuliano, ad esempio, è diventato l’“Apostata”, il traditore: avrei voluto fare un film anche su di lui. Non era Apostata per nulla ma venne marchiato così dai cristiani, solo perché aveva osato dire che i maestri, dovendo insegnare la storia antica, non potevano essere cristiani. La sua non era un’ostilità aprioristica: era ben motivata. Come faceva un maestro a spiegare il complesso divino pagano e la storia precedente al cristianesimo, se condannava tutto quello che era avvenuto precedentemente a Cristo?».

I discorsi attorno alla religione, inevitabilmente, portano alle considerazioni sull’attuale e il riferimento non può che tornare all’integrazione e ai nostri giorni, cosa ne pensa a riguardo?

«La questione è complessa: pensiamo però al fatto che i cristiani distruggono, se vogliamo, buona parte di quello che era un mondo stabilitosi da settecento anni. Pensi al Pantheon: un meraviglioso esempio di integrazione, un luogo in cui erano presenti tutti gli déi: tutti diventavano cittadini romani e potevano venerare chiunque volessero. In un certo qual modo la tolleranza dell’Impero era simile a quella presente nell’Impero Asburgico, in cui convivevano circa quattordici nazionalità diverse».

A proposito di religioni, Rutilio se la prende anche coi giudei.

«Roma era, certamente, antisemita, ma solo perché i Giudei davvero non venivano capiti, erano percepiti come “strani”. Quando nel film faccio dire ai personaggi che il proprietario della locanda in cui si sono fermati è giudeo, perché aveva messo loro in conto anche l’erba che avevano calpestato, probabilmente sarà stato così [ride]: denigrare “la tirchieria” è un costume che attraversa le epoche».

Passiamo a Rutilio e alla sua figura storica e letteraria. Personalmente mi sono innamorato della sua opera letteraria quando ero al liceo, lei nel corso degli studi universitari. Prima di realizzare il film, però, passa moltissimo tempo. Come mai?

«Nella mia vita, quando ho cercato di fare determinate cose non sono riuscito a realizzarle. Quando invece non le pensavo neanche, è successo che le ho fatte e portate a termine. È strano, non trova? Se mi incaponisco a voler fare qualcosa, non c’è verso che riesca a farla. Devo scrivere, quello sì, e anche molto, ma se incontro resistenze non devo occuparmene o incaponirmi. Il film su Rutilio giaceva “da una parte”: per me era morto e sepolto a seguito del primo rifiuto televisivo. Inaspettatamente, arrivò l’occasione per Rutilio anni dopo. Tra l’altro c’è da dire che la Rai continua a mandare in onda pezzettini, di qualche secondo o minuto, a seconda delle necessità, del mio film nei più disparati programmi di divulgazione o anche storici: anche in “Ulisse” di Alberto Angela, ho ritrovato dei frammenti. Se questo film l’avesse comprato la Rai la sua sorte, forse, sarebbe stata diversa».

Si ricorda come venne accolto e quale fu il giudizio riguardo al film?

«Ero molto scontento del film. Mi sembrava di non essere riuscito a raccontare nulla di quello che avevo in mente, anche perché prima della sceneggiatura finale ne avevo realizzate nove. Testi, tutti e nove, che ho regalato ad Alessandro Fo. Ogni sceneggiatura successiva alla prima è stata una riduzione, a seconda di quello che il budget che avevo a disposizione consentiva di produrre. Avrei voluto girare con tre barche, anziché con una, avrei voluto girare le scene che ho descritto sopra oltre all’inseguimento dei catafratti, i quali, secondo la prima stesura, avrebbe dovuto essere una truppa, non “quattro scalmanati” come nel film. In me, probabilmente, era rimasto più forte che in altri uno scontento enorme rispetto a quello che ho dovuto togliere e che mi sembrava importante rispetto al [prodotto finale] montato. Alessandro Fo, che si imbucò [ride] letteralmente alla prima proiezione del film riservata alla troupe, dopo i titoli di coda mi fermò e mi disse che avevo realizzato una cosa straordinaria e mi riempì di elogi. Io mi aspettavo che, al contrario, mi prendesse da parte per darmi del mascalzone e farabutto!».

Quindi critica positiva nonostante la sua contrarietà?

«Esattamente! Il Manifesto fece un articolo a sei colonne con il seguente titolo: “Contro The Passion, De Reditu: un apologo pagano”, scritto, se non ricordo male, da Silvestri. Il ritaglio di quel giornale, insieme a molto altro, l’ho donato al Museo del Cinema di Torino, quindi ora non ce l’ho, ma spero sia facilmente reperibile in rete. Il tema era importante, per la verità, e la pubblicazione del film ha spiazzato un po’ tutti. Al contrario, io ero quasi furibondo dopo la pubblicazione del film. Pensavo ricorrentemente che una cosa a cui tenevo moltissimo fosse il film, che “alla fine dei giochi”, mi era venuto peggio. Pensavo perfino che la gente se ne potesse andare via a proiezione in corso!»

Quanto costò, infine, il film?

«Ottocento mila euro e le riprese durarono sette settimane. In una cosa sono stato feroce: la barca del film non è stata mossa da motori o nient’altro di meccanico. La barca ha funzionato coi suoi tempi.»

Quindi, nonostante le sue infelicità, il film venne accolto bene.

«Anche altri colleghi registi mi chiesero quello che mi hai chiesto, ovvero, come mi fosse venuto in mente di realizzare questo film. Mi ero appassionato all’aspetto romantico dell’avventura verso l’ignoto che un solo uomo vuole fare, nel tentativo di [recuperare] una situazione irrecuperabile. E ne è venuto fuori un prodotto che, in un modo o nell’altro, ha i suoi devoti. Non dobbiamo, però, vedere Rutilio come un anti-cristiano, piuttosto come un filosofo che reagiva a tutto quello che stava succedendo a lui».

Una reazione rispetto all’attualità che lo circondava, dunque?

«Necessaria, aggiungerei. Anche perché i cristiani di allora ritenevano imminente la fine del Mondo. Potevano dire, in sostanza, tutto quel che volevano, convincendo la gente del fatto che la fine sarebbe stata imminente e che presso di loro avrebbero trovato la salvezza».

A proposito di accoliti del film, in rete si possono trovare diversi articoli e post di blog di cinefili che plaudono alla sua opera. C’è un aneddoto, anche recente, che vuole ricordare a riguardo?

«Un aneddoto che ricordo con piacere, a tal proposito, è questo: nel 2010 ero a Trieste, al Festival del cinema latinoamericano: portavo un documentario La balena di Rossellini9. Finisce la proiezione del film e mi si avvicina una signora, chiedendomi se avessi realizzato anche il De Reditu: «Mi deve fare un favore» – mi disse – «c’è mio marito, uno storico, che passa ogni sera a recuperare i pezzi del suo film trovati su Internet, tra YouTube e altre piattaforme: non ci dorme la notte, gli faccia avere un dvd». Forse, allora, De Reditu qualcosa ha messo in moto nella comunità di appassionati, di storici e non. Ne ho avuto la riprova a seguito della proiezione che c’è stata alla Casa del Cinema quattro anni fa: la domanda che più mi è stata posta era come mi fosse venuto in mente di farlo, questo benedetto film».

È proprio questo, in fondo, che muove curiosità e interesse nei confronti del De Reditu: il film ha una sua platea di aficionados, facilmente rintracciabile tramite una ricerca in Internet attraverso un qualsiasi motore di ricerca. Proprio Bondì, a seguito di questo interesse10, ha concesso che il film venisse caricato integralmente su YouTube11.

1 Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Torino, Einaudi, 1992.

2 Momigliano, Storia e Storiografia antica, Bologna, Il Mulino, 1985.

3 Non fu sempre Roma la sede imperiale, tuttavia, come un immaginario collettivo ha erroneamente tramandato: Milano e Ravenna furono le città a cui gli imperatori preferirono affidare il titolo di capitale come lo si intende oggi. L’ultima sede imperiale fu appunto Ravenna. Né bisogna trascurare il fenomeno non inconsueto delle usurpazioni, a sua volta responsabile della designazione di una diversa sede imperiale, relativa alla porzione di territorio, su cui l’usurpatore di turno esercitava il proprio dominio.

4 Per una sintesi del vivace dibattito sull’ordine dei tria nomina, cfr. A. Fo, Ritorno a Claudio Rutilio Namaziano, Pisa, 1989, p. 50.

5 «Le belle proprietà di Gallia, di un uomo che ha trovato in Roma il vertice della bellezza della civiltà non sono sfuggite alle devastazioni, sì che ora egli deve ritornarvi. Claudio Rutilio Namaziano è un aristocratico, figlio del funzionario imperiale Lacanio, ha egli pure ricoperto importanti cariche, principale delle quali la prefettura di Roma (nel 413 o nel 414), e abbonda di amicizie e parentele eminenti». Così Fo, ibidem

6 Rutilio Namaziano, Il ritorno, cit. Significativo il passaggio, in cui chiarisce il motivo del viaggio, I, 19-22: At mea dilectis fortuna revellitur oris / indigenamque suum Gallica rura vocant. / Illa quidem longis nimium deformia bellis / sed quam grata minus, tam miseranda magis.

7 C. Bondì– A. Ricci, La storia a misura d’uomo: vita quotidiana nell’Italia antica, Torino, ERI, 1980.

8  Il de reditu è incompiuto: il film di Bondì prova a immaginare un finale, nel quale le guardie imperiali riescono a mettersi sulle tracce di Rutilio, uccidendo un membro dell’equipaggio della barca. «Sembra passato moltissimo, amico, e invece siamo appena a metà del viaggio», così Rutilio nella pellicola si esprime, rivolgendosi a Minervio (Rodolfo Corsato), il quale, sfoderando appena la spada, risponde enigmaticamente: «di questo o di quell’altro?», mentre i cavalli delle guardie imperiali galoppano (non pacificamente) in direzione dei due.

9  Film ideato da Rossellini nel 1971, ambientato in Cile, che non ha mai visto la luce.

10 La decisione di Bondì è in totale controtendenza rispetto a quello di registi, musicisti e artisti in generale: si veda il caso Napster/Metallica, la cui disputa aprì un dibattito feroce tra chi scaricava illegalmente musica e la difesa del diritto d’autore.

11 Qui, il link del film completo: <https://www.youtube.com/watch?v=6esfS4lrz5I>.

Ancora una cosa…

Piccola nota personale, a margine della conversazione. La passione per i versi di Rutilio Namaziano l’ho sempre condivisa (fin da quando si è palesata) con Domenico, compagno di liceo e ora docente a Oxford. Io bocciato in quinta ginnasio, lui vera e propria miniera di sapere già a 16 anni; lui autodidatta ma tecnico (nel senso stretto della parola) a suonare la chitarra, io grattacorde. Eppure, nonostante la distanza, siamo ancora in contatto, ed è davvero una tra le cose più belle che mi ha lasciato il liceo. A lui, però, Rutilio non piaceva affatto: il latino era “barbaro”, rozzo, altroché odi et amo quare id faciam etc etc.
Al momento dell’iscrizione all’Università andò alla Normale di Pisa e all’esame di ammissione, mi raccontò poi, gli chiesero di chi fossero i versi su cui tanto gli ruppi le scatole a 16 anni: non solo glielo ha detto ma gliel’ha pure citati a memoria. Ammesso alla Normale senza riserve, ovviamente. Rutilio ora pro nobis.

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Travolti da un insolito Destino di una partita della seconda categoria laziale

Posted on 2022/04/10 by carmocippinelli

«Una volta tanto possiamo anche pareggiare: o vinciamo o perdiamo. È che non ci piacciono le mezze misure».

La sintesi migliore a fine partita la pronuncia il portiere: Daniele Poma, oggi sui gradoni (espulso la settimana scorsa contro il Mar.Na) a sostenere la Borgata con cori e canti assieme ai tifosi.

Alla Borgata le mezze misure non piacciono e, in effetti, anche in questo caso lo ha dimostrato: primo tempo sopra le righe, non proprio reattiva nella ripresa.

Ma procediamo con ordine.

Se si esclude il direttore di gara (Destino, da cui il titolo del post riprendendo il titolo di una nota pellicola del cinema italiano), che non si accorge neanche di un pugno dato volontariamente dal portiere ospite a Chieffo, si può ben dire che il protagonista di questa partita è stato il forte vento. La Borgata scende in campo compatta e con la voglia di dimostrare tutto: non semplicemente “portare a casa la giornata”. Il piglio con cui gli undici granata entrano nel rettangolo di gioco è eccellente, nonostante nella prima frazione il vento soffi in direzione contraria dell’attacco dei locali. Ma De André insegna che a fermare il vento gli si fa solo perdere tempo. Eolo, spostati: ci servono i tre punti!

Il vero motore dell’attacco granata sembra essere un reattivo e presente Proietti: più volte nel primo quarto d’ora il numero 7 viene cercato e pescato dai suoi compagni ma, troppo spesso, la sua iniziativa è isolata e non riesce a connettersi col resto dell’azione. Il centrocampo della Borgata tiene e sebbene il 16 arancionero si faccia vedere, tagliando porzioni di campo per accentrare l’azione della Caput Roma, regge e Monopoli viene contenuto.
La prima grande occasione è al 17’: cavalcata di Chieffo dalla destra e tiro velenosamente preciso. Isopo respinge ma non blocca: sopraggiunge Cassatella nei pressi dell’area piccola che tenta l’intervento col destro per impedire il secondo tempo di reazione dell’estremo difensore, ma giunge un attimo in ritardo e la sfera è ospite. La Borgata preme sul pedale dell’acceleratore e inizia a creare occasioni, una dopo l’altra: al 18’ è Proietti a farsi vedere dalle parti di Isopo, tentativo che si spegne sul lato sinistro della porta; al 19’ è Ciamarra che prova a impensierire l’estremo difensore della Caput.

La Caput Roma riesce a farsi vedere solamente attorno al ventesimo di gioco: Segamonti pesca in cross Domizi: supera due uomini e arriva a tu per tu con Capuani. È una frazione di secondo: Capuani sembrava già battuto ma Domizi non tira, l’estremo difensore granata si tuffa tra le gambe dell’avversario fermando l’azione d’imperio.

La partita si sblocca al 25’ e, per una volta, è bene utilizzare una di quelle espressioni oscene che però fa molto “cronaca sportiva”: “colossale dormita” della difesa ospite, in particolar modo di Segamonti, e Chieffo riesce a insaccare portando avanti la Borgata con un destro preciso.

I granata sono in festa e consci che la partita vada chiusa. E anche nel giro di pochi minuti: servono maturità e testa, c’è bisogno di lucidità. Il ritmo alla mezz’ora si fa più blando ma al 35’ il solito Chieffo, assieme a Pompi, tenta il raddoppio: Isopo blocca il risultato sull’1-0. Proietti vuole segnare a tutti i costi: ci prova al 33’ così come cinque minuti dopo: non riesce e se la prende col palo. Lo prende a calci sfogando rabbia e frustrazione, ma lo sa anche lui: la prestazione, fino a quel momento, c’era.

L’unico giocatore ospite che sembra manifestare più carattere nella prima frazione di gioco pare sia Monopoli: riesce sempre a saltare più di un giocatore granata e a farsi largo tra le maglie difensive locali che, di fronte a lui, diventano un po’ troppo porose.
Un’avvisaglia per quel che sarebbe successo nella ripresa.
Già, cos’è successo?
La Borgata, a cui non piacciono le mezze misure, torna a giocare con il vento favorevole ma – forse – con l’umore di chi aveva già in testa l’esser riusciti a portare a casa i tre punti senza troppi sforzi. Una mancanza di maturità, una stanchezza in potenza: il gol al 25’ del primo tempo è stato una goccia di miele sulla lingua dopo aver assaporato solo medicine amare nel corso delle ultime settimane. Testa e cuore: la Borgata ce li ha e anche “sovrabbondanti”. Costanza e realismo molto meno.
Se la Caput Roma nel primo tempo si aggirava nel rettangolo verde senza troppo comprendere cosa stesse succedendo, nella ripresa ha un atteggiamento completamente diverso, complici anche le sostituzioni (con l’entrata di Giannetti e Viscontini). Mister Peschiaroli cambia il modulo e la differenza è subito evidente, nonostante la prima azione dei secondi quarantacinque minuti di gioco siano ancora legati all’iniziativa della Borgata: Cassatella salta due difensori e tenta la bordata che impegna Isopo in due tempi. Ma il risultato è ancora bloccato.
Quattro minuti dopo, al 7’, è Duello che insacca e la Caput Roma riprende una partita che, forse, nella testa dei giocatori granata era già stata data per archiviata.

Quando si torna in campo dopo la pausa, solitamente, succede sempre di tutto: accade che Ciamarra sfiori l’incrocio dei pali su un ottimo assist di Proietti (14’) e che un pallone (al 19’) calciato dal 9 locale colpisca prima la traversa e, poi, finisca poco oltre la linea di porta. Dentro al campo: non è gol. L’illusione è servita: l’emozione mozzata di netto in gola.

È proprio ora, però, che la Borgata tira i remi in barca: la Caput Roma inizia a fare quel che vuole.

Il vantaggio definitivo arriverà al 34’. Gol di Serafino, decano arancionero, in evidente e chilometrico fuorigioco su cui il direttore di gara non ha avuto nulla da dire.
Gli schemi saltano completamente: la Borgata si fa avanti e viene punta dalle ripartenze arancionere. Il gol non arriva. Un pugno sì, però, quello del portiere Isopo a Chieffo.

Al 43’ l’arbitro non assegna l’autogol verificatosi a seguito di una punizione calciata dalla Borgata: rimostranze, proteste, un mare di maglie bianche che accerchiano una divisa giallo fluo ed estremo difensore che mette in atto il Galateo al completo, vibrando un colpo al 2 granata che si stava avvicinando all’area piccola arancionera.

Ma l’arbitro non vede.

Forse, però, è vero: la partita andava chiusa prima. Dici “ma come? Ci abbiamo provato, non hai visto?”. Tutto sommato c’è sempre domenica prossima per continuare ad imparare e camminare domandando. Perché, in fondo, è questa l’estrema sintesi: a noi le mezze misure non piacciono, ma dobbiamo imparare a conoscere noi stessi, chi siamo e dove vogliamo andare. Cercando di non inciampare – metaforicamente parlando – sui nostri passi. Ché la cosa più difficile è ammettere la sconfitta. Il punto è che si può anche toccare il fondo, ma le punte dei piedi fanno forza, i muscoli delle gambe spingono, le ginocchia si flettono: ora serve la spinta per risalire e tornare a respirare a pieni polmoni, ché di acqua ce n’è già troppa stando a pari punti con la Tevere Roma.

Il tabellino della ventesima giornata | Campionato di Seconda Categoria Girone E

BORGATA GORDIANI – CAPUT ROMA XIV 1-2

MARCATORI: 25’pt Chieffo (BG) 7’at Duello (CR), 34’st Serafino (CR)

BORGATA GORDIANI: Capuani, Chieffo, Piccardi, Capostagno, Zagaria, Brigazzi, Proietti (40’st Corciulo) Alfonsini (18’st Cicolò), Ciamarra, Cassatella (33’st Michelangeli), Pompi A DISPOSIZIONE Casavecchia, Zannini, Capuzzolo, Segatori, Schiaroli ALLENATORE Fabrizio Amico
CAPUT ROMA XIV: Isopo M., Di Carlo L., Monopoli I., Segamonti, Acreman (1’ st Viscontini), Peschiaroli, Fiera, Salomoni (1’ st Giannetti), Duello, Domizi (8’st Serafino), Monopoli M.,(32’st Di Carlo S.) A DISPOSIZIONE: Isopo E., Salvatori, Gentili, Viscontini, Kellil, Montanari (S.n.). ALLENATORE: Federico Peschiaroli
Arbitro: Destino (Roma1)
Note: Ammoniti: 12’st Segamonti (CR) 21’st Zagaria(BG) Angoli: Borgata Gordiani 3 – 1 Caput Roma XIV. Recupero: 0’pt, 3’st (assegnati) 6’st effettivi.

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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