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Categoria: Blog/Post semiseri

“Che ha detto professò?”

Posted on 2023/02/02 by carmocippinelli

Ogni tanto quando spiego e la classe è svogliata, tramortita dall’ora precedente, semplicemente apatica, mi sembra di essere come Riccardo Pazzaglia in “Così parlò Bellavista”. È tutto un tentare di prendere appunti, senza davvero mai riuscirci: al tentativo manca l’intenzione. Si susseguono domande di pur volenterose studentesse, armate di matita HB, che tentano di stare al passo di quello che dici e invece finisce che ti interrompono 6-7 volte per la stessa cosa. 

Un po’ come quella scena del “Cavalluccio rosso” del film di De Crescenzo. 
“Dottò, scusate, ma che è successo?”
“Che è successo…? Dunque, io tengo un nipote”. E ricominciava dal principio per una serie infinita di volte e ogni volta aggiungeva particolari sempre più violenti, in un climax di invenzione e teatralità, nonché di recrudescenza, tra il riso dei presenti che lo invitavano a ripetere la storia facendo dire a uno che fingeva di non aver capito la storia dottò, scusate, ma che è successo? Un po’ come quando, alla terza/quarta volta che ripeti una cosa, c’è sempre lo studente che alza la mano e ti dice: “Che ha detto professò?”.
“Non è possibile! Non è possibile più: è una giungla, avete presente il film “Giungla d’asfalto”? È tale e quale! è tale e quale!
Le guardie non ci sono, si vedono solo per fare le multe, poi spariscono; lo Stato è ASSENTE: lo Stato è assente, non è possibile vivere. Una persona per bene quando esce ‘a matina, sapete per avere un poco…un poco…un poco poco di sicurezza per strada che deve fare? Dovrebbe uscire con una pistola qua, come a Tom Mix. Vo’ ricurdate a Tom Mix?”

“Dottò, scusate, ma che è successo?”

“Che è successo? E che è successo…dunque io tengo un nipote che si chiama Geppino, figlio di mia sorella separata, che è stata sfortunata con il marito… Stamattina è la nascita sua, ho detto: Geppì, bello dello zio, vuoi un regalo per questa nascita? Lui ha detto: voglio un cavalluccio… Dice, però ha precisato: lo voglio rosso! Io quasi come se avessi avuto un presentimento, ho detto: Geppì, bello dd’o zio, ma per forza rosso deve essere il cavalluccio? Per forza rosso! Mi dovete credere ho girato tutto il mercato, tutto il Rione Mercato, non si trova un cavalluccio rosso”
“Nientemeno?”
“Nun si trova! Tant’è vero che quando io l’ho visto… guardate l’ho visto …questo è l’ultimo cavalluccio che si fa a Napoli, nun se fà cchiù, … dopo devono venire dal Giappone… talmente dall’emozione, che io ho pigliato, ho fermato la macchina e… non capivo più niente… e l’ho lasciata aperta… Questo, debbo riconoscere…”
“E vuje lasciate a machina aperta c’ tutti sti ladri ca stann’ n gir?”
“Nooo, ma io…, ma io… l’ho lasciata aperta per un minuto, perché tenevo un occhio al cavalluccio e un occhio alla macchina. Infatti ho visto questo giovane criminale che entrava dentro alla macchina… allora ho capito il pericolo, no? Ho scostato la signora, è vero?”

“EHEE HO SCOSTATO! VOI M’ AVETE BUTTATO PER ARIA!! SE NON ERA PER STU GIOVANOTTO CCA MI MANTENEVA, M’AVEVEVATE’ BUTTATO LUNGA LUNGA A TERRA!”

“È stato proprio così, è stato! Se non ci stavo io la signora andava certamente per terra” 
“Vabbè, insomma, allontanavo la signora e sono corso verso la macchina mi sono tuffato dentro alla macchina e l’ho acchiappato per le cosce a questo giovane criminale ed io tiravo e lui tirava avete presente il capitone? Faceva come il capitone. A un certo momento, mi è sfuggito dalle mani e forse non è stato è stata la Madonna del Carmine, perché, guardate, se io lo acchiappavo, con queste stesse mani, guardate, io oggi l’avrei ucciso!
“NOOOO! NOOOOOO E che vi inguaiavate?!”
“No, io oggi l’avrei ucciso…l’avrei ucciso!”

“Scusate, ma che è successo?”

“Che è successo? Dunque, io tengo un nipote, che oggi è la nascita sua, è il figlio di mia sorella separata dal marito è stata sfortunata, no?! Allora stamattina io ho detto Geppì, bello dello zio, che cosa vuoi per questa tua nascita? Dice, voglio un cavalluccio! Tanto che io quando ho sentito questa cosa del cavalluccio mi sono commosso. Perché in questo mondo crudele, in questo mondo infame per cui, in cui, perfino le creature,no? Vogliono chisti giochi, comm’ si chiamano, i giochi nevrotici,’e giochi si chiaman’ giochi di guerra, war games [prounciato var games] Perfino.. quello cosa voleva quest’anima di cosa. M’ha cercato: ‘un cavalluccio’ Mi sono commosso, mi dovete credere; mi sono commosso! Cinque volte mi hanno rubato la radio, non ci crederete. Sopra all’assicurazione mi schifano Ha capito che mi hanno detto al commissariato? Ma voi perché ci tenete tanto a sentire la radio? Ecco lo Stato: assente!… perché chill’ pigliano ’e mannan nientedimeno a fare gli arresti domiciliari nelle loro ville di chi sta a Sorrento. Ma a Sorrento ci vaco pur’io! Se facessero come l’Ayatollah… ZAC, la vera democrazia! Questa è la vera democrazia!”

“Scusate, ma che è successo?”

“Che è successo? Dunque, oggi è la nascita di mio nipote Geppino. È il figlio della mia sorella separata. A un certo momento ho detto: Geppì, che vuoi per il tuo genetliaco? Dice un cavalluccio? Un cavalluccio rosso. Mò cavallucci rossi non se ne trovano a Napoli, per cui quando, dopo aver girato per tutto il mercato, ho visto il cavalluccio rosso e purtroppo ho lasciato la macchina aperta”
“E vuje lasciate a machina aperta e vi lamentate di tutti sti mariuoli che ci stanno in giro?” 
“Noo, ma io stev con un occhio al cavalluccio e un occhio alla macchina. Tant’è vero che ho visto questo giovane delinquente che entrava dentro e mi sono buttato per cercare. Ho pigliato la signora, l’ho scostata, è vero signora?”
“Scostato? Vuj m’aveete buttato per aria! Si nun foss stat per stu giovanott tanto carino e gentile m’avess mantenuto, io avess carut n terr lunga lunga” 
“È proprio così: una questione di centimetri: l’ho presa al volo la signora” 
“Vabbè… al volo, al volo.. insomma io sono entrato nella macchina e l’ho acchiappato per la coscia a questo delinquente, no? E non lo mollavo, e lui tirava dall’altra parte ed io lo tiravo di qua ad un certo momento… Sapete il capitone? Mi è sfuggito di mano proprio: forse è stata la Madonna del Carmine, perché se io lo trovavo, lo pigliavo sotto le mie mani, ve lo giuro proprio su mio nipote Geppino, guardate io sono una persona perbene, eppure con queste mani l’avrei ucciso!
“EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH”
“L’avrei ucciso: sì, sì!”
Poi la scena virava in una critica, dunque l’intera scenetta aveva un doppio intento dolce-amaro:
“Dottò nell’incidente di prima, nella vostra macchina, il ragazzo ha perso la collanina d’oro. Un ricordo di sua madre: se col vostro permesso se la può andà a piglià. Vai ciccì… Ca ta pigl la collanin, ca o ddottor è cosa nostra!”
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Alfredo di Lelio: Roma, le fettuccine, l’occupazione nazifascista, gli Usa

Posted on 2023/02/01 by carmocippinelli

Lo spunto da cui sono partito per la scrittura di questo articolo è stata la diffusione dell’ormai tradizionale festa annuale al ristorante “Il vero Alfredo” di Piazza Augusto Imperatore. Il 7 febbraio negli Usa è il “National Fettuccine Alfredo day“, cercare per credere, e i discendenti di Alfredo di Lelio celebrano ogni anno la fama internazionale delle ormai celeberrime fettuccine. Abbiamo toccato il 114° anniversario.

Alzi la mano chi non ne ha mai sentito parlare. Per un motivo o per un altro, ma praticamente grazie al vettore internet che lo ha reso noto al mondo, buona parte degli abitanti dello Stivale è venuta a conoscenza  che negli Stati uniti d’America uno dei piatti maggiormente considerati italiani sono le “fettuccine Alfredo”. Panna, formaggio, burro: stop. Questi gli ingredienti. Gli Usa, da parte loro, hanno condito – metaforicamente e non – il piatto con verdure e carni d’ogni tipo ma comunque considerando sempre che l’origine del piatto fosse tipicamente italiana. 

Una vulgata diffusa grazie alla rete ha fatto sì che venisse dichiarato quel piatto del tutto americano, completamente statunitense, frutto di travisamenti della cucina italiana. 

Non è così. La realtà è stata presto ristabilita e articoli, post, pubblicazioni d’ogni genere hanno riportato la bollicina della livella “in paro”. Squilibri evitati: le fettuccine Alfredo erano e sono tipicamente italiane. Anzi, romane: nate dall’intuizione del ristoratore Alfredo di Lelio nel 1908. Al 104 Via della scrofa il nostro aveva aperto una piccolissima trattoria. Mantecate a dovere, le fettuccine divennero il piatto forte del locale. Prima di essere servite, così vuole la – ormai – leggenda, di Lelio le propose (non prima di rivolgere una preghiera a Sant’Anna, protettrice delle partorienti) alla moglie che soffriva d’inappetenza a seguito della nascita del figlio (Armando, ma per tutti Alfredo II). Ines, moglie del ristoratore, ne rimase estasiata e suggerì al baffuto marito di inserirle nel menù.

Nel 1937 anche il quotidiano di Milano per eccellenza, il «Corriere della sera» [1], dava conto ai suoi lettori della riapertura al pubblico del locale:

«Il re delle fettuccine, Alfredo alla Scrofa, Roma, annunzia alla sua eletta clientela milanese che oggi 5 sett. [1937] riapre il suo ristorante con le sempre maestose fettuccine al doppio burro e i suoi insuperabili filetti di tacchino all’Alfredo».

In ventinove anni la fama della trattoria al 104 di Via della Scrofa era già andata ben oltre la Capitale, pare evidente di capire. 

La chiusura durante l’occupazione nazista
La Prima era stata superata, la Seconda, invece, entra nel vivo del Paese: l’Italia è in guerra da quattro anni e sebbene Roma sia stata dichiarata “città aperta” i nazisti la utilizzano e ne sfruttano le sue consolari come se nessun accordo fosse mai stato siglato. La guerra a Roma era già ben presente e dopo l’8 settembre viene resa più che manifesta: i combattimenti alla Piramide Cestia fanno emergere che si poteva stare dall’una o dall’altra parte. Non esistevano le zone d’ombra o “di mezzo”. Nel ’44, insomma, Roma era una città incandescente: quella che doveva essere la Capitale delle retrovie in cui mandare l’esercito occupante a riposo (i fronti erano quelli di Cassino e Anzio) era costantemente in ebollizione. Roma era la città in cui il 24 marzo del ’44 un pugno di soldati dei Gap attaccheranno il battaglione dell’esercito nazista “Bozen” a Via Rasella, da cui poi scaturirà la rappresaglia dei “10 italiani per un tedesco”, cioè le Fosse Ardeatine.

Sì, okay, ma le fettuccine?
Tra le pagine di “Morte a Roma” di Robert Katz viene riportato che i componenti del Gap, il giorno precedente l’attacco di Via Rasella, erano andati a rifocillarsi alla trattoria Dreher in Piazza Santi Apostoli. C’era il razionamento ma quel giorno [23 febbraio] si era sparsa la voce che sul menù era presente la carne:

«Poteva essere di cavallo o di cane; ma era carne, e nessuno si poneva questo problema. La razione normale era poco più dii un boccone al mese. C’era, però, anche il mercato nero, dove si trovava la carne a mille lire al kg.; prezzo che soltanto i “pariolini” potevano permettersi. I ristoranti […] talvolta violavano le norme del razionamento […] Quando venivano sorpresi andavano incontro a delle sanzioni. Quel giorno la polizia di Caruso [il questore fascista di Roma] aveva chiuso parecchie trattorie per infrazioni al razionamento; fra questi, Alfredo alla Scrofa».

La fonte di Katz è il fascista «Giornale d’Italia»: 

«È stata disposta la chiusura per mesi tre dei sottonotati esercizi di trattoria, sorpresi a somministrare pietanze prelibate, in contrasto con le vigenti norme di disciplina annonaria. Ristorante Alfredo, in Via della Scrofa, gestito da Mozzetti Giuseppe». 

L’articolo è del 25 marzo 1944 e l’elenco prosegue coi nomi dei vari ristoratori sanzionati con la chiusura. Nessuna menzione, ovviamente, sul giornale fascista dell’attacco a Via Rasella. Sarà poi «Il Messaggero» a dare la notizia dell’eccidio conseguente la cui chiusura del comunicato trasmesso è diventata tristemente nota: «L’ordine è già stato eseguito».
Più recentemente
Un articolo di Filippo Ceccarelli, pubblicato il 4 febbraio del 2019 da «Repubblica» rintraccia una citazione del piatto nel “Ghiottone errante” (Paolo Monelli) datato 1935: 

«”Compare il trattore, baffi e pancetta da domatore, impugnando posate d’oro; e si avvicina al piatto delle fettuccine.
La musica tace, dopo un rullio ammonitore che ha fatto ammutolire anche i clienti in giro. Il trattore sente intorno a sé un’aureola di sguardi. Alza la forchetta e cucchiaio in cielo, come per propiziarselo; poi li tuffa nelle paste, le sommuove con un moto rapido, matematico, il capo inclinato, il respiro trattenuto, il mignolo sospeso. Due camerieri, impalati, assistono al soglio. Pesa intorno il silenzio. Finché la musica scoppia in allegro brio, il trattore ripartisce le porzioni, poi va a riporre le posate d’oro e scompare”. Riaccese le luci, Alfredo ricompariva tra gli applausi. Gli americani letteralmente impazzivano».

Da perdere così tanto la testa che ogni 7 febbraio celebrano il “National Fettuccine Alfredo day“, cercare per credere.

A proposito di Stati uniti: «Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo»
Nel 1981 il «New York Times» [4] pubblica un delizioso articolo a riguardo: 

«Gli stranieri che visitano Roma continuano a chiedere le “fettuccine Alfredo” e alcuni ristoranti molto frequentati dai turisti continuano a indicare il piatto in questo modo, ma la gente del posto preferisce chiamarlo con il vecchio nome di “fettuccine alla romana”. È una delle specialità di pasta più allettanti e allo stesso tempo più semplici.

Ciò che Alfredo ha fatto alle tagliatelle all’uovo è stato renderle più ricche, ricoprendole con una salsa a base di panna e burro [5]. Negli anni di magra subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Alfredo era all’apice della sua fama, una tale profusione di calorie sembrava sensazionale, quasi peccaminosa.

Ricordo di aver portato un amico britannico da “Alfredo” a metà degli anni ’40, quando a Londra il cibo era ancora scarso e scialbo e tutti in Europa sembravano piuttosto magri. [Egli] Si tuffò con stupore nelle fettuccine e dopo le prime cucchiaiate mi chiese con un’espressione sconcertata: “Senti, vecchio mio, chi ha davvero vinto la guerra?”. Le tagliatelle gialle grondanti di burro erano diventate un simbolo invidiato del “miracolo italiano” della rapida ripresa postbellica. Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo».

L’articolo prosegue: 

«Le fettuccine cremose ci erano state servite con un tocco di classe da Alfredo di Lelio in persona [6], il geniale proprietario della “Trattoria Alfredo” al 104 di Via della Scrofa, vicino al fiume Tevere. I rigogliosi baffi rossicci di Alfredo erano da tempo un piccolo punto di riferimento romano. Presto sarebbe andato in pensione, ma non per molto. L’Anno Santo del 1950 si avvicinava e il giubileo della Chiesa cattolica romana prometteva di portare nella Città Eterna pellegrini e turisti desiderosi non solo di elevazione spirituale ma anche di cibo, possibilmente fettuccine.

I promotori convinsero il signor Di Lelio a tornare dalla pensione e a contribuire con il suo nome, le sue ricette e la sua presenza ispiratrice a un ristorante. Dopo aver venduto il vecchio locale di Via della Scrofa, con tanto di foto di ospiti famosi appese alle pareti, fu aperto un nuovo “Alfredo” in un edificio moderno e mussoliniano al numero 30 di Piazza Augusto Imperatore, di fronte alle rovine del mausoleo dell’imperatore Augusto.

Il locale divenne subito un successo per l’Anno Santo. Alfredo, ormai settantenne, si comportava da “imperatore delle tagliatelle”, si rivolgeva agli ospiti americani con una delle poche frasi in inglese che conosceva: “verrry good!”. – e riempiva i loro piatti di fettuccine. Usava un cucchiaio e una forchetta placcati d’oro che, a suo dire, gli erano stati regalati da Douglas Fairbanks e Mary Pickford negli anni Trenta. Un cucchiaio e una forchetta d’oro c’erano – e ci sono ancora – anche nel suo vecchio locale in Via della Scrofa. Entrambi i ristoranti rivendicano le posate originali Fairbanks-Pickford.

Alfredo morì nel 1959 e suo figlio, Armando di Lelio, ormai in là con gli anni, è ancora responsabile del ristorante di Piazza Augusto Imperatore come Alfredo II. I suoi ospiti sono prevalentemente stranieri. Anche la trattoria di via della Scrofa è ancora fiorente. A complicare la confusione, ci sono almeno altri due Alfredo a Roma.

Le buone fettuccine Alfredo, o fettuccine alla romana, che ormai sono più o meno la stessa cosa, si possono mangiare ogni giorno in almeno 50 ristoranti della città».

Lo scritto di Hoffmann prosegue con un riferimento alla tipologia di fettuccine e alla larghezza delle stesse, così come passa in rassegna tutte le avversità che prova(va)no i romani verso la pasta non “fatta in casa”. I tempi cambiano rapidamente. 
Cosa c’entra però la duchessa nel titolo dell’articolo?
La risposta ce la dà Hofmann stesso: 

«Secondo una storia, il piatto fu servito per la prima volta nel palazzo ducale di Ferrara nel 1501 quando Lucrezia Borgia, la bellissima figlia di Papa Alessandro VI, fece il suo ingresso come sposa di Alfonso d’Este. Il colore dorato delle tagliatelle all’uovo voleva essere un omaggio ai suoi capelli biondi.

L’omaggio culinario, tra l’altro, fu di buon auspicio. Dopo gli anni burrascosi trascorsi a Roma e i due precedenti matrimoni, Lucrezia divenne un’apprezzata duchessa di Ferrara, presiedendo una brillante corte rinascimentale con Ludovico Ariosto come laureato poeta. Come l'”Orlando Furioso” di Ariosto, anche le fettuccine conquistarono tutta l’Italia e continuano a essere particolarmente apprezzate a Roma».

E siccome, per parafrasare il giornalista americano, a complicare le cose gli italiani sono bravissimi, a Roma da decenni esistono ben due “Alfredo”: uno al 30 di Augusto Imperatore, l’altro al 104 di Via della Scrofa.
Entrambi, ovviamente, rivendicano la paternità del piatto: chi per lignaggio e fama, chi per conoscenza culinaria. 

La foto a corredo dell’articolo, a grandezza naturale e senza ritagli, è stata condivisa dalla pagina Facebook del Ristorante “Il vero Alfredo”. Alfredo I, qui, con Gina Lollobrigida.

Non è riportata con certezza la data,
tuttavia la scritta in basso a destra riporta: “Alfredo all’Augusto”, dunque sicuramente sarà da intendersi nel primo decennio degli anni ’50 del ‘900.

Note

[1] s.n.; Echi di cronaca, 5 settembre 1937, «Corriere della Sera».
[2] Robert Katz, Morte a Roma, p.52, Editori Riuniti, 1996 [V edizione], Roma.
[3] s.n., Chiusura di trattorie per infrazioni annonarie, 25 marzo 1944, «Giornale d’Italia».
[4]Paul Hofmann, Fettuccine – a dish fit for a duchess, 1 novembre 1981, «New York Times».
[5] L’articolo ci suggerisce come già negli anni ’80 la ricetta possa aver subito mutamenti. Che siano cambiamenti adoperati dallo stesso ristoratore italiano o dagli statunitensi, o da parte della comunità italo-americana, non lo sappiamo.
[6] Alfredo morirà nel 1959. Si segnala il necrologio del «Corriere della Sera»: 

«È morto stamane all’età di 76 anni il “re delle fettuccine” Alfredo di Lelio. Figlio di un trattore trasteverino, aveva aperto nel 1907 quel ristorante in Via della Scrofa che doveva farlo divenire celebre nel periodo tra le due guerre. Espertissimo nel preparare le specialità della cucina romanesca, impose all’attenzione dei più illustri ospiti stranieri le sue fettuccine, preparate con un procedimento personale. Uomini politici, ambasciatori, artisti, attori del teatro e del cinema frequentarono il suo locale. Moltissime celebrità gli lasciarono una fotografia con dedica in segno di simpatia. Furono Mary Pickford e Douglas Fairbanks a donargli nel 1927 quelle posate d’oro con le quali serviva personalmente le fettuccine ai clienti di maggior riguardo. Durante l’ultima guerra, cedette ad altri il suo locale portando con sé solo le posate d’oro, il suo “scettro” come amava chiamarle., ma nel 1947 aprì un nuovo ristorante nei pressi dell’Augusteo».

Redazione, Si è spento a Roma “Alfredo” il “re delle fettuccine”, 31 marzo 1959, «Corriere della Sera».
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Per Lorenzo Parelli [contro l’alternanza scuola-lavoro]

Posted on 2023/01/14 by carmocippinelli

Dallo scorso anno, da quando si verificò l’ennesima morte di un ragazzo nel percorso di alternanza scuola-lavoro, nelle tracce dei temi che propongo alle classi ho deciso che avrei inserito  a tempo indeterminato (al contrario del mio contratto) la questione del Pcto (ex Asl) e della vicenda di Lorenzo Parelli.

Fino a quando si continuerà con l’assurdità dello sfruttamento di manodopera scolastica a-salariata, fino a quando si parlerà della necessità di far emergere “lo spirito d’imprenditorialità di ogni studente”, fino a quando si parlerà di scuola attraverso frasi fatte e stereotipi, fino ad allora ogni anno ci sarà una traccia per ricordare Lorenzo Parelli e la sua assurda morte a 18 anni. 
Di seguito, la traccia che propongo agli studenti.
Il 22 gennaio 2022 Lorenzo Parelli, studente di 18 anni di Udine, è morto mentre svolgeva l’ultimo giorno di tirocinio-stage presso un’azienda siderurgica di zona. La notizia si è propagata attraverso tutti i media e sulla gran parte di canali informativi nazionali: condanna unanime nei confronti dell’azienda e della questione di evidente lavoro senza sicurezza.
Nei giorni successivi all’accaduto s’è sviluppato anche un dibattito riguardo la necessità dell’obbligo, per studentesse e studenti, di svolgere un certo numero di ore di Alternanza Scuola-Lavoro, così come imposto dalla legge del 107/2015 (cosiddetta “Buona Scuola”).
A tal proposito lo storico Alessandro Barbero, docente presso l’Università del Piemonte Orientale, due anni fa ha avuto modo di dire: 

«[…] Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri.
Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologico (con la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione sovietica del 1991 etc), s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: “in fondo il latino non serve”: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; “il libro di testo allo stesso modo è superato”: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”». 

Ragiona sul fatto accaduto e sulle parole del prof. Barbero esprimendo un tuo parere in un articolo d’opinione.
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La vita incasinata [ma bellissima]

Posted on 2023/01/09 by carmocippinelli
Questo dagherrotipo raffigura un insegnante precario al mattino, un giornalista al pomeriggio ma anche di notte, in attesa di intervistare il primo statunitense che abbia mai giocato (e segnato) nel campionato sovietico di calcio.
L’americano che scelse “i rubli al posto dei dollari”, che si sposò con Ekaterina Alexandrovna (modella), nonostante poi vissero insieme negli Usa: «mi chiese di sposarlo ma pensavo stesse scherzando», avrebbe poi detto a “Sports monday”. 
Il centravanti in questione si chiama Dale Mulholland e insieme a Fabio ne avevamo già parlato in “Calcio e martello – storie e uomini del calcio socialista”. Dal 2017 ad oggi ho provato a mettermi in contatto con lui e, finalmente, ce l’ho fatta con l’inizio del nuovo anno. Ha parlato due ore e mi ha mostrato tutti i suoi memorabilia sovietici.
Seguirà un’intervista per «Atlante» su quanto (troppo!) mi ha raccontato, ma intanto leggetevi quello che scrivevamo su di lui dopo l’uscita del libro.
Per chi ancora non avesse letto Calcio e martello, può rimediare cliccando sull’immagine e ordinarne una copia 🙂
Ho ancora i compiti da correggere, le lezioni da preparare, le ripetizioni pomeridiane da confermare.
Però ho intervistato Mulholland.
Ma si fa tutto.

At least I try.

Tratto dal personalissimo archivio piccinelliano. Anno Domini 2017

Dale Mulholland, come gli aficionados del nostro piccolo “Calcio e Martello” ormai sanno a menadito, è stato un calciatore statunitense in forza agli Orlando Lions che, prima del crollo dell’URSS, andò a giocare con la Lokomotiv Mosca. Il quotidiano La Repubblica del 4 marzo 1990 scriveva così:
«Anche il calcio dà il suo piccolo contributo alla distensione tra Usa e Urss. Un calciatore statunitense, Dale Mulholland, ha firmato un contratto con una squadra sovietica. Ha scelto i rubli anziché i dollari […] Non parla il russo, ma ha detto che prenderà lezioni non appena arriverà a Mosca. Non si sa quanto guadagnerà». 
Mulholland aveva più volte cercato un contatto con la controparte socialista ma prima per il rifiuto degli stessi americani, poi per quello del Goskomsport non si era riusciti a trovare un accordo accettabile fra le parti. 
L’idea dello scambio vene soltanto in seguito, dopo svariate pressioni di Mulholland, come riporta il New York Times dell’epoca: 

«Mulholland, who played for the University of Puget Sound before turning pro, said he had spent four years prodding American and Soviet officials to make his dream come true». 

Tradotto: Mulholland, che ha giocato per l’Università di Puget Sound prima di diventare professionista, ha dichiarato di aver trascorso gli ultimi 4 anni incoraggiando i funzionari americani e sovietici per far sì che il suo sogno divenisse realtà». Ovvero, Mulholland voleva (grassetto, corsivo e sottolineato) andare a giocare nel massimo campionato sovietico: 
«La Russia per me rappresenta la storia, una cultura che stiamo cercando di scoprire, l’architettura, il balletto», aveva dichiarato il nostro, venendo anche ripreso da Repubblica. 
Ma se La Repubblica parlava di un altro passo verso la distensione tra gli Stati, il NYT lo stesso giorno del sopra citato articolo del quotidiano italiano, dedicava un misero francobollo al passaggio del giocatore di Tacoma al campionato socialista. 
La sua presenza fu, dobbiamo dirlo, quasi evanescente: dieci presenze e un gol, prima che tutto crollò. Tutto, cioè, l’Unione Sovietica.
Le Repubbliche Socialiste caddero senza che fu sparso sangue e che venisse sparato un colpo, questa è la retorica più (ab)usata dagli storici.
Ma di questo, a Dale Mulholland, non importò molto: rimase in Russia e in Europa orientale per poi tornare negli States con la moglie Ekaterina Alexandrovna.
Oggi, forma allenatori e giovani calciatori tra Usa e Indonesia.
 Dale Mulholland con la Lokomotiv Mosca. La capigliatura sovietica anni ’80 c’era tutta. 
Posted in Blog/Post semiseri, fissazioniTagged Blog/Post semiseri, fissazioni

Il Sud Africa e la nuova umanità

Posted on 2023/01/04 by carmocippinelli

Molti studenti, conosciuti in questi pur pochi anni di insegnamento (4), hanno come mito, come faro della propria esistenza il modo di vivere, di pensare e di relazionarsi di Cristiano Ronaldo. 

È uno sfacciato, un arrogante che sa di valere e di contare molto più degli altri (anche se poi, magari, neanche è troppo vero) e questa cosa fa letteralmente impazzire tutti i ragazzi dai 14 ai 18 anni.
Studiare non serve se si hanno capacità di investire in criptovalute o se si riesce a sfondare nel calcio: discorsi come questi iniziano ad essere quasi ordinari perché sono intimamente connessi, secondo loro.
Alcuni di loro non hanno bene in mente cosa significhi “criptovaluta” o “mercato azionario”, sanno solo che possono farlo perché hanno l’account del padre o della madre. 
Nell’ultima conferenza stampa, Cristiano Ronaldo ha detto di essere «molto contento di essere venuto a giocare in Sud Africa», nonostante l’Al-Nassr sia una società calcistica dell’Arabia Saudita, dunque non propriamente Africa.
“Ma co tutti i soRdi che c’ha che je frega de dì che sta n Sud Africa”, mi sembra già di sentire l’eco degli studenti che fanno spallucce all’ennesimo sfoggio di ignoranza, condita da superbia, del loro beniamino. E per cui la stampa non ha fatto neanche un “plissè”, come cantava Jannacci. 
Hanno ragione, eh, per carità: uno che guadagna tutti quei soldi, di problemi non se ne fa neanche mezzo. 
Il punto è che – specie nell’educazione – va fornita una prospettiva completamente diversa rispetto a quella dominante: se tutto il proprio obiettivo è quello del “soldo”, indotto dalla vita (e certe volte dalle famiglie!), dallo sport, dalla stampa, dal mondo circostante in generale, la scuola superiore è solo una misera transizione – più o meno infelice – di quello che poi la proiezione del mio ego riuscirà a compiere nel mondo reale.
A maggior superbia, più grande sarà la sconfitta.
Ma dobbiamo davvero rassegnarci all’impossibilità della costruzione della nuova umanità?
La risposta è, ovviamente, no.
Longo lo cammino, come la meta: grande!
 

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Shiwan Sadq, è lui il primo calciatore curdo-iracheno in Italia (e in Europa!)

Posted on 2023/01/03 by carmocippinelli

Un pugno di anni fa il nome di Ali Adnan è finito su tutti i giornali sportivi nazionali: “il primo calciatore di nazionalità irachena a vestire la maglia di una società sportiva italiana”.
Udinese, Atalanta, poi i dissidi tra dirigenza bergamasca e manager, dunque l’allontanamento dal calcio italiano.
Dopo una stagione negli USA con la compagine di Vancouver, la sua sfortunata esperienza in Danimarca con il Vejle per cui ha giocato una sola volta prima della rottura di uno dei legamenti del ginocchio, da agosto 2022 è componente effettivo del Rubin Kazan (Serie B russa).

Non Adnan ma Sadq  
Il primo calciatore iracheno, tuttavia, non è stato Ali Adnad ma Shiwan Sadq che nell’ottobre del 1990 era centravanti della Fulgor Salzano nel girone D (veneto-friulano) dell’allora Campionato Interregionale (oggi Serie D). 
Ma Sadq non è stato solo il primo in Italia: è stato il primo calciatore curdo-iracheno in tutto il continente europeo, battendo di qualche anno l’esordio di Karim Bovar al Malmo (1999/2000; Svezia), anch’egli curdo ma con passaporto iracheno. 
 

Un po’ di contesto: il girone delle due Venezie

Quel girone sopracitato rappresentava (e lo fa tutt’ora) una particolarità doppiamente locale e nazionale: gli anni della riforma della quarta serie, i cui gironi arrivavano fino alla lettera N, ma anche gli anni delle due Venezie.
Dopo il 1987 e la fusione tra la squadra di Venezia e quella di Mestre, c’è un’altra squadra in laguna: è neroverde, partecipa al girone veneto-friulano dell’Interregionale, gioca al Penzo e si chiama Venezia. Sarà, tuttavia una breve stagione, prima che la squadra arancioneroverde recuperi il diritto di utilizzo del Penzo e vinca la battaglia legale nei confronti della dirigenza del Venezia neroverde, il cui presidente era Danilo Maddalena. La retrocessione del Venezia in Eccellenza (stagione ’91/’92) e il conseguente esilio al campo di Murano, ha fatto sì che la storia prendesse la piega della cessazione delle attività della squadra.
Un anno più tardi, dalle ceneri di quell’esperienza, nascerà l’Asd Venexia [1] ripartendo dalla terza categoria. Ma questa è un’altra storia.
E che, ad ogni modo, varrebbe la pena raccontare.

È iracheno, anzi no: curdo

Il passaporto dice iracheno ma in realtà Shiwan Sadq [2] è curdo. L’articolo è a firma di Margherita de Bac per il «Corriere della Sera» [3] del 12 ottobre 1990: 

«Il giorno in cui Saddam Hussein invase il Kuwait, Shiwan Ahmad Sadq sarebbe dovuto essere fra le truppe di prima linea dirette contro Kuwait City. Invece stava giocando su un campo in erba vicino a Venezia e, anziché il ricco emirato, attaccava il portiere di una squadra di calcio dell’Interregionale veneto. Ha ventisette anni ed è il centravanti della Fulgor Salzano, unico giocatore che l’ufficio tesseramenti della nostra federazione registra con nazionalità irachena».

È curdo, in realtà, e questo dato viene subito messo in chiaro da Sadq all’inizio dell’intervista, che prosegue: 

«Una volta, per sbaglio, venni coinvolto nella nazionale universitaria e dal mio nome si accorsero che ero curdo: mi tennero in panchina e non mi fecero allenare. Nonostante questo non ho mollato: noi curdi siamo famosi per avere la testa dura. Sentivo che il calcio sarebbe stato in un modo o nell’altro la mia unica àncora. Ora sono qui, guadagno e ho una vita serena […]. Diventerò architetto ma il mio sogno è fare l’allenatore di calcio». 

Ha anche aggiunto: 

«Spero che Saddam venga ammazzato, così posso fare ritorno a casa».

Scese in campo per sette volte nel girone veneto-friulano dell’Interregionale, tutte senza mai riuscire a segnare un gol. Dopodiché le tracce di Sadq – come si dice proverbialmente – si sono perse [4]: nonostante ricerche, telefonate e interviste a persone che – a vario titolo – orbitavano attorno alla Fulgor (così come ad altre squadre di quel girone che esistono tutt’ora), non sono riuscito a reperire informazioni ulteriori sul calciatore.

La squadra del centravanti curdo-iracheno quell’anno si attestò nella metà bassa della classifica, all’undicesimo posto. 

Note e un’avvertenza


Avvertenza: Nell’articolo del Corriere della Sera il nome del calciatore viene riportato con la dicitura Sadq, sebbene sia facile presupporre si tratti di Sadiq. Non avendo, tuttavia, prove che testimoniano la supposizione, ho deciso di conservare la dicitura così come riportata dalla giornalista del Corriere della Sera. 

[1] Il piccolo Venexia, nonostante si muovesse nell’alveo del dilettantismo veneto, “infiniti addusse lutti” a Zamparini, come testimoniava il «Corriere della Sera» in un articolo del 1 settembre 1996: 

«Maurizio Zamparini, presidente del Venezia, ha dichiarato guerra alla giunta Cacciari: “Mi fanno la guerra: l’ultimo sgarbo è stata la decisione di concedere lo stadio al Venexia (Prima Categoria). A questo punto, la mia squadra andrà via da Venezia e giocherà altrove. Sono pronto a restituire i soldi agli abbonati e a fare del Venezia un club privato. Alle partite del campionato di B assisteranno soltanto spettatori ad invito”. Destinazioni possibili: Padova o Trieste». 

(s.e), Il Venezia fugge. «Si va a Trieste», «Corriere della Sera», 1 settembre 1996.
[2] Utilizzo il presente indicativo perché ad oggi Sadq avrebbe poco più di 50 anni e ci auguriamo non sia deceduto.
[3] Margherita de Bac, Shiwan, l’uomo che in nome del pallone è sfuggito a Saddam, «Corriere della Sera», 12 ottobre 1990.
[4] Prima della Fulgor Salzano vestiva la maglia dell’AC Moncalieri. Vi rimase per cinque anni, quando la squadra della città militava nel girone A dell’Interregionale. Poi il trasferimento in Veneto.
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“Rinascita” in tutto e per tutto

Posted on 2022/12/28 by carmocippinelli

Un anno è [già] passato. Necessità di “Rinascita” e di un chiarimento

Stamattina (28 dicembre 2022) ho pubblicato un articolo su «La Rinascita – delle Torri».
Chiarisce un po’ di cose successe da un anno a questa parte, si toglie qualche sassolino dalla scarpa ma con la volontà di scrollarsi di dosso un po’ di torpore e di ripartire. 
Rinascita significa anche questo. 

Si può leggere qui: Un anno è [già] passato. Necessità di “Rinascita” e di un chiarimento (larinascitadelletorri.it)

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Dare un nome alle cose: “Geostoria” e il faraone Mubarak. [Considerazioni tremendamente inattuali]

Posted on 2022/12/05 by carmocippinelli

Le varie leggi di riforma del sistema scolastico che si sono avvicendate nel corso del trentennio appena trascorso, hanno lasciato (e lasceranno) solchi profondi nella strutturazione dell’insegnamento e della percezione delle materie da studiare nei confronti degli studenti. 

Affermare quel che ho appena scritto, in effetti, rappresenta la più concreta rappresentazione di una frase fatta. 

La geografia inutile
Frase fatta eppure quanto mai vera, mi spiego meglio: la cosiddetta Riforma Gelmini – vale a dire quel complesso di atti e leggi normate e racchiuse nel D.P.R. (89/2010) – ha (tra le altre cose) ridotto il monte ore dell’insegnamento di storia e geografia negli istituti di istruzione superiore (a prescindere dalla differenziazione d’indirizzo o tipologia). 

Nelle intenzioni dell’allora Ministra c’era la volontà di eliminare l’insegnamento di geografia tout court, scriveva Maria Novella de Luca su «Repubblica» il 1 febbraio 2010 [1]:

«Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geo-economia, geo-società, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l’insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell’oblio di poche ore residue».

Non c’era posto per la geografia e la storia come materie a sé stanti nella scuola di Silvio Berlusconi: 

«Tale disciplina [la geografia] appare superflua nel mondo immaginario indicato dalle famose tre “i” del Cavaliere: inglese, internet, impresa». [2] 

Da storia e geografia a geostoria

Per portare un esempio di come la situazione sia cambiata: dall’anno scolastico 2010/2011 le ore di geografia e storia del biennio del Liceo Classico sarebbero passate da 2 per disciplina a 3 della nuova materia che avrebbe inglobato entrambi gli insegnamenti a partire da quel dì (Geostoria). Stessa situazione per quel che riguardava i primi due anni del Liceo Scientifico per cui, prima della Riforma, la situazione ripartiva l’insegnamento di 3 ore di storia e 2 di geografia al primo anno, per passare a 2 e 2 al secondo anno. 

Già che mi sono inoltrato in articoli d’archivio, è più che mai opportuno recuperarne uno di Ilvio Diamanti, sempre pubblicato da «Repubblica», che si scagliava contro l’utilizzo del Gps, assurto a Demiurgo della conoscenza del territorio, in sostituzione del sapere geografico collettivo [3]:

«Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico».

In questo caso il senso unico di marcia era rappresentato dalle tre “i” sopra citate che hanno stravolto il sistema scolastico e hanno dato come risultato quello dell’inserimento dell‘educazione all’imprenditorialità nelle volontà ministeriali.
Non a caso si promuovono le competenze e non le conoscenze.
Non a caso l’Alternanza-Scuola-Lavoro viene chiamata Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento. 
Ma questa è un altro capitolo della nostra storia. 
Geografia sì, ma umana
L’insegnamento che è andato modificandosi nel corso del tempo e dei provvedimenti del legislatore prima della pubblicazione della Riforma ha, infine, corretto il tiro: non eliminazione della geografia ma sì all’inserimento nei curricula scolastici nella sua declinazione di geografia umana. Cioè la disciplina che, sebbene affondi le radici nella narrazione e nella trattatistica del greco Erodoto, ha subìto vari mutamenti nel corso dei secoli e dei millenni fino ad assumere una rilevanza nell’ambito accademico, dato che l’ambito di studio non rappresenta solo l’uomo sulla Terra e il suo spazio d’azione. Non si limita solo ad indagare: «la distribuzione degli uomini sulla Terra e la maniera in cui vivono» ma anche «l’azione umana modificante le piramidi ecologiche in cui» l’uomo si inserisce; dunque energie rinnovabili, consumo di suolo, sviluppo industriale, PIL. Ma anche, vien da sé per quanto scritto precedentemente, lo spazio economico e sociale: 

«il funzionamento delle società e sul modo in cui le distanze e la lontananza ne influenzano variamente le attività. Il corpo sociale somiglia a una macchina: perché funzioni bene, le sue parti devono articolarsi tra loro in modo efficiente» [4]. 

Libri di con-testi
Il manuale di Geostoria diventa, alla luce di quanto riportato, un corpus che al suo interno contiene sia la Storia in senso stretto (es. Giulio Cesare, impero romano, etc etc) che pagine – componenti intere unità a sé stanti – di geografia umana, economia, sviluppo umano, sviluppo industriale e via dicendo. A voler rispettare le indicazioni del Ministero, il programma dovrebbe procedere a balzi, portando la spiegazione ad un incedere frettoloso tra analessi e prolessi storico-geografiche che, quasi sempre, non sono in minima correlazione tra di loro.
Per fare un esempio: ci si potrebbe ritrovare a parlare di Giulio Cesare e del suo aver oltrepassato il Rubicone ma, contestualmente, a dover trattare del dissesto idrogeologico del centro Italia. 
Non si sta affermando che non sia importante parlarne: va fatto. In altre discipline, rimodulando [in effetti: si aprirebbe un capitolo molto lungo] le indicazioni nazionali.
Non già, quindi, saper collocare territori e nazioni sulla mappa, oppure conoscere l’orografia di un territorio dato su di una cartina muta come esercizio alla conoscenza e di applicazione su uno strumento scientifico: il mutamento rappresenta lo studio di come l’uomo abbia stravolto il paesaggio per evitare che esso cambi ancora aspetto per azione umana. O, se si preferisce, per capire come si può ancora sfruttare. 
Tra i vari temi di geografia umana, nei manuali di Geostoria del biennio, è facile imbattersi in argomenti come: l’appalto esterno e la globalizzazione; lo sfruttamento del territorio attraverso le energie rinnovabili et similia, tutto in dosi omeopatiche senza realmente mostrare la realtà in cui il presente viene vissuto e percepito. 
L’outsourcing è presentato come dato di fatto e non come realtà violenta di appalto esternalizzato per cui c’è disoccupazione e miseria da un lato, sfruttamento e paghe basse per il guadagno di uno (o pochi), dall’altra. 

Se si presentasse l’appalto, la delocalizzazione (o per continuare con un termine anglosassone outsourcing) con esempi concreti che facciano percepire la realtà della situazione (come va di moda ora nell’impostazione educativa dei ministri che si sono avvicendati a Viale Trastevere) bisognerebbe far capire che il capo acquistato l’altro ieri dalle grandi catene della moda, presenti in ogni centro commerciale, si sono macchiate di omicidio in più d’un’occasione. [5]

Proprio grazie a quella tendenza di modificazione del tessuto economico e geografico (umano!) che viene presentata come migliorativa di una situazione pre-esistente.

Eppure…
La Storia è una di quelle materie per cui ci vuole una capacità d’astrazione elevata, da esercitare nel corso degli anni scolastici: un esercizio costante per cui alla fine del percorso della scuola dell’obbligo lo studente dovrebbe acquisire gli elementi di critica storica necessari per comprendere il presente e problematizzare il passato. 
Niente di tutto questo avviene nell’ambito dell’insegnamento di Geostoria prima e Storia dopo. 
O, se dovesse accadere, solo in minima parte e per determinate fasi storiche, rendendo vana la missione educativa della crescita personale e dell’elaborazione critica riguardo le epoche vissute dall’essere umano.
Azzerare la critica e la problematizzazione, così come lo studio analitico della Storia, rappresenta la volontà non tanto di “non voler far conoscere il passato” ma di presentarlo come se si stesse studiando una declinazione latina: come un «termine fisso d’eterno consiglio» (stavolta in senso letterale), per parafrasare Dante Alighieri. 

“L’ultimo faraone”

Lo spunto di questa riflessione piuttosto banale riguardo l’insegnamento di Geostoria, è scaturito da un fatto accaduto nel corso di questo anno scolastico (2022/2023). Dopo aver riconsegnato la verifica sugli egizi, fatta svolgere in una prima classe di un liceo scientifico della periferia romana, una ragazza (di origine bengalese) ha scritto: “l’ultimo faraone egiziano è Hosni Mubarak”. L’equivoco di comprensione nasce dal mancato inserimento delle “virgolette”, o di una specificazione così come di una perifrasi, da parte degli autori del manuale: in mancanza di una precisazione, la studentessa ha equivocato la porzione di storia dedicata al Nuovo Regno egizio. Non solo: ha sovrapposto l’insegnamento della storia dal punto di vista diacronico, così come presentato in classe, con l’unità di geografia umana legata agli sviluppi politici della Stato egiziano contemporaneo. 

A seguito della mia correzione, lo smarrimento è stato cospicuo. La studentessa era disorientata e ha provato ad argomentare come si fa di solito: «Prof, c’era scritto sul libro». Mai come in questo caso il manuale, concepito per uno scopo e per una direzione univoca del sapere (peraltro trasmettendola piuttosto male dal punto di vista del lessico e della punteggiatura), ha dimostrato la sua vulnerabilità nell’applicazione del dettato ministeriale del piede in due scarpe: cioè la geostoria. 
[1] https://www.repubblica.it/scuola/2010/02/01/news/geografia-2149029/?ref=search 
[2] Una scuola senza geografia – la Repubblica.it
[3] Se dalla scuola (per legge) scompare la geografia – la Repubblica
[4] Definizione di Geografia umana – “Enciclopedia delle scienze sociali” (treccani.it)
[5] 21 workers die in fire at H&M factory [Bangladesh] – Business & Human Rights Resource Centre (business-humanrights.org) e anche The Rana Plaza Collapse: What Happened & What it Means for Fashion (growensemble.com)
La foto in evidenza posta ad inizio dell’articolo rappresenta il santino/volantino ideato dal movimento degli studenti dell’Onda e che distribuivamo nei cortei e nei momenti di assemblee pubbliche.
Mi è sembrato di sostanziale attualità.
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Fuorigioco batte individualismo 2 a 1

Posted on 2022/11/22 by carmocippinelli

Mi ero ripromesso di non guardare nemmeno un minuto di partite del Mondiale che si sta svolgendo in Qatar in questi giorni: fattori di principio me lo imponevano (lo fanno tutt’ora), così come lo avrei fatto in ossequio alla campagna di boicottaggio internazionale, a cui la Borgata Gordiani (e altre realtà di calcio popolare in Italia) ha aderito e ne è promotrice.
Stamattina, tuttavia, nel lavoro mattutino del giorno di riposo infrasettimanale (per chi, come me, ha lezione il sabato), sono stato colpito dalla quantità di meme, sfottò, prese in giro nei confronti dell’Albiceleste comparse a dozzine sulle reti sociali. Aveva appena pareggiato l’Arabia Saudita.

Al 48′, neanche una manciata di minuti dal fischio della ripresa, l’Arabia Saudita trova il gol con Saleh Al-Sheihri, ventinovenne in forza all’Al-Hilal.
Decido di collegarmi per vedere il resto del gioco: l’assurdità del parziale lo impone (così come assurdi i tredici [!!!] minuti di recupero concessi)
Passano cinque minuti e l’Arabia Saudita raddoppia con un gran tiro di Salem Al-Dossari.
Caporetto totale per l’Argentina: pressing costante e venti minuti di trinceramento saudita nella propria trequarti di campo. L’assedio dell’Argentina, in realtà, non porta a nulla se non ad un tentato pareggio sventato dall’intervento provvidenziale di Al-Sharani sulla linea di porta al 91′.
Subito dopo aver sbrigato il lavoro arretrato, ho avuto modo di recuperare la visione del primo tempo: l’Arabia Saudita ha ingabbiato l’Argentina semplicemente col fuorigioco. La squadra di Scaloni ci è caduta almeno quattro volte nel corso del solo primo tempo, fase del gioco in cui i suoi undici stavano pure conducendo per 1 a 0 grazie al rigore trasformato da Messi. 
Non sto dicendo che l’Arabia Saudita abbia giocato un bel calcio, sebbene sia del tutto soggettivo giudicare il gioco di una squadra, tantopiù se è una rappresentativa nazionale; sebbene, poi, i due gol segnati siano stati davvero molto belli da vedere.
La questione che balza agli occhi con tutta evidenza è la seguente: il calcio individualistico occidentale basato sull’uno, sul guizzo di Messi, sullo scavetto di Martinez e sulle preziosissime individualità, vale poco se di fronte ha una compagine organizzata. Può essere anche la Marosticense o l’Atletico Gallo Colbordolo.
I giocatori sauditi portano con sé nomi sconosciuti al pubblico occidentale ma ben noti nelle competizioni asiatiche e nei paesi limitrofi. Noti o meno, sono riusciti ad ingabbiare Messi e i suoi, portando a casa tre punti pesantissimi. Il merito è, senza dubbio, dell’allenatore Renard: nella sua carriera ha allenato più rappresentative nazionali africane che clubs, ha avuto modo di portare al trionfo la Costa d’Avorio e l’Angola. Uno che il calcio africano lo conosce, così come quello asiatico, avendo allenato nella massima serie del Vietnam. 

Uno che sa come, a volte, le cose semplici e il gioco costruito con poche indicazioni, seppur elementari, fa la differenza: come per la trappola del fuorigioco. 
Commentatori e penne illustri del giornalismo sportivo (Nanni Moretti, ora pro nobis) hanno iniziato a scrivere come l’Argentina sia crollata di fronte ad una squadra di sconosciuti con un gioco discutibile e quasi da terza categoria. 

La prima sorpresa dei Mondiali in Qatar è la vittoria dell’Arabia Saudita sull’Argentina. Messi trasforma il rigore del momentaneo vantaggio e scompare dal campo. Gli ruba la scena il numero 10 avversario, lo sconosciuto Al Dawsri, che segna il gol-capolavoro del 2 a 1 finale pic.twitter.com/DYPIeLneFf

— Tg3 (@Tg3web) November 22, 2022

Siamo, però, alle solite: il calcio non è l’individuo all’interno della squadra ma è il collettivo che lo compone; è l’adrenalina del pareggio contro una grande squadra quando sai di essere decisamente più scarso e che ti fa giocare sopra le righe.
È il lancio lungo del portiere, è il palla lunga e pedalare, è il campo di terra battuta e il ripensamento sulle sostituzioni. È la rosa di sconosciuti e la trappola del fuorigioco. È la terza categoria, in sostanza. 
Che torna e riemerge carsicamente ogniqualvolta si verifica un crollo dostoevskiano delle grandi squadre o delle rappresentative nazionali. Perché, davvero, il calcio che piace è tutto finto. 

Per chi volesse rivedere la partita, qui c’è il link della Rai. Però poi basta Mondiali.

https://www.raiplay.it/video/2022/11/Mondiali-di-calcio-Qatar-2022—Argentina-Arabia-Saudita-la-sintesi—22-11-2022-393a355e-fec3-4487-a13c-2d344f56dbc9.html

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Turbolenze in vista tra candidati alle primarie e vecchi-nuovi partiti di (centro)destra – Atlante Editoriale

Posted on 2022/11/19 by carmocippinelli

Se la confusione e l’irrigidimento di posizioni sembrano essere diventate la costante cui la politica europea ci ha abituato in questa circostanza tutt’altro che passeggera di “crisi migratoria”, come viene chiamata dalla stampa, la politica e i partiti non se la passano meglio.
Lo “spirito del congresso” del Partito democratico aleggia come quello della filosofia di Hegel.
Il primo, però, è alimentato da comunicati e da dichiarazioni che non tendono a mostrare un quadro chiaro della situazione, anzi.

Stando alla ricostruzione del “Corriere della Sera”, i candidati al momento più quotati sono: Stefano Bonaccini (presidente della Regione Emilia-Romagna), Paola De Micheli (deputata), Dario Nardella (primo cittadino di Firenze), Matteo Ricci (primo cittadino di Pesaro) ed Elly Schlein (deputata). Ci sarebbero, tuttavia, anche gli esponenti di Articolo1 e Demos che reclamano un posto per la corsa alla contesa che si dovrà tenere nei primi mesi del 2023.

Demos e Articolo1 in corsa


C’è dell’altro, tuttavia: nei mesi scorsi Roberto Speranza, già ministro della sanità e figura di riferimento di Articolo1-Mdp, aveva parlato della necessità di poter partecipare ad una nuova fase di organizzazione del centro-sinistra italiano. Dunque Articolo1 tornerà a far parte non già della coalizione ma proprio del Pd, qualora dovesse superare se stesso. Proprio in area ex-bersaniana, Francesco Miragliuolo (Articolo1) dichiarò una manciata di giorni fa come: «Articolo Uno può rilanciare la collocazione del Pd nell’alveo della socialismo democratico ed europeo».
Anche Demos conferma la volontà di permanere nella medesima collocazione di centro-sinistra e i dem, stando al retroscena di Monica Guerzoni sul “Corsera” [oggi 15/11/2022], sarebbero pronti a cambiare lo statuto pur di poter far partecipare anche le forze citate.
Uno statuto a corrente alternata, pronto ad accogliere Demos e Articolo1 ma che anni fa respingeva i radicali e la candidatura di Marco Pannella a più riprese proprio per evitare modifiche alle regole interne, ma tant’è.

Il caso della Regione Lazio

Saltato l’accordo Pd-5Stelle, data la questione inceneritore e il veto di Giuseppe Conte, i pentastellati potrebbero puntare a nomi che andrebbero a deviare il sentiero entro cui si muove il Partito democratico. Il nome di Massimiliano Smeriglio serpeggia in ambiente grillino e, senza dubbio, un nome simile potrebbe sconvolgere l’assetto quadripolare. Quantomeno nel Lazio, dato che il nome del candidato (ormai dato per certo) è di Alessio D’Amato (assessore alla sanità). Gradito a Calenda/Renzi, ma non troppo ad una parte dell’alleanza.
Lo stesso Angelo Bonelli (Europa Verde-Alleanza Verdi Sinistra) nella mattinata di oggi [15/11/2022] ha dichiarato: «Non è un problema di nome, conosco D’Amato da quando avevamo i calzoni corti e va benissimo. Ma la candidatura doveva essere annunciata tutti insieme, procedere in questo modo è stato un grande errore. Vogliamo capire se la linea programmatica la dà Calenda o il candidato del centrosinistra. Il leader del Terzo Polo non può dire ‘queste sono le linee della Regione e Bonelli e Fratoianni devono accettarle o stanno fuori’», come riporta l’agenzia “9Colonne”.

L’equilibrio di chi non lo ha


Stando al deputato ecologista, è il «Pd a dover cercare un equilibrio» ma, parafrasando il Manzoni, se uno l’equilibrio non ce l’ha non se lo può certo dare.
Proprio per questo il dibattito attorno alla natura del partito di centrosinistra si fonda sulla legittimità e l’esistenza dell’organizzazione stessa. Per Paolo Cacciari il ritorno al dualismo di soggetti alleati, ma formalmente distinti, non sarebbe nefasto: «Tornare a uno schema Margherita-Ds non sarebbe neppure il male peggiore. Almeno si riconoscerebbe onestamente il proprio fallimento e da questa onesta constatazione si potrebbe più seriamente ripartire», ha dichiarato il filosofo ai microfoni di “Italia Oggi”.
Un dualismo che ammetterebbe il fallimento della ‘vocazione maggioritaria’ evocata da Walter Veltroni all’inizio del percorso del Partito democratico, dato che con tutta evidenza: «non può essere la sola Schlein a risolvere le questioni del partito», come ha scritto Mario Giro sull’editoriale apparso sul quotidiano “Domani” di lunedì 13 [novembre 2022].
Certo è che di fronte ad un’organizzazione politica che ha condannato qualsiasi tipo di ideologia socialdemocratica (compresa quella liberal-socialista) per abbracciare il liberalismo più radicale, per cui si fa sempre più fatica a rintracciare un’alternativa nei programmi e nella sostanza dei fatti dal resto delle coalizioni di centrodestra (così come anche con i centristi di Azione/Italia Viva), rimane da chiedersi se ha ancora senso definire il Pd come “soggetto politico alternativo alla destra”. Posto che lo sia mai stato davvero. Le recenti dimostrazioni di apertura, nonché della riabilitazione pubblica di Letizia Moratti, segnano il passo.

Nel frattempo, alla destra-centro…


Rinasce, anche se in realtà non era mai scomparsa, Alternativa popolare, l’organizzazione politica che era sorta dalle ceneri del Nuovo Centrodestra fondato da Angelino Alfano e durato il tempo di una legislatura per poi dissolversi come neve al sole. Alternativa popolare torna a far parlare di sé perché Stefano Bandecchi (presidente della Ternana e dell’Università Niccolò Cusano) è stato nominato coordinatore nazionale del partito dell’ex forzista Paolo Alli e, non solo: annuncia la propria candidatura a sindaco di Terni alle prossime amministrative.
Sarà una candidatura di centro, sebbene Bandecchi non si candidi con il centro, saltato l’accordo con Calenda, dato che il progetto politico di Ap si colloca naturalmente nel Partito popolare europeo, secondo le intenzioni di Bandecchi. Eppure, rivendicando la sua appartenenza e il suo «orgoglio di aver servito lo Stato e la bandiera come militare nella Folgore» respinge le accuse di fascismo, sebbene sia solito indossare magliette (tanto da riprendersi per dirette su Instagram) con il motto del reggimento e slogan ripresi dal neofascismo militante. Bandecchi nega tutto, le immagini e le intenzioni rimangono. Il nuovo, già “avanza”.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale: Turbolenze in vista tra candidati alle primarie e vecchi-nuovi partiti di (centro)destra – Atlante Editoriale (atlanteditoriale.com)
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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