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Categoria: Blog/Post semiseri

Se non noi, allora chi? *

Posted on 2022/05/02 by carmocippinelli
Agenzia MEHR © Una giocatrice della nazionale femminile di futsal dell’Iran in azione.

* di Camilla Folcarelli 

Ci eravamo lasciati, l’estate passata, con l’impresa di Sara Simeoni, con la struggente storia di Kathrine Switzer, con la speranza di trarre in salvo le donne del domani da stereotipi e pregiudizi. Eppure, in questi giorni di celebrazione per il passaggio al professionismo del calcio femminile in Italia, ci troviamo nuovamente a confrontarci con fastidiosi episodi di discriminazione di genere. Ed ancora più straziante è vedere come spesso questi provengano proprio da coloro che dovrebbero essere in prima linea in un questa battaglia: le donne.
Se quasi un anno fa l’articolo che scrissi intitolato “Con due cromosomi X” (visibile qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/05/26/con-due-cromosomi-x/)  raccontava dell’emancipazione femminile nel mondo dello sport vista con gli occhi di una calciatrice, oggi la stessa calciatrice si trova a raccontare un fatto accaduto di recente.

L’accaduto
È un sabato come tanti altri: ti prepari a scendere in campo con la tua squadra per divertirti  e far provare la medesima sensazione al pubblico e, perché no, portare a casa i tre punti. Tutto è come ci si aspetta: c’è la giusta tensione, c’è l’agonismo, c’è la voglia di far bene e c’è, come sempre, il direttore di gara.
Sarà proprio l’arbitro a finire in un vortice di proteste e ingiurie, fine alla fatidica frase capace di provocare disgusto nel pubblico e nelle squadre in campo.
Siamo alla metà della seconda frazione di gioco, il risultato è meno che mai in discussione: uno scontro di gioco non sanzionato dal direttore di gara spedisce il portiere della squadra in svantaggio su tutte le furie. Dopo esser stata richiamata verbalmente, senza successo, la giocatrice, che chiameremo Maria, non intende placare la sua ira, costringendo l’arbitro ad una, più che inevitabile, ammonizione.
Questa ammonizione, però, non placa Maria, la quale dà in escandescenza e si lancia in una serie di irripetibili insulti che portano il direttore di gara ad estrarre dal taschino il cartellino rosso che pone la parola “fine” alla sua partita. Come se non bastasse, alla visione del cartellino rosso, Maria si scaglia fisicamente contro l’arbitro e, faccia a faccia, continua ad urlargli insulti d’ogni tipo. Si teme anche l’aggressione fisica, ma alla fine Maria viene spinta fuori dal campo dalle sue compagne. Lo stupore delle giocatrici in campo, incredule nel vedere come un contrasto di gioco abbia portato a questa insensata reazione, viene meno e si tramuta in rabbia nel momento in cui Maria, uscendo dal rettangolo di gioco, urla all’indirizzo dell’arbitro l’ultima assurda frase del suo inammissibile comportamento pomeridiano: «sei un incapace, per questo ti fanno arbitrare le femmine».

Se non alziamo la testa noi, non lo farà nessuna
Maria
con questa frase intende paragonare le capacità del direttore di gara, non alla categoria da lui arbitrata, bensì al genere e non passa neanche un secondo da quando Maria pronuncia questa frase a quando le giocatrici in campo, chi con uno sguardo di disprezzo, chi con una delle frasi usate precedentemente da Maria stessa nei confronti dell’arbitro, invitano la ragazza ad andarsene in silenzio.
È una frase forte, che fa male a chi ci crede, a chi non si piega all’idea che, anche in questo caso, agli uomini venga data più risonanza che alle donne, che le donne debbano essere arbitrare da un direttore poco competente in quanto, anche loro, sono poco competenti col pallone, a chi non ha creduto di valere meno e lotta ogni giorno con la sua passione affinché non si pensi più che una donna non può allenarsi, giocare e dare spettacolo come un uomo.
La frase di Maria, declamata in un momento in cui aveva perso il senno, è lo specchio di come veniamo trattate e per cui alla fine rischi di crederci anche tu: da sempre ti hanno detto di essere inferiore, di non valere e non meritare più di tanto. È solo questione di tempo perché anche tu possa ragionare come Maria.
È qui però che dobbiamo rimanere unite, perché se non ci crediamo e non ci difendiamo noi… allora chi?

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni

“La filosofia”

Posted on 2022/04/22 by carmocippinelli



«Prof, ce l’ha instagram?»
, domanda tutt’altro che innocua: foriera di curiosità ai limiti della “maliziosità stalkerante” di ragazzi adolescenti.
«Non mi troverete mai». Pivello. Tu, davvero, ingenuo e novellino. Improvvisamente sei catapultato dall’essere docente a “laureato all’università della vita”. Mai sfidare dei quattordicenni: ci hanno messo poco meno di un mese, ma alla fine hanno iniziato a inviarmi richieste da parte di quasi tutta la classe.

Ma la colpa è tua, tu che ti nascondi dietro ad un anagramma: di fronte alla volontà maliziosissima – in senso buono, s’intende – e compulsiva del “prof, ce l’ha instagram?”, tutto (de)cade.
C’è da dire che la prima di quest’anno è una classe piena di vita e brulicante di necessaria voglia di interazione, dopo due anni infernali a distanza e a subir meccanismi machiavellici con arguti (ma inutili) cambi di denominazione acronimica da DAD a DDI.

Tutti, ma proprio tutti, atti a voler significare una sola cosa da parte del Ministero: continuiamo a distanza perché non possiamo diminuire il numero degli alunni per classe (sennò tocca assumere docenti, vaderetroSàtana), non possiamo ammettere che abbiamo tagliato così tanto alla scuola e ora ci ritroviamo senza risorse.
Non dondolare la barca: passeggia sul molo guardandole tutte, ma guai a salirci sopra.
Seguendoci a vicenda, assieme a  ragazze e ragazzi, abbiamo scoperto lati di noi stessi che non conoscevamo e in particolare una studentessa ho scoperto essere molto attratta dalla filosofia.

Non sa bene cosa sia, effettivamente, sa solo che è qualcosa «che ti aiuta a ragionare»: in ogni storia o post che realizza si firma così: “la filosofia”. «E poi, prof» – mi fa – «credere in se stessi, in parte, è anche filosofia». Due anni di didattica a distanza totale e mista, medie completamente saltate, arriva in prima superiore e ogni tanto il suo insegnante di italiano e latino gli dice qualcosa su Platone, su Socrate, su Schopenhauer e  su Marx.

Ecco che la filosofia assume un tratto più marcato: non tanto di “auto aiuto” come poteva concepirla prima la studentessa ma come fattore in sé e per sé.
Perché, in fondo, uno dei grandi inganni dei tempi disgraziati che stiamo vivendo è il seguente: l’assunto che la filosofia non serva più di tanto alla formazione di un essere umano, tanto più che la psicologia ha fagocitato (o almeno così s’è fatto credere ai più) la volontà e l’intenzione di “analisi e introspezione” di ognuno di noi.
Mi ha scritto: «la filosofia ci permette di definire i modi di pensare e di agire dell’essere umano ed ogni modo di pensare e di agire è diverso da ogni persona».
Le ho immediatamente regalato la mia copia de Il mondo di Sofia di Gaarder: è una lettrice, anche se di letteratura cosiddetta “young/adult”, ma ha reagito molto bene a “Sostiene Pereira” di Tabucchi e le è piaciuto molto.

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché non vedrò la maturazione della mia studentessa e l’elaborazione successiva che sarà propria di una mente in divenire, in formazione, in costante ricerca di sapere per il suo benessere psico-fisico. Non lo vedrò perché per loro quello strano non-più-troppo-giovane-professore è stato la meteora del primo anno di scuola: un supplente è questo, d’altronde.
Una meteora e un tappabuchi.

Chissà se la mia studentessa di prima, la filosofia, amerà davvero i miti platonici, Socrate, Feuerbach, Kierkegaard. Non mi è dato saperlo.
La continuità didattica è lo scalpo agitato dai Ministri come quello dei posti di lavoro da aumentare dal politicante di turno il giorno prima delle elezioni: frasi senza contesto e a cui la volontà conseguente è, ovviamente, del tutto assente.

Il post è visibile anche qui: sul blog “L’ortica” https://orticamagazine.noblogs.org/post/2022/04/22/la-filosofia/

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni

Rutilio, testimone del presente che cambia e l’impossibile restaurazione

Posted on 2022/04/21 by carmocippinelli

 In occasione dei 2775 anni di Roma, mi sono deciso a pubblicare la conversazione con Claudio Bondì, pianificata e organizzata in vista di un progetto di tesi di laurea magistrale non più portato a termine. Era un pomeriggio di settembre di cinque anni fa [2017]: con Daniele e la prof.ssa Privitera ci inoltrammo verso Trevignano per incontrare il registra allievo di Rossellini.

Una conversazione con Claudio Bondì 

Elia Schilton in un fotogramma del film “De Reditu” di Claudio Bondì.

Questa intervista prende le mosse dall’incontro avvenuto, grazie alla professoressa Tiziana Privitera, presso l’abitazione di Claudio Bondì, autore del film «De Reditu», ispirato al poemetto di Rutilio Namaziano.

La prima domanda che gli ho rivolto è stata: «per quale motivo proprio Claudio Rutilio Namaziano?» (su cui infra) e Bondì ha serenamente risposto come ho riportato di seguito nella conversazione.

Personalmente, mi sono innamorato di Rutilio durante gli studi liceali. A seguito di una bocciatura in quinta ginnasio, ho ripreso gli studi cercando di non ripetere gli errori (e le mancanze) dell’esperienza pregressa. Mi appassionava molto studiare e approfondire, attraverso letture di saggi e di romanzi storici, le vicende imperiali successive alla morte di Marco Aurelio; tuttavia mi incuriosiva anche la paganità messa alle strette dalla cristianità, e dunque ho iniziato a documentarmi su Giuliano l’“Apostata”. Terminate le letture sull’imperatore “controcorrente”, ricordo di aver letto l’inno a Roma di Rutilio sul manuale di letteratura latina: fu una sorta di folgorazione. Una folgorazione dovuta in particolare ai vv. 63 fecisti patriam diversis gentibus unam e 66 urbem fecisti quod prius orbis erat1.

E da allora Rutilio non mi ha più abbandonato.

Nel V secolo d.C. l’Impero Romano era un’entità statale e territoriale che a stento riusciva a mantenersi salda e viva: l’età degli Antonini, la cosiddetta fase “aurea” dell’Impero, era ormai ben lontana, si susseguivano le usurpazioni e il territorio amministrato dall’Imperator si assottigliava sempre di più. La «caduta senza rumore»2, che Roma subì a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, con conseguente presa del potere da parte di Odoacre, non destò forse tra i contemporanei così grande angoscia, spavento, smarrimento. Il dominio di Roma3 non rappresentava più l’entità invincibile del passato, ma il lento declino di una potenza mondiale, a cui si aggiungevano una classe dirigente sempre più dissoluta e dedita alla corruzione, la progressiva trasformazione dei costumi e del modus vivendi a seguito della cristianizzazione dell’Impero e di altri fattori. Roma cristiana era ormai egemone nei confronti degli idoli pagani.

E questo, probabilmente, provocò la reazione dell’aristocratico Claudio Rutilio Namaziano4.
Originario della Gallia, Praefectus nel 414, Rutilio, nonostante il suo supposto paganesimo, riuscì a conseguire nella Pars Occidentalis una brillante carriera di funzionario durante l’impero di Onorio, come dimostra la nomina a Praefectus Urbis nel 414, una carica, istituita da Augusto, che rimase tradizionalmente appannaggio della classe senatoria, mantenendo il suo prestigio in tutte le fasi della storia imperiale5.

Il Sacco e il Ritorno
Il ritorno di Rutilio ha una meta, la Gallia Narbonese, che lo stesso Alessandro Fo individua come verosimile destinazione del viaggio, dato che: «il codice Vindobonensis indica nella soprascritta come destinazione del viaggio. In terre cioè fra le più strapazzate dalle scorrerie barbariche, fra cui restano memorabili quelle del 413 ad opera dei Visigoti stessi, di ritorno dall’Italia meridionale sotto la guida di Ataulfo. […] Si è molto discusso sull’anno preciso del viaggio, in particolare schierandosi per il 417 o il 415. Comunque stiano le cose, Rutilio parte, e nonostante sia inverno, parte per mare: infatti, ci dice, non ci sono più ponti, né ostelli, tutto ha sofferto le recenti rovine (1, 37 ss.)» 6.

Foto scattata quel dì dal buon Daniele con la prof.ssa Privitera, Bondì e uno spettinatissimo (as usual) me

Il film
Claudio Bondì, regista e sceneggiatore, classe 1944, allievo di Roberto Rossellini, ha scritto e diretto numerose serie televisive per Rai Uno, Rai Tre, ORF, ZDF e tre film: Il richiamo (1999), L’educazione di Giulio (2000) e, per l’appunto, il De Reditu (2003). Quest’ultimo, a causa della estrema economia di mezzi, come ci ha raccontato nella conversazione avvenuta nella sua casa di Trevignano Romano, passò quasi sotto silenzio.

Perché realizzare un film sul V secolo dopo Cristo e, soprattutto, su Rutilio Namaziano?

«Ho scoperto Rutilio nel corso dell’esame di Letteratura Latina di [Ettore ndr] Paratore. Nel manuale era riportato come egli fosse l’ultimo poeta pagano della letteratura latina: la cosa non mi impressionò molto. Al contrario destò la mia curiosità il fatto che Rutilio Namaziano intraprese un viaggio con tre barche per tornare in Gallia e vedere in che condizioni fossero i suoi possedimenti a seguito delle devastazioni dei Visigoti. Mi sembrava una cosa molto romantica e mi rimase viva nella mente fino agli anni ’80, quando mi proposero di realizzare una serie per la televisione dal nome “Vita quotidiana di…”. Il programma si proponeva di raccontare delle epoche storiche attraverso dei personaggi. Dovevo scrivere 10 trattamenti e uno di essi fu quello su Rutilio Namaziano: attraverso la sua vita e il suo viaggio ho ricostruito la fine dell’Impero. Il testo piacque molto, ma non fui scelto a causa di limitazioni nel budget. Il testo lo pubblicai in seguito»7.

Cosa accomuna gli anni di Rutilio ai giorni nostri?

«C’è una “tangenziale” che unisce quegli anni ai nostri: sono epoche così dissimili per alcuni versi, ma fin troppo simili per altri. L’impossibilità, per esempio, che ha Rutilio di parlare con i cristiani è la stessa che proviamo noi nei confronti degli islamici. Anche negli altri film che ho realizzato ho parlato sempre della stessa cosa, se vogliamo: uno o una protagonista, attraversato dalle frecce della Storia, mentre lui o lei cerca di capire e difendersi da quello che gli o le sta capitando. Rutilio è attraversato da un evento che cambia completamente, di lì a cinquant’anni, il senso della vita di chi abitava i luoghi dell’Impero. Come aiuto regista di Rossellini ho realizzato Agostino d’Ippona, dunque mi è capitato di rappresentare una situazione analoga con loro: Agostino e i suoi compagni si sfregavano le mani a seguito della caduta della “Grande Meretrice”.

Non sono uno storico, ma certamente, nonostante le due epoche siano differenti, alcuni tratti non sono così dissimili, come dicevo: stiamo vivendo una situazione analoga a quella di Rutilio. La “grande povertà” di chi è costretto a emigrare entrerà infine nei nostri confini: non possiamo sparare a vista sulle barche, sarebbe un comportamento folle. Bisogna cercare di includere e di assimilare il più possibile, così come venne fatto in passato. Anche perché, se non sbaglio, Alarico voleva essere insignito generale dell’Imperatore. Solo a seguito del diniego dell’Imperatore ruppe il patto con Roma e successe quel che conosciamo. Nell’immaginario delle popolazioni non romane, essere insigniti di un titolo che, probabilmente, all’epoca non valeva moltissimo, sarebbe di per sé bastato».

Rutilio, nonostante fosse di estrazione aristocratica, nel film si scontra con quella che era la “miopia” politica della classe senatoria. Perché nel suo De Reditu si verifica questo scontro?

«Quando Rutilio va dai senatori a proporgli quel piano, del tutto visionario, di mettere insieme un esercito per rovesciare il potere imperiale e “sanare” situazioni che andavano sanate, per l’appunto, i senatori lo prendono per matto. D’altra parte, però, aspettano di vedere quali mosse metta in atto Rutilio. Non sia mai che quel “pazzo” fosse riuscito nell’intento!

Dunque, da un lato c’era l’intuizione, da parte mia, di mostrare quel che sarebbe accaduto di lì a poco, storicamente parlando, nel medioevo: l’incastellamento. I senatori, grazie ai possedimenti e al capitale accumulato nel corso della loro vita, iniziano a ritirarsi nelle loro ville e a vivere per conto loro.

D’altro canto c’era la volontà di mostrare il lato per così dire tutto “democristiano” dei senatori romani: accontentare tutti, non essere nemici di nessuno, senza necessariamente interpretarlo come un fatto negativo, dato che probabilmente non c’era altro comportamento da tenere. Rutilio, infatti, è molto rigido nelle sue posizioni e i senatori provano a fargli capire che già nelle legioni la proporzione di germani era decisamente elevata».

“Democristiani” o meno, sembrano essere più realisti.

«Certamente: è proprio da quel dialogo e da quell’incontro che volevo far apparire il lato romantico di Rutilio. Il comportamento “democristiano” si rivela subito dopo, come dicevo prima: quando Rutilio va via dalla villa, i senatori, riflettendo tra loro, affermano che comunque non è stato cacciato via da loro.

Ho, poi, un difetto che dichiara la mia età: non riesco a fare un film o scrivere un libro senza alcuno scopo. L’utilità di questo film è chiarire alcune cose, non da un punto di vista didascalico, ma per far capire alcuni meccanismi fondamentali che si ripetono.»

Il meccanismo che sta dietro il finale, allora, qual è?8

«Il finale non lo conosce nessuno. Non avevo la minima intenzione di far morire Rutilio: sapevo che non era morto e che era arrivato almeno fino a Milano nel suo viaggio; non potevo farlo combattere contro i catafratti, che l’avrebbero schiacciato in pochissimo tempo. Non lo so neanch’io che fine fa Rutilio. Quando noi incontriamo un testo che, improvvisamente, si interrompe, bisogna fare in modo di far terminare il tutto. Nel film, peraltro, ho messo in scena cose non vere, come ad esempio il fatto che Rutilio si stia recando in Gallia anche per radunare delle legioni e scavalcare così l’Imperatore, che stava a Ravenna, come ho detto prima. Avevo bisogno di quello spunto per il percorso che segue Rutilio nel dialogo con i senatori, quando, rifiutandosi di seguirlo, si iniziava a delineare il processo dell’incastellamento medievale. Questo finale che ho trovato nel film vuole significare una mia devozione nei confronti di Rutilio».

Una devozione che legittimerebbe anche lo spunto dell’esercito da radunare contro l’autorità imperiale di Ravenna?

«Ci sono tante cose che sono state lasciate a metà e che vanno prese, per l’appunto, per la trattazione cinematografica in sé».

Nella narrazione filmica, però, si trattano anche tematiche letterariamente concrete, come le devastazioni dei cristiani nei confronti degli idoli pagani.

«Il discorso iniziale fra Rutilio e Palladio fa parte di un tema su cui la letteratura (già quella latina) ha prodotto tonnellate di testi. I cristiani, appena ottenuta un’oncia di potere, si adoperarono nella rimozione e distruzione degli idoli pagani. Successivamente, con l’intelligenza, si appropriarono di quel che la cultura e l’Impero aveva compiuto. Certo, con dei “filtri”, secondo me: molte opere non sono arrivate perché forse davano molto (o troppo) fastidio. Una scena in particolare, nel film, non ho potuto realizzarla e un po’ me ne rammarico: prima dell’uccisione del rematore, i catafratti avrebbero dovuto incontrare due processioni, una di cristiani e un’altra di pagani. Paradossalmente, entrambe le processioni proseguivano su strade diverse per andare nello stesso posto, ma in senso inverso: i catafratti avrebbero dovuto prendere tutti a bastonate indiscriminatamente. Con questo intendevo dire che la situazione era talmente complicata che non si riuscivano quasi a distinguere le due religioni e le due manifestazioni religiose».

Nel senso che le credenze religiose sono viste, in entrambi i casi, come un intralcio al potere?

«Esattamente: al potere non gliene importava nulla. Intendo dire che in quella fase tanto i pagani quanto i cristiani davano fastidio in egual maniera al potere. Rutilio vive, viaggia e scrive in un periodo in cui le differenze fra le due religioni, così come le loro manifestazioni, erano sottilissime. Quella scena avrebbe potuto far capire come e quanto fosse caotica la situazione dell’Impero nel V secolo.»

Anche nell’opera di Rutilio, infatti, il potere non ne esce benissimo, mi riferisco al medaglione su Stilicone…

«No, affatto. Un’altra scena, a proposito di questo tema, che non ho potuto realizzare, riguarda l’inizio del film, quando Rutilio arriva ad Ostia. Il protagonista avrebbe dovuto imbattersi in un gruppo di Visigoti, o comunque di non latini, i quali incontravano un vecchietto per strada, fracassandolo di botte senza una ragione specifica. Entrambe le scene, quella sopra descritta e quella che ho detto ora, avrebbero rappresentato cose che non sarebbero mai potute accadere cinquant’anni prima e che, invece, accadevano negli anni in cui Rutilio aveva deciso di intraprendere il viaggio»

Gli schemi saltano per tutti, insomma, tanto per i cristiani quanto per i pagani.

«Non solo, anche per l’autorità cristiana, la quale, come ho detto prima, tanto in ambito storico, quanto in ambito documentale, non fa arrivare delle testimonianze importantissime, di cui abbiamo solo i titoli. Giuliano, ad esempio, è diventato l’“Apostata”, il traditore: avrei voluto fare un film anche su di lui. Non era Apostata per nulla ma venne marchiato così dai cristiani, solo perché aveva osato dire che i maestri, dovendo insegnare la storia antica, non potevano essere cristiani. La sua non era un’ostilità aprioristica: era ben motivata. Come faceva un maestro a spiegare il complesso divino pagano e la storia precedente al cristianesimo, se condannava tutto quello che era avvenuto precedentemente a Cristo?».

I discorsi attorno alla religione, inevitabilmente, portano alle considerazioni sull’attuale e il riferimento non può che tornare all’integrazione e ai nostri giorni, cosa ne pensa a riguardo?

«La questione è complessa: pensiamo però al fatto che i cristiani distruggono, se vogliamo, buona parte di quello che era un mondo stabilitosi da settecento anni. Pensi al Pantheon: un meraviglioso esempio di integrazione, un luogo in cui erano presenti tutti gli déi: tutti diventavano cittadini romani e potevano venerare chiunque volessero. In un certo qual modo la tolleranza dell’Impero era simile a quella presente nell’Impero Asburgico, in cui convivevano circa quattordici nazionalità diverse».

A proposito di religioni, Rutilio se la prende anche coi giudei.

«Roma era, certamente, antisemita, ma solo perché i Giudei davvero non venivano capiti, erano percepiti come “strani”. Quando nel film faccio dire ai personaggi che il proprietario della locanda in cui si sono fermati è giudeo, perché aveva messo loro in conto anche l’erba che avevano calpestato, probabilmente sarà stato così [ride]: denigrare “la tirchieria” è un costume che attraversa le epoche».

Passiamo a Rutilio e alla sua figura storica e letteraria. Personalmente mi sono innamorato della sua opera letteraria quando ero al liceo, lei nel corso degli studi universitari. Prima di realizzare il film, però, passa moltissimo tempo. Come mai?

«Nella mia vita, quando ho cercato di fare determinate cose non sono riuscito a realizzarle. Quando invece non le pensavo neanche, è successo che le ho fatte e portate a termine. È strano, non trova? Se mi incaponisco a voler fare qualcosa, non c’è verso che riesca a farla. Devo scrivere, quello sì, e anche molto, ma se incontro resistenze non devo occuparmene o incaponirmi. Il film su Rutilio giaceva “da una parte”: per me era morto e sepolto a seguito del primo rifiuto televisivo. Inaspettatamente, arrivò l’occasione per Rutilio anni dopo. Tra l’altro c’è da dire che la Rai continua a mandare in onda pezzettini, di qualche secondo o minuto, a seconda delle necessità, del mio film nei più disparati programmi di divulgazione o anche storici: anche in “Ulisse” di Alberto Angela, ho ritrovato dei frammenti. Se questo film l’avesse comprato la Rai la sua sorte, forse, sarebbe stata diversa».

Si ricorda come venne accolto e quale fu il giudizio riguardo al film?

«Ero molto scontento del film. Mi sembrava di non essere riuscito a raccontare nulla di quello che avevo in mente, anche perché prima della sceneggiatura finale ne avevo realizzate nove. Testi, tutti e nove, che ho regalato ad Alessandro Fo. Ogni sceneggiatura successiva alla prima è stata una riduzione, a seconda di quello che il budget che avevo a disposizione consentiva di produrre. Avrei voluto girare con tre barche, anziché con una, avrei voluto girare le scene che ho descritto sopra oltre all’inseguimento dei catafratti, i quali, secondo la prima stesura, avrebbe dovuto essere una truppa, non “quattro scalmanati” come nel film. In me, probabilmente, era rimasto più forte che in altri uno scontento enorme rispetto a quello che ho dovuto togliere e che mi sembrava importante rispetto al [prodotto finale] montato. Alessandro Fo, che si imbucò [ride] letteralmente alla prima proiezione del film riservata alla troupe, dopo i titoli di coda mi fermò e mi disse che avevo realizzato una cosa straordinaria e mi riempì di elogi. Io mi aspettavo che, al contrario, mi prendesse da parte per darmi del mascalzone e farabutto!».

Quindi critica positiva nonostante la sua contrarietà?

«Esattamente! Il Manifesto fece un articolo a sei colonne con il seguente titolo: “Contro The Passion, De Reditu: un apologo pagano”, scritto, se non ricordo male, da Silvestri. Il ritaglio di quel giornale, insieme a molto altro, l’ho donato al Museo del Cinema di Torino, quindi ora non ce l’ho, ma spero sia facilmente reperibile in rete. Il tema era importante, per la verità, e la pubblicazione del film ha spiazzato un po’ tutti. Al contrario, io ero quasi furibondo dopo la pubblicazione del film. Pensavo ricorrentemente che una cosa a cui tenevo moltissimo fosse il film, che “alla fine dei giochi”, mi era venuto peggio. Pensavo perfino che la gente se ne potesse andare via a proiezione in corso!»

Quanto costò, infine, il film?

«Ottocento mila euro e le riprese durarono sette settimane. In una cosa sono stato feroce: la barca del film non è stata mossa da motori o nient’altro di meccanico. La barca ha funzionato coi suoi tempi.»

Quindi, nonostante le sue infelicità, il film venne accolto bene.

«Anche altri colleghi registi mi chiesero quello che mi hai chiesto, ovvero, come mi fosse venuto in mente di realizzare questo film. Mi ero appassionato all’aspetto romantico dell’avventura verso l’ignoto che un solo uomo vuole fare, nel tentativo di [recuperare] una situazione irrecuperabile. E ne è venuto fuori un prodotto che, in un modo o nell’altro, ha i suoi devoti. Non dobbiamo, però, vedere Rutilio come un anti-cristiano, piuttosto come un filosofo che reagiva a tutto quello che stava succedendo a lui».

Una reazione rispetto all’attualità che lo circondava, dunque?

«Necessaria, aggiungerei. Anche perché i cristiani di allora ritenevano imminente la fine del Mondo. Potevano dire, in sostanza, tutto quel che volevano, convincendo la gente del fatto che la fine sarebbe stata imminente e che presso di loro avrebbero trovato la salvezza».

A proposito di accoliti del film, in rete si possono trovare diversi articoli e post di blog di cinefili che plaudono alla sua opera. C’è un aneddoto, anche recente, che vuole ricordare a riguardo?

«Un aneddoto che ricordo con piacere, a tal proposito, è questo: nel 2010 ero a Trieste, al Festival del cinema latinoamericano: portavo un documentario La balena di Rossellini9. Finisce la proiezione del film e mi si avvicina una signora, chiedendomi se avessi realizzato anche il De Reditu: «Mi deve fare un favore» – mi disse – «c’è mio marito, uno storico, che passa ogni sera a recuperare i pezzi del suo film trovati su Internet, tra YouTube e altre piattaforme: non ci dorme la notte, gli faccia avere un dvd». Forse, allora, De Reditu qualcosa ha messo in moto nella comunità di appassionati, di storici e non. Ne ho avuto la riprova a seguito della proiezione che c’è stata alla Casa del Cinema quattro anni fa: la domanda che più mi è stata posta era come mi fosse venuto in mente di farlo, questo benedetto film».

È proprio questo, in fondo, che muove curiosità e interesse nei confronti del De Reditu: il film ha una sua platea di aficionados, facilmente rintracciabile tramite una ricerca in Internet attraverso un qualsiasi motore di ricerca. Proprio Bondì, a seguito di questo interesse10, ha concesso che il film venisse caricato integralmente su YouTube11.

1 Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Torino, Einaudi, 1992.

2 Momigliano, Storia e Storiografia antica, Bologna, Il Mulino, 1985.

3 Non fu sempre Roma la sede imperiale, tuttavia, come un immaginario collettivo ha erroneamente tramandato: Milano e Ravenna furono le città a cui gli imperatori preferirono affidare il titolo di capitale come lo si intende oggi. L’ultima sede imperiale fu appunto Ravenna. Né bisogna trascurare il fenomeno non inconsueto delle usurpazioni, a sua volta responsabile della designazione di una diversa sede imperiale, relativa alla porzione di territorio, su cui l’usurpatore di turno esercitava il proprio dominio.

4 Per una sintesi del vivace dibattito sull’ordine dei tria nomina, cfr. A. Fo, Ritorno a Claudio Rutilio Namaziano, Pisa, 1989, p. 50.

5 «Le belle proprietà di Gallia, di un uomo che ha trovato in Roma il vertice della bellezza della civiltà non sono sfuggite alle devastazioni, sì che ora egli deve ritornarvi. Claudio Rutilio Namaziano è un aristocratico, figlio del funzionario imperiale Lacanio, ha egli pure ricoperto importanti cariche, principale delle quali la prefettura di Roma (nel 413 o nel 414), e abbonda di amicizie e parentele eminenti». Così Fo, ibidem

6 Rutilio Namaziano, Il ritorno, cit. Significativo il passaggio, in cui chiarisce il motivo del viaggio, I, 19-22: At mea dilectis fortuna revellitur oris / indigenamque suum Gallica rura vocant. / Illa quidem longis nimium deformia bellis / sed quam grata minus, tam miseranda magis.

7 C. Bondì– A. Ricci, La storia a misura d’uomo: vita quotidiana nell’Italia antica, Torino, ERI, 1980.

8  Il de reditu è incompiuto: il film di Bondì prova a immaginare un finale, nel quale le guardie imperiali riescono a mettersi sulle tracce di Rutilio, uccidendo un membro dell’equipaggio della barca. «Sembra passato moltissimo, amico, e invece siamo appena a metà del viaggio», così Rutilio nella pellicola si esprime, rivolgendosi a Minervio (Rodolfo Corsato), il quale, sfoderando appena la spada, risponde enigmaticamente: «di questo o di quell’altro?», mentre i cavalli delle guardie imperiali galoppano (non pacificamente) in direzione dei due.

9  Film ideato da Rossellini nel 1971, ambientato in Cile, che non ha mai visto la luce.

10 La decisione di Bondì è in totale controtendenza rispetto a quello di registi, musicisti e artisti in generale: si veda il caso Napster/Metallica, la cui disputa aprì un dibattito feroce tra chi scaricava illegalmente musica e la difesa del diritto d’autore.

11 Qui, il link del film completo: <https://www.youtube.com/watch?v=6esfS4lrz5I>.

Ancora una cosa…

Piccola nota personale, a margine della conversazione. La passione per i versi di Rutilio Namaziano l’ho sempre condivisa (fin da quando si è palesata) con Domenico, compagno di liceo e ora docente a Oxford. Io bocciato in quinta ginnasio, lui vera e propria miniera di sapere già a 16 anni; lui autodidatta ma tecnico (nel senso stretto della parola) a suonare la chitarra, io grattacorde. Eppure, nonostante la distanza, siamo ancora in contatto, ed è davvero una tra le cose più belle che mi ha lasciato il liceo. A lui, però, Rutilio non piaceva affatto: il latino era “barbaro”, rozzo, altroché odi et amo quare id faciam etc etc.
Al momento dell’iscrizione all’Università andò alla Normale di Pisa e all’esame di ammissione, mi raccontò poi, gli chiesero di chi fossero i versi su cui tanto gli ruppi le scatole a 16 anni: non solo glielo ha detto ma gliel’ha pure citati a memoria. Ammesso alla Normale senza riserve, ovviamente. Rutilio ora pro nobis.

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Quando il rock parlava (anche) russo

Posted on 2022/03/28 by carmocippinelli

Ci sono quattro musicisti sul palco. Il chitarrista, uno dei due con l’elettrica al collo, si avvicina al microfono e abbozza un saluto: «Привет!» (Ciao!). È Yuri Dimitrevich Kasparyan, chitarrista dei Kino: senza perder troppo tempo inizia a suonare intonando distintamente le note di una delle canzoni che ha reso famoso il gruppo nel corso degli anni ’80 del secolo scorso. C’è anche una voce che canta ma nessuno dei quattro sta effettivamente proferendo parola di fronte al microfono. Eppure la voce è propagata chiaramente e distintamente dagli altoparlanti: si riesce a distinguere in maniera cristallina. È una voce calda e leggerissimamente gutturale, comunque molto profonda. Nessuno sta cantando il 31 gennaio 2021 a San Pietroburgo assieme ai Kino: non si tratta di una voce del presente. Non appartiene a questo tempo e all’oggi ma ad un vago “ieri”.
O meglio: appartiene agli anni ’80 (anche lei) e li si è cristallizzata per sempre nei dischi dei Kino. Nessuno sta cantando eppure la voce si distingue nitidamente. Il fatto è che la voce di Viktor Tsoi ha cessato di essere associata al corpo che gli apparteneva nel 1990, quando c’era ancora l’Urss e la dissoluzione era a un passo. Il concerto dei Kino senza il frontman ha rappresentato un’emozione enorme per tutti i presenti: nel video del concerto, caricato su Youtube dal gruppo stesso, ci sono evidenti segni di commozione tra i presenti. Metafisica dell’assenza che è anche presenza.

L’argomento che sento l’urgenza di trattare è quello relativo ad una parte della musica pop-rock prodotta in Russia a partire dalla fine degli anni ’70 fino agli anni ’90 del Novecento. Fino, cioè, alla dissoluzione dell’Urss. Un articolo molto interessante sul fenomeno dei kvartirniki è stato scritto da Martina Napolitano per Il Tascabile. Rimando a quello per chiarimenti sull’underground sovietico “d’appartamento”. Se si vuole leggere un post stracolmo di aprioristico sentimento di chi cura questo spazio verso le cose che lo appassionano, allora siete nel posto giusto.

L’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha fatto scoppiare un’insensata russofobia per cui non sto qui a citare nuovamente tutto quel che è capitato (ad esempio) alle lezioni e alle presentazioni dello scrittore Paolo Nori, nonché all’assurda “caccia al nemico” che è andata sviluppandosi in questa fase della storia umana. Chi batte queste righe sogna che lo scrittore sopracitato leggesse questo suo post stracolmo di aprioristico sentimento perché la devozione che ha per i Kino è pari a quella che ha per Nori. Ma non è sicuro che possa accadere.
Ad ogni modo, è bene tornare a parlare di Viktor Tsoi e del suo gruppo.

Figlio di un ingegnere di origini nordcoreane e di un’insegnante russa, visse e lavorò a San Pietroburgo dando alla luce un figlio: Aleksandr, classe 1985, uno dei principali sostenitori del progetto di reunion del gruppo e di recupero del materiale d’archivio di suo padre. Prima del concerto nell’ex zona industriale di San Pietroburgo, erano state messe in atto delle prove per poter vedere se la cosa effettivamente potesse davvero funzionare: suonare con Viktor Tsoi senza che lui ci sia, sentire la sua voce e calibrare i musicisti che suonano dal vivo con lui dall’aldilà. In uno dei primi video di promozione del concerto tenuto il 31 gennaio scorso [2021], Aleksandr Tsoi ha commentato l’idea con un semplice, quanto emblematico: «круто!» (figo!).

La contestazione nel rock sovietico

Negli anni ’80 un’altra invasione (che nulla ha a che vedere con la guerra russo-ucraina in atto, tanto per chiarire) aveva portato a galla le criticità e le problematiche del sistema burocratico-sovietico di fine anni ’80: si sta parlando dell’invasione dell’Afghanistan. Uno stato socialista invade un altro stato socialista: cortocircuito politico-ideologico e morti, stragi, eserciti che combattono. Nel 1979 l’invasione dell’Afghanistan aveva iniziato a mobilitare un’avanguardia di persone che si stavano mostrando ostili a quel conflitto insensato: nel 1988 uscirà uno dei dischi più rappresentativi dei Kino e della discografia di Viktor Tsoi.

Canzone che da’ il nome al disco: Gruppa krovi, gruppo sanguigno. Il Vietnam statunitense era ormai passato eppure il movimento pacifista e contro la guerra avrebbe segnato per sempre l’immaginario politico, culturale, musicale della contestazione mondiale. “Run through the jungle” dei Creedence clearwater revival non era solo una canzone quanto piuttosto un manifesto politico contro la guerra e nei confronti dell’insensatezza di un conflitto che, col passare degli anni, si vedeva intensificare in violenza, morti e recrudescenza nei confronti di ogni tipo di resistenza armata contro l’esercito americano.

Gruppa krovi può essere considerata una sorta di manifesto di quell’epoca “dall’altra parte della cortina di ferro”: così come la canzone dei Ccr aveva una marcata valenza anti-bellicista, così “gruppo sanguigno” portava in dote una dura reprimenda nei confronti dell’insensatezza della guerra in atto da ormai troppi anni. 

«Il mio gruppo sanguigno lo vedi sulla spalla: augurami buona fortuna quando sarò in battaglia».

Il rock negli anni ’80 parlava russo e non soltanto nei confini delle repubbliche socialiste sovietiche ma anche oltrecortina. Ci furono contatti, in effetti, tra Tsoi e parte della società statunitense tanto che il disco in oggetto venne anche registrato per il mercato d’oltreoceano e le canzoni cantate in inglese.

 
 

Non basterebbe un giorno per descrivere la creatività, l’ecletticità dei Kino e del suo fondatore, attorno a cui è stato girato un film “Leto” nel 2018 con una regia russo-francese e una trama davvero peculiare. Il rapporto della contestazione di chi viveva ai margini della società sovietica e suonava rock è descritto in modo curioso e rappresenta una sorta di unicum, fondendo immaginazione e realtà. Celebre l’incontro/scontro tra Tsoi e Naumenko che occupa praticamente tutta la pellicola: “Come fai a dire di poter utilizzare una drum machine per suonare rock? Dobbiamo utilizzare strumenti veri, non roba che ti fa essere pop/dance!”. Naumenko avrebbe voluto rappresentare l’avanguardia del rock sovietico ma non riusciva ad essere al passo coi tempi: i suoi anni ’80 erano ancora in odor di “rock around the clock” mentre Tsoi aveva già lo sguardo posato altrove.

Tra finzione e pellicola, tra racconto filmico e realtà, così anche queste righe si muovono tra una canzone e l’altra, cercando di sgusciare sinuosamente come le note del basso di Igor Tikhomirov. L’atmosfera del paese che stava cambiando e in cui c’era una vita da vivere pienamente, nonostante le contraddizioni della burocrazia sovietica di quegli anni, è rappresentata pienamente da un’altra delle canzoni tra le più iconiche di Tsoi: Trolleybus, filobus. 

«Il mio vicino non può andar via: non conosce la strada […] Non c’è autista in cabina, ma il filobus è acceso, il motore è arrugginito, ma andiamo avanti / stiamo seduti senza respirare». 

Un’atmosfera che prelude al fenomeno dei doomer e dei gruppi post-punk post sovietici di cui la scena musicale russa – nonché di tutto l’est Europa – pullula, basti pensare ai Ploho, Durnoy Vkus e agli oramai ben più celebri Molchat Doma.

Mia mamma si chiama Anarchia: mio padre è un bicchiere di Porto

Quando la tensione della censura sovietica stava per essere allentata, l’irriverenza e la creatività di Tsoi diedero alla luce una delle canzoni più particolari della sua produzione: “Mamma Anarchia”. Chitarra asciutta, batteria martellante: un brano punk a tutti gli effetti. Alla censura, per far passare la canzone, venne detto che era stata creata con uno scopo ben preciso: irridere il punk occidentale: «l’importante è che mi facciano cantare le mie canzoni e mi facciano suonare», quel che si dice “avere chiaro e limpido quel che si vuole fare nella vita, dato che per mantenere la famiglia e la sua vocazione da rockstar, Tsoi lavorava nei locali delle caldaie del suo condominio (soprannnominata da Tsoi stesso “Kamchatka”).
Sembra di ascoltare un riff tipico dei Sex Pistols o di altri gruppi punk occidentali e, invece, ecco che arriva la voce dell’est:

«Un soldato tornava a piedi a casa / Trovò dei ragazzi per strada. / “Ehi, ragazzi, chi è la vostra mamma?” / Quel giorno chiese loro il soldato. / Mia mamma è l’anarchia, mio papà un bicchiere di porto! / Avevan tutti giubbotti di pelle / E tutti di bassa statura. / Il soldato provò a andare avanti / Però non ci riuscì. / Uno scherzo un po’ insolito / Gli giocarono poi quei ragazzi / Gli pitturarono il viso di rosso e blu / E gli fecero dire parolacce». [1]

Gli pitturarono la faccia di rosso e blu: la futura federazione russa e la Csi stavano sorgendo tra i versi irriverenti di una canzone punk del gruppo più famoso della Russia sovietica; la bandiera tricolore era tanto manifestazione della contestazione quanto dissacrazione del potere militare di quel periodo.
Il video qui sotto riproduce la canzone cantata alla fine del concerto citato all’inizio di questo scritto: le chitarre e la batteria sono acide e corpose al tempo stesso, così come la canzone doveva mostrarsi alle orecchie di chi l’ascoltava attorno al 1985.

Ascoltare i Kino ora, nel 2022, potrebbe rappresentare forse un esercizio vintage, per così dire, specie per gli occidentali. Tuttavia, Viktor Tsoi e il suo essere tutt’ora una vera e propria icona per tutti i paesi russofoni, rappresenta un esempio e un elemento di studio per il rock mondiale.
Di come esso sia, in un certo qual modo, una sorta di koiné che travalica muri e sistemi politico-ideologici.

[1] La traduzione della canzone è reperibile qui: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=45313&lang=it

 

La foto a corredo del post appartiene al blog “Meg in Moscow” © e ne detiene tutti i diritti.
È visibile qui:
https://moscowmeg.com/2020/10/21/a-staycation-in-moscow/

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Un paese che non c’è e che forse dovremmo costruire: “Zenìa – folk immaginario per un paese immaginario”

Posted on 2022/03/12 by carmocippinelli
Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti
Zenìa: folk immaginario, per un Paese immaginario. Paese sia con la p maiuscola che minuscola: l’accezione potrebbe riguardare entrambi i significati della parola, sia quello più vicino a Stato che quello più letterale di piccolo agglomerato urbano. Soffermarsi sul paese e folk immaginario è un’esigenza di chi scrive per far capire e comprendere meglio la proposta di quel che è stato messo in scena dai cinque musicisti l’8 marzo al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium (Nora Tigges – canto, testi; Massimiliano Felice – organetto e chitarra; Davide Roberto – percussioni e canto; Massimiliano Bultrini – chitarra; Caterina Palazzi – contrabbasso. Ospiti: Nicola Alesini – sax; Matteo Giuliani – chitarra; Fabiana Carosi, Camilla Dell’Agnola, Federica Migliotti, Susanna Ruffini – voci. Federica Migliotti – supervisione drammaturgica e teatrale).
Quando si pensa ad un paese immaginario, di solito, si fa riferimento all’immagine olografica del paese in cui i vicoli sono stretti, le macchine non ci passano, ci sono gli anziani che popolano le stradine – in eguale proporzione rispetto ai giovani – che si affollano nella piazza centrale. Una rappresentazione che, spesso, non è tendente alla realtà dei fatti: complessa, piena di fattori molteplici riguardanti le situazioni più varie che possono intercorrere e rompere l’ameno fluire dell’agglomerato semi-urbano, tendente al rurale, di una qualsivoglia provincia. 
Il punto è che Zenìa non c’è: non esiste. Non è mai esistito alcun paese che porti questo nome, né tanto meno ne è mai esistito uno che avesse una vera e propria lingua. Massimiliano Felice e Nora Tigges, dalla cui intuizione è nata Zenìa, hanno portato in scena una vera e propria avanguardia: inventare l’ignoto facendolo diventare un esercizio collettivo tra chi lo ha prodotto e chi lo sta ascoltando. Se il paese che tende la mano allo straniero non c’è; se non esiste un luogo che possa ancora continuare ad essere chiamato “comunità”, è giunto il momento di inventarlo. 
E tanto vale strutturarne anche il linguaggio.
Tigges e Roberto, infatti, a parte gli intermezzi narrati tra una canzone e l’altra, cantano in una lingua che l’ascoltatore non conosce affatto ma con cui, col passare dei minuti e dell’esibizione, imparano a familiarizzare. E alla fine dello spettacolo anche la lingua di Zenìa, una grammatica in costante evoluzione e scoperta tanto per chi l’ha fatta nascere quanto soprattutto per chi ascolta, assume dei tratti di familiarità. Come se le parole utilizzate da Nora Tigges e Davide Roberto fossero state intimamente introiettate e fossero andate a ripescare un qualcosa di seppellito da anni legata all’infanzia di ognuno. In buona sostanza: come se avessimo sempre detto medaima per dire “insieme”. 
C’è da dire che – per utilizzare le parole dei musicisti che hanno portato in scena usi e costumi, musica e passioni di un paese che non c’è -: «ogni vero viaggio, anche se immaginario, porta a conoscere l’ignoto ma anche e soprattutto a scoprire qualcosa di noi stessi». E il viaggio di Zenìa si muove tra baltrad e folk italiano, jazz e lontane eco africane: il Mediterraneo è abbracciato e toccato dalle sponde del mare che bagna le coste del paese immaginario, così come quelle che hanno prodotto tutto quel che è stato portato in scena. Un folk che è, per l’appunto, ignoto: si muove sinuosamente tra vari stili senza definizione di se stesso. Un unicum che si afferma ad ogni nota prodotta e che scalpita per essere presente.

Zenìa si raggiunge dal mare, nascosta dietro gli scogli, in una piccola baia riparata dal vento: piccole case colorate, montagne sullo sfondo e il porticciolo che ti accoglie nella luce rossa del tramonto. Da terra arrivano suoni: voci, strumenti, stoviglie… una taverna! La taverna di Zenìa. Una porta aperta ti invita ad entrare. La lingua di Zenìa è un mistero per il forestiero, eppure nei suoni e nei canti c’è qualcosa che riconosci…
Immaginare un paese. Posarlo sulla terra, stretto fra le montagne e il mare, modellare i suoni della sua lingua, inventare usi e costumi e poi raccontarne storie, leggende, personaggi, memorie con musica e parole.
Questa è Zenìa! Un paese dove ogni giorno si tende un filo di speranza per disorientare la malasorte offrendo cibo e riparo a chi arriva, dove uomini e donne condividono la paura, il coraggio e l’amore per la bellezza. 

Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti

Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti
Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti


I servizi fotografici relativi al concerto sono visibili a questi due link: 1) https://www.facebook.com/media/set/?vanity=helikoniaconcerti&set=a.10159903720189976 2) https://www.facebook.com/alberto.marchetti63/posts/10223807220426087   

L’album ascoltabile su Spotify:
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Ma noi da che parte stiamo, prof?

Posted on 2022/02/24 by carmocippinelli

In questo mese è capitato più di qualche volta che ragazze e ragazzi delle mie classi (più le prime, per la verità) mi sollecitassero a parlare con loro della questione russo-ucraina. È una loro esigenza cercare di capire quel che succede, non già per perdere ore di lezione, quello lo fanno già normalmente stando stravaccati sul banco alzando la mano solo per chiedere di recarsi nel giro peripatetico d’ispezione della fissità scolastica (altresì noto come «posso andà ar bagno?», rievocazione dell’«annamo a pijà r gelato» di zerocalcariana memoria). È una loro esigenza, dicevo, perché tra supplenti che arrivano tardi, professori che mancano e cattedre scoperte (alla faccia dei proclami di Bianchi), il Novecento e la contemporaneità sono argomenti che raramente vengono toccati nel loro programma di studi. 

Anche perché, spesso e volentieri, le loro conoscenze sono molto approssimative e si limitano al sentito dire, come già ho avuto empiricamente modo di testare.
Si arriva fin dove si può. Questo muoversi apoditticamente nell’esposizione, così come fatto già sopra, implica che in un prossimo post magari mi dilungherò di più sull’argomento: la situazione lo richiede.

Dicevo. L’attualità stringente e i ragazzi. Lunedì mi è capitato di parlarne in un quarto superiore, forse troppo di sfuggita, martedì in un terzo e oggi in un primo. Ho spiegato loro la situazione e illustrato che, in realtà, la guerra in quella zona geografica c’è dal 2013: quasi 13.000 morti, otto anni di guerra, di quotidianità sospesa e umanità interrotta, di carri armati che sparano ed eserciti schierati che sparano. Ospedali, scuole, case non più edifici ma obiettivi da guardare attraverso il vetro di un mirino per far fuoco e distruggere tutto in un attimo.

Molti ragazzi hanno giustamente fatto notare ai loro compagni e compagne, senza che nessuno glielo abbia esplicitamente comunicato, che se l’America continua a “mettere basi militari in Europa è chiaro che prima o poi la guerra, questi, ce l’hanno in mente: in Italia siamo pieni”. Una ragazza ha iniziato a dire tutto quel che sapeva mentre io l’ascoltavo per farla esporre e farla ascoltare dai compagni: ha citato le basi di Vicenza, “qualcuna in Sicilia pure, prof, mi pare”, a Livorno, «non dimenticarti la Sardegna!».

Stamattina, tuttavia, nel primo superiore, dopo aver spiegato un po’ gli avvenimenti (Nato, Russia, Usa e vari movimenti pre-attacco del 24 febbraio), una studentessa prende la parola e dice: «Prof, ma noi da che parte stiamo?». 

Già, da che parte stiamo. Non è che c’è proprio una parte da prendere, se entrambi sono sbagliate. Avrei potuto dirle un mucchio di questioni aperte e in ballo, però l’unica cosa che ho sentito di dirle è stata: «Se le due parti hanno entrambe torto, non serve per forza prendere parte, non trovi?».
Risposta: «Ma non possiamo uscire dalla NATO?»
«Beh questo allo stato attuale delle cose è tecnicamente impossibile: ci sarebbe la Rivoluzione… che è poi quello che vorrebbe il tuo prof., però, vabbè, transeamus. Toh, è arrivata la prof. di inglese!»

Ma noi da che parte stiamo, prof?


P.s. La posizione dei comunisti russi (sì, perché non è che Putin siccome parla russo allora è comunista, eh, anzi, tutt’altro: è l’essere quanto mai più distante dal comunismo che esista): No alla guerra! Il nemico principale è nel nostro paese! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

La posizione del Partito comunista dei lavoratori, di cui faccio parte: No alla guerra! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

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Tra i “Klimt1918” e occupazioni di scuola, tra un vagone e l’altro della metro

Posted on 2022/02/04 by carmocippinelli

I Klimt 1918 fanno parte del mio ascolto quotidiano (letteralmente “quotidiano”) da quando avevo 16 anni. Era appena uscito “Just in case we’ll never meet again” e devo averlo notato su una di quelle riviste che adoravo leggere, nonostante i loro articoli pieni di sintassi non indoeuropea, come Metal Shock e Metal Maniac. 
Se non ricordo male, venne intervistato proprio il frontman Marco Soellner. Articolone a tutta pagina: foto dei quattro musicisti, spiegazione delle ragioni che hanno portato alla pubblicazione di quell’album. Il voto dato a quel disco fu ben oltre la sufficienza, se ben ricordo, così come il fatto che il recensore lo descrisse giudicandolo davvero molto positivamente. Curiosità alle stelle: mi fiondo in un negozio di dischi del Pigneto e compro il loro primo cd. La prima canzone che ascoltai (“Naif watercolor”), infatti, non apparteneva al nuovo disco bensì ad “Undressed Momento”: nella recensione, l’articolista lo descriveva entusiasticamente ponendolo, tuttavia ma a ragion veduta, un gradino sotto “Dopoguerra”. 
Una volta tornato a casa il primo “atto” è stato quello di convertirlo per inserirlo digitalmente nell’iPod. 
L’indomani mattina mi trovavo sul 556 per andare a scuola: quella canzone mi accompagnò per tutto il giro attorno a Tor Tre Teste che il bus era obbligato a percorrere. Era inverno e mi sembrava che il tragitto fosse stato brevissimo così come, allo stesso tempo, lungamente etereo. Per giorni nelle orecchie c’è stato il suono delle chitarre di “Naif Watercolor”. Da quel momento in poi non sono più riuscito a fare a meno dei Soellner e della loro creatura dal nome così particolare. 
Per un motivo o per un altro, col passare degli anni, non sono mai riuscito ad andarli ad ascoltare dal vivo: spesso anche con motivazioni che poi non sono ben riuscito a decifrare, col famoso e infame “senno di poi” con cui siamo soliti passare in rassegna gli episodi più o meno felici della nostra esistenza. La prima volta è stata quella con la nuova formazione a settembre 2021, a tre anni pieni dall’uscita del meraviglioso “Sentimentale-Jugend”, in quel concerto che è stato promosso come “piccolo concerto di fine estate”. Appena vidi la possibilità delle prenotazioni cliccai subito sul pulsante di invio della mail che avrebbe sancito la presenza futura a quel piccolo e intimo concerto.

In realtà, piccolo concerto a parte, c’è dell’altro. Ovviamente, altrimenti non avrebbe senso questo post. 

Stamattina, dopo tantissimo tempo, ho riascoltato “Sleepwalk in Rome”, una delle tracce con cui mi “svegliavo” per andare a scuola. Tralascio, in questa sede, l’evidente contraddizione di svegliarsi con una canzone che si chiama “sleepwalk”, ma tant’è. Georg Wilhelm Friederich Hegel, ora pro nobis. 

Quando riuscimmo ad occupare scuola, ero già all’ultimo anno di liceo, così come miei altri compagni approdati a Largo Agosta dopo una più o meno lunga sosta nel liceo di Piazza Zambeccari. La prima sera d’occupazione dormii in palestra con chi era rimasto: eravamo in molti, per la verità. Prima di riposare il corpo lasso, mi misi a parlare tutta la sera con una compagna di liceo e che ora è una delle persone più care che affollano la mia vita, insieme al suo compagno Alessio. Dopodiché, mi diressi a dormire qualche ora prima del turno di guardia delle 4 di mattina: divisi lo stuoino per il sacco a pelo con un altro reduce ex-Kant con cui avevo condiviso un quadrimestre piuttosto delirante. Volevamo dormire con un po’ di musica nelle orecchie, dunque ci dividemmo le cuffie dell’iPod che tenevo in mano: «Devi sentire questi, Simò, sono spaziali». 
Ascoltammo tutto “Dopoguerra” e poi mi chiese di rimettere “Sleepwalk”: «Quella che aveva la parte cantata in italiano era stupenda: c’era quella schitarrata che m’ha fatto volà. Rimettila per favore!».
Ci addormentammo uno di fronte l’altro con una cuffia per orecchia e con la voce di Soellner che quasi sussurrava, come fosse una ninnananna: «Stringete lana imbevuta / Mi bagno il viso un’altra volta, no / Non mi dite che / Dovete andare più lontano / Umide vesti scolorite / Che fate male sulla pelle / Come la mota sulla pelle / Le ore lorde degli incanti / I sogni scuri dei perdenti, sì / Scorrono come se / Il buio fosse acqua e terra / Torrente scuro, silenzioso / Le labbra viola seducenti / Umide membra già basite». 
Mentre stamattina prendevo la metro a Santa Maria del Soccorso, mi è passata davanti quella notte e sono stato attraversato da ogni tipo di sensazione di quel momento vissuto. Le stesse identiche. Come se stessi nel sacco a pelo, anziché entrando dentro i vagoni della linea B. 

Prossima fermata “Quintiliani”. Next stop “Quintiliani”. 
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Il giorno del dì di festa

Posted on 2022/02/01 by carmocippinelli

Un clacson suona in lontananza. O meglio: in strada. Il secondo piano di un condominio non è poi così troppo distante da terra. Probabilmente si tratta di un autobus che non riesce a transitare a causa della cosiddetta sosta selvaggia in cui imperversa la mainstreet torremaurense. Il rumore è ripetuto e distinto: l’autista spinge sulla parte cliccabile del volante dell’automezzo aziendale con molta forza, dando spinte a intervalli più o meno regolari. In tal modo si segnala, al proprietario che ha posteggiato il veicolo, il suo essere andato contro la norma che prevede il divieto di sosta in quel preciso punto della strada. Finalmente arriva l’automobilista, prova ad abbozzare una scusa con la mano destra: il palmo è rivolto verso il finestrino dell’autista mentre con la sinistra tiene saldamente le chiavi che dovrà inserire nell’apposito spazio all’interno del cruscotto del mezzo. Bastano pochi secondi e il traffico riprende a scorrere regolarmente. Riesci a sentire tutto distintamente, anzi: piuttosto nitidamente distingui ogni rumore che ha preso parte a questo siparietto che va in scena in più momenti nel corso del giorno, delle settimane, dei mesi e – infine – degli anni. Una sorta di costante torremaurense nell’ambito del teorema del parcheggio e della sosta: macchina messa male, di solito posta in doppia fila o obliqua, 313 che non passa. Fila, clacson, santi del calendario che vengono invocati e invitati, uno dopo l’altro, ad abbandonare la sede sapientiæ e a scendere sulla terra. Immancabile, nel caso la situazione non si dovesse sbloccare nel giro di qualche minuto, il negoziante che esce dal suo esercizio commerciale per guidare l’autista in ipotetiche manovre millimetriche: “CE PASSI, CE PASSI”. E poi, invece, “non ce passa”.

La stanza è buia e il sole vi entra soltanto tramite le piccolissime fessure della serranda in plastica che è stata accuratamente abbassata, ma avendo l’accortezza di far filtrare quel poco di luce necessario per un risveglio che sia doppiamente dolce e – per quanto possibile – indicante perentorietà. Come a dire: “ehi, guarda, non vorrei dirti nulla, tuttavia dovresti proprio alzarti, lo sai? Se continui a chiudere gli occhi e a stare sotto le coperte sei un maledetto perdigiorno”. Rievocazione manzoniana della stanza dell’avvocato Azzeccagarbugli: la luce del risveglio (come quella della giustizia che illuminava poco e male i codici e i libri aperti dall’uomo di legge) entra fioca e flebile ma decisa a illuminare. «Forse non è poi così presto», pensi. C’è, in questo caso, un dubbio che sale e assale: «La sveglia non ha suonato…». La mano destra arriva rapida e veloce a prendere lo smartphone: lo schermo digitale conferma quanto immaginato. Nessuna sveglia. L’orologio, il fido compagno di ogni lezione che ti dice a che punto devi interrompere ogni ardore da spiegazione circa le motivazioni riguardo la caduta dell’impero romano o sullo scoppio della prima guerra mondiale, l’orologio – insomma – conferma tutto: 9:20, martedì. 

«Dio mio: è martedì e non sono andato a scuola… Sarà successo un casino!». La mano destra corre di nuovo a prendere lo smartphone e a sbloccarlo con tutta la rapidità possibile e immaginabile: zero chiamate. «Possibile che la segreteria, la vicepreside, la preside, i colleghi non abbiano detto niente del fatto che, dal nulla, non sia andato a scuola? Ma che già m’hanno licenziato? Va bene che sono in ritardo di circa due ore e venti, però mancoafacosì. C’è qualcosa che non va…».

Ci deve essere qualcosa sotto. La coperta viene alzata dalla mano sinistra con un misto di rabbia e velocità stratosferica: come quando sono le 7:15, hai la prima ora e hai ignorato (in)consapevolmente la sveglia facendo sì che il tuo ritardo sia stato evidentemente già scritto nella storia che devi andare a raccontare riguardo quel giorno in cui potrai dire mesosvegliatoanemmenotrequartidoradallaprima.

Infili i piedi nelle ciabatte e ti dirigi verso il bagno: ti guardi allo specchio. Come nei film, provi a vedere se c’è qualcosa che non va con il tuo aspetto esteriore: ti avvicini sempre di più al vetro che riflette la tua immagine. Gli occhi stanno bene, assonnati, ma tutto pare funzionare. Tiri fuori la lingua: tutto in ordine. Ti tocchi la faccia e ti accarezzi un po’ la barba: i polpastrelli hanno sensibilità, dunque anche in questo caso tutto procede. 

Ti avvicini alla finestra: il sole splende, è altissimo. Controlli di nuovo l’orologio: 9:30. Le labbra si inarcano e le estremità corrono verso il basso del viso, spingendo giù verso il mento: il collo asseconda il movimento maxillofacciale nell’espressione che, in un po’ tutto il globo, è definita come BOH.

Poi arriva il momento in cui ti sovviene l’eterno (e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei): la meraviglia dell’assemblea d’istituto. 

Soddisfatto, metti l’acqua nella moka: sono le 9:35, la campanella della seconda ora non è suonata, ma a breve la macchinetta del caffè sbufferà. Tra poco danno in replica la rassegna stampa di Radio Radicale. 

Nella tua testa risuona il Morgenstemning i ørkenen di Peer Gynt. 

(Tutta sta manfrina per dire che, sì: ci vorrebbe un’assemblea d’istituto a settimana)

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L’alternanza, il PCTO: la scuola che vogliono, i ragazzi che muoiono

Posted on 2022/01/23 by carmocippinelli

Lorenzo Parelli, studente friulano di 18 anni, è morto durante l’ultimo giorno di “alternanza scuola-lavoro” presso l’azienda per cui svolgeva il tirocinio non retribuito ma “formativo”. La vicenda, purtroppo, è nota a tutti: il ragazzo era di Castions di Strada, studente dell’istituto paritario salesiano Bearzi di Udine e svolgeva l’alternanza scuola-lavoro presso un’azienda che produce materiale siderurgico. 22 gennaio 2022, ultimo giorno di alternanza: una trave di diverse tonnellate di acciaio si stacca e uccide sul colpo Lorenzo. 

La scuola che vogliono

I sostenitori delle leggi Moratti, Gelmini, Renzi che hanno ucciso la scuola negli ultimi decenni sostengono che in realtà chiamare lo stage di Lorenzo “Alternanza scuola-lavoro” sia profondamente sbagliato perché non si chiama più così e, in effetti, ora è il PCTO: “Progetto per le competenze trasversali e l’orientamento”. Ovvero: cambiare un nome ad un concetto per farlo rimanere uguale al precedente. I governi degli ultimi trent’anni ci hanno abituato anche a questo. E poi, sempre stando ad ascoltare i sostenitori dell’alternanza (e i cui rappresentanti politici coprono tutto l’arco parlamentare) la scuola moderna deve sviluppare modernità, orientamento in uscita, non bisogna conoscere ma imparare a “saper fare” qualcosa e viene a crearsi il mostro a tre teste delle “competenze”.  Perché conoscere qualcosa è un concetto decisamente superato, vecchio, rappresenta un’anticaglia: bisogna dimostrare di saper fare qualcosa. Come se Democrito avesse davvero mostrato a tutti che lui era riuscito a spaccare un atomo con un martello. La scuola moderna deve sviluppare in ognuno la propria individuale imprenditorialità: a che serve conoscere le declinazioni latine quando poi non sai avviare un’azienda?! È utilissimo far nascere una società: è molto formativo sapere come si sfruttano le persone, risparmiare sui materiali, trarre soldi dallo sfruttamento su altri esseri umani, sull’ambiente, sulle cose quali-che-siano. Se il mondo è spietato, allora la scuola deve adeguarsi e mandare i ragazzi a capire quel che sarà della loro vita – oltre i plessi fatiscenti che abitano per cinque anni  – facendogli fare periodi di lavoro non retribuito lontano da scuola che valgono come ore di PCTO in cui viene insegnato loro ad obbedire, in teoria “un mestiere”, a non avere un salario per quel che stanno facendo, a non aver un sindacato, a dire sempre “sì” ad ogni condizione che viene loro proposta dal soggetto erogatore del progetto/stage (altrimenti noto come lavoro gratis). 

Perché no.

Perché gli avvenimenti della nostra storia recente, dopotutto, non li conosciamo affatto oppure vogliamo fare finta che non esistano: ci giudicherebbero spietatamente, altrimenti. Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri. Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. 

A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologismo, s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: in fondo il latino non serve: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; il libro di testo allo stesso modo è superato: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza (nonché post) a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare (ma infatti!) perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”. Altrimenti adesso perdi solo tempo, se poi non sai cosa fare. 

E il mondo è pieno di pescecani e non trovi lavoro. 

E invece finisci che sul lavoro ci muori perché stavi lavorando gratis in un progetto che avrebbe dovuto insegnarti a lavorare, anziché capire com’è che siamo arrivati fin qui, a vivere questi giorni disgraziati. 

E, magari, se arrivi a capire com’è che siamo arrivati fin qui e a studiare come siamo arrivati a questo punto, inizi a ribellarti al concetto di “alternanza” e inizi a schifare chi è che ha ideato un sistema così perverso e maledettamente assurdo. 

E, magari, inizi ad organizzarti per cambiarlo, il mondo. Non sia mai.

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Gli 85 di Giovanna Marini (e quell’intervista all’Adeia di Grottaferrata)

Posted on 2022/01/20 by carmocippinelli

Nel novembre 2014, precisamente il giorno 14 di otto anni fa, mi bloccai con la schiena. Quella tra me e il nervo sciatico è una lunga storia che mi “prese del costui dispiacer si’ forte” che spesso e volentieri torna come le vicende amorose tossiche e prive di sbocchi. Avvenimenti del genere accadono solo in prossimità di eventi già prestabiliti, programmati e verso cui prevale un sentimento di attesa spasmodica prima che esso venga portato a compimento. Un po’ come la febbretta infame prima del viaggio (quale che sia) foss’anche il fine settimana al paese dei furono nonni in Abruzzo, Molise, Marche, province laziali qualsiasi. 

Il giorno dopo avrei dovuto intervistare Giovanna Marini alla Libreria Adeia: sabato 15 novembre ore 18:30, così come recitava la locandina realizzata ad hoc e in cui si leggeva a caratteri cubitali “Le interviste possibili”. Non come nel programma RAI di Alberto Arbasino degli anni ’70: queste erano proprio interviste possibili nel vero senso della parola. Giovanna Marini c’è e quel giorno c’era davvero.

Sarebbe troppo lunga spiegare come mai mi trovassi in una libreria indipendente di Grottaferrata con al mio fianco Giovanna Marini che rispondeva alle domande (in realtà faceva praticamente tutto lei, il bello era proprio quello *) e suonava le sue canzoni che l’hanno resa celebre nella nicchia di un certo tipo di cantautorato italiano. Sarebbe lunga anche dire come mai, a un certo punto, grazie a Emanuele, compagno di università e di calcio (sempre viva la Lokomotiv Casilina!) mi sono ritrovato a casa di sua mamma ad aspettare che la Marini uscisse da una lezione di yoga per parlare con lei e farmi raccontare cosa successe a Spoleto nel 1964. Perché, d’accordo: sapevo già tutto il caos accaduto al Festival dei due mondi in cui venne suonata “Gorizia tu sei maledetta” con tanto di verso ufficiale e non “rimaneggiato” (Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù), però sentirlo dalle sue labbra e dal vivo è tutta un’altra storia. Lo stupore che ebbe all’uscita della lezione di trovare un poco-più-che-ventenne che volesse incontrarla per conoscerla, era ben presente sul suo volto.

Così come, allo stesso modo, sarebbe lunghissimo dire come le mie orecchie entrarono in contatto con “I treni per Reggio Calabria” a 17 anni ma, forse, l’appartenenza politica ha giocato il suo ruolo anche in questo. 

Insomma, ieri Giovanna Marini ne faceva 85 e tra le cose belle che credo d’aver compiuto fino a qui (l’avvicinamento agli enta suggerisce qualche bilancio da iniziare a trarre) c’è sicuramente l’intervista a lei. Perché – certo – nella foto che hanno scattato al centro della piccola sala della libreria ero piegato dal dolore alla schiena (mi sarei rialzato esattamente inarcato ad angolo acuto) ma la felicità è stata indescrivibile. Le abbiamo regalato anche dei fiori: garofani rossi in maggioranza predominante su tutti gli altri e, giuro, quasi si stava per commuovere tanto era contenta di averli ricevuti. 

Tutt’ora, quando riguardo questa foto a distanza di anni, rivedo e percepisco nuovamente quella felicità e sorrido. Tantissimo. 

* In realtà la cosa fu comica: la gente si era assiepata ovunque. Ogni pertugio era occupato da sedie, persone in piedi, seduti per terra a gambe incrociate (ah, gli eventi prima del Covid!) e io ero lì a fianco a Giovanna Marini con una lista di domande a cui pensavo che lei rispondesse. In realtà gliene ho poste due di numero e da lì è stata un profluvio di parole. Ho seguito i suoi passi, mettendo i piedi dove li metteva lei e – di tanto in tano – la interrompevo costruttivamente per farle contestualizzare meglio quanto stava dicendo. A un certo punto si gira e, col microfono aperto, mi fa: “Ah ma ti eri proprio preparato le domandine!”. Ridono tutti, ovviamente, Francesco (gestore della libreria) si mette una mano in faccia a celare quel misto tra sorriso e pianto, io inizio ad assumere tutti i colori di Fantozzi a seguito dell’ingerimento del tordo intero. Però poi è andata bene, me la cavai come al mio solito, le dissi: “No, guardi, è che me le sono scritte per non perdermele, come le forze mie e l’ingegno del Lamento pasoliniano”. E lei: “Oh, ecco, a proposito del Lamento per la morte di Pasolini…” E cominciò a raccontare e suonare.

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Un sogno per la Borgata Gordiani!

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