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Categoria: Atlanteditoriale

Davvero non c’è alternativa a Trump-Harris?

Posted on 2024/11/07 by carmocippinelli
Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@davidtoddmccarty?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">David Todd McCarty</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/gruppo-di-persone-in-berretto-rosso-e-giacca-blu-hdbcARBkIPE?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">Unsplash</a>
Foto di David Todd McCarty su Unsplash

Poco più di due milioni di voti. Due milioni, centocinquantanove mila e quarantanove è la cifra mostrata dall’Associated Press. Si tratta del bottino, se così si può dire, di tutti i third parties americani (terzi partiti) a spoglio ancora non chiuso in vari stati ma a vittoria repubblicana già certificata: avendo ottenuto la maggioranza dei grandi elettori al Congresso e avendo superato la soglia dei 270 necessari, Trump può gioire di fronte ai suoi elettori.

Le cifre racimolate dai terzi partiti statunitensi sembrano essere risibili in confronto allo strapotere espresso dalla diarchia repubblicana-democratica, roba da quinto quarto della politica: basti pensare che Jill Stein, candidata del Partito verde (Green party) e terza assoluta alle spalle di Kamala Harris, si è attestata su un misero 0,4%, pari a poco più di seicentoquaranta mila voti, in netto calo rispetto ai dati delle precedenti elezioni: nel 2016, ad esempio, gli ecologisti riuscivano a raggiungere il milione di voti a livello nazionale. Certo, i verdi riescono a sorpassare il terzo partito più popolare degli Stati uniti d’America, il Partito Libertario (Libertarian party), ma si tratta di una magrissima consolazione, data la percentuale di entrambi che prevede uno 0 prima della virgola.
Sembra essere ancora più lontano il 1996: l’anno in cui venne fondato il Reform Party of the Usa (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America) che raggiunse l’8,40% alle Presidenziali di quell’anno, che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo, che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano-democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa organizzazione politica.

Stavolta è andata nettamente male a tutti i terzi partiti, perfino ai libertari che pure nel 2016 erano riusciti a strappare più di quattro milioni di voti (3,28%) a livello nazionale e ad ottenere cifre ragguardevoli perlomeno in New Mexico e South Dakota (sfiorando la doppia cifra, il 10%, nel primo stato e attestandosi sul 6% nel secondo). La lunga crisi del Partito libertario si è mostrata drasticamente a seguito dei risultati elettorali: affidatisi alla candidatura di Chase Oliver, pur se a seguito di sette votazioni nella convention preposta, i libertari non hanno avuto la capacità di attestarsi come nuova forza che sosteneva di avere con sé una «nuova classe dirigente per gli Stati Uniti d’America». «Oltre 40 milioni di elettori della Gen Z sono pronti ad ascoltare un messaggio che non provenga dal sistema bipartitico», aveva dichiarato Oliver alla National public radio.

Ma, anche se pochi, i voti dei terzi partiti fanno gola ai grandi, per quella legge non scritta che tanto più si ha, quanto più si vorrebbe avere. Il 25 maggio [2024] Trump, facendo seguito alla legge di cui sopra, ha tenuto un discorso all’assemblea nazionale libertaria mantenendo lo ‘stile’ che lo contraddistingue, dichiarando: «Vincerete solo se sosterrete la mia campagna, altrimenti potete continuare a ottenere il vostro 3% ogni quattro anni». Pur se tra i fischi del pubblico, come ha testimoniato un articolo pubblicato nel maggio di quest’anno dalla National public radio, Trump ha fatto il suo show in casa libertaria continuando a spaccare le fazioni interne del partito, promettendo un libertario tra i ruoli di comando della nuova presidenza repubblicana. Così facendo, il partito non ha neanche lontanamente raggiunto il vituperato, da parte trumpiana, 3%.

Non solo i repubblicani hanno volutamente tarpato le ali ad ogni iniziativa che vedesse un’autonomia di organizzazione al di fuori della campagna pro-Trump, è stato così anche in casa democratica. A fine agosto l’iniziativa giudiziaria dei democratici di ricorso alla presenza di chi avrebbe potuto offuscare anche solo lontanamente l’immagine di Harris, ha avuto i suoi frutti: Cornel West (indipendente di sinistra) e Claudia de La Cruz (Socialismo e liberazione – Psl–Party for socialism and liberation) non hanno potuto partecipare con il proprio simbolo e hanno dovuto ricorrere al write-in nella campagna elettorale – ad esempio – nello stato della Georgia. La stessa candidata socialista, de La Cruz, rappresentava la forza politica che in agosto, a Detroit (Michigan), aveva interrotto con slogan pro Palestina l’evento di Kamala Harris che reagì stizzita: «Ogni opinione conta: amiamo la democrazia, ma ora sto parlando io! Se volete che Donald Trump vinca, ditelo [chiaramente]». Da quel momento in poi la strada del Psl per l’accesso al voto in determinati stati è stata completamente in salita. La candidatura dell’ambientalista Jill Stein, che – a tal proposito – ha indossato la kefiah per tutta la campagna elettorale, è stata il refugium peccatorum anche della variegata galassia della sinistra trotskysta statunitense, assente perfino in termini di write-in candidate. Ma tutto l’appoggio ricevuto non è servito a far raggiungere cifre migliori alla candidata Stein.

Cos’è il write-in?
Se un partito o movimento non è riuscito ad esser presente sulla scheda col proprio simbolo, sia per ragioni amministrativo-giudiziarie che per altre più prettamente politiche, il sistema elettorale statunitense prevede che l’elettore possa scrivere il nome del candidato che intende votare nello spazio preposto della scheda. Una possibilità non da poco, se ci fosse stata pari risonanza mediatica per ognuno dei candidati presidenti. Di fatto, a tutti gli altri candidati progressisti o indipendenti presenti in dieci o meno stati, il write-in non è servito a molto: non è stata solo la sinistra radicale ad essere stata esclusa (Socialist equality party, Socialist workers party, American solidarity party) ma anche gli ultra conservatori del Constitution party e del Prohibition party. Se i libertari hanno avuto accesso elettorale in 47 stati su 50 e i verdi in 38, pur essendo entrambi matematicamente già tagliati fuori dalla corsa presidenziale per ovvie ragioni matematiche, tutti gli altri candidati, nonostante il write-in, sono stati ben lungi dall’avere un minimo riconoscimento da parte dell’elettorato, avendo raccolto nel loro complesso, sommando tutte le candidature, lo 0,3% a livello nazionale.

Forse è una battaglia donchisciottesca, quella dei terzi partiti, ma tanto più vitale affinché il pluralismo americano non soccomba sotto i colpi della propaganda politica e del capitale a disposizione dei grandi gruppi finanziari, nonché dei miliardari che sostengono i due blocchi principali. Elon Musk, ad esempio, nell’ultima fase della campagna elettorale ha promesso (e realizzato) che avrebbe regalato 1 milione di dollari al giorno, fino al giorno delle elezioni, per coloro che «avrebbero firmato la petizione del suo Comitato di azione politica» riguardo modifiche costituzionali. Modifiche che si rivolgevano al secondo emendamento, ovvero alla libertà di detenzione di armi da fuoco. Eppure, nonostante alcuni autorevoli pareri raccolti dall’Associated Press in queste settimane abbiano parlato di iniziativa fuorilegge o ai limiti della legalità, Elon Musk ha potuto agire indisturbato grazie anche alla sua enorme influenza nel dibattito politico.

La polarizzazione dello scontro, in una campagna elettorale che ha lasciato ben poco spazio a qualsiasi candidato che non fosse Harris o Trump e i loro rispettivi insulti, promesse altisonanti, dichiarazioni sulla necessità estrema di votare per l’uno o per l’altro candidato senza disperdere il voto, ha rappresentato così la sublimazione del ‘fine utile’ del proprio diritto-dovere.

Nonostante le piazze dei sostenitori pro Palestina, in sostegno alle lotte dei lavoratori aeroportuali (vicenda Boeing) e in sostegno alle istanze ecologiste siano state sempre più partecipate dalla società civile americana nell’ultimo lustro, nonché talvolta guidate in grandi città proprio da uno di questi terzi partiti menzionati (Green party e Psl su tutti), la grande domanda di alternativa non ha trovato (né trova da decenni nella granulosità politica e sociale statunitense) una via di rappresentanza che possa trasformarsi anche in consenso elettorale.

E anche stavolta il copione elettorale è parso essere il medesimo di sempre.

Pubblicato su Atlante Editoriale atlanteditoriale.com

Posted in Atlanteditoriale, Blog, polpettoniTagged elezioni, harris, trump, usa

007 – Meloni missione austerità

Posted on 2024/10/29 by carmocippinelli

«L’Italia è tornata attrattiva per i grandi investimenti. Abbiamo conquistato nuovi mercati e scalato la classifica dell’export, salendo al quarto posto e scavalcando prima la Corea del Sud e poi il Giappone». Il messaggio inviato lunedì 28 ottobre [2024] all’assemblea dell’Unione degli industriali di Torino dalla Presidente del Consiglio dei Ministri parla chiaro: l’Italia a guida Meloni sta crescendo economicamente e socialmente parlando. Anche se, come ha ricordato la leader di Fratelli d’Italia all’evento-intervista [24 ottobre 2024] per gli ottanta anni del quotidiano Il Tempo: «Siamo in una fase economica non facile e le risorse sono poche».
Lo schema è semplice: Meloni vorrebbe accreditarsi meriti agli occhi della pubblica opinione riguardo la congiuntura «non facile» e la possibilità che l’uscita da tale fase sia possibile da destra. Pubblica opinione rappresentata, va detto, da una cerchia sempre più ristretta date le contrazioni periodiche della vendita di quotidiani e periodici, nonché degli ascolti televisivi di programmi d’informazione di prima serata.

«Abbiamo fatto una manovra che ricalca il lavoro delle precedenti due: in due anni di Governo ne abbiamo approvato già tre. Appena siamo arrivati al Governo abbiamo abbiamo varato la prima manovra e la strategia è sempre la stessa», ha ricordato Meloni nel corso della cerimonia romana del 24 ottobre.

Banche?
Stavolta però è diverso: dalle parti dell’esecutivo si è più volte detto che la manovra la ‘pagheranno le banche’, provando a soffiare sul tema della disaffezione generale che c’è nel Paese nei confronti degli istituti bancari, perlomeno quelli più grandi. La narrazione che viene presa in considerazione è quella dei sacrifici da affrontare come paese unito e dal rinnovato spirito nazionale, grazie al Governo Meloni. Narrazione, appunto. E anche in questo c’è un però significativo, che contraddice il punto in questione e va a distruggere la narrazione: «i 3,5 miliardi (in due anni) annunciati come “contributo” al Paese da parte del sistema bancario» non rappresentano «né una tassazione sugli extra-profitti realizzati nel biennio scorso (oltre 100 miliardi), né un prelievo “una tantum”, ma semplicemente un’anticipazione sulle future imposte, con esborso finale pari a zero per le banche coinvolte», ha affermato Marco Bersani, coordinatore di Attac Italia.

Tagli netti, zero investimenti
Nessun mistero, in effetti, per quel che è stato detto da più quotidiani italiani nel corso della settimana appena trascorsa: la sanità è il settore maggiormente colpito dai tagli e ignorato da sostegni di ci pure avrebbe estrema necessità. Non c’è novità in questo perché il Governo Meloni, avendo sottoscritto un piano di rientro del debito in 7 anni in sede europea, come Atlante aveva già ricordato, si trova con le proverbiali mani legate.
Detto in altre parole: se è presente una procedura di infrazione con l’Unione Europea per eccesso di deficit, superiore al 3% del Prodotto interno lordo (Pil), i tagli non possono che essere netti e spietati: «un taglio [costante] tra i 12 e i 13 miliardi all’anno», ricordava Bersani nell’intervista già citata.

A ciò si aggiunga lo scontro tra le associazioni dei comuni italiani che vede da una parte l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e dall’altra la Lega Ali (Lega autonomie locali): la prima approva e plaude alla manovra, la seconda condanna il taglio lineare ai servizi. Lo scontro tradisce una carsica frizione politica: la prima associazione è presieduta da un componente in quota Forza Italia, la seconda ha tra gli esponenti il sindaco di Roma Gualtieri (già ministro dell’economia durante il periodo del lockdown).

Non c’è crescita, a ben vedere, se si strutturano leggi di bilancio che non prevedono investimenti a lungo termine se non provvedimenti una tantum cari a qualsiasi governo che voglia far presa facile e immediata su un elettorato sempre più fluido e disilluso nei confronti della manifestazione della democrazia rappresentativa, così per come ha avuto modo di mostrarsi nell’ultimo trentennio.

È possibile offrire varie opinioni di una situazione in essere come la legge di bilancio ma la concretezza del fatto in sé è impietosa: si tratta di austerità. Meloni attacca i detrattori del Governo di destra-centro portando i numeri di investimenti alla sanità e i dati relativi all’occupazione, ma la parzialità dei numeri non consegna un quadro completo della situazione sfaccettata dello Stivale e il Paese reale vorrebbe solo stabilità e un sistema-Italia che possa funzionare, a prescindere dalle oscillazioni della borsa. Il piano per la crescita dell’Italia non è altro che la reiterata prosecuzione di quanto accade dal Governo Monti: i mercati approvano, l’occupazione sale (quella precaria, mal pagata, instabile), i bonus crescono di numero ad ogni anno solare, i voti salgono (perlomeno la percentuale di chi va a votare). Va tutto bene: basta saper scegliere con cura la pillola da ingerire.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale www.atlanteditoriale.com/austerita-meloni-non-cambia-la-linea-di-draghi-e-di-monti

Posted in Atlanteditoriale, BlogTagged austerità, bilancio, centrodestra, destra, manovra, meloni

«Non vogliamo la cassa integrazione, vogliamo il lavoro»

Posted on 2024/10/12 by carmocippinelli
Luigi Sorge. Fonte foto: profilo Facebook del Partito comunista dei lavoratori.

Luigi Sorge è Rsa della Fiom-Cgil presso lo stabilimento di Cassino (provincia di Frosinone).
«A Cassino c’è la stessa aria di tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia», dice sconsolato, raggiunto da Atlante. «A Cassino dal primo ottobre i lavoratori sono tutti (2.500) in contratto di solidarietà (Cds). Ci sono molti di noi che lavorano tre giorni al mese e il resto dei giorni (e delle ore) è occupato dalla cassa integrazione». Taglio del salario per tutti ma non per i dirigenti: «a luglio hanno preso bonus di decine di migliaia di euro per obiettivi raggiunti sull’efficienza», tuona, ma nelle sue parole non c’è meraviglia: «che si chiamino Stellantis, che si chiami Fiat o Fca, i padroni e il capitalismo hanno questo volto».

Il disappunto di Sorge si percepisce a ogni sillaba: «il punto è che noi non abbiamo macchine nuove da costruire». Gli annunci roboanti di nuove vetture, le promesse del ritorno ad una produzione costante, le assicurazioni della proprietà attorno al ruolo strategico dell’Italia nella realizzazione di macchine Fiat/Stellantis valgono il tempo di un post su X o Instagram. La realtà dei fatti è ben altra: «Stiamo lavorando ancora sul piano industriale della presidenza Marchionne e in produzione abbiamo: Giulia, Stelvio e Grecale». Macchine costose, per poche tasche, i cui costi si aggirano tra i 50mila euro e i 140mila euro. «Entro il 2025 dovrebbero partire le produzioni dello Stelvio elettrico», ma il condizionale parrebbe essere d’obbligo, dato che una macchina non si produce in poco tempo e la produzione ha i suoi tempi.

S’è puntato tutto sull’auto di lusso, di fascia alta ma è una strategia che non ha pagato: «Nel 2010 eravamo 5.500 circa» e si parla di ulteriori esuberi «fino a 800», afferma sconsolato Sorge, «senza contare l’indotto», le ultime assunzioni (pre Covid) realizzate tramite agenzie di somministrazione (di cui una piccola parte stabilizzata con contratto da parte dell’azienda) e senza contare, infine, gli incentivi alle dimissioni incoraggiati dall’azienda. «Trent’anni fa – ricorda amaramente Sorge – quando entrai in questo stabilimento eravamo più di 7.500 lavoratori. Attraverso la produzione delle Tipo e delle Tempra siamo riusciti a toccare la cifra vertiginosa di 1.300 vetture al giorno, lavorando su tre turni». Oggi quel mondo appare ancor più lontano di quanto abbia solcato l’aratro del tempo.

Come può, uno stabilimento in queste condizioni, affrontare la questione della transizione declamata, voluta e imposta dall’Unione Europea? «Non abbiamo un piano industriale, questa è la verità. Stellantis vorrebbe continuare a trarre profitto dalla riorganizzazione e dalla razionalizzazione degli stabilimenti: Tavares, che concluderà il suo mandato nel 2026, doveva garantire la proprietà, gli azionisti e, ovviamente, lui stesso non producendo vetture, ma efficientando». E efficienza fa rima con razionalizzazione, tagli: è l’austerity industriale.

L’elettrico non cambierà la situazione di Cassino: «La produzione non sarà immediata e ci saranno ulteriori tagli al personale stimati del 30-40% dal momento che il motore e la meccanica relativa sparirà. Noi siamo a favore della transizione ma, a fronte di un ulteriore calo della manodopera, chiediamo la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40, redistribuendo il lavoro che c’è. Non vogliamo la cassa integrazione, non chiediamo la cassa integrazione: vogliamo il lavoro e salari dignitosi che ci consentano di vivere, non di sopravvivere».

Sullo sciopero, sebbene convocato unitariamente dalle federazioni dei metalmeccanici dei sindacati confederali (Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil), Sorge non si sbilancia, ma auspica la più ampia partecipazione dei lavoratori: «Venerdì 18 potrebbe anche succedere che la Fca dichiari il senza lavoro». Il giorno prima dello sciopero la proprietà potrebbe comunicare ai lavoratori che il giorno successivo, cioè quello dello sciopero, potrebbe essere un ‘senza lavoro’: «È già successo», ammette Sorge, «la settimana scorsa, alle 8:00 di mattina, la Fiat ha mandato via degli operai perché non c’erano dei materiali che sarebbero serviti per la produzione giornaliera».

Ma il delegato è speranzoso: «È solo l’inizio. Difenderemo a qualunque costo ogni singolo posto di lavoro. Vogliamo costruire è una vertenza generale di Stellantis, automotive tutto e indotto; che oltrepassi i confini nazionali, investa i paesi europei (si veda la situazione della Volkswagen); che realizzi un fronte unico operaio e faccia tornare i lavoratori protagonisti del proprio futuro». Sperando che i lavoratori in Italia potranno ancora farlo, anche dopo.
Dopo l’eventuale approvazione in Senato del Decreto Sicurezza.

 

Parte dell’articolo scritto insieme ad Angela Galloro per «Atlante Editoriale» in vista della manifestazione del 18 ottobre [2024].

Posted in Atlanteditoriale, BlogTagged alfa romeo, auto, automotive, cassino, elettrico, fca, fiat, lavoratori, lavoro, maserati, produzione, stellantis

Privatizzazioni e autonomia: l’Italia sarà sempre più diseguale

Posted on 2024/09/30 by carmocippinelli

Che il governo Meloni non se la stia passando bene, è un dato di fatto. Ma a dirlo sono i soliti detrattori della stampa di sinistra e di altri “attori sociali” che proprio non digeriscono il governo più a destra della storia della Repubblica. Sarà, ma intanto Giorgia Meloni deve far fronte ad una maggioranza tenuta insieme dai soli interessi individuali e ad una manovra che non consente troppi margini. Gli annunci di investimenti e le affermazioni legate alla fu berlusconiana «piena occupazione» hanno trovato di fronte a loro il muro del piano sottoscritto con l’Unione Europea. Tagli, privatizzazioni e sacrifici. La ricetta per trovare i soldi parrebbe essere sempre la stessa. Di questo, e di altro, ne abbiamo parlato con Marco Bersani, presidente di Attac Italia, la sezione italiana «della rete internazionale di opposizione e alternativa al neoliberismo costruita in questi anni dal movimento altermondialista».

Marco Bersani, già dirigente comunale dei servizi sociali, è supervisore pedagogico di cooperative sociali. Oltre ad essere stato uno dei principali animatori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e fra i promotori della campagna Stop Ttip Italia, è fra i soci fondatori di Cadtm Italia e fra i facilitatori del percorso di convergenza della Società della Cura. L’ultimo libro che ha scritto si intitola proprio La società della cura ed è stato pubblicato da Alegre.

Nel corso dell’assemblea di Confindustria, oltre a ribadire l’intesa con gli industriali, Meloni ha dichiarato più volte come mai nella storia d’Italia si sia verificata una condizione di occupazione lavorativa come nel suo governo. Come valuti questa dichiarazione e, più in generale, il discorso della Presidente del consiglio?
Beh, Meloni ha sostanzialmente espresso il manifesto delle sue intenzioni.

Quali sarebbero?
Grandi annunci e quasi zero sostanza. Va ricordato che l’Italia, avendo una procedura di infrazione con l’Ue per l’eccesso di deficit (cioè che ha un deficit superiore al 3% del Pil), ha sottoscritto un piano di rientro del debito di 7 anni che comporta un taglio della spesa pubblica di 84 miliardi in 7 anni. Vale a dire un taglio [costante] tra i 12 e i 13 miliardi all’anno.
Quando la Meloni dice “faremo, diremo, attueremo” c’è da fare la proverbiale tara. Lo vedremo – stavolta davvero – con il Piano strutturale di bilancio (Psb) quale sarà la realtà dei fatti. A proposito dell’occupazione, trovandosi a braccetto col presidente di Confindustria, ha detto che la situazione è positiva. Se, però, si vanno a vedere i dati reali ci si accorge che si tratta perlopiù di occupazione precaria. A tal proposito vale la pena di ricordare che il disastro industriale dell’automotive (spacciato come crisi dell’auto elettrica, ma che in realtà rappresenta una crisi di investimenti nel Paese), prevederà un autunno di chiusure di fabbriche (sia di produzione diretta che dell’indotto) e cassa integrazione diffusa. Insomma, ben lontani dall’idea di essere in una situazione positiva.

A proposito di auto elettriche, sia Meloni che Confindustria hanno criticato il cosiddetto green deal così come in questi giorni dal ministro Urso.
Va specificato che il cosiddetto green deal dell’Ue, dal mio punto di vista, è assolutamente timido, non adeguato e fondato sull’ideologia che la crisi climatica ed ecologica si possa risolvere dando la conduzione della società all’economia. Di nuovo.

Ovvero?
Mi spiego meglio. L’idea alla base del green deal è quella per cui le leggi di mercato ci porteranno fuori dalla crisi economica. A me sembra sempre più evidente che non è quella la strada da seguire. Ebbene, Meloni asseconda Orsini sul pur timido green deal affermando che se la decarbonizzazione dovesse mettere in crisi il sistema industriale italiano, andrebbe rallentata la decarbonizzazione.

Cosa andrebbe fatto, allora?
Un serio piano di grandi investimenti sulla mobilità (nazionale e territoriale) di questo Paese per ragionare sulla riconversione in senso ecologico e sociale del modo di muoversi.

Servirebbe una prospettiva a lungo termine che, al momento il Governo non ha.
Esatto, lo sguardo è sempre corto. O meglio: si ha lo sguardo lungo quando il Governo pensa al dissenso e alla contestazione di piazza.

Ti riferisci al cosiddetto Decreto Sicurezza (DL 1660)?
Precisamente. Presidente e ministri sanno bene che i prossimi mesi saranno ancora più duri rispetto alla situazione attuale: aumento di mobilitazioni, manifestazioni e dimostrazioni, dunque si vuole approvare il DL di cui parlavi in tempi brevissimi. Un decreto liberticida e, in alcuni aspetti, perfino contro la Costituzione (che entrerà nel mirino – se così si può dire – della Corte Costituzionale): nei fatti prevede la impossibilità di manifestare. Di più: se ci si azzarda a protestare su alcuni temi (per le opere cosiddette strategiche), c’è il rischio di un processo penale e di carcerazioni. Ci si è inventati anche un nuovo reato che è quello della resistenza passiva: roba che neanche il Codice fascista del Ministro Rocco! Il governo potrà anche continuare a fare annunci ma ribadisco: la sostanza è prossima allo zero.

Prima tu accennavi al piano di rientro del debito: rientra in questa prospettiva la notizia di questi giorni per cui il Governo sta cercando acquirenti per la vendita di un ulteriore 15% di Poste Italiane?
Il ragionamento che sta alla base di quanto dici è riassumibile in “sporchi, maledetti e subito”. Il governo deve far quadrare i conti e mette sul mercato pezzi strutturali di quel che rimane della proprietà pubblica. Anche sulle ferrovie si sta cominciando a ragionare sull’ingresso dei privati. E no, non sto parlando di quel che è già avvenuto con Italo. Parlo proprio del fatto che si inizi a sussurrare del fatto che RFI, dunque il sistema strutturale delle ferrovie, potrebbe essere messa sul mercato.

Dunque la risposta è sempre la stessa: privatizzazioni?
Siamo alle solite. La parola su di esse potrebbe già essere definitiva: ci sono quarant’anni di dimostrazione che le privatizzazioni non servono alla diminuzione del debito pubblico. Viene utilizzata la trappola artificiale del debito per porre sul mercato quel che prima era fuori mercato. Il vero dato di fatto è che la crisi strutturale del sistema in cui viviamo comporta che il capitalismo non può più permettersi che ci siano settori della società che non siano guidati dal mercato.

Ti riferisci all’acqua?
Parlo dei beni comuni (dunque acqua, elettrici, energia) e parlo dei grandi settori strutturali.
Le privatizzazioni che si stanno mettendo in atto non hanno più alcuna giustificazione da un punto di vista ideologico (cioè di una visione del mondo): sono semplicemente la rappresentazione di una volontà legata all’imminenza di far quadrare i conti, del qui ed ora. La prospettiva di lungo periodo è totalmente assente: vendiamo ulteriori pezzi di Stato, si dice, così da rientrare di qualche spesa. Io spero, davvero, che un giorno si possa fare un dibattito pubblico serio, fra tutti i soggetti della società, che affronti il problema delle privatizzazioni: sono un fallimento sotto tutti i punti di vista, tranne da quelli dei grandi interessi finanziari.

Parliamo dell’autonomia differenziata e dei lep: mi riferisco a quanto rivelato dal quotidiano il manifesto di una volontà di chiusura del dibattito da parte del ministro Calderoli.
Sì certo. Però, secondo me, va segnalato il fatto che proprio la scorsa settimana siano state consegnate un milione e duecentomila firme contro la legge sull’autonomia differenziata. La Lega già sostiene che sia stato un gioco troppo facile il fatto che si sia potuto firmare online: le sottoscrizioni raccolte ai banchetti sono state oltre 700.000 (settecentomila). Ben oltre le 500.000 richieste dalla legge e dunque quella proposta di referendum ce l’avrebbe fatta anche senza l’ausilio della firma digitale.

A tal proposito s’è già avviato un dibattito sulla possibilità che l’istituto del referendum perda di credibilità dato il ricorso alla firma digitale. Penso anche all’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera del 24 settembre.
La piattaforma elettronica però è stata messa a disposizione dal governo per i cittadini… Penso che l’esecutivo debba fare i conti con questo dato ma, anziché andare in quella direzione, fa le proverbiali fughe in avanti.

Ti riferisci al colloquio tra Calderoli e le regioni del nord per avviare il dibattito a riguardo?
La prima è questa, senza dubbio. In questo modo il ministro cercherebbe di far avanzare la devoluzione sulle competenze di settori dove non è necessario definire i livelli essenziali delle prestazioni. Contemporaneamente s’è convocato il comitato di esperti – che ha preso il nome di Clep – al fine di definire i livelli essenziali delle prestazioni. Lo stesso comitato sta conducendo un lavoro opaco e pare si stia orientando su un principio totalmente anticostituzionale per cui i lep dovranno tenere conto del costo della vita in ogni territorio.

Gabbie salariali?
Precisamente: da una parte si tornerà alle gabbie salariali. Dall’altra le diseguaglianze tra regioni (che già esistono) andranno ad aumentare. Un esempio? Se decido che il livello essenziale delle prestazioni degli assistenti sociali deve essere uno ogni diecimila abitanti, in Calabria (essendoci un costo della vita minore che in Lombardia) ne stabilisco uno ogni cinquantamila. Non ha alcun senso logico ma è la rappresentazione definitiva delle diseguaglianze tra nord e sud del Paese. Così come avverrà, anche all’interno della stessa regione, che ci sarà chi potrà permettersi determinati servizi e chi non potrà.

Posted in AtlanteditorialeTagged capitalismo, conti, debito, draghi, meloni, politica, privatizzazioni

Famiglie al palo, lavoratori in sciopero. Il Governo è senza progetto

Posted on 2024/09/25 by carmocippinelli

Ci mancava la ripresa dell’affaire legato al caso di Pasquale Striano (Guardia di Finanza, ora agli arresti domiciliari) e al ministro della difesa Guido Crosetto. I fronti aperti dell’esecutivo rischiano di diventare troppi per una maggioranza che è tenuta insieme solamente dalla volontà di potenza del futuro presidenzialismo à la Meloni. Per carità: a tenere, tiene. Ma per quanto ancora l’interesse personale riuscirà ad essere un mastice vincente? Dal piano strutturale di bilancio (nomenclatura che va a sostituire la nota d’aggiornamento al documento di economia e finanza) ai livelli essenziali delle prestazioni (Lep), dagli equilibri internazionali al nuovo rapporto Inps, l’esecutivo ha molto da fare. Ma per ora la carta stampata (così come i telegiornali di prima serata) si concentra sulle speculazioni a tinte rosa del viaggio statunitense di Meloni. O comunque tendenti alla supposizione (spesso tendenti al gossip), più che alla concreta attività di governo.

Si dirà che a volte anche la cronaca politica ammantata di rosa (o da una patina di paillettes) possa portare con sé una o più notizie, ma d’altra parte sulla grande stampa nazionale le questioni sociali tendono ad essere travolte da affari personali (la vicenda Boccia-Sangiuliano è l’esempio che vale per tutti) o dalle interpretazioni che scaturirebbero dalla lettura di accadimenti internazionali. In questi giorni più che in altri. Il viaggio di Giorgia Meloni a New York ne è un esempio. Il Corriere della Sera di mercoledì 25 settembre [2024] suggerirebbe al lettore un retroscena geopolitico legato alla preferenza di partecipazione della presidente del consiglio italiana all’Atlantic Council in cui «Elon Musk le ha consegnato il premio Global Citizen Awards». «Ha snobbato per il secondo anno di seguito la cena di gala di Biden con Zelensky ospite d’onore. Ed è partita in anticipo, schivando la partecipazione in presenza al vertice organizzato dalla Casa Bianca a sostegno dell’Ucraina», citando Monica Guerzoni dal Corriere del 25 settembre. Nella sua nota Massimo Franco rincara: «Giorgia Meloni torna da New York con un premio prestigioso e una posizione politica più equidistante nelle elezioni presidenziali». E che non si dica che le cene non contino!

Ultima cena?
Del premio e della cena di gala non sanno che farsene, però, i lavoratori e le parti sociali di Stellantis (ex Fiat) che hanno indetto uno sciopero il 18 ottobre e che i soldi di quella giornata lavorativa li perderanno. Loro, a differenza di Meloni, non ritireranno alcun premio. Le federazioni metalmeccaniche dei tre sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) torneranno a sfilare unite sulle medesime posizioni dopo circa trent’anni. «L’Europa, il Governo e Stellantis devono dare risposte», si legge nel comunicato congiunto delle tre organizzazioni, le quali chiedono «a Bruxelles e a Roma» l’approvazione di «un pacchetto straordinario di risorse per sostenere la transizione del settore attraverso investimenti in ricerca, sviluppo, progettazione, ammortizzatori sociali, formazione, riduzione dell’orario di lavoro, batterie e infrastrutture di ricarica». Investimenti che devono vedere «la partecipazione dei privati» a patto che siano concessi «alle aziende che garantiscano l’occupazione e il futuro degli stabilimenti».

Ma il Governo Meloni non ha una linea chiara a riguardo, eccezion fatta per la posizione di ritrattazione legata alla transizione energetica in sede europea. I sindacati chiedono garanzie ma al momento la dialettica è tutta sovrastrutturale e parrebbe di capire che se il Governo riuscisse a tenere la propria posizione a Bruxelles/Strasburgo, il risultato dovrebbe rappresentare positività per tutto il paese. Una sorta di beneficio a cascata (trickle-down) economico sociale che a ben vedere non si è mai verificato negli ultimi decenni.

Famiglie? Al momento solo annunci spot
«Il nodo cruciale è l’adattamento degli stipendi all’inflazione», risponde ad Atlante Paolo Moroni, responsabile della direzione politica dell’Associazione famiglie numerose. «Quello a cui stiamo assistendo è un peggioramento generalizzato della condizione familiare, specie per quel che riguarda il nostro ambito (le famiglie numerose). L’inflazione ha inciso moltissimo sui beni di prima necessità». Il cosiddetto carrello della spesa che proverbialmente si fa sempre più pesante: i nuclei familiari tutti hanno subito un impoverimento e l’aumento della voce dei beni di prima necessità nel bilancio domestico ne è un esempio.

«C’è stata una perdita del potere d’acquisto notevole: la leva fiscale-previdenziale non può da sola risolvere questa situazione, c’è bisogno anche di una [rinnovata] visione della contrattualistica del lavoro», ha aggiunto Moroni. Troppo precariato e salari bassi, specie tra gli under 35: lo dice anche il rapporto Inps.

Ma il Governo ancora una volta non sembra avere un progetto a lungo periodo: il tentativo di vendita di una quota del 15% di Poste Italiane ne è un esempio. Se la proverbiale, metaforica (e ormai lisa) coperta è sempre più corta, si prova a cedere un altro pezzo di Poste, ma poi si tornerà a maledire il momento in cui i soldi non basteranno e ci si dovrà inventare qualcos’altro che metta una pezza.
Sembra di rivedere Giulio Tremonti nell’imitazione interpretata da Corrado Guzzanti in cui il ministro – al fine di evitare il cetriolo globale – prova a vincere al flipper di un bar puntando i suoi ultimi centesimi di euro. Moneta mal digerita anche nella pronuncia del soggetto imitato. Solo che Guzzanti/Tremonti non riusciva mai a vincere e alla fine della scenetta veniva cacciato dal barista. E gli toccava stare fuori dalla porta.

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Fitto c’è, Meloni esulta. Ma il paese reale langue

Posted on 2024/09/19 by carmocippinelli

Una vittoria. O, almeno, per i canoni dell’esecutivo Meloni una netta vittoria. E no, non stiamo parlando della contrarietà della Presidente del Consiglio dei ministri all’utilizzo di missili a lungo raggio contro la Russia, cui pure la dichiarazione condita da avverbi e da intercalari (“chiaramente”, “ovviamente”, “semplicemente”), farebbe presagire ad un prendere tempo rispetto alla reale posizione che dovrà assumere il governo italiano.
Stiamo parlando della nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione Europea: all’italiano andrà il compito di «gestire i fondi del Pnrr insieme a Valdis Dombrovskis». Mancava l’ultimo nome e nella calcistica zona cesarini c’è stato l’accordo che ha sancito l’ingresso dell’unico componente Ecr (Conservatori e riformisti europei, gruppo a cui appartiene Fratelli d’Italia) nella Commissione. Il ministro italiano avrà anche la delega ai fondi di coesione e alle riforme. La lunga fase dialettica tra le due presidenti, Ursula Von der Leyen e Giorgia Meloni, si è conclusa con l’accoglimento da parte della prima al nome di Raffaele Fitto.

In questi giorni politica e stampa sembrano aver archiviato il caso Boccia-Sangiuliano proiettandosi sulla questione della composizione della nuova Commissione Europea, nuovamente a guida Von der Leyen (Partito popolare europeo). La maggioranza esulta e il governo plaude alla vittoria nettissima che sarebbe stata percepita come tale da tutta l’Italia, tuttavia il sistema-Paese (come si sarebbe detto un decennio fa) non beneficerà effettivamente della nomina di Fitto a Bruxelles/Strasburgo.
«Andiamo al dunque: al di là delle funzioni di coordinamento dei vicepresidenti che, per l’esperienza che ho io, sono chiacchiere e distintivo. Senza chiacchiere e distintivo avevamo Gentiloni all’economia. Adesso con chiacchiere e distintivo abbiamo “coesione e riforme”», a dichiararlo è stato Pier Luigi Bersani, componente della direzione nazionale del Partito democratico, nel corso della serata di ieri [17 settembre 2024], durante la trasmissione DiMartedì, condotta da Giovanni Floris. Chiacchiere e distintivo. E ora il dibattito – o quel che potrebbe definirsi tale – si è avviluppato sulla questione delle votazioni conseguenti: «Su Gentiloni cinque anni fa esprimemmo parere favorevole anche su indicazione dell’allora presidente di Ecr [Raffaele] Fitto. Confidiamo in un atteggiamento responsabile da parte della sinistra. Poi sta a loro. Certo, risponderanno del loro voto davanti al popolo italiano», tuona Nicola Procaccini al Corriere della Sera di ieri, 18 settembre [2024]. Come se il popolo italiano fosse davvero realmente consapevolmente informato su quanto accade a Bruxelles/Strasburgo, una delle istituzioni più blindate al mondo (con tanti saluti alla trasparenza e all’accessibilità pubblica). Ma le dichiarazioni roboanti sulla stampa lasciano il tempo che trovano, Italia od Europa che sia. Nel Belpaese i quotidiani ne sono la testimonianza concreta: non c’è una dichiarazione che sia di lungo respiro o che porti con sé un poco di dibattito che vada oltre l’immanenza di questo o quel fatto. Solo due giorni fa [16 settembre 2024], a proposito di gruppi e composizioni parlamentari, La Verità, attraverso la penna di Federico Novella, pubblicava un’intervista a tutta pagina ad Enrico Costa (deputato, già ministro negli esecutivi Renzi e Gentiloni). L’ex ministro ribadiva di aver lasciato Azione ma di non aver intenzione di ritornare in Forza Italia: «Non c’è nulla di ufficiale, farò le mie riflessioni. Ma con Forza Italia ho sempre avuto un confronto costruttivo». Neanche 48 ore dopo ed Enrico Costa effettua ufficialmente il ritorno nella formazione fondata da Silvio Berlusconi.

Nonostante la conquista ottenuta a Bruxelles/Strasburgo, il paese (quello vero, non quello dei comunicati stampa) langue. Non bastano gli annunci roboanti della Presidente Meloni all’assemblea di Confindustria riguardo l’occupazione («mai così tanti italiani avevano lavorato dall’Unità d’Italia oggi») talmente alti da non avere un termine di paragone: un esercito di decine di migliaia di insegnanti precari vincitori di concorso, abilitati e in attesa di abilitarsi (ovvero idonei dei nuovi concorsi Pnrr) sono in attesa di una cattedra e un’altra morte sul lavoro si aggiunge al già imponente numero di decessi. Stavolta si è trattato di un operaio di 34 anni che ha perso la vita schiacciato da una pressa in una fabbrica del varesotto, assunto non direttamente dall’azienda ma da «una cooperativa». Ma forse per il governo non conta: l’operaio era “solo” un uomo nato in Marocco. Non era mica italiano.

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Politica in stallo: ci saranno i “Draghi viola”

Posted on 2024/09/10 by carmocippinelli
Foto di Valentin Petkov su Unsplash

Se la politica non si occupa di produrre proposte alla popolazione tutta (dunque saperle comunicare), indistintamente se essa comprenda anche elettrici ed elettori dei partiti della coalizione di governo, allora fa solo parlare di sé: un’azione subita e non praticata. Se alla politica si toglie la politica, resta un vuoto. Ma i vuoti in politica non esistono e il dibattito pubblico conseguente (che sia sano e non avvelenato o volutamente intorbidito) scade e diventa irrilevante. Risibile, perfino.

È la vicenda Sangiuliano-Boccia, ça va sans dire, ad aver tenuto sotto scacco la politica, la stampa, la comunicazione pubblica tutta: scontrini, ricevute, probabili nomine, foto che avrebbero potuto essere reali ma che potrebbero essere ritoccate, materiale che qualcuno avrebbe registrato (come verrà archiviato e da chi?), telefonate che sarebbero state ascoltate ma che nessuno è in grado di riferire (“parli lui/lei”, “lo chieda a lui/lei”). E poi, decine e decine di minuti di interviste su carta stampata, su canali di tv pubblica ed emittenti private ai personaggi di questa vicenda personale, politica, intima, indiscreta e tracimante allo stesso tempo. Il caso personale/politico Sangiuliano-Boccia è stato il vero protagonista della settimana politica che si è chiusa – così come di quella che si è aperta: la coalizione di centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, a cui ultimamente si aggiunge anche Noi Moderati) si è trovata di nuovo coesa e ritrovata sugli obiettivi comuni in vista dei prossimi appuntamenti. Coesa davanti a un piatto di pasta. Ravioli, per la precisione. Il Corriere della sera di martedì 10 settembre informa lettrici e lettori che i pentaviri (c’erano anche Lupi e Giorgetti oltre al trio Meloni-Tajani-Salvini) hanno consumato «mozzarella e ravioli di pesce». Un carboidrato e un latticino valgon bene una coalizione. Il pranzo è servito, stando al già citato retroscena di Monica Guerzoni, per «convincere gli italiani che il governo» sia «compatto e lavora serenamente, al di là delle tensioni quotidiani, degli scontri sulla Rai e sulle elezioni regionali e dei (presunti) complotti».
Eppure il Governo ha una manovra a cui badare: Giorgetti invoca la solita prudenza per non trovarsi di fronte l’ira funesta di Bruxelles/Strasburgo e la coperta sembra essere sempre corta. Talmente tanto che le stime di crescita sono ancora timidamente positive e il ministro Paolo Zangrillo ha ipotizzato, verbalizzandola, la ipotesi di far rimanere al lavoro i dipendenti pubblici fino ai settanta (70) anni. Su base volontaria, s’intende, e assumendo «trecentocinquanta mila giovani entro il 2025».

Ma tutto questo non basta. Servono i “Draghi viola”, come nel celebre cartone animato della Disney, ma con la D maiuscola. Serve la nuova “Agenda Draghi” a cui il Partito democratico già plaude, sebbene il rapporto Futuro della competitività europea presentato dal già presidente della Bce e Primo Ministro italiano, riporti chiaramente la necessità di un aumento degli investimenti nel settore della difesa. Il plauso del Pd giungerebbe prima ancora d’aver letto il documento, verrebbe da dire: sono pur sempre quattrocento pagine di «realismo capitalista». Se Tajani approva quanto detto da Draghi, Lupi gli fa eco; un’eco talmente forte che giunge ad abbracciare (e a fondersi) con quanto ribadito da Gentiloni e Letta (Enrico). D’altra parte, a proposito di realismo capitalista, se il settore dell’automotive e della transizione all’elettrico non decolla, il vuoto deve poter essere riempito da qualcos’altro: chip, difesa, intelligenza artificiale e via dicendo. L’importante è condire il tutto con un po’ di retorica chiamando in causa il Piano Marshall e la necessità di uno sviluppo coeso.
L’Italia può interpretare un ruolo fondamentale in questo nuovo assetto europeo: produzione ed esportazione di armamenti, un settore in cui il nostro paese riesce a dire la sua con autorevolezza.
Con buona pace della Costituzione.

Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/politica-in-stallo-ci-saranno-i-draghi-viola

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Certo, un centro! Forza Italia in permanente gravità

Posted on 2024/09/03 by carmocippinelli

Una proposta concreta sullo ius scholae non è ancora stata messa nero su bianco da Forza Italia. Se ne parla da settimane ma di scritto non c’è ancora nulla. Non ci sono nemmeno state iniziative isolate di deputati o senatori. Ma è proprio sullo ius scholae che il presidente del partito fondato da Silvio Berlusconi sembra aver puntato, provando ad introdurre l’elemento della cittadinanza nella dialettica e nel confronto tra le organizzazioni politiche della maggioranza di centrodestra, nonché nel dibattito pubblico. Antonio Tajani vuole dare una svolta a Forza Italia per dare una nuova identità al partito, pur rimanendo nell’alveo della coalizione di centrodestra.

L’idea “geniale” di Antonio Tajani e della direzione del partito è quella di voler rappresentare il centro politico politico. Non che non ci siano altre organizzazioni politiche che non ci abbiano già pensato o che non ci abbiano provato. Matteo Renzi ha tentato l’operazione Italia Viva (parafrasando la più celebre espressione berlusconiana che ha dato il nome al partito) ma è sembrata arenarsi fin da subito: le elezioni europee non hanno fatto altro che certificare le enormi difficoltà del partito renziano.

In realtà l’amo lanciato da Tajani è verso l’elettorato cattolico di destra così come verso coloro che votano Partito Democratico per mancanza d’alternativa: l’area cattolica interna al Pd potrebbe veder bene un dialogo con una Forza Italia rinnovata nei temi e ripulita dal passato berlusconiano. Areadem sta a guardare. Anche l’ex Beppe Fioroni, uscito tempo fa dal Pd dopo l’arrivo alla segreteria di Elly Schlein, potrebbe essere interessato.

L’asso calato da Tajani è stato lo ius scholae. Al momento – ribadiamo – non c’è nulla di depositato in Parlamento, ma “solo” l’iniziativa (mediatica e personale) del presidente di FI: «Ho dato mandato ai gruppi di fare uno studio sulla questione della cittadinanza e sulle normative e orientare una proposta di legge. E prima di presentarla in Parlamento, presenterò la proposta alla maggioranza, perché un centrodestra moderno deve porsi questo problema». Il Ministro per gli Affari Esteri ha stabilito così nei giorni scorsi la linea del partito durante la manifestazione La Piazza organizzata da Affaritaliani.it. Apriti cielo, squarciati mare: la Lega frigge. Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato, ha dichiarato il 30 agosto ad Avvenire: «Salvini è stato molto chiaro: no allo ius scholae».

L’orlo della crisi è sempre vicino, ma la maggioranza è una maionese che non impazzisce mai. C’è un interesse che tiene tutti insieme  il premierato à la Meloni. Quella prospettiva lega e mette tutti d’accordo. Ma la progettualità nel lungo periodo manca. E prima dello ius scholae c’è stato altro.

Un’estate al fresco
Tanto per cominciare, Antonio Tajani ha riallacciato i rapporti con l’area radicale, quella orfana di Marco Pannella che è andata a coagularsi attorno al fu Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito), ora semplicemente Partito Radicale. Anche in questo caso la tattica è chiara: i radicali buoni stanno con noi, sembra voler dire l’unione tra Pr e FI, andando così a spezzare ancora una volta l’elettorato diviso fra +Europa/Radicali italiani, Pr e altri soggetti della fu galassia (Nessuno tocchi Caino, Non c’è pace senza giustizia, Certi diritti e via dicendo). La ripresa dei rapporti con Maurizio Turco e Irene Testa (rispettivamente segretario e tesoriere del Pr) ha prodotto prima l’appoggio elettorale dei radicali alle elezioni europee in favore di Antonio Tajani in particolare e di Forza Italia in generale; successivamente una comunione d’intenti riguardante la giustizia e il sistema carcerario. Si tratta dell’iniziativa denominata: «Estate in carcere – Iniziativa di “comune sentire operativo” con il Partito Radicale». Certo, poi la destra compatta (Forza Italia inclusa) alla Camera e al Senato ha votato favorevolmente al Decreto Legge Carcere sicuro. E Atlante ha già mostrato come il nome dato al decreto non sia stato altro che un ossimoro. Ma poco importa. Quel che conta è l’iniziativa del doppio binario: il treno di Forza Italia può permettersi cambi di rotta improvvisi ma non un deragliamento.

«Il governo arriverà fino alle prossime elezioni»
Lo ha ribadito Antonio Tajani ai microfoni di Le 20h de Darius Rochebin. Forza Italia non è uno sparring partner della maggioranza ma un componente essenziale del triumvirato di governo. Se Fratelli d’Italia e la Lega si rincorrono su chi stia collocando più a destra, reagendo nervosamente qualora nasca qualcosa alla loro destra (telefonare generale Vannacci), Forza Italia ha imparato una lezione preziosissima: in fasi di tempesta, meglio rimanere fermi. Ribadendo le posizioni care alla politica della prima repubblica: anticomunismo e antifascismo. Più si sta fermi, più si attrae personale politico (i passaggi dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia nell’ultimo anno ne sono una riprova) e allora tanto vale continuare a presentarsi agli elettori come una forza rassicurante e moderata. Liberale, (perché no) democristiana ma sempre rimanendo immobile.

Pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/certo-un-centro-forza-italia-in-permanente-gravita

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Turchia, “democratura” all’attacco delle libertà

Posted on 2024/08/05 by carmocippinelli
Foto di Gabriel McCallin su Unsplash

Selahattin Demirtaş dovrà scontare 42 anni di detenzione: respinta la richiesta di ergastolo. La sentenza è arrivata nel maggio di quest’anno e ha previsto il prolungamento della detenzione dell’ex candidato alle presidenziali turche, nonché leader del Partito democratico dei popoli (Hdp). Con lui, altri 108 imputati nel Processo Kobane sono stati condannati per aver, recita l’accusa, «minato l’integrità territoriale del paese», nonché per connessioni con le organizzazioni curde (Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan) giudicate terroriste dal governo di Ankara. Fin dalla sua nascita l’Hdp è stato avversato politicamente e giuridicamente dall’allora (e attuale) Presidente Recep Tayyip Erdoğan in quanto gran parte dei suoi dirigenti e militanti provenivano dal sud est del paese (a maggioranza curda) e si dichiaravano apertamente di nazionalità curda. Ma soprattutto perché, secondo Ankara, l’Hdp ha rappresentato una sorta di ponte nel Parlamento turco per le organizzazioni armate curde, nonché di essere una sorta di propaggine legale del Pkk. Legami presunti, ovviamente.

Riavvolgiamo il nastro: il 2014
Siamo al 2014 e l’Hdp sta emergendo come forza politica d’alternativa. Ma il partito non è semplicemente un’organizzazione filo-curda, come spesso si leggeva sui quotidiani italiani ed europei: si trattava di un esperimento politico che spalleggiava SYRIZA e quanto stava conducendo Alexis Tsipras in Grecia, a seguito della mobilitazione del referendum sul ‘no’ (Οχι) al memorandum. Sappiamo come andò a finire: il Primo ministro greco venne messo alle strette dopo giorni di trattative con la Troika, il memorandum non solo venne applicato ma fu anche più duro degli altri. Ma questa è un’altra storia.

Nello stesso anno la Siria e l’area del Vicino Oriente erano sconvolte dallo Stato Islamico la cui scure si stava abbattendo proprio sulla minoranza curda e sulle città difese dalle sole unità militari curde del Pkk, delle Ypj/Ypg insieme ad altre formazioni minori indipendentiste fino ad arrivare ad alcune organizzazioni anarchiche. Le strutture maggiori (Pkk, Ypj/Ypg) che si battevano (e ancor oggi lo fanno) per il confederalismo democratico in contrapposizione alle democrazie che nel corso degli anni hanno subito una torsione in senso autoritario, stavano subendo un duro colpo. In quell’anno l’Hdp conduce una battaglia senza quartiere nelle città governate dal partito nella parte sud del paese in solidarietà con la popolazione di Kobane e di ogni cittadina del Rojava che si trovava a fronteggiare Daesh (Isis). La solidarietà e le manifestazioni iniziano a dilagare in tutta la Turchia: l’Hdp guadagna sempre maggiore popolarità e consenso.
Ma per la Turchia, il Kurdistan non esiste e chi si candida a rappresentare i curdi al Parlamento è, nei fatti, un sostenitore delle forze giudicate terroriste da Ankara. Lo spettro del Pkk e del suo leader Abdullah Öcalan (in prigione dal 1999 nel carcere di İmralı, unico detenuto nell’isola-penitenziario) aleggiano in perpetuum sullo stato turco.

L’ascesa politica e mediatica di Selahattin Demirtaş e dell’opposizione di sinistra al governo di Erdoğan era riuscita fin troppo bene: riuscì a superare la soglia di sbarramento del 10% alle elezioni del 2015 e ad imporsi come prima forza politica nella parte del paese a maggioranza curda.

Nel confronto militare tra unità del Rojava e Daesh, i curdi ebbero la meglio col passare del tempo, sebbene pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e di distruzione: nei giorni in cui Kobane sembrava cadere, l’Hdp (dunque Demirtaş e la co-presidente del partito Figen Yüksekdag) scese in piazza solidarizzando con il Rojava chiedendo l’intervento militare di Ankara a sostegno dei curdi. Ci furono mobilitazioni in tutto il Paese, ma ad Ankara si verificò un attentato che provocò decine e decine di morti. Nonostante tutto, l’Hdp cresceva nel consenso popolare e il processo di democratizzazione (e normalizzazione) della questione curda nel paese poteva dirsi in procinto di cominciare, anche se la tregua (dopo le proteste del 2014/2015) aveva fatto naufragare la tregua tra il Pkk e lo stato turco. Da questi fatti ha iniziato a prendere vita il Processo Kobane.

Perché Demirtaş è in carcere?
Il 2016 è un anno cruciale, non già per il tentato golpe di cui venne subito accusato Fethullah Gülen ma perché Erdoğan non avrebbe voluto che la questione curda potesse diventare un ostacolo alla sua affermazione del potere. Dunque arriva la proposta di revoca dell’immunità parlamentare per i deputati d’opposizione. Il partito – che si pone come opposizione (pur blanda) ad Erdoğan – vota a favore del provvedimento. L’accusa è indirettamente rivolta ai deputati neo eletti dell’Hdp additati di compromissione terroristica a scopo di divisione dell’unità nazionale. Dal Corriere della Sera di quei giorni [21 maggio 2016]: «”È un voto storico. Il mio popolo non vuol vedere in questo parlamento colpevoli di reati, in particolare i sostenitori delle organizzazioni terroriste del separatismo”. Un chiaro riferimento ai rappresentanti dell’Hdp da sempre accusati dal sultano di Ankara di essere il braccio politico dei terroristi del Pkk. […] La decisione del parlamento è la pietra tombale sulla speranza di riavviare il processo di pace con la minoranza curda».
Il casus belli è del 2016: nel novembre un’autobomba esplode nella città a maggioranza curda di Diyarbakır. Per la Turchia è la prova che il Pkk non ha mai smesso le proprie attività criminali ma in serata l’attentato viene rivendicato da Daesh e non dai curdi. Ma per Erdoğan non c’è ragione che tenga: la sera stessa dell’attentato Demirtaş e Yüksekdag vengono condotti in carcere. Le presidenziali del 2018 vedono l’Hdp ancora una volta candidarsi con Selahattin Demirtaş come candidato, nella speranza della sua scarcerazione. Il candidato non «verrà liberato», secondo Erdoğan, e l’Hdp si pone sotto la soglia del 10%, pur continuando ad affermarsi nel sud est del paese. Nello stesso ano l’esercito turco fronteggia militarmente le milizie curde e occupa la città simbolo di Afrin.

Una «democratura»
Il partito di cui era rappresentante Demirtaş ora è stato sciolto per intervento dell’autorità giudiziaria e dalle sue ceneri è nato il Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia, spesso abbreviato in Dem il quale, da poco, è risultato nuovamente il partito più votato nella città di Diyarbakır. Nel frattempo, però, a molti esponenti politici turchi di opposizione e di sinistra, curdi e socialisti, è stata confermata la sentenza da parte della giustizia turca, sebbene la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) avesse già formalmente condannato la detenzione ai danni dei due ex segretari dell’Hdp, di cui pure Erdoğan si fece beffe dichiarando: «il parere della Cedu non ci vincola». Le sentenze del maggio 2024 sono state commentate così dal vicepresidente del Chp Özgür Özel (e riportate in Italia attraverso la voce di Mariano Giustino di Radio Radicale): «Il caso [del processo] Kobane per cui è stato condannato Demirtas rappresenta un caso politico non suffragato da un giusto processo».
La democrazia turca nel frattempo ha già attraversato la fase di lungo regresso ed ha ora abbracciato un nuovo periodo, a seguito delle modifiche costituzionali promosse e approvate dal Presidente Erdoğan. Analisti e saggisti iniziano ad utilizzare il termine democratura (una democrazia formale ma con torsioni autoritarie di fatto) con sempre maggiore disinvoltura anche e soprattutto per quel che riguarda lo stato turco. L’unica cosa certa è che per il momento Demirtaş rimane in carcere, così come la co-presidente del fu Hdp, così come per il leader del Pkk Abdullah Öcalan. L’opposizione curda dovrà riprendersi e assestarsi nuovamente dopo il colpo subito mentre la temperatura della febbre contratta dalla democrazia turca continua a salire.

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/turchia-democratura-allattacco-delle-liberta/

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Europee ed egoismo: anticamera del presidenzialismo [Atlante editoriale]

Posted on 2024/06/10 by carmocippinelli

Foto di Elimende Inagella su Unaplash

C’è speranza? Forse sì. Ma la speranza passa per l’autocritica che, al momento, non parrebbe essere all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. 

«Gli elettori europei hanno parlato. […] Si ipotizzeranno vecchie e nuove maggioranze, si inizieranno anche le trattative per nominare i nuovi vertici. Si cercherà lo schema classico: un presidente della commissione al Partito popolare europeo, un presidente del consiglio ai socialisti del Pse, un altro rappresentate ai liberali e qualche altro strapuntino per i sovranisti considerati frequentabili. Si approverà un’agenda europea piena di slogan già vecchi ma ripetere la solita stanca liturgia della politica europea non ha senso». A scriverlo è stato David Carretta, giornalista tra gli altri del Foglio e di Radio Radicale, all’indomani dei risultati delle europee in Italia.

Che la struttura (politica) europea non potrà più essere la stessa risulta evidente, perfino ai più sostenitori dell’UE così come si è mostrata nel corso di questi decenni e il risultato elettorale non è, in effetti, tra i più scontati (come invece parrebbe essere stato dalle parti di Libero, Giornale e La verità). Da mesi politica e giornali parlano dell’onda nera che avrebbe travolto l’Europa e in effetti, al netto dell’astensione dal voto, così è stato.

L’Europa – o meglio: il suo establishement – dovrà mettere in discussione se stessa per far sì che riesca ad essere percepita nei confronti degli elettori e dell’opinione pubblica, ma l’autocritica non parrebbe all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. Antonio Tajani, eco del Ppe in Italia, non parrebbe porsi sul chi-va-là dell’astensionismo o del clima generale di un Presidente (Macron) che scioglie le camere e indice le elezioni nel suo paese nel corso dei primi exit polls: «Noi siamo il Ppe, primo partito: saremo centrali ed essenziali», come ha dichiarato nel corso della notte elettorale al Corriere della Sera. 

Respinti all’uscio 

Evitando la ripetizione di percentuali raggiunte dai partiti e dalle liste, dati che il lettore potrà trovare visitando qualsiasi sito di quotidiani allnews, scorrendo sul proprio smarphone tra le Google news o anche accendendo una televisione, in questa sede proviamo a tracciare un profilo diverso di questa tornata partendo da chi non sarà rappresentato al Parlamento Europeo, nonostante tutti i pronostici. Il riferimento è all’area liberal-democratica: le due liste che facevano riferimento a Renew Europe (e all’Alde), ovvero Stati Uniti d’Europa e Azione, si fermano al di sotto del quorum. I due rassemblement liberal-democratici non hanno convinto pienamente coloro che si sono recati alle urne e molti commentatori hanno notato che le due liste hanno finito con l’annullarsi.

Perché «i due rassemblement»?

Perché sia Stati Uniti d’Europa che Azione miravano a rappresentare un variegato mondo liberal-democratico, ora con sfumature socialiste liberali ora con nostalgie da Prima Repubblica (Psi e Pri erano alleati rispettivamente con Stati uniti d’Europa e con Azione). L’operazione ha finito col rappresentare una propagandistica testimonianza, come spesso accadeva per le liste della sinistra radicale (o comunista) da essi spesso dileggiate per la ripetuta mancanza di consensi necessari ad accedere all’Europarlamento. Le matrioske liberali non hanno funzionato e sono state sonoramente bocciate, nonostante i nomi scesi in campo a supportare i cartelli elettorali (Renzi e Caiazza su tutti). Allo stesso modo, cambiando fronte, l’operazione della lista Santoro (Pace terra dignità) è sembrata l’ennesimo tentativo di una sinistra che non sa elaborare un progetto di lungo periodo: gli elettori hanno preferito premiare l’alleanza tra Europa Verde e Sinistra italiana (Avs), intrisa di moderatismo e realpolitik data la riproposizione di candidati provenienti dal Partito democratico (Orlando e Marino su tutti) ma anche di Ilaria Salis su cui si dovrà vedere ora il confronto diplomatico con Budapest come procederà. 

«Prima io» 

La destra gongola e Meloni si lascia andare sui social con la pubblicazione di un selfie con la V di vittoria, gesto che fu caro a Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il parlamentare Fd’I Donzelli, raggiunto la notte del 9 giugno [2024] dal Corriere della Sera, l’operazione di Meloni di candidarsi in tutti i collegi, compresa quella di indicare il voto per Giorgia non è stato altro che «un atto d’amore nei confronti di tutti gli italiani». Il deputato ha proseguito: «[Meloni] non lo ha fatto per sé, non ne aveva bisogno […] tranne la manifestazione del 1 giugno a Pescara non ha tolto un solo minuto al suo lavoro di Governo».

Per sé sicuramente no, tuttavia per il partito certamente. E il discorso vale tanto per lei quanto per la segretaria del Partito democratico. Il bottino delle preferenze di Giorgia Meloni detta Giorgia fa urlare di gioia un già sgolante Nicola Porro che, sul suo blog, mette nero su bianco: «da sola “Meloni detta Giorgia” vale più del Movimento Cinque Stelle nel suo complesso (2,2 milioni di voti) ma anche più di Lega (2 milioni) e Forza Italia (2,2 milioni). Più di un terzo dei voti di FdI porta il nome del leader».

Il messaggio è chiaro. Le elezioni europee erano una sorta di elezione di mid term in salsa italo-europea: tanto più è forte la Presidente del consiglio (che è leader di Fratelli d’Italia), tanto più sarà imponente la sua campagna sul referendum riguardo il presidenzialismo. I rimpasti c’entrano poco e non sono all’ordine del giorno. Quantomeno per ora.

Egoismo. Questo è stato il fattore maggiormente presente e imponente nel corso di questa bassa (si veda la polemica sulle parolacce) campagna elettorale. Ideologia assente (jamais!) e dibattito completamente annichilito dall’onnipresenza leaderistica della figura forte di partito che puntava tutto su di sé.

È l’anticamera del presidenzialismo: un referendum permanente su una figura. Che sia Giorgia detta Giorgia o Elena Ethel Schlein detta Elly la medaglia ha due lati identici. 

Chi ne fa le spese sono gli elettori. Quelli che a votare ancora ci vanno, s’intende.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale https://www.atlanteditoriale.com/europee-ed-egoismo-anticamera-del-presidenzialismo/

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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