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Categoria: Atlanteditoriale

I guai della “sinistra liberale” dopo le elezioni regionali – Atlante Editoriale

Posted on 2023/02/16 by carmocippinelli

Più che le percentuali relative a candidati presidente e a liste collegate, sono quelle relative all’astensione – stavolta – a farla da padrone nei commenti e nella settimana politica che ci stiamo lasciando alle spalle. Nel Lazio l’astensione arriva al 37,1% e in Lombardia vola al 41,7%.

Se in altre fasi politiche si sarebbe detto che l’eccessiva proposta politica agli occhi dell’elettore avrebbe indotto il comportamento d’astensione in quanto gli elettori sarebbero stati impossibilitati ad operare una scelta reale, stavolta il discorso è tutt’altro. I due schieramenti di centrodestra e centrosinistra si sono popolati di ben più liste che nelle altre tornate elettorali, mostrandosi volenterosi di assorbire tutto il potenziale dei votanti di ogni singola lista che avrebbe potuto rappresentare un’alterità ai due poli contrapposti. Secondo Livio Gigliuto, vicepresidente dell’Istituto Piepoli, parte del Consorzio Opinio: 

«L’astensione ha varie ragioni: Si è votato da poco, pesa la debolezza dei candidati e c’è pure l’“effetto Sanremo”, perché nell’ultima settimana, quella decisiva per la scelta dell’elettore, si è parlato solo di quello»[1].

Sarà “l’effetto Sanremo” come ha definito Gigliuto al «Corriere della Sera», ma sarà anche (o forse soprattutto?) il fatto che al momento non vengono prese in considerazione dalla stampa “mainstream” e dalla comunicazione politica tout court posizioni che siano radicalmente alternative.

“Tutto okay: è colpa degli altri”

Secondo Arturo Scotto (Mdp-Articolo1), intervistato da «Radio Radicale» bisogna tener conto di almeno tre valutazioni per interpretare la complessità del voto regionale: 

«la prima è quella che riguarda il dato enorme dell’astensione che ci dice come sia presente sia una progressiva “secessione” dei ceti popolari nei confronti della democrazia. Successivamente, il tema che riguarda il centrosinistra è come riprendere il cammino per recuperare i voti perduti. E poi [c’è da dire che] l’astensione cresce perché sei diviso. Terzo punto: chiunque abbia prodotto una frattura (Giuseppe Conte nel Lazio, Moratti-Calenda-Renzi in Lombardia) paga un prezzo: la domanda che viene dal campo largo, che è più largo dell’alleanza, è la richiesta di un’opposizione». 

Traspare, dalle parole di Scotto, quella volontà mai sopita dalle parti del centrosinistra post veltroniano: la contrapposizione all’americana di due poli elettoralmente contrapposti, idealmente non dissimili, moralmente sovrapponibili.
Se la colpa per Carlo Calenda è dell’elettorato che non ha saputo cogliere quel che il binomio “Azione-Italia Viva”:

«Se le elettrici e gli elettori delle Regionali non si sono resi conto, che le persone e le proposte del Terzo Polo sono le migliori, serie e fattibili, la colpa non è nostra», 

per Cacciari la miopia dei gruppi dirigenti del centrosinistra è ai limiti della realtà: 

« […] Va a votare un italiano su tre di quelli che ne hanno diritto. E di fronte a un tale disastro se ne escono fuori dicendo ‘guarda che bravi siamo stati abbiamo preso un voto in più dei 5Stelle’. È da darsi i pizzicotti perché uno non ci crede» [2].

Il cocomero è già guasto

All’interno del centrosinistra le cose non sembrano andare meglio, anzi. La lista denominata “Alleanza Verdi Sinistra” che ha guadagnato un posto in consiglio regionale a Milano e ha costituito i gruppi comuni tra Verdi/EuropaVerde e Sinistra Italiana alle Camere, pare essere stata già messa alla prova non tanto dai risultati quanto dalle frazioni interne.
Il 6 febbraio [2023] i consiglieri di Sinistra civica ecologista in Assemblea Capitolina (Luparelli e Cicculli) hanno dichiarato di proseguire con l’intesa con il gruppo di Europa Verde, annunciando la propria partecipazione a “Verdi e Sinistra”. Stesso nome, in apparenza, stesso carattere ma diverse combinazioni cromatiche: Sinistra Italiana sarebbe stata assente e al suo posto si sarebbe sostituita con Possibile di Civati. “Verdi e Sinistra” nel Lazio ha puntato fortemente sul candidato Claudio Marotta, unico eletto della lista, già esponente del Csoa La Strada e già attivista del movimento per il diritto all’abitare del gruppo “Action”: una candidatura , ad ogni modo, che non ha mai nascosto il legame a doppio filo con il Partito democratico, dato il rapporto personale e lavorativo che Massimiliano Smeriglio e Claudio Marotta hanno intrattenuto positivamente nel corso degli anni. Il gruppo “Verdi e sinistra” dunque dovrà superare lo scoglio dei cinque anni a Via della Pisana, provando a tenere a bada le sirene del Partito democratico.
Due eletti, dunque, ma con liste simili e non uguali: progetti dissimili e finalità sovrapponibili ma che suggeriscono un principio di dibattito tutt’altro che positivo tra Verdi/EuropaVerde e Sinistra Italiana. La lista “Polo progressista”, promossa dalla federazione romana di Sinistra Italiana in alleanza alla candidata del Movimento 5 Stelle Donatella Bianchi, ha riscosso meno dei voti che ci si poteva aspettare, attestandosi a una consigliera eletta (Alessandra Zeppieri) e fermandosi a 18.727 voti. Secondo Nicola Fratoianni: 

«Sarebbe urgente una riflessione e fare chiarezza su che progetto si propone all’Italia. […] Ma noi non abbiamo alcuna intenzione di continuare questo gioco. Faremo una riflessione vera su come rafforzare “Alleanza Verdi e Sinistra” e chiederemo che l’intero campo progressista costruisca un progetto di società da proporre ai cittadini. Della competizione tra i partiti del centro-sinistra – come dimostra il doloroso dato del l’astensionismo – non importa a nessuno se poi non si è in grado di vincere contro la destra». 

L’alleanza Bonelli-Fratoianni non sembra essere messa in discussione ma lo spettro di ‘certi spettri antichi’, cioè che finisca tutto come fu per “Sinistra ecologia libertà”, è dietro l’angolo.

I guai della sinistra liberale

L’altra faccia della medaglia, ma sempre in alleanza al centrosinistra, è la inevitabile crisi della cosiddetta sinistra liberale o “radicale”. La lista comune “+Europa/Radicali italiani/Volt” non arriva neanche a 15.000 voti, mentre alla precedente tornata aveva oltrepassato quota 50.000, forte anche del supporto di Emma Bonino in quella campagna elettorale. La differenziazione di posizioni tra i gruppi della ex galassia radicale, lo scollamento tra il gruppo di Marco Cappato e la definitiva rottura con il Prntt di un lustro fa, non ha giovato al partito liberaldemocratico che si è andato ri-costruendo.
La battuta di arresto dopo il fine settimana elettorale non ha scalfito, tuttavia, le intenzioni del gruppo dirigente di Via Bargoni: 
«[…] Il nostro impegno in questa tornata elettorale non è stato premiato dagli elettori e abbiamo perso le due postazioni in Lazio e Lombardia ricoperte dai nostri consiglieri uscenti Alessandro Capriccioli (Lazio) e Michele Uselli (Lombardia) che, in questi 5 anni nei due Consigli regionali, hanno fatto un ottimo lavoro, spesso misconosciuto. 
Li ringraziamo per l’impegno e la passione che hanno messo in questi anni – realizzando quanto sappiamo, e cioè che anche un solo radicale nelle istituzioni può fare la differenza – e soprattutto per quello che hanno messo in questa campagna elettorale, difficilissima e con un’informazione totalmente appiattita sui facili vincitori. […] Ma non aver raggiunto l’obiettivo di avere degli eletti non ci fa cambiare strada. A differenza di altri, i Radicali fanno e creano politica, sempre, dentro e fuori dal palazzo».
Insomma, tutto scorre. L’importante è saper cogliere i risultati che arrivano. E se non arrivano, basta continuare sulla stessa strada e non deviare di un millimetro la rotta. Senza autocritica.

Note

[1] Renato Benedetto, In cinque mesi spariti 3 milioni di voti. FdI primo quasi ovunque, «Corriere della Sera» mercoledì 15 febbraio 2023.
[2] Umberto de Giovannangeli, “Giusto criticare la guerra, ma se lo faii scattano gli anatemi” , «Il Riformista», 15 febbraio 2023.
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Le forze politiche alle Camere e le posizioni sul 41bis – Atlante Editoriale

Posted on 2023/02/09 by carmocippinelli
Le opposizioni depositano una mozione contro il sottosegretario Del Mastro Delle Vedove, lui si giustifica asserendo che non ha compiuto nulla di male e che quanto detto da Donzelli in aula non era sottoposto ad alcun segreto. Il Ministro Nordio parlerà il 14 febbraio alle Camere ma nel frattempo le opposizioni hanno trovato una unità – par di capire solamente burocratica e tattica – sulla questione che riguarderebbe i due esponenti di Fratelli d’Italia. Donzelli e Del Mastro Delle Vedove, stando alla cronaca politica di questi giorni, condividerebbero l’appartamento di Roma in cui vivrebbero entrambi, dunque quanto pronunciato in Aula da Donzelli sarebbe stato riferitogli dal collega di partito. Anche il Guardasigilli nell’informativa del 1 febbraio ha minimizzato e stabilito come quelle informazioni non sarebbero segrete né sia stato rivelato nulla di particolarmente scottante dal Vicepresidente del Copasir Donzelli (Fd’I). Riecheggiano le parole di Bruno Tabacci (Centro democratico – Partito democratico – Italia democratica e progressista) della scorsa settimana: 

«La questione che è emersa nella giornata [di martedì 31 gennaio] è quella relativa all’utilizzo improprio di documenti che il ministro Nordio ha definito “sensibili” ma a me non risulta che a un deputato sia consentito di andare dal Capo di Gabinetto e prendere visione di documentazione di una certa natura e che riguardano un dipartimento così delicato». 

Quello che emerge, ha detto poi Tabacci a «Radio Radicale» è sia il Caso Cospito quanto il Caso Donzelli, che ora potremmo definire “Caso Donzelli-Del Mastro Delle Vedove”.
La questione legata al 41bis sembra tutt’altro che sopita, anzi: la Ministro del Turismo Santanché ha dichiarato, riprendendo la linea di Antonio Tajani nella conferenza stampa tenuta assieme a Piantedosi e Nordio nella mattina del 31 gennaio, come lo Stato sia sotto attacco. «C’è un attacco allo Stato e non al Governo e non possiamo cedere perché sarebbe un gravissimo errore per la sicurezza della nostra nazione», ha ribadito la Ministro a cui le ha fatto eco l’anch’egli ministro Salvini: «non si toccano leggi sotto minaccia, si parli di giustizia con una riforma e non con le polemiche», stando a quanto riportato dal quotidiano «Il Riformista» di martedì 7 febbraio.
Nei giorni scorsi Alfredo Cospito, tramite il suo avvocato Rossi Albertini, ha chiarito:«Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41-bis per tutti perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali: ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose», precisando che l’opinione del suo assistito sono «individualiste, perché non c’è una organizzazione».

Ma quali sono le posizioni sul 41bis delle forze politiche presenti alle Camere?

Il dato che colpisce, quantomeno a parere di chi scrive, è che, stando dati aggiornati ad ottobre 2002, i detenuti al 41bis sono 728. La cifra fa sobbalzare: ci sono più detenuti al 41bis che parlamentari. Come si sono espressi i rappresentanti dei gruppi politici alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica?
La maggioranza lo ha ribadito più volte e i partiti che ne compongono la coalizione hanno affermato la propria contrarietà anche solo per una discussione riguardo l’istituto in oggetto. Tanto Fratelli d’Italia quanto la Lega si sono mostrate chiuse, come già riportato sopra. La presidente del consiglio dei ministri Meloni ha più volte sottolineato come non si debba trattare con mafiosi e violenti. Silvio Berlusconi (Forza Italia) ha chiarito la posizione del partito, comunque già espressa da Tajani: 

«La violenza politica in Italia non è un ricordo così lontano, ha inquinato la vita politica e la democrazia italiana fino a pochi anni fa. Lo Stato non può e non deve cedere ad alcun ricatto. Il 41 bis, che è uno strumento applicato in autonomia dalla magistratura contro criminali pericolosi e pluriomicidi, deve restare così».

Per il Partito Democratico ad esprimersi più duramente, ancorché unicamente, è stato il candidato alle primarie Stefano Bonaccini, nel corso dell’assemblea tenutasi domenica 5 febbraio al Lanificio di Pietralata di Roma: 

«Il 41bis non può essere messo in discussione: guai se dessimo l’idea di metterlo in discussione! Lo dice uno che viene da una regione che sul terrorismo ha pagato un conto salatissimo. La lotta alla mafia e nei confronti di ogni aggressione terroristica sono, per noi, due punti fermi su cui non si arretra neanche di un millimetro. Dopodiché, che tutti i detenuti abbiano diritto alle cure necessarie, è un principio di civiltà che nulla toglie alla lotta contro il crimine organizzato. […] Chi si è macchiato di crimini ne risponda. Ci poteva pensare prima». 

Da parte dell’altra candidata alle primarie del Partito Democratico, Elly Schlein, non risulta sia stato detto alcunché.
Secondo Giuseppe Conte (Movimento 5 stelle): 

«Non permetteremo mai che si tocchi il 41 bis, è uno strumento importante data anche la la caratteristica delle formazioni terroristiche, mafiose. Per quanto riguarda Cospito: si tratta di una valutazione che va rimessa alle autorità competenti, le quali devono tener conto anche della dignità della persona e delle sue condizioni di salute».

Le dichiarazioni, riportate da «LaPresse» dell’ex presidente del consiglio dei ministri sono state rese ai giornalisti lunedì 6 febbraio a Monza, nel corso dell’iniziativa del partito per le elezioni regionali in Lombardia.
Il Deputato Riccardo Magi, da parte sua, in quota +Europa/Radicali Italiani, ha dichiarato a «Radio Radicale» [1]: 

«Sono stato l’unico ad aver preso la parola, dopo l’informativa di Nordio alla Camera [1 febbraio], riguardo la incompatibilità del 41bis con la nostra Costituzione per i rilievi che la stessa Corte Costituzionali ha prodotto negli anni» 

così come per quanto prodotto dalle istituzioni europee.
Per quel che riguarda il gruppo composto da Verdi/EuropaVerde e Sinistra Italiana (Alleanza Verdi Sinistra) tutto sembra tacere, fatta eccezione per la senatrice Ilaria Cucchi: 

«[…] Fermiamoci tutti a pensare Alfredo Cospito come essere umano e non come simbolo. Alfredo Cospito non ha compiuto né ispirato, fino a prova contraria, quegli attentati che dimostrano solo di volergli del male. Alfredo Cospito non è un boss mafioso e, volenti o nolenti, non ha ucciso nessuno. Costringerlo all’ergastolo ostativo del regime 41 bis è stata, a mio avviso, una palese forzatura ed un errore colossale. Se così non fosse ora non ne staremmo parlando tanto. Le sentenze vanno rispettate ma sono soggette al diritto di critica. Mentre Alfredo Cospito è diventato oggetto di speculazione politica e tema di scontro di idee diverse sul modo di intendere la Giustizia in questo Paese, ciò che più conta, la sua vita, se ne sta volando via. Il ‘bla bla bla’ è diventato oramai assordante».

La Senatrice sembra essere stata l’unica ad aver spezzato la continuità di dichiarazioni che sovrapponevano anarchici e mafiosi, ponendoli sul medesimo piano e attribuendo agli uni e agli altri le stesse finalità e intenzioni.
A tal proposito, vale la pena segnalare l’opinione del politologo Paolo Pombeni che, in un articolo sul «Messaggero» di sabato 6 febbraio avrebbe paragonato l’anarchico Cospito (e l’anarchismo in generale) alla criminalità organizzata:

«[…] Attualmente la mafia in quanto tale non sembra più interessata alle dimostrazioni esasperate di violenza contro lo Stato come era caratteristica dei corleonesi. Uno “scontro a fuoco” e a tutto campo con lo Stato nuocerebbe ai suoi affari che sembra non essere disposta a mettere a rischio per difendere i vecchi capi in carcere. Bisogna dunque affidarsi a qualcuno che si crede possa “incendiare” l’ordine pubblico facendo leva su quanto rimane in varie frange del paese della stagione di una certa contestazione: quella che vedeva e vede dappertutto violenza di stato, militarizzazione contro le libertà individuali, repressione di chi non accetta le regole “borghesi”. Sono componenti marginali, ma che ancora esistono in una società inquieta, affamata di proteste nichiliste, che vuole solo gesti eclatanti e non accetta un lavoro duro per superare le indubbie difficoltà di questa fase storica».

Una sorta di grimaldello anarchico.
Quantomeno audace.
Pubblicato su Atlante Editoriale
  
https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/41-bis-e-le-posizioni-politiche/ 
Note
[1] La dichiarazione resa all’emittente radiofonica radicale è stata a seguito dell’articolo apparso sul «Fatto Quotidiano» sulla visita a Cospito di parlamentari del Partito democratico nel carcere di Sassari.
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Due giorni “anarchici” per il Governo. Donzelli esplode in aula ma il dibattito sul 41bis resta al palo – Atlante Editoriale

Posted on 2023/02/02 by carmocippinelli
Sul «Corriere della Sera» si parla di “autogol”, di imbarazzo e nervosismo. Proprio ora che Meloni e porzioni del governo (solite malelingue?) avevano ricucito il rapporto che alla stampa viene comunicato a giorni alterni come “saldo” e “in bilico” tra Nordio e Presidenza del consglio dei ministri. Come dar torto, d’altronde, a Francesco Verderami? D’altra parte neanche il condannato si sarebbe aspettato così tanto in termini di esposizione mediatica e politica.
Ma facciamo un passo indietro.
Si sta parlando del caso di Alfredo Cospito, detenuto al 41bis, in sciopero della fame da più di 100 giorni per cui proprio nella giornata di martedì ha sospeso l’assunzione degli integratori, traslato – per il motivo appena citato – dal carcere dalla struttura penitenziaria del nord della Sardegna al carcere “Milano Opera” in Lombardia.
Martedì è stata una giornata infuocata per il governo.
Il ministro dell’interno Ministro Antonio Tajani, nella conferenza stampa mattutina (alle ore 11:00) convocata insieme ai ministri Nordio e Piantedosi, ha dichiarato, rispondendo alle domande dei giornalisti riguardo gli episodi che hanno visto coinvolti gli anarchici mossi in solidarietà di Alfredo Cospito: 

«L’attacco contro l’Italia e contro le istituzioni italiane viene effettuato in tutto il mondo. Diciamo: alziamo il livello di sicurezza in tutte le ambasciate e in tutti i consolati. Esiste un’internazionale anarchica mobilitata contro lo Stato italiano». 

E ancora: 

«Lo Stato italiano è sotto attacco di un’internazionale anarchica». 

Secondo Carlo Nordio al termine di una lunga introduzione giurisprudenziale sulla natura delle misure restrittive afferenti al 41bis: 

«Questa ondata di violenze, atti vandalici e intimidatori da un lato costituiscono la prova che questo legame tra il detenuto e i suoi compagni esterni rimane, quindi tenderebbe a giustificare il mantenimento del 41bis; dall’altro che lo Stato non può venire a patti, essere intimidito, o anche mostrare un segnale [di cedimento a causa di] attività violente o minacciose».

Più o meno alla stessa ora, alla Camera dei Deputati, prende la parola il vice presidente del Copasir, deputato Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia): 

«[…] Cospito è un terrorista e lo rivendicava con orgoglio dal carcere. È uno strumento della mafia, non solo perché lo dice Cospito. Dai documenti che si trovano al Ministero della Giustizia, Francesco Di Maio del clan dei casalesi diceva, incontrando Cospito: ‘Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato’, che sarebbe l’abolizione del 41 bis. Cospito rispondeva: ‘Dev’essere una lotta contro il 41 bis, per me siamo tutti uguali’. Ma lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando, che andavano a incoraggiarlo nella battaglia. Allora io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi».

Le repliche parlamentari si limitano alla richiesta di scuse, Bonelli dei Verdi ne chiede le dimissioni e interroga la presidenza riguardo le modalità per cui il deputato sia riuscito ad entrare in possesso di determinata documentazione.
Il giorno dopo lo stesso deputato Donzelli dirà al «Corriere della Sera»: 

«Non ho divulgato intercettazioni ma ho parlato di quanto riportato in una relazione al ministero di Giustizia di cui, in quanto parlamentare, potevo conoscere il contenuto. Non ho violato segreti […] Non mi hanno dato nessun documento riservato. Volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». 

Il Deputato ha poi proseguito riguardo le richieste di chiarimento che intende muovere nei confronti dei deputati sopracitati per la visita ad Alfredo Cospito in carcere.
Potrebbe profilarsi la figura del giurì d’onore nei suoi confronti.
Cioè? In teoria un organo giudiziario previsto dal sistema penitenziario italiano che giudichi nel caso in cui una persona sia accusata d’aver commesso reati di diffamazione e non può discolparsi dal fatto attribuitogli.
Nel Parlamento, si tratta nient’altro che di una commissione di indagine che potrebbe essere convocata dai presidenti delle due Camere su richiesta di un Parlamentare che si senta leso nella propria onorabilità nell’ambito del dibattito d’Aula, da parte di un altro membro del Parlamento. Al termine del lavoro, il giurì relaziona all’Aula.
Il giorno successivo, cioè ieri mercoledì 1 febbraio [2023] al termine dell’informativa del Guardasigilli, Bruno Tabacci (Centro Democratico) ai microfoni di Radio Radicale, ha sancito come il ministro abbia reso un’informativa dettagliata riguardo il caso Cospito ma non riguardo l’altro, ovvero: «il “caso Donzelli”». Di uno i Parlamentari sono stati informati, dell’altro no, stando a quanto riportato al microfono di Lanfranco Palazzolo. Cioè:

«La questione che è emersa nella giornata di ieri [martedì] è quella relativa all’utilizzo improprio di documenti che il ministro Nordio ha definito “sensibili” ma a me non risulta che a un deputato sia consentito di andare dal Capo di Gabinetto e prendere visione di documentazione di una certa natura e che riguardano un dipartimento così delicato». 

Ancora tutto tace, ma è un silenzio che – forse – durerà poco.
Tuttavia il punto rimane. Quale? Quello per cui, ancora una volta, in Italia si avvia un dibattito riguardo una questione piuttosto delicata come quella in oggetto, arrivandoci non per tempo ma per emergenza. E nell’emergenza ogni discussione risente di troppa vicinanza o troppa lontananza all’argomento: c’è chi agita lo scalpo dell’ideologia e chi quello della propaganda ma la questione di fondo rimane il dibattito ancorato ad una circostanza specifica senza un’analisi complessiva. Necessaria più che mai.
Pubblicato su «Atlante Editoriale»
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Giustizia e intercettazioni: no a violazioni della privacy. Ma il dibattito fa piombare il paese nel 1994 – Atlante Editoriale

Posted on 2023/01/26 by carmocippinelli
Le promesse elettorali, i programmi roboanti, spesso, finiscono con l’infrangersi attorno a due o tre tematiche che tengono il banco del dibattito politico, a prescindere dal colore del governo. Sembra essere una coazione a ripetere: ogni governo deve affrontare le medesime questioni che quello precedente non ha risolto in materia elettorale e di amministrazione della giustizia.
E sì che dal 1992 sono passati 31 anni, da quando le forze del nuovo centrodestra a trazione berlusconiana avrebbero chiesto un cambio di passo netto sul sistema elettorale e sulla giustizia.
Il dibattito, dunque, che è presente nell’interlocuzione tra i partiti di maggioranza, nonché sui quotidiani nazionali tutti (giornali a carattere locale compresi), è riguardo le intercettazioni telefoniche.
L’arresto di Matteo Messina Denaro (e ora anche del suo alias Andrea Bonafede) hanno fatto sì che il fuoco del dibattito – mai spento del tutto – riprendesse vigore: 

«Quando le intercettazioni vengono pubblicate sui giornali, la colpa non è di chi le pubblica e che fa il suo mestiere, la colpa è di chi non tutela il segreto istruttorio, che dovrebbe impedirne la diffusione […] Poiché molte volte queste intercettazioni escono, nonostante il divieto di diffusione, questo significa che non si vigila abbastanza». 

Il ministro della giustizia Carlo Nordio lo ha affermato in varie occasioni, anche nelle trasmissioni di prima serata (in questo caso specifico prendendo parte a “Quarta Repubblica” nella giornata di lunedì 23).
Nordio ha poi aggiunto che la «riforma è una priorità del governo», esattamente come per i governi Berlusconi, Prodi, Monti, Draghi, Letta, Gentiloni.

Aumentare l’elenco con esecutivi tecnici e “balneari” quanto basta. 
Maurizio Lupi, da parte sua, prima alfiere berlusconiano ed ora esponente centrista e rappresentante del movimento degli italiani all’estero, ribadisce il proprio sostegno a Nordio e al governo [1]: 

«Nessun passo indietro di “Noi moderati”: siamo a fianco del ministro della giustizia e con questa maggioranza. Le intercettazioni sono uno strumento importante ma gli abusi vanno contrastati e combattuti: forse è giunto finalmente il momento, in questa legislatura, di fare una riforma della giustizia a favore del cittadino». 

Sulle polemiche che hanno investito il ministro è intervenuto anche Ciro Maschio, Fratelli d’Italia e presidente della commissione giustizia della Camera dei Deputati, in un’intervista al «Corriere della Sera» di martedì 24 [gennaio 2023]: 

«Si è cercato di forzare la passione con cui [Nordio] ha parlato, però ha detto che non verrà colpito l’uso delle intercettazioni ma le sue distorsioni, le violazioni della privacy e della presunzione di innocenza. E quando si analizzeranno le proposte concrete si vedrà che si è creato un caso oltre la realtà».[2] 

Gongola anche Berlusconi: 

«Noi di Forza Italia sosterremo l’azione del ministro Nordio con assoluta convinzione. Il nostro obiettivo non è certo un conflitto tra politica e magistratura: le nostre riforme non sono contro i magistrati ma per il cittadino. Certo, incontrano l’ostilità di alcuni settori politicizzati della magistratura, alcuni di questi magistrati sono passati direttamente dai loro uffici giudiziari alle aule del Parlamento nelle fila dei 5 stelle. E questo dimostra quanto poco quei magistrati potessero essere imparziali; altri colleghi sono rimasti nelle fila della magistratura di sinistra. Ma la gran parte della magistratura svolge il compito con imparzialità e senso dello Stato». 

Dalle toghe rosse alle toghe cinquestelle il passo sembra essere breve.
Nonostante la legge Orlando-Bonafede – che infiniti addusse lutti agli Achei – sia in vigore da qualche anno.
Sul tema tuona «Il riformista» di Piero Sansonetti: 

«Per i Pm anche l’insulto è un indizio. Negli atti di un’inchiesta che riguarda Carlo Fidanza e altri Fdi la procura di Milano include parolacce intercettate e rivolte anche a persone non indagate come Daniela Santanché. E tutto finisce sui giornali. Rilievo per le indagini? Zero. Ma per i magistrati vale zero pure la legge». 

Titolo e sottotitolo di un pezzo riguardo la reale influenza della legge Orlando-Bonafede sulle intercettazioni.

E sì che proprio “il cittadino”, evocato a più riprese, aveva bocciato la consultazione referendaria dei “cinque referendum per la giustizia giusta” promossi dal Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito, dalla Lega, da Matteo Salvini [3], per cui la galassia liberal aveva comunque dato indicazioni di voto.

Forse siamo di fronte ad un nuovo capitolo della lotta fra poteri tra politica e magistratura? Oppure “il cittadino” da proteggere è più l’idea che alcuni rappresentanti del Parlamento e del Governo hanno di se stessi, anziché della maggioranza della popolazione? 
Note 
[1] Lanfranco Palazzolo, Dichiarazioni di Maurizio Lupi sulla questione delle intercettazioni, «Radio Radicale», 23 gennaio 2023, https://www.radioradicale.it/scheda/688453/dichiarazioni-di-maurizio-lupi-sulla-questione-dellintercettazioni. 
[2] Virginia Piccolillo, «Clima infiammato, confrontiamoci con l’Anm», «Corriere della sera», 24 gennaio 2023. 
[3] Sul sito del comitato promotore, ancora attivo, si distinguono i tre soggetti: Prntt, Lega e Matteo Salvini.

Pubblicato su «Atlante Editoriale» e visibile qui: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-giustizia-e-intercettazioni-no-a-violazioni-della-privacy-ma-il-dibattito-fa-piombare-il-paese-nel-1994/

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Profitti per pochi, disuguaglianza crescente e “autonomia nel 2023” – Atlante Editoriale

Posted on 2023/01/19 by carmocippinelli

“Disuguitalia”: un’Italia in cui le disuguaglianze crescono sempre di più. L’analisi prodotta da Oxfam nel nuovo rapporto intitolato “La disuguaglianza non conosce crisi” [1] presentato all’apertura del “World economic forum” di Davos fotografa un’Italia che sta procedendo sul binario dell’aumento delle disuguaglianze: 

«La riduzione delle disuguaglianze rappresenta un tema cui nessun governo ha finora attribuito centralità d’azione, il tema si è trovato ridimensionato (relegato, in molti casi, alla mera retorica) nell’ultima campagna elettorale e la nuova stagione politica si sta contraddistinguendo più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui (ed inefficienti) che accentuano i divari e le fratture sociali, minando la coesione e svilendo il nostro patto di cittadinanza».

Nel rapporto, Oxfam chiede al governo che:
«gli interventi di sostegno alle famiglie contro l’aumento dei prezzi devono essere ulteriormente ricalibrati per migliorare l’effetto compensativo per i nuclei familiari con capacità di spesa minore», che vadano protette «le retribuzioni reali per tutelare le condizioni di vita dei lavoratori e gruppi sociali più poveri» al fine di stimolare «nuovi accordi tra le parti sociali volti a ridefinire sistemi più efficaci di indicizzazione dei salari ai prezzi» e, infine, «di indicizzare all’inflazione il reddito-soglia per l’accesso al Reddito di cittadinanza (Rdc)». 

L’attacco dell’esecutivo al Reddito di cittadinanza è grandemente noto, così come la narrazione che la maggioranza di Governo ha diffuso già da quando era “minoranza” (a cui per la verità si affiancava la voce del Partito democratico) fornendo alla popolazione un’immagine stereotipata e distorta del percettore del beneficio.
L’Oxfam, a tal proposito, rincara la dose: 

«Il Governo deve fare un passo indietro sul regime transitorio del RDC previsto per il 2023 e garantire l’erogazione del sussidio per tutte le mensilità spettanti a tutti i beneficiari dell’istituto, rinunciando a un approccio categoriale che vede nell’impossibilità di lavorare e non nella condizione di bisogno il titolo d’accesso alla misura». 

Non solo: 

«va reso più equo, per quanto attiene ai criteri di accesso alla misura e all’entità del sussidio erogato e più efficiente con particolare riguardo alla riduzione dell’elevata aliquota marginale che grava sui beneficiari che già lavorano o iniziano a lavorare». 

Greedflaction
Non solo disuguaglianze ma anche “inflazione da avidità”, in inglese: “greedflaction”.
È uno dei neologismi dell’umanità che naviga nella crisi economica da un ventennio: 
«I profitti societari mostrano una tendenza al rialzo da decenni. Prima della pandemia, le aziende di Global Fortune 500 [2] avevano aumentato i propri profitti del 156% in un decennio, dagli 820 miliardi di dollari nel 2009 ai 2.100 miliardi di dollari nel 2019. Oggi i profitti, in particolari settori dell’economia, stanno raggiungendo livelli sempre più elevati, contribuendo alla crisi del caro-vita». 
Per intenderci: l’inflazione non si verifica solo quando “la domanda supera l’offerta” conseguente aumento dei prezzi, ma anche perché 

«le imprese stanno scaricando sui consumatori l’aumento dei costi dei beni intermedi; stanno capitalizzando sulla crisi usandola come giustificazione per imporre prezzi più alti». 

L’autonomia è “a tanto così”
Nonostante tutto, il dibattito politico ruota attorno alla cattura di Matteo Messina Denaro e alle frizioni che si stanno verificando nella maggioranza. Strumentali, beninteso: battute di Silvio Berlusconi a parte e “affermazioni forti” del ministro Sangiuliano riguardo un Dante Alighieri “destrorso”. Le conseguenze della Legge di bilancio sembrano essere scomparse dai radar politici e quel che si intende, tra le righe della grande stampa nazionale e dalle dichiarazioni incrociate di esponenti politici, è che il governo ha bisogno di fiducia. Parlamentare e da parte dei mercati, s’intende.
Certo è che, al momento, con l’approssimarsi delle elezioni regionali cominciano a riemergere anche quelle che sono le momentanee tensioni del centrodestra e le conseguenze delle dichiarazioni da campagna elettorale. Un esempio su tutte: l’autonomia. Indipendenza no, sovranità nemmeno, dunque tornare al concetto di “autonomia” sembra essere vitale per la Lega. Anzi, va indicata una data certa: nel 2023. Parossismo all’ennesima potenza, Matteo Salvini sembra esserne più che convinto [3]: 

«dopo 30 anni di battaglie, grazie ad un centrodestra serio e compatto al governo e alla presenza importante della Lega, l’autonomia sarà realtà nel 2023».

Ieri l’abolizione della povertà, oggi l’autonomia ma sicuramente «del doman non v’è certezza».
Note:
[1] Pubblicato il 16/01/2023 visibile a questo link Report-OXFAM_La-disuguaglianza-non-conosce-crisi_final.pdf (oxfamitalia.org).
[2] Global Fortune 500 è una classifica delle 500 – per l’appunto – aziende più potenti a livello globale. La “potenza” è misurata nel fatturato delle stesse. Nella top ten ci sono Walmart, Amazon, Apple, Wolkswagen ma anche Sudi Aramco, Sinopec Group. La classifica completa è visibile qui: https://fortune.com/ranking/global500/2022/search/
[3] Dichiarazione rilasciata nel corso della conferenza stampa di presentazione dei candidati della Lega per le prossime regionali del 12 e 13 febbraio.

Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-profitti-per-pochi-disuguaglianza-crescente-e-autonomia-nel-2023/

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I nodi da sciogliere tra benzina e Pnrr – Atlante Editoriale

Posted on 2023/01/12 by carmocippinelli

Appare proprio lì, vicino al cursore del mouse tra le inserzioni pubblicitarie più invasive che esistano (di cui sono zeppi i siti web dei quotidiani italiani). Tra un annuncio sulle salvifiche proprietà dello zenzero contro la pellagra o la pertosse e uno riguardante gli acari sui cuscini rigorosamente in caps lock, ri-compare anche quello del 2019 di Giorgia Meloni. Lontanissimi i tempi attuali in cui si cura ogni aspetto della presenza online: il video ritraeva Giorgia Meloni intenta a fermarsi con la macchina per una sosta di rifornimento discutendo delle accise sulla benzina. 

La grande stampa nazionale e le agenzie stanno rilanciando il video da giorni perché il 2023 ha portato in dote una notizia che, in realtà, appare ciclicamente nel panorama politico italiano, economico e giornalistico d’Italia: il caro-benzina.
Solo che, stavolta, c’è di mezzo la Presidente del consiglio dei ministri e la gestione della propaganda prima del giuramento di ottobre 2022: il video è tornato ad essere molto condiviso ed è nuovamente rimbalzato nei social media. 

«È una vergogna che di 50 euro di rifornimento, 35 vadano allo stato», tuonava l’allora candidata di Fratelli d’Italia, per poi scagliarsi contro le accise imposte «da quando è stato inventato il motore a scoppio» che avrebbero influito sul prezzo finale.
Luca Squieri (Forza Italia), intervistato da «Radio Radicale», mette le mani avanti e precisa: «È utile ricordare che la manovra è stata realizzata in un periodo ristretto e due terzi delle risorse sono andate al caro bollette. Nell’ambito degli interventi precedenti c’era anche lo sconto carburante e dispiace vedere come sia venuto meno ma è stato legato alla necessità di far tornare i conti: purtroppo non c’era la copertura rispetto a quello che sarebbe stato il costo». 

Anche perché ad ogni modo il “taglio delle accise”, come giornalisticamente viene annunciato, non era comunque nei programmi del Governo: «Dobbiamo auspicare che le dinamiche economiche del 2023 vadano meglio – e su questo c’è un buon auspicio – in modo tale da poter ripensare il Governo sulla diminuzione delle accise. Desiderio di tutti, ma devono verificarsi le condizioni compatibili. Non si tratterebbe di aumento delle accise ex-novo [il conseguente aumento dei prezzi] ma il venir meno di uno sconto straordinario che era stato introdotto».
Lo ha ribadito anche Giovanbattista Fazzolari a «La Repubblica»: «Non è in discussione la reintroduzione di uno sconto sul carburante» anche perché, sempre secondo il sottosegretario, il prezzo a 2,5€ al litro sarebbe una notizia falsa: «sono un pendolare e la benzina è a 1,8€» [1].
La quotazione per barile di petrolio, ad oggi, è fissata attorno ai 75 dollari statunitensi e si avvicina sempre di più quello che era stato definito «lo spettro dei 105 dollari al barile» diffuso da Goldman Sachs nell’aprile del 2005, anche se il prezzo del carburante alla pompa nel quarto trimestre di quell’anno era di 1.261,92€/l [2]. 

La grande stampa nazionale punta il lettore a far guardare il dito anziché la luna, mirando in basso piuttosto che all’analisi complessiva della questione e magari provando a spostarne il piano delle discussioni e dei dibattiti e, cioè, che il Governo Meloni si conferma in linea con quanto dichiarato (e desiderato) più volte dalla Commissione Europea.
Non stravolgere i mercati e non cedere a provvedimenti che non avrebbero potuto essere sostenuti dalla proverbiale coperta corta della Legge di bilancio. Questa è la linea che segue e che seguirà il Governo. Lo aveva detto anche il Ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ceriani nel mese di dicembre: «Purtroppo abbiamo una finanziaria con pochi spazi di manovra, ma il governo ha l’ambizione di durare cinque anni».

Lo scontro che si andava prefigurando all’indomani del giuramento del governo Meloni tra Fd’I e Unione Europea è ben lungi dal verificarsi. Mettersi di traverso con la finanza è cosa grossa e Meloni non ha la minima intenzione di infastidire i mercati. Lo sa bene Ursula Von der Leyen che, in visita in Italia nei giorni scorsi, si è complimentata con la Presidente Meloni: «È stato un piacere incontrarla. In visita della prossima riunione del Consiglio abbiamo discusso di come continuare a sostenere l’Ucraina; garantire un’energia sicura e accessibile; aumentare la competitività dell’industria UE; fare progressi sul patto per la migrazione. Abbiamo anche discusso dell’implementazione del Pnrr in Italia».
Già, il Consiglio europeo: la seduta straordinaria è stata fissata per le giornate del 9 e 10 febbraio e sarà dedicata ai temi dell’immigrazione e dell’economia per cui il Governo può tirare un sospiro di sollievo almeno per uno dei due temi che saranno oggetto dell’assemblea.
Entro quella data il Governo Meloni dovrà dimostrare che i capitoli di spesa e gli “obiettivi” del Pnrr: 149 solo per il 2023.
Basta non centrarne uno e salterebbero le «due nuove rate da 19 miliardi ciascuna»[3].
I consigli, le raccomandazioni, dell’Ue nei confronti dell’Italia nel corso di quest’anno saranno cruciali per lo sviluppo e il fluire del governo. Burrascoso o meno si vedrà. 

Note: 

[1] Serenella Mattera, Il governo nell’angolo teme la crisi di consensi. Sulle accise è scontro, 10 gennaio 2023, «La Repubblica». 

[2] Prezzi medi annuali dei carburanti e combustibili – Statistiche energetiche e minerarie – Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (mise.gov.it) 

 [3] Dino Pesole, Pnrr, Mes, competitività: l’intreccio dei dossier, 10 gennaio 2023, «Il sole 24 ore».

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«Il Governo difende gli interessi di una parte. Rdc? Con 3/4€ l’ora non si va da nessuna parte: subito salario minimo» – Atlante Editoriale

Posted on 2022/12/29 by carmocippinelli

L’altra manovra/1: Parla Maria Vittoria Molinari (Asia-Usb)

Siamo agli sgoccioli, dell’anno e della Legge di bilancio. Lo spettro dell’esercizio provvisorio, temuto e agitato da più parti, sembra essere stato allontanato e scacciato dal governo a suon di voti di fiducia e modifiche alla manovra.
La “manovra coraggiosa” è solo un ricordo della prima conferenza stampa: il Governo, d’altra parte, si è sempre sincerato di non causare troppi malumori nei confronti dell’UE e dei settori produttivi (Confindustria).
Per dare una lettura diversa della manovra, abbiamo voluto intervistare Maria Vittoria Molinari dell’Asia-Usb di Tor bella monaca, che nel quartiere di Roma est coordina la sede territoriale di via dell’Archeologia (comprensiva di sportello sindacale e di Caf).

Ad inizio mese USB e i sindacati di base tutti (dal SI Cobas all’USI) sono scesi in piazza per denunciare la Legge di bilancio e il finanziamento all’industria bellica: “Alzate i salari, abbassate le armi”, come mai questo titolo?

La questione centrale rimane il salario: ci si muove all’interno di un meccanismo di produzione e di un sistema economico che continua a fare dell’Italia il paese in cui i salari sono diminuiti. Nonostante di quel che ha scritto l’Istat ultimamente: sono cresciuti rispetto a cosa? A quale situazione di partenza?
Tutte le misure prodotte da parte di ogni governo che si è alternato al potere nel corso di questi ultimi trent’anni hanno attaccato il salario delle lavoratrici e dei lavoratori.

Come giudichi questa manovra?

Rappresenta l’interesse di una parte, cioè: di gruppo sociale che intende rappresentare la Meloni. L’introduzione della flat tax così come attuata, l’attacco al Reddito di cittadinanza, stanno significare solamente una cosa.

Quale?

“Difendiamo una parte della società e tartassiamo l’altra”, così da espandere la platea del cosiddetto “esercito industriale di riserva”.


Tu vivi una realtà lavorativa, nonché di attivismo sindacale, molto peculiare, cioè quella di Tor bella monaca. Dal tuo punto di osservazione (sportello sindacale USB e Caf) ti ritrovi con quanto viene detto in questi anni sul Reddito di cittadinanza e sull’assegno di disoccupazione (Naspi). Combacia con quanto accade nella periferia romana?

Da queste parti, il Reddito di cittadinanza ha permesso alle persone di poter mangiare e non sto scherzando. Il contesto lo conosciamo tutti: il connubio tra disagio sociale e povertà si è acuito sempre di più col passare degli anni e molte persone, attraverso la misura ora contestata del reddito, hanno avuto possibilità di poter acquistare beni di prima necessità.
È vero che noi agiamo in un territorio con tantissimi problemi, anche più grandi di quello legato a reddito; siamo in uno dei municipi più grandi di Roma nonché quello più povero ma c’è anche da dire che molti lavoratori prendevano l’integrazione, insomma: la variabile di problematiche e di casistiche è molto molto più fitta della narrazione imperante che vorrebbe il percettore medio del beneficio “seduto sul divano senza voglia di lavorare”.

Nell’immaginario collettivo, però, si è ormai fatta strada questa tesi.

Dobbiamo destrutturarla completamente. Si sono sentiti numeri e dati completamente senza cognizione di causa, nel corso di questi mesi, volti a creare questo clima e quella specifica narrazione di cui parlavi. S’è sentito di percettori del reddito arrivare a 1.200€ e 1.500€: numeri assurdi!

È irreale arrivare a percepire quelle cifre?

Chi arriva a quella cifra è: una famiglia numerosa (quindi con molti figli e sicuramente piccoli) ma con almeno uno disabile. Altrimenti si prendono 500€ o più, ma sempre parametrato con i componenti del nucleo familiare.
Si danno numeri che non capisco se li danno perché non conoscono la misura di cui parlano, oppure perché stanno creando il clima della guerra fra poveri.

C’è anche l’altro capitolo del governo, ovvero quello legato al lavoro: chi percepisce il reddito – si dice – è meno predisposto a voler lavorare: è così?

Assolutamente no. Mi spiego meglio: al nostro sportello si rivolgono persone che percepiscono il reddito e che desiderano avere un’occupazione. Il punto centrale è che si vuole togliere questo beneficio così da rimpolpare le fila di quell’“esercito industriale di riserva” di cui parlavo prima e sfruttare meglio. In sostanza: per avere più manodopera ben disposta a farsi sfruttare.

Torniamo al tema del salario minimo, in sostanza.

Parte tutto da lì, così come il conflitto tra il capitalismo italiano in alcune fasi della discussione e delle modifiche della Legge di bilancio: il contrasto tra Banca d’Italia e Confindustria nasce proprio da questa tematica. Per l’unione degli industriali il reddito è una misura da contestare perché, altrimenti, gli imprenditori non avrebbero grandi disponibilità di personale che può essere sfruttato a basso costo. Stiamo parlando di salari che, spesso, partono da 3 o 4€ l’ora.
Da anni, prima con la campagna “Schiavi mai!” poi ora con la questione legata al salario, ci battiamo per una giusta paga: il nuovo governo ha suonato il De profundis a questo tema.
Riguardo a tutto ciò va detto che sta affacciandosi anche l’altro tema, quello dell’automazione: ci sono dei settori dell’industria per cui una macchina riesce a sostituire il lavoro di 5 o 10 persone.

Intendi la transizione dall’industria metalmeccanica alla cosiddetta “meccatronica”?
Precisamente. La disoccupazione che verrà generata da questa “svolta” come verrà gestita? Milioni di disoccupati. Come campano? Letteralmente.

Oltre a questo, riguardo la manovra ha altre ombre riguardo i fondi del Pnrr, per cui già settori della società civile si stanno mobilitando (penso alla campagna lanciata dall’associazione Openpolis). Secondo te il “Piano di ripresa e resilienza” rappresenta davvero un fattore positivo?

A tal proposito c’è da dire questo: qualche tempo fa qui a Tor bella monaca avrebbe dovuto esserci la presentazione del piano per Via dell’Archeologia (130 milioni di euro) [1].
La difficoltà dei comuni, allo stato attuale, non è solo quella di poter mandare avanti la progettazione, ma anche quella di reperire le materie prime per i rincari causati dai fattori che ben si conoscono (guerra, inflazione etc). Come restituiremo questi soldi? Intendiamoci: finalmente intravediamo qualcosa di positivo per l’R5 e per le Torri. Ma il Pnrr è un finanziamento in parte a fondo perduto e per molta parte a debito. C’è chi sta tornando a parlare del Mes: torneremo a indebitarci di nuovo. 
Note:
[1] Roma, con fondi Pnrr interventi a Corviale, Tor Bella Monaca, Tor Vergata e Santa Maria della Pietà – Adnkronos.com

Articolo pubblicato su «Atlante Editoriale»
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Mille e un emendamento, mille e una notte per la legge di bilancio – Atlante Editoriale

Posted on 2022/12/23 by carmocippinelli

La giornata di martedì è stata la più rovente e colma di dichiarazioni incrociate, per il governo Meloni, riguardo la Legge di Bilancio. Il battage mediatico si è concentrato sui temi più disparati e sebbene la notte più lunga dell’esecutivo sia stata quella tra lunedì e martedì, l’eco delle dichiarazioni è giunto fino a metà settimana. 

Ancora modifiche, caos “in corsia”
Il dibattito che tiene sotto scacco la manovra finanziaria è ancora quello relativo al Pos, alle pensioni e al reddito di cittadinanza. Nicola Pini di «Avvenire» riporta l’operato del governo con un nome preciso: retromarcia. Se inizialmente la manovra prevedeva un massimo di erogazione del Reddito di cittadinanza per 8 mesi, ora si prevede di scendere a 7. L’indennità di disoccupazione (Naspi) regge ancora, ma era già stata presa di mira dal governo, chissà che non spunti fuori un altro emendamento ad hoc nelle prossime ore. Sembrano lontani i tempi della conferenza stampa di un mese fa, quelli della “manovra coraggiosa” e delle “tasse piatte”, quelli degli aiuti al ceto medio e a coloro i quali in questo periodo abbiano «dimostrato di valere e si siano rimboccati le maniche».

Uno “gnommero di concause”
La bagarre e la totale confusione mediatica a cui è stato esposto il Governo per più di 24 ore ha fatto sì che alle 17:02 di un infuocato martedì di metà dicembre Giovanni Toti abbia avuto modo di dichiarare, come si era letto in un lancio d’agenzia, la propria contrarietà all’abolizione dello Spid (il sistema pubblico di identità digitale).

Non avrebbe avuto neanche torto – semel in decennio! – l’ex presidente della regione Liguria, dal momento che tutto è nato sabato [18 dicembre 2022]. Una tra le tante polemiche legate alla Legge di bilancio.

Alessio Butti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, intervenendo all’iniziativa di festa e dibattito per i dieci anni dalla nascita di Fratelli d’Italia, ha dichiarato di voler «spegnere gradualmente Spid» al fine di «facilitare l’azione delle nostre imprese e dei cittadini con la Pubblica amministrazione […] e avere la carta d’identità elettronica come unica identità digitale».
Il giorno successivo, Butti ha indirizzato una lettera al Direttore del «Corriere della Sera» in cui ha precisato quanto aveva detto e che era stato riportato dai giornalisti del quotidiano: «l’intenzione non è quella di eliminare l’identità digitale, ma averne solamente una, nazionale e gestita dallo Stato […] Lo facciamo per semplificare la vita digitale dei nostri cittadini, per aumentare la sicurezza (perché più credenziali e strumenti di accesso significano più rischi), per rendere più accessibili i servizi digitali e, infine, per risparmiare (perché SPID ha un costo per lo Stato). La Carta d’Identità Elettronica è un’identità digitale equivalente e sotto diversi profili migliore rispetto allo SPID».

Parlamento, questo sconosciuto

Le opposizioni tutte abbandonano l’aula: dal Pd ad Azione/Iv per passare al Movimento 5 Stelle fino ad arrivare alla lista di Sinistra italiana e Verdi. Le motivazioni con cui hanno indirizzato la protesta nei confronti del Governo è, però, la sola gestione d’aula. Tonante, Serracchiani (capogruppo Pd alla Camera), ha dichiarato: «Ennesimo rinvio: questa mattina [20 dicembre] eravamo convocati alle 13, ora ci hanno detto che prima delle 16.30 – 17 non ci saranno testi da visionare. Noi, più che metterci tutto il senso di responsabilità che ci ha sempre contraddistinto, non possiamo. Direi che siamo oltre ogni limite accettabile e tra l’altro si pregiudica anche la possibilità che la manovra arrivi in Aula domani come era previsto».
Il punto è che il Parlamento è stato privato della propria autorità e autonomia già da tempo: un processo cui il Partito democratico (e il centrosinistra variegatamente composto) non ha mai messo in discussione o interrotto.

Da decenni le opposizioni extraparlamentari, i docenti universitari e la variegata galassia della società civile andavano denunciando quel che accadeva in Parlamento, attraverso lo stravolgimento totale della procedura democratica.

Vale la pena riprendere le parole del professore Gaetano Azzariti, affidate ad un articolo pubblicato del 2019 da «il manifesto» nei primi giorni del nuovo Conte II: «In questi giorni si è giunti ad umiliare il Parlamento e a stravolgere la procedura di approvazione delle leggi, le commissioni parlamentari sono state rese impotenti, messi a tacere i parlamentari, cancellata la discussione, imposta l’approvazione su un testo che non è stato possibile conoscere e il cui contenuto è stato deciso dal governo, contrattato riservatamente ed esclusivamente con i responsabili dell’Unione europea. La democrazia “parlamentare” è stata sospesa».

Si potrebbe aprire un dibattito nel dibattito di come, sistematicamente, da un trentennio ogni esecutivo faccia ricorso alla decretazione d’urgenza per mettere in salvo il proprio provvedimento, o alla votazione di fiducia.
È di quest’ultimo ventennio, in effetti, l’espressione del Parlamento “passacarte” del Governo.

Il Pd, oggi all’opposizione, contesta un modus operandi (che era stato fatto proprio dai democratici) non nella sostanza, rimanendo sulla forma.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da dire.

L’emendamento “Salva Serie A”
«Il Governo Meloni ha tolto 230 milioni di euro dalla 18App e regala 890 milioni alle società di serie A. Uno schiaffo alla cultura, uno schiaffo ai giovani, una marchetta ai presidenti di un calcio pieno di debiti», tuona Matteo Renzi (Iv) a mezzo stampa e social network, che ha proseguito: «mettono [soldi] per le società di serie A per i presidenti indebitati e spesso incapaci: nel resto del mondo il calcio funziona con i diritti televisivi, con i finanziamenti e con gli investimenti stranieri e nazionali».
Di investimenti stranieri, in realtà, il calcio europeo è pieno e non pare stia andando a gonfie vele (tra emiri, holding, presidenti cinesi, thailandesi e chi più ne ha più ne metta). Eppure l’ex segretario del Pd ed ex primo ministro ha deciso di assumere la posizione in favore di investimenti esteri all’interno del calcio italiano.

Come se le ultime vicende di cronaca fossero passate totalmente in second’ordine.

La pietra dello scandalo sarebbe il cosiddetto “emendamento Salva Serie A” arrivato tramite l’iniziativa del senatore di Forza Italia (e presidente della Lazio) Claudio Lotito il quale, stando alle fonti giornalistiche della settimana trascorsa, sarebbe stato promotore del dialogo tra maggioranza e opposizione per la scrittura di un emendamento al decreto “aiuti quater” che prevederebbe la rateizzazione in cinque anni delle tasse delle società sportive, senza sanzioni.

Dal Governo, Abodi ha stigmatizzato e, nella mattina di martedì [20 dicembre] ha dichiarato che «le società sportive pagheranno tutto […] dunque fino a 60 rate e con gli interessi».


“Questo modello di calcio ha fallito”

Chi si pone contrariamente è chi lo sport lo vive in maniera completamente diversa rispetto alla estrema finanziarizzazione e speculazione del calcio moderno.

Non siamo nell’iperuranio ma nella periferia romana.

«Siamo alle solite: il calcio rappresenta il volto esteriore di sistema finanziario che non è più in grado di reggersi autonomamente Ogni tot il pubblico deve riuscire a trovare dei soldi (beninteso: che uscirebbero dalle tasche della collettività) per poter garantire la salvezza di un baraccone che altrimenti non starebbe più in piedi con le proprie gambe», a parlare è Nicola Cuillo, dell’assemblea organizzativa del “Borgata Gordiani”, squadra polisportiva (calcio a 11 maschile e futsal femminile) della omonima periferia romana.

Contattato da «Atlante Editoriale», Cuillo ha proseguito: «O si prova a ragionare su un nuovo termine di organizzazione del calcio professionistico, per cui anche quelli che sono i soldi investiti dalle società si reimmetterebbero in un meccanismo di sostenibilità economica, oppure si dovrà fare i conti col fatto che questo sistema-calcio non può reggere. Soprattutto: non può reggere sulle spalle dei lavoratori e dei privati cittadini che pagherebbero due volte: lo sperpero di denaro e, poi, costretti a rimetterci di tasca loro».

Si chiama “calcio popolare”, ovvero: il tifoso è proprietario del club di cui ne anima la vita e ne permette l’esistenza. L’asse su cui poggia il “Borgata Gordiani” è uno e sono le persone. «Non abbiamo il piano finanziario come “mantra” assoluto – sostiene Cuillo -: se entra 5 spendiamo 5, senza plusvalenze o speculazioni».

E non importa se il “Borgata Gordiani” gioca la seconda categoria laziale: l’importante è partire e testimoniare, rendendola possibile, un’idea diversa di calcio.
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Stretti margini “di manovra”: l’importante è non disturbare – Atlante Editoriale

Posted on 2022/12/01 by carmocippinelli

«Non va disturbato chi produce. Non c’è welfare, non c’è stato sociale se a monte non c’è chi produce ricchezza»: è stato questo il passaggio del discorso di Giorgia Meloni più applaudito dall’assemblea di fondazione della ‘Confindustria Veneto Est’, riunita nella giornata di lunedì 28 novembre [2022]. La nuova rappresentanza imprenditoriale dell’Area metropolitana Venezia – Padova -Rovigo – Treviso sarà, per numeri, seconda solo ad AssoLombarda.
Quanto affermato da Meloni, in collegamento con l’assemblea degli industriali, rappresenta una sorta di lungo rimbombo o, se si vuole, una eco prolungata di quanto aveva già dichiarato al Villaggio Coldiretti prima ancora del giuramento dinanzi al Presidente della Repubblica. 

Non disturbare il manovratore
Il 1 ottobre, infatti, aveva dichiarato che: «[…] Noi abbiamo fatto una campagna elettorale dicendo che ci saremmo dati come obiettivo di modificare il rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e imprese. E [abbiamo detto] che la nostra bussola sarebbe stata: “non disturbare chi vuol fare, non disturbare chi vuole creare ricchezza, non disturbare chi produce lavoro, non disturbare chi vuole assumere”. Usciamo da una legislatura in cui si è detto che si poteva abolire la povertà e creare ricchezza con un decreto, ma non è così. La ricchezza di questa Nazione la fanno le imprese con i loro lavoratori: lo Stato deve metterle nella condizione di farlo e semmai – da parte dello Stato – redistribuire e organizzare la parte di ricchezza che gli compete nel minore [sic!] dei modi» [1].
 Sarà stata certamente una svista, perché – in fondo – un difetto di pronuncia capita a tutti, specialmente se nelle prime fasi di un nuovo incarico così gravoso di responsabilità.
Vien da pensare, tuttavia, alla teoria del lapsus cui comunemente viene associato il nome del dott. Sigmund Freud.

“Economia a pioggia”
La teoria di Giorgia Meloni, per cui una meglio assestata (quanto non dichiarata esplicitamente) trickledown economy favorirebbe tanto l’imprenditore quanto il lavoratore, lascia il tempo che trova. Non solo perché la teoria neoliberale statunitense non ha mai sortito realmente l’effetto sperato (ovvero, l’assunto secondo cui un beneficio economico a vantaggio di ceti abbienti favorisca l’intera società attraverso un processo “a cascata” – più o meno immaginifico – di soldi messi in circolo che arriveranno a favorire anche le classi sociali più disagiate e a coloro che vivono in povertà).
Ma anche perché la situazione è ben diversa da quanto la narrazione del capitalismo nazionale lasci trapelare, nonostante le dichiarazioni di Carlo Bonomi a proposito della manovra del Governo: «Se rallenta l’economia e tu prepensioni, chi se ne va non sarà sostituito. E se riprende a correre l’economia e mancano i profili richiesti, non riesci ad assumere quelli che servono. Non è colpa nostra».

Salari bassi e lavori precari in costante aumento
Stando allo studio «I lavoratori e le lavoratrici a rischio di bassi salari in Italia», curato da Michele Bavaro (ricercatore presso l’Università Roma Tre) e pubblicato dal “Forum disuguaglianze e diversità” nel mese di novembre [2022]: un risultato che emerge è quello che analizza «il ruolo di tutte le forme lavorative non-standard o atipiche, diverse dal lavoro dipendente privato», nonché il rapporto tempo di lavoro-salario orario.
«Il numero di persone occupate con false partite iva, gig workers, impiegate in stage extra-curriculari o a nero, è molto rilevante in Italia ed in aumento. Questa classe di lavoratori è da considerare a fortissimo rischio di bassi salari»
, viene citato nelle conclusioni del rapporto.
 Così come c’è da rilevare il fatto che l’Italia sia «l’unico dei paesi OCSE in cui c’è stata una riduzione del salario medio tra il 1990 e il 2020 (circa 3 punti percentuali) e nello stesso periodo sono aumentate anche le disuguaglianze salariali, in particolare tra gli anni ’90 e la seconda metà della prima decade degli anni 2000. Nel periodo tra il 1990 ed il 2017 l’indice di Gini [2] del reddito da lavoro è passato da 36.6 punti nel 1990 al valore di 44.7 nel 2017».

Per provare a invertire la tendenza c’è bisogno di un lavoro su più fronti: «Occorre un salario minimo decente, contrastando, anche grazie al rafforzamento della contrattazione collettiva, sia la concorrenza al ribasso dei salari sia la frammentazione delle categorie contrattuali. Occorre più lavoro: la bassa intensità lavorativa è all’origine della povertà di tanti lavoratori.
E occorre porre fine alla moltiplicazione delle forme contrattuali non standard nonché rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali e degli eventuali sostegni al reddito di chi resta lavoratore povero»
.

Manovra e modifiche
«Segnalo che abbiamo liberato 30 miliardi per destinarli interamente al caro energia.
Questo non ci ha impedito di dare segnali come la decontribuzione, il taglio al cuneo fiscale, il rinvio della ‘Sugar e plastic tax’, il dimezzamento della tassazione sui premi di produttività e la detassazione dei ‘fringe benefit [3]’. Più della metà delle risorse che abbiamo messo in campo è destinata alle aziende»,
ad ammetterlo è Giorgia Meloni stessa nella lunga intervista concessa al «Corriere della Sera» martedì 29 novembre [2022] a cura di Luciano Fontana.
Pacificato il settore aziendale, dato l’incalzare di Bonomi, si attendono nuove dai vertici della direzione generale della commissione europea che si occupa di Pnrr e conti pubblici: il parere dell’Ue è fondamentale per il placet alla manovra che, ad ogni modo, sta già cambiando pelle e per cui il tempo stringe. Il reddito di cittadinanza potrebbe essere mutuato da lavori stagionali o saltuari (dunque andando a rendere ancora più precario un settore che ha subìto un’involuzione in termini salariali e di stabilizzazione); l’opzione donna per far sì che le lavoratrici possano andare in pensione “salta” e viene aumentata a 60 anni l’età minima per accedervi.
Si procederà a tappe forzate in Parlamento e, verrebbe da scommetterci, a suon di voti di fiducia per rispettare il crono-programma (di cui «L’Atlante» aveva dato conto [4]).

La proverbiale “coperta” è dunque sempre “corta”: «Purtroppo abbiamo una finanziaria con pochi spazi di manovra, ma il governo ha l’ambizione di durare cinque anni», ha dichiarato il Ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ceriani.
Il Paese abbia comprensione e, soprattutto, sarebbe meglio non disturbare: “stiamo lavorando per voi”. Il Governo durerà: tutto sta nel non turbare l’Ue, i mercati, il capitalismo nazionale. 

Note: 
[1] Per riascoltare la svista: 5:10 https://www.youtube.com/watch?v=mxso9k92eGE&ab_channel=Fratellid%27Italia
[2] «L’indice di Gini dei redditi è un indicatore che misura quanto concentrati essi sono in un certo numero di persone. Vale zero quando i redditi sono distribuiti in modo perfettamente uguale fra i soggetti, e 100 quando invece vi è massima disuguaglianza».
Infodata, L’indice Gini e le nuove mappe della disuguaglianza in Italia, «Il Sole 24 Ore», 24/10/2021.
[3] Cioè i beni aziendali non in denaro: buoni pasto su tutti, ma anche buoni acquisto in generale e via dicendo. Nel lessico aziendale il termine può anche voler significare l’emissione di un benefit una tantum ma sotto forma di acquisti di azioni societarie (le stock options).
[4] https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-uno-spettro-si-aggira-per-montecitorio-lo-spettro-dellesercizio-provvisorio/

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Uno spettro si aggira per Montecitorio: lo spettro dell’esercizio provvisorio – Atlante Editoriale

Posted on 2022/11/24 by carmocippinelli

«Il Governo ha giurato giurato il 28 ottobre, oggi è 22 novembre: neanche un mese e c’è la legge di bilancio sul tavolo», la Presidente Giorgia Meloni inizia così la conferenza stampa di stamattina [22/11/2022]. L’approccio del governo non è «solo ragionieristico», ha dichiarato Meloni, ma è piuttosto quello del «bilancio familiare».
Bilancio che, in questo caso riferito allo Stato, prevede una legge da 35 miliardi di euro: «quando ci si occupa del bilancio della famiglia e le risorse mancano non si pensa al consenso ma quel che è giusto fare al fine di farla crescere nel maggiore dei modi: si fanno delle scelte e ci si assume la responsabilità di esse».

La Presidente del Consiglio dei Ministri vuole scacciare le ombre che sembrano addensarsi sul governo a neanche un mese dal giuramento: se per Nicola Pini di ‘Avvenire’ il testo varato in tarda notte dal Governo sia il più “ritardatario”, per ciò che concerne la trasmissione della legge di bilancio nella storia della Repubblica, per Meloni non si poteva fare prima di così. 

«Tasse piatte», caro bollette, addio ai bonus
Per evitare qualsiasi tipo di anglismo, la presidente Meloni denomina i provvedimenti di flat tax con l’italianissimo nome di tasse piatte e ce ne sono ben tre. La prima: «applichiamo una tassa del 15% sui redditi incrementali, cioè alle partite iva sul maggiore utile conseguito nel triennio precedente» ma con una soglia massima di 40mila euro. La seconda prevede l’incremento della tassa al 15% per gli autonomi e i dipendenti. Infine, per i lavoratori dipendenti la tassa piatta è fissata al 5% per i premi di produttività fino a 3mila euro».
La voce maggiore è, ad ogni modo, il caro bollette: «ci sono 21 miliardi di euro dedicati» per cui si è proceduto su un doppio binario: «confermata l’eliminazione degli oneri impropri delle bollette, rifinanziato fino al 30 marzo 2023 il credito d’imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas naturale che per bar, ristoranti ed esercizi commerciali salirà dal 30% al 35% mentre per le imprese energivore e gasivore dal 40% al 45%». 
Il Dio minore di comuni e sanità
Sanità ed enti locali, compreso il trasporto pubblico locale, avranno solo 3.1 miliardi da spartirsi.
Meloni sostiene come questa sia una manovra che favorisca il ceto medio, rivolgendosi in particolare a coloro i quali in questo periodo abbiano «dimostrato di valere e si siano rimboccati le maniche», tuttavia il Dio della sanità e della gestione dei comuni è sempre quello minore. Si taglia dove si può: trasporto pubblico locale, sanità. Possibilmente esternalizzando servizi: la storia sembra ripetersi.
Se questo sembra essere il sentiero tracciato dal nuovo governo, viene da pensare che prossimamente (ma è una previsione) toccherà anche alla scuola e alla riforma del reclutamento dei docenti.
 «Manutenzione straordinaria»
 Secondo il Ministro del Tesoro Giorgetti il reddito di cittadinanza si avvierà verso la «manutenzione straordinaria» e successivamente si incardinerà quel provvedimento verso l’«abolizione». Scompare, per il momento, il taglio all’assegno di disoccupazione (NaSPI) che stava facendo serpeggiare preoccupazione in diversi settori occupazionali, tra cui quello della scuola (tanto per gli ATA quanto per i docenti).
A quanto stabilito dal Governo: «Dal 1 gennaio 2023 alle persone tra 18 e 59 anni (abili al lavoro ma che non abbiano nel nucleo disabili, minori o persone a carico con almeno 60 anni d’età) è riconosciuto il reddito nel limite massimo di 7/8 mensilità invece delle attuali 18 rinnovabili». Previsto, poi, un periodo di «almeno sei mesi di partecipazione a un corso di formazione o riqualificazione professionale». Se non vi si prende parte, il reddito non viene più erogato, così come se si dovesse riufiutare la «prima offerta congrua» di lavoro.
Bonus una tantum, reddito di cittadinanza e “Quota100” devono, in un certo qual modo, rientrare nel bilancio dello Stato: non più al passivo ma all’attivo. 
Lo spettro dell’esercizio provvisorio
Il punto centrale, al netto di quel che stabilisce la manovra, è rappresentato dalle scadenze e da quel che viene chiamato, traslando il linguaggio imprenditoriale nella vita quotidiana, crono-programma.
La legge di bilancio deve essere discussa e approvata da entrambe le Camere per poi, entro il 30 novembre, essere inviata a Bruxelles affinché la Commissione europea possa esprimere il proprio parere.
Incassato il “nullaosta” da parte dell’UE, si tornerà in Italia e vi sarà un’ulteriore scadenza: il 31 dicembre. Entro quella data va approvato il testo, già visionato e approvato da Bruxelles. Se non si rispettano questi termini si andrebbe in esercizio provvisorio, ovvero la modalità di spesa pubblica che fa riferimento al dato storico dei precedenti esercizi finanziari.
A tal proposito venivano espresse le dichiarazioni attribuite alla Presidente Meloni sul ‘Corriere della sera’ di ieri [21/11/2022] nel retroscena di Monica Guerzoni: «La nostra priorità è affrontare l’emergenza e dare all’Europa e ai mercati un senso di grande serietà e responsabilità» e ancora «niente azioni spericolate».
Detto fatto: il comunicato del Governo a margine del Consiglio dei Ministri non da’ spazio a letture altre: «La manovra si basa su un approccio prudente e realista che tiene conto della situazione economica, anche in relazione allo scenario internazionale, e allo stesso tempo sostenibile per la finanza pubblica, concentrando gran parte delle risorse disponibili sugli interventi a sostegno di famiglie e imprese per contrastare il caro energia e l’aumento dell’inflazione. 
Letta evoca la piazza, i sindacati di base lo hanno già fatto
Il Partito democratico ha annunciato che scenderà in piazza sabato 17 contro una «manovra improvvisata e iniqua». Il segretario dimissionario democratico si presenterà come difensore del Reddito di cittadinanza sebbene, come ha ricordato Meloni «il Pd votò contro e si oppose al beneficio».
Giuseppe Conte convoca la piazza a sua volta: parla di provvedimento disumano, per quel che riguarda l’iter di abolizione del reddito di cittadinanza e dichiara: «Questo Governo ha voluto mostrare i muscoli solo contro una fascia ristretta di popolazione: spaccia vigliaccheria per coraggio, confonde la prudenza con l’ignavia.
Vuole togliere al Paese l’unico sostegno che non ha mandato per strada milioni di persone in estrema difficoltà e lavoratori che pagano lo scotto di stipendi da fame che non consentono nemmeno di fare la spesa.
Se vogliono mandare fuori strada gli ultimi, troveranno un muro. Non possiamo permettere un massacro sociale».
Fuori dal Palazzo la piazza, però, ribolle davvero e la convocano i sindacati di base: dall’USB al S.I. Cobas, stavolta riuniti nella stessa rivendicazione, per denunciare il «governo nemico dei lavoratori». L’inflazione «svuota i carrelli della spesa e affama milioni di famiglie operaie, si prepara una nuova ondata di regalíe di stato per i padroni attraverso la flat tax e l’innalzamento del tetto al contante, vero e proprio incentivo all’evasione. Intanto, centinaia di fabbriche e di aziende chiudono o delocalizzano, generando migliaia di nuovi disoccupati; le scuole e le infrastrutture cadono a pezzi; la sanità e il trasporto pubblico sono al collasso e la mattanza dei morti sul lavoro continua senza sosta».
L’autunno è appena cominciato.
Articolo visibile su ‘Atlante editoriale’: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-uno-spettro-si-aggira-per-montecitorio-lo-spettro-dellesercizio-provvisorio/
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