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Autore: carmocippinelli

Fenice Borgata: vittoria in rimonta (1-2) sul Casal Bernocchi

Posted on 2023/10/02 by carmocippinelli

C’è un tempo per sognare e un tempo per realizzare che quanto sognato sia diventato – effettivamente – realtà. Prima partita in Prima categoria. 

Il vento caldo dell’estate ha portato non la fine – come cantava Alice nella celebre canzone – ma l’avvio della nuova stagione nella terra ignota del salto di categoria. E la prima-della-prima non si dimentica facilmente, anche perché fino a due giorni prima di domenica 1 ottobre la Borgata avrebbe dovuto calcare il campo di La Rustica contro il Mundial Football Club. Ci ha pensato la federazione quarantotto ore prima della partita, a informare che, in realtà, il Mundial ha assunto il nome di Spes Mundial e ha già preso parte al campionato di Promozione. Rientra in campionato, contro tutti i pronostici, il Casal Bernocchi: ultimi della classe nella scorsa stagione, zero vittorie, 16 gol realizzati e 88 subiti. Ripescati e inseriti nel girone G di Prima Categoria.

La Borgata arriva al ‘Guido Cernuto’ con l’undici titolare ritoccato rispetto alla formazione standard: mancano gli squalificati Capuani (dalla partita contro la Polisportiva Ciampino della scorsa stagione) e Mascioli (Moreno) e Piccardi la cui assenza a un certo punto della partita s’è fatta impetuosamente sentire. Per fortuna ci sono ritorni e nuovi arrivati: Capostagno, ad esempio, tornato a vestire la maglia granata ma stavolta difendendo i pali; Seydi (ex Fidelis), Pagano, Sonu e Caporalini giunti alla corte di mister Amico. 

 

Si parte subito a ritmi sostenuti: al 6′ minuto Chimeri atterra l’ala locale, diretta alla porta difesa da Capostagno. Un minuto dopo è Cicolò a pescare deliziosamente il guizzo di Capuzzolo: scatto del 2  granata fino all’area difesa da Lombardi, cerca il rigore ma l’arbitro non ravvede gli estremi per il tiro dagli undici metri.
Al quarto d’ora si presenta la prima occasione da gol su sviluppo di calcio d’angolo, su cui la Borgata applica il solito schema: la palla schizza fuori dalla mischia di piedi, terra, polvere e caos conseguente all’interno dell’area, Proietti prova a trafiggere Lombardi ma prima respinge e poi blocca. Tre minuti dopo Di Stefano tenta il tiro dalla distanza ma ancora una volta l’estremo difensore locale blocca in due tempi. 
Altro tiro dalla distanza, altro impegno per Lombardi: stavolta è Cassatella al 18′, il suo guizzo culmina con una bordata che termina di poco sopra la traversa.

La Borgata cerca di sistemarsi in campo e di attaccare con ordine ma negli ultimi metri qualcosa sembra non andare per il verso giusto: il campo di terra, pur romanticamente d’antan, non facilita le manovre dei granata e il gioco ne risente. Tanto i nostri hanno difficoltà, quanto il campo abbraccia il gioco del Casal Bernocchi: il gol di Candi arriva al 22′ sull’unica azione (e altrettanto unico errore della difesa ospite) sviluppata  dal Casal Bernocchi. Palla spiovente dalla difesa, controllo sghembo del difensore granata che diventa un assist, tocco morbido del centravanti e  Capostagno che non la vede neanche partire. Esultando, Candi, mostra la lingua in segno di scherno: “ve l’ho fatta a voi lestofanti canterini!”, sembra dire.

[Sono ben consapevole che non stesse pensando questo e che – potenzialmente – il registro linguistico si sarebbe orientato fortemente al turpiloquio. Ma è pur sempre una narrazione di quanto accaduto, suvvia!]

I nostri provano a rispondere quattro minuti dopo, grazie ad un calcio di punizione dal limite dell’area battuto da Cicolò: il pallone viene respinto dalla difesa e giunge ai piedi di Mascioli (Francesco). Stoppa, prende le misure in una frazione di secondo, si coordina e calcia precisamente all’angoletto basso. Troppo preciso: “fa la barba al palo” (come nelle immaginarie telecronache di Auro Bulbarelli e Massimo Caputi di Fifa ’98) e termina sul fondo. Dopodiché passano dieci minuti in cui il Casal Bernocchi cerca di amministrare il risultato allungando i tempo di gioco (a volte esasperandoli), passandosi la palla senza costruire realmente qualcosa di concreto ai fini della partita. La Borgata subisce l’atteggiamento locale ma per fortuna è solo la fine del primo tempo.

Fenice Borgata

Passano pochi minuti, ma davvero pochi minuti (due per l’esattezza) e la Borgata pareggia i conti. Lancio lungo di Capostagno a pescare Cicolò. Il capitano controlla e si libera del difensore: è a tu per tu col portiere ma Lombardi riesce a respingere. Ci pensa Proietti a mettere dentro: è lì, a un passo, 1-1.
La Borgata cambia gioco e si adatta a quel che il campo richiede: palla lunga e pedalare, verrebbe da dire. Lavoro sulle fasce e cross spioventi a cercare la punta. Nove minuti più tardi arriva il gol del vantaggio: calcio d’angolo, Mascioli è sul secondo palo e mette dentro. Un difensore locale calcia via ma più forte e in alto che può ma era già entrata: l’arbitro fischia, è 1-2.

Poi ci sarebbe tanto da dire ma da quel momento in poi l’euforia è stata  tanta, troppa. Mi limito a dire che al 20′ il bel gesto tecnico di Cicolò, non inteso da Di Stefano, avrebbe meritato miglior sorte, non foss’altro perché sarebbe stata un’occasione d’oro. Occasione per cui al 33′ protesta tutta la squadra del Casal Bernocchi: percussione di Albanese, buttato giù da un difensore granata [non ricordo proprio chi fosse, per un attimo ho pensato al possibile rigore e s’è annebbiata la vista] in area. L’arbitro fa segno di rialzarsi: non è rigore. Vola qualche cartellino, l’allenatore e tre quarti della panchina vengono richiamati. Servirebbe un guizzo che faccia chiudere la partita alla Borgata che inizia a soffrire il caldo (atroce) e la stanchezza: al 40′ De Pace si trova praticamente solo davanti a Capostagno ma il tiro non è così preciso. Un minuto dopo Di Stefano a un passo da Lombardi si divora il papabile terzo gol.

Poi cinque minuti di recupero, il triplice fischio e solo allora si gioisce davvero. La prima-della-prima è vinta e sono arrivati anche i primi 3 punti. 

Avanti Borgata!

Il tabellino della prima giornata | Prima categoria laziale | Girone G

CVN CASAL BERNOCCHI – BORGATA GORDIANI 1-2

MARCATORI: 23’pt Candi (CB), 2’st Proietti (BG), 13’st Mascioli F. (BG)

CVN CASAL BERNOCCHI: Lombardi, Lamarte, Cappai (43’st Romano), Pastori, Carrino (1’st Adiutori), Rizza, Cecchetti, Bernardi, Candi (1’st Ranieri), Mosso (25’st Albanese), De Pace. PANCHINA: Scacchi, Spizzica, Riccio, Coccia. ALLENATORE: Giovanni Riccio.

BORGATA GORDIANI: Capostagno, Capuzzolo (32’st Chieffo), Colavecchia, Pompi, Mascelloni, Chimeri, Di Stefano, Mascioli F. (22’st  Seydi), Cicolò, Cassatella (46’st Ienuso), Proietti (41’st Caporali). PANCHINA: Pagano, Caporalini, Sonu, Neri, Ciamarra, Chiarella. ALLENATORE: Fabrizio Amico 

ARBITRO: Lorenzo Zega (Albano Laziale)

NOTE: Ammoniti:
30’pt Carrino (CB), 40’pt dirigente accompagnatore (CB), 7’st
Mascelloni (BG), 15’st Proietti (BG), 25’st Albanese (CB), 30’st Cappai
(CB), 43’st Chimeri (BG)
Angoli: Casal Bernocchi 3 – 6 Borgata Gordiani. Recupero: 2’pt – 6’st.

 

Zona sudata (cit.)

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«Io non posso professare che degli interrogativi»

Posted on 2023/09/29 by carmocippinelli

Lo spunto per scrivere qualcosa su Fiori italiani è arrivato ieri. Avevo finito di leggerlo mentre ero a La Paz, nei pomeriggi ‘paceñi‘ dei primi fine settimana in cui tutta la città pareva che all’unisono avesse reclinato la testa sul guanciale (giusto per un paio d’ore). Pensavo e ripensavo a quello che avevo letto (di cui devo essere molto grato a Massimo, vicentino doc, di avermi fatto scoprire la figura di Luigi Meneghello) c’era qualcosa che covava ma che rimaneva ben al di sotto degli strati di pan di spagna freudiano.

Ieri ho avuto uno scambio con un interlocutore – collega, si direbbe – della secondaria di primo grado. Mi chiede perché non mi avessero ancora chiamato per un incarico, perché il mio nome, dunque, non sia stato riportato nei primi due bollettini di convocazione pubblicati dall’Ufficio scolastico regionale. Gli spiego che mi hanno saltato in una classe di concorso – di nuovo, come lo scorso anno – ma che stavolta ho presentato reclamo e ho contattato il sindacato, così da capire come muovermi. 

«Ma per le scuole medie, invece, perché non ti hanno chiamato?», dice guardando da un’altra parte. «No», rispondo con un sospiro (già sapevo dove si voleva andare a parare), «non le ho proprio inserite le medie nelle Gps».
L’interlocutore allarga le braccia come in segno di resa: «Eeh ma allora non è che vuoi proprio lavorare, eh».
«Non ho capito», rispondo basito.
«Ma, almeno le medie, mettile!» a questo punto viene interrotto dall’altro interlocutore che dice, serenamente, ma col tatto di una scavatrice a otto benne: «è che non ha famiglia, può anche non lavorare». Paternamente, il secondo prosegue: «è che si entra più tardi di ruolo alle superiori: io sto ancora su sostegno, ma sono di ruolo e non mi caccia nessuno, poi al massimo farò il passaggio su altra classe di concorso». Iniziava a sibilare nelle mie orecchie una voce familiare che diceva “amico caro..”.
Il primo interlocutore continua: «ma con le medie lavori subito, se non le metti nemmeno significa che non ti interessa di lavorare».
«No guarda – provo a ribattere – il problema è un altro: non mi sento in grado di lavorare con i ragazzi delle medie: ho bisogno di altro, dico sul serio, farei solo danni alla secondaria di primo grado».
«Ma che danni e danni! Ma tu co le medie devi aprì il libro e dì “dai, ragazzi, aprite il libro a pagina 7 e leggiamo”, così devi fa!», come a voler sottintendere: “Li fai sta zitti un’ora, te passa la giornata e c’hai lo stipendio”. Se ne va voltandomi le spalle con aria di sufficienza perché “non ho famiglia” e dunque “non ho esigenza di lavorare”. 

Si potrebbe aprire un lunghissimo – e forse noiosissimo – dibattito sull’affermazione per cui se una persona non tiene famiglia, non abbia reale esigenza di lavorare, dunque non ha quella voglia di “sgomitare” che sarebbe il contemporaneo istinto di sopravvivenza proprio delle metropoli del XXI secolo. Se una persona convive, non ha impellenze per i figli: fa quel che vuole con serafica calma, aspettando il posto giusto e il cadavere del nemico sul letto del torrente. Evidentemente non è così, ma loro non sanno dei dottorati tentati in circa quattro anni, tutti respinti o con motivazioni futili, o per un punto in meno o perché “dia retta a me, non è il suo turno”, oppure “lei vuole creare dibattito nella società scientifica: aspetti di avere una quarantina d’anni per questo”. E varie altre porte in faccia di cui ancora ho il solco sulla fronte (sul naso no, data la dimensione).

Ma basta con le doglianze. Andiamo al punto vero. 

Lo strumento di trasmissione del sapere con cui il collega in materia scientifica, di ruolo presso un noto istituto comprensivo romano, imposta il lavoro, segue una teoria scientifica codificata dal già senatore Antonio Razzi: «fatt li cazz tuoi» (andando a chiudere il cerchio della frase che iniziava a ronzarmi in testa “amico caaaro…”). “Prendi il posto e fingiti morto” o – alla meglio – fai passare la giornata e tutto passa, alternativa statale a “prendi i soldi e scappa”: nessuno guarderà il tuo operato, nessuno ti giudicherà per quello, l’importante è che tu sia ineccepibile da un punto di vista formale. Mentre la conversazione volgeva al termine, il pensiero correva subito alle pagine di Fiori italiani e al suo incipit: «Che cos’è un’educazione?». 

«Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzotto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a  rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. “Noi siamo vasi di fiori”, disse. “Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire”». [p. 47]

La mente corre ai professori che ha avuto S., protagonista del romanzo, nel corso del suo percorso, dalle elementari alle superiori, nonché al sistema scolastico dell’epoca fascista in generale, plasmato dal regime con dovizia di particolari ideologici ma che alla sostanza e alla “fioritura” non badava affatto.

«Per gli Agonali, che parevano allora aspetti concreti della vita come
gli Stivali, tutti gli alunni di una determinata città, in gara tra
loro, svolgevano per iscritto temi di interesse pubblico del tipo :
“L’Italia ha finalmente il suo Impero” (dove ci sarebbero da discutere
tre idee principali: “ha”, “finalmente” e “suo”) con la solita tecnica
di identificare le risposte alle domande in esse implicite: Chi ha
finalmente l’Impero? (L’Italia.) Che cos’ha finalmente l’Italia?
(L’Impero.) Di chi è ciò che l’Italia finalmente ha? (Suo.)» [p. 112-113]

«Si soffriva per la mancanza di idee e di convinzioni, non già per il tentativo di indottrinarci. I pochi che ci provavano facevano ridere, mentre la mancanza di idee non era ridicola, era tragica». [p. 137]

E se Meneghello si chiedeva [p. 67]: 

«Ci saranno pur stati maestri e genitori che avevano delle riserve [sul tipo di messaggi e contenuti veicolati dai libri di testo del regime fascista, ma dov’erano? Il bambino è padre dell’uomo: ma chi è il padre del bambino?».

Nel caso specifico del colloquio avvenuto, il padre del bambino non c’è: s’è acclimatato al “si fa così” e alla sopravvivenza del mondo spietato di questa contemporaneità. L’interesse non è il vivaio quanto piuttosto il mantenimento di un’unica pianta: la propria. La speranza risiederebbe nella fioritura del “bambino-padre-dell’uomo” sperando che incontri insegnanti disposti a mettergli un po’ d’acqua nel vaso di tanto in tanto. Perché non importa cosa si fa in classe, l’importante è stare – per loro -. Che si producano danni irreparabili al termine di quel percorso di studi, non è un problema che li riguardi, dopo una certa data. Sarà questione che si affronterà al liceo: “ma tanto io insegno alle medie”.
Lo spirito erinnico di Razzi continua a volteggiare.

Così, mi è tornata in mente una supplenza – breve, per fortuna – prima dell’incarico annuale che ho svolto un paio d’anni fa in una scuola bene del centro di Roma: vedevo il Tevere a un passo, di fronte a me grandi vie a due corsie portavano il flusso di automobili alla tangenziale o dentro l’intestino della città. Il mio io periferico era curioso di entrare in contatto con quel mondo, distante da Torre Maura poco più di una ventina di chilometri ma sideralmente lontano da svariati punti di vista. Entro in una classe e dico loro di togliere i telefoni e di poggiarli sulla cattedra, come faccio di solito. Lamenti, frasi sprezzanti dette sottovoce “ma io mica so se è legale, sta cosa, mo me nformo”, contrarietà plurime: «E ‘r suo ndo sta prof?!», chiede una ragazza vestita di rosa dalla testa  ai piedi. Mentre me lo chiede lo sfilo dalla tasca e lo rivolgo a “schermo in giù” sulla cattedra: tutti i dispositivi sono lì. Dopo quattro secondi netti i ragazzi cercano distrazioni: c’è chi inizia a contare le penne, chi smania sulla sedia, chi rivolge lo sguardo da una parte all’altra facendo impazzire le pupille, una ragazza in particolare inizia a disegnare su un foglio ma poi inizia a pigiarci sopra le dita. Mi avvicino: aveva disegnato lo schermo di uno smartphone con tanto di applicazioni. (*)

Il fiore va annaffiato, ma esistono i fiorai in grado di potare, anziché recidere?

(*) Non mi soffermo in giudizi o critica nei confronti del piano di digitalizzazione e “nuova didattica” (im)posto dal Governo dal momento che credo traspaia evidentemente come sia molto critico nei confronti di un provvedimento abominevole.

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Corruzione e sospensioni ai campionati professionistici: la lunga notte del calcio in Bolivia

Posted on 2023/09/23 by carmocippinelli
Nel complesso sportivo “Camoco Chico”, nella zona del Macrodistrito Maximiliano Paredes, le attività legate allo sport di base si susseguono incessanti. Ad ogni ora del giorno è possibile vedere le squadre di calcio femminile che si allenano, i bambini (coi loro cappelli per proteggersi dal sole ustionante che batte a 3600 metri d’altezza) che si dispongono in campo secondo le indicazioni dei loro allenatori, atlete e atleti nelle piste poste al lato della struttura. Capita anche di vedere qualche partita ufficiale del variegato mondo dilettantistico-amatoriale di La Paz: oltre alle attività che in Italia verrebbero considerate “di base” (scuola calcio e campionati conseguenti per adolescenti a diversi livelli di capillarità territoriale) si tengono anche le leghe seniores, ovvero per chi ha compiuto dai 37 anni in su. Insomma: calcisticamente parlando tutto sembra scorrere in quella che è a tutti gli effetti una tranquilla, fresca e assolata giornata di metà settembre.

Il punto è, sempre calcisticamente parlando, che la Bolivia ha evidentemente vissuto tempi migliori per quel che riguarda il mondo del professionismo legato al calcio a 11 maschile. Da metà agosto tutti i campionati professionistici, compresa la Liga (cioè la massima serie) sono stati interrotti: stop totale. Un mese nefasto per il calcio boliviano che già da tempo languiva e non godeva di buona salute a causa di dichiarazioni incrociate tra presidenti ed esponenti di primo piano delle federazioni calcistiche di calciatori e dell’organizzazione generale.

La punta dell’iceberg è stata rivelata il 30 agosto [2023] quando il presidente della Federazione boliviana di calcio, Fernando Costa, ha convocato una conferenza stampa denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa ha denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si nasconderebbe «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano», a proposito della conferenza della Federazione calcistica tenutasi nella città di Santa Cruz. Ma come ogni avvenimento imponente, le cause sono da ricercare prima del fatto accaduto.
Un altro passo indietro è necessario. 

Partite truccate: la piovra e la cupola

Il primo a dichiarare pubblicamente un fatto simile è stato l’ex presidente boliviano Evo Morales Ayma, ora presidente del Palmaflor (modesta squadra di bassa classifica) che rappresenta un mondo piuttosto influente in Bolivia: i cocaleros. A fine 2022 Morales diventa presidente della squadra di Cochabamba e da quel giorno detiene la doppia carica di presidente del sindacato dei cocaleros (cioè i coltivatori di coca) e della squadra di calcio la cui proprietà è riconducibile all’organizzazione di cui sopra. Il 30 agosto Federico Molina su «El Paìs» scriveva: «Morales, per conto del Palmaflor, aveva dichiarato che la sconfitta di Coppa [contro il Blooming] si sarebbe verificata a causa del “gioco al ribasso” di alcuni giocatori» prima del fischio d’inizio. Parrebbe un’accusa di combine. Molina ha ricordato che queste parole sono state pronunciate dall’ex presidente boliviano nell’ambito delle interlocuzioni tra la federazione calcistica boliviana e l’organizzazione sindacale di cui Morales è presidente riguardo la mancata erogazione degli stipendi ai giocatori del Palmaflor. Accusa e fuoco incrociato. Un litigio, quello tra Palmaflor e Blooming, che non ha mai smesso di cessare: nel marzo di quest’anno le due compagini si sono rese protagoniste della prima partita al mondo durata per tre tempi anziché due, con la terna arbitrale che ha concesso 42 minuti e 11 secondi di recupero. «Niente giustifica il recupero così imponente» commentava «Espn», portale digitale sportivo panamense il giorno successivo della partita: il Blooming stava conducendo la gara ma tra VAR, discussioni tra giocatori, sostituzioni che sarebbero durate un tempo molto più lungo del normale, si è arrivati a disputare tre tempi. Tra pozzanghere e pioggia incessante, decisioni dubbie e tensione alle stelle, la terna arbitrale (tutti paceños) è stata successivamente sospesa. Stessa sorte è toccata al personale addetto al Var (della federazione di Cochabamba). A tal proposito, Morales si è sentito in obbligo di rivelare che qualcosa non stava andando per il verso giusto, o che comunque avrebbe dovuto funzionare diversamente. I quotidiani boliviani allora avrebbero parlato di “presunta mafia”, un termine che riesce ad essere universale anche a distanze siderali dall’Italia. Che Morales abbia messo semplicemente le mani avanti? Non ci è dato saperlo. Almeno non ora. Secondo il quotidiano digitale «la Opiniòn»: «A metà agosto, il presidente del Club Palmaflor del Trópico [Morales] ha affermato pubblicamente che “ci sono giocatori che si accordano per truccare le partite”», il riferimento è al confronto di coppa col Blooming. E ancora si legge: «“Ho delle informazioni, purtroppo non tutti i calciatori sono corretti. Ci sono alcuni che negoziano sottobanco”».

Poi, il proverbiale patatrac.
La Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), proprio nei giorni di massima tensione di fine agosto, ha respinto la dichiarazione in un comunicato ufficiale, ha chiesto a Morales di provare concretamente le affermazioni esternate, si è dissociata dalle parole dell’ex presidente ma ormai si era sul piano inclinato in cui la biglia può solo schizzare verso il basso.
Fernando Costa ha dato l’annuncio della sospensione del campionato: provvedimento sostenuto con 14 voti favorevoli, 1 astenuto e 2 contrari tra i club partecipanti alla massima serie [17]. Tutto annullato: coppa e campionato di clausura. La classifica congela The Strongest prima, Nacional Potosì al secondo posto, Bolivar al terzo e Always Ready di El Alto al quarto.

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo», recita il comunicato di Erwin Romero, presidente della Fabol, «pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate». Possibili, ma ancora non certe. Si attendono, ora, i verdetti della Fifa, interpellata dal presidente Costa, e della Conmebol per sapere se e quando il campionato possa riprendere e in che condizioni.

Riecheggiano i fatti del novembre 2018 nelle parole di Romero. In quella circostanza la federazione chiese aiuto alla Fifa per sanare una situazione emersa direttamente in campo: Pedro Chàvez, calciatore paraguaiano allora in forza al Guabirá, disse ad un rivale come tutti sapessero che le scommesse erano affare del Real Potosì. Le dichiarazioni fecero il giro di tutto il mondo, finirono anche su «El Paìs»: «[i giocatori] Non vengono pagati da quattro o cinque mesi e rischiano la vita nelle riunioni». Chavez ritrattò, il Potosì non ammise nulla e anzi rigettò le accuse.

¡Vergonzoso!

Già Carlo Emilio Gadda nel “Pasticciaccio” descriveva che una catastrofe non è mai «la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare». La verità è che una catastrofe porta con sé «come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». Vien da sé, alla luce di quanto letto, che lo scandalo più imponente dell’ultimo decennio che ha investito il calcio boliviano non poteva arrivare in un momento peggiore: il 14 settembre la verde doveva disputare una partita importantissima valida per le Qualificazioni mondiali allo stadio “Siles” di La Paz contro i campioni del mondo dell’Argentina. La partita finisce 0-3 per l’albiceleste (senza Messi) e nemmeno l’altitudine (lo stadio è a 3.600 metri d’altezza) ha giocato a favore della rappresentativa boliviana. Débâcle su tutta la linea. Durissimo il giornale «El diario» il giorno dopo la pesante sconfitta: «la selezione boliviana è la peggiore delle Qualificazioni sudamericane per il Mondiale del 2026. In due partite un solo gol fatto e ben otto subiti. Gli errori dei giocatori durante la partita sono stati una costante di una squadra disordinata, improduttiva e senza la minima attitudine alla motivazione. A tutto questo si aggiunga il poco criterio dell’allenatore che non ha pianificato correttamente la partita». L’ultima volta che la nazionale della Bolivia ha partecipato ad un torneo internazionale è stato nel 1994, da allora sembra non avere fine la lunga notte che tormenta il calcio boliviano.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/la-lunga-notte-del-calcio-in-bolivia/
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Destinazione minibus – [cose strane della Bolivia #2]

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Piccolo post senza pretese (e del tutto non esaustivo) sul confuso sistema di  trasporto su gomma pubblico/privato presente a El Alto e a La Paz.

 
Nel mese trascorso in Bolivia ho avuto un passatempo del tutto peculiare, tipicamente nicchista. Mi sono appuntato tutte le marche cinesi di automobili, minibus, van, camion e mezzi di trasporto in generale che ho notato.
 
Se si dovesse leggere l’elenco ne verrebbe fuori un meraviglioso kaleidoscopio di suoni terminanti con la n come nelle peggiori barzellette, crogiolo di luoghi comuni.
Changan, Jin Bei, Keyton, King Long, Yuejin, Foton, Golden Dragon, Haval sono solo alcuni nomi attraverso cui si impernia il sistema di trasporto di El Alto e di La Paz, maggiormente. Che poi i minibus si trovino anche a trecento chilometri di distanza dalla capitale e siano King Long anche lì, sembra un’ovvietà, dunque è bene sorvolare su questo aspetto. Cosa sono i minibus? C’è chi li chiama colectivos, un termine che farebbe comprendere meglio la natura peculiare di questo trasporto che è privato ma pubblico

Trasporto pubblico?
Esiste e costa anche poco. Si tratta di un trasporto su gomma, di linee di autobus come siamo abituati a vederli nelle città in Italia: sono i Pumakatari. Autobus imponenti di colore arancione e chiamati così perché vi hanno raffigurato un puma stilizzato sui fianchi e fanno parte del progetto governativo che prevede il collegamento tra la città e le parti più remote della valle su cui si adagia la capitale boliviana (“La Paz bus”). «”La Paz Bus” è il sistema integrato di trasporto del Comune di La Paz» ha l’obiettivo di: «fornire un trasporto sicuro, affidabile e amichevole a tutta la popolazione della nostra città lungo i nostri percorsi». Il viaggio da La Paz al punto più lontano collegato costa 2 boliviani e
30 centavos, cioè 0,31 centesimi di euro. Non sto neanche a dire che la
flotta dei Pumakatari è totalmente King Long. Se ti abboni, però, i
viaggi costano 80 centavos, cioè 0,11 centesimi di euro. Alla faccia dei
rincari in occidente.
La pubblicità del Pumakatari si premura di sottolineare l’espressione “viaggio amichevole”. Un aggettivo da non sottovalutare. Le tre regole per la guida e la sopravvivenza pedonale in Bolivia – codificate seduta stante replicando quelle che ci hanno detto i nostri primi angeli custodi del nostro viaggio, cioè Sirio e Martina – sono poche e semplici: i semafori sono consigli, non esistono segnali stradali (men che meno strisce pedonali), i minibus fanno quello che vogliono. 

Ma torniamo a noi. I minibus.
In sostanza sono dei van guidati da un autista privato che possono contenere fino a 15 persone. Gli itinerari dei minibus cambiano a seconda della tratta che il chofèr (l’autista) decide di intraprendere quel giorno: cambiano anche nel corso della stessa giornata, pur mantenendo alcuni punti fissi. Un itinerario mobile qual piuma al vento o a seconda della volontà dell’autista, tacitamente e insindacabilmente. Le destinazioni sono indicate con dei cartelli (rigorosamente “amovibili”) affissi sul vetro della vettura: indicano quali punti di interesse saranno toccati. Ma dimenticatevi le fermate: l’importante è che al punto in cui si voglia scendere uno urli una cosa tipo «A la esquina por favor!» (cioè: «all’incrocio, per favore») e l’autista si fermerà. Per la chiamata la cosa è analoga: basta alzare un braccio e il minibus, se ha posto, si fermerà. Il passaggio costa dal boliviano e mezzo ai due boliviani, ovvero da 0,20 centesimi a 0,27 centesimi di euro. Se sei bianco, se sei gringo, tuttavia, capita che la tratta la paghi 2 boliviani anziché 1,50. 

L’ultimo che sale, chiude la porta (scorrevole). Come la cholita in foto ad inizio del post.
Poi ci sono gli urlatori, quelli che si guadagnano un boliviano a gridare a bordo della strada quando vedono dei minibus fermi al semaforo oppure in attesa che il mezzo si riempia davvero. A volte salgono anche sul mezzo semivuoto e, prima che un flusso più o meno copioso di persone riesca a salire sul pulmino, trascorrono a passo d’uomo alcune centinaia di metri urlando tutte le zone toccate dal van.

Tipico urlatore a bordo di un minibus

Tutti i choferes sono sindacalizzati, chi più chi meno, in un dedalo di organizzazioni, molte più di quelle che possono immaginare le circonvoluzioni cerebrali di uno avvezzo alle divisioni della sinistra comunista italiana. Certo è che quando gli autisti si organizzano per uno sciopero e per un blocco, i collegamenti tra El Alto e La Paz si interrompono completamente. Le divisioni, in questo caso, o contano poco o tantissimo: c’è chi si unisce ai blocchi anche se non è dei sindacati che stanno scioperando, c’è chi viene preso a sassate sul parabrezza (letteralmente) qualora non si unisca alla lotta. I blocchi sono letterali: i minibus si mettono di traverso nelle poche strade che collegano le due città, formano un po’ di barricate rudimentali ulteriori e il gioco è fatto. Non passa nessuno. 
Nella nostra prima settimana, in cui si stava paventando un aumento del pedaggio dell’autostrada che collega La Paz a El Alto da 2 boliviani a 2 e 50 centavos, il blocco ha costituito un problema non indifferente. Certo, c’era il teleferico, ma nessun mezzo su gomma trasportava dal un punto x (capolinea del teleferico) all’altro y. I Pumakatari a El Alto semplicemente non esistono.

E poi ci sono tutti gli altri mezzi di trasporto. Ci sono i taxi (ma quelli sono universali) con l’eccezione del trufi, cioè una sorta di taxi collettivo che trasporta fino a cinque persone. E poi ancora i Micro T: stesso principio dei minibus ma con automezzi degli anni ’50 del Novecento, ancora perfettamente utilizzati. «Quando sono arrivato qui attorno al ’76 – ci dice Riccardo Giavarini – i mezzi di trasporto erano questi… e ci sono ancora!», indicando un tanto datato quanto imponente Micro T (l’ossimoro è tutto voluto) marca Dodge. Scorrono lenti e motoristicamente murmureggianti  nel frenetico, inquinato e caotico traffico paceño e alteño. Si difendono col prezzo: 1 boliviano e 50 centavos per ogni passaggio, nessun aumento, nessun rincaro. Si sta un po’ stretti, ma si arriva a destinazione.

(Le foto, a parte quelle sul Micro T, sono state scattate dall’autorevole componente valserianina della fraternità di Cairoma2023, ovvero Letizia).

La prima di «El Diario» a bordo del Micro T  sulla salita per Munaypata il giorno dopo la pesante sconfitta (0-3) subita dalla Bolivia contro la nazionale Argentina.

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Foto storte dalla Bolivia (quelle dritte le ha scattate Maria)

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Che viaggio sarebbe senza la mitica Foto storte Production?

Oh, poi se dovesse andarvi di leggere anche qualcosa, trovate tutto cliccando qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search/label/Bolivia

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Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Posted on 2023/09/12 by carmocippinelli

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

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Cose strane della Bolivia #1

Posted on 2023/08/31 by carmocippinelli

Tipica doccia boliviana

Primo elenco di “cose strane”, che ho visto in Bolivia. 

La doccia con la resistenza elettrica
In Bolivia pare le case non siano dotate di scaldabagno o di altri apparecchi per riscaldare l’acqua a fini di abluzioni igieniche. I soffioni delle docce dunque hanno collegati dei fili scoperti collegati ad essi (mi perdoneranno gli elettricisti per la spiegazione ma sono un umile umanista che non capisce nulla delle leggi di Ohm e affini). Il trucco per non perdere la vita è lavarsi ponendo il corpo al di sotto di un’immaginaria Linea Gotica tra il getto d’acqua e la tua testa. 

L’acqua che però «es Coca Cola, senor»
A La Paz l’acqua del rubinetto è meglio non berla. Le due marche più famose sono la Villa Santa (azienda boliviana) e Vital, questa è prodotta della Coca Cola. Quando vai a comprarla in una qualche “tienda”, il venditore tiene a specificare che quella che costa un boliviano di più è migliore perché «es Coca Cola senor». Come a dire: te sto a vende la Coca Cola, eh, mica robetta. E tu stai lì come Max Collini quando nota la marca “Danone” dietro i wafer Tatranky. 

«No es carne, es pollo»
La Bolivia non è famosa per il cibo. Ci sarà un motivo per cui la Bolivia non è così famosa per il cibo, o no? In un paio di occasioni ci è stata proposta della carne ma, rifiutandola e preferendo delle verdure (specialmente i primi giorni), ci è stato risposto più volte così: «Ma no, non è carne: è pollo!». Avremo poi scoperto col passare dei giorni che il consumo di pollo, specialmente tra gli strati più popolari della popolazione, è decisamente massivo e che se stai male con lo stomaco non è che ti mangi il riso bianco come in Italia ma il brodo di pollo.

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Dodici anni di “Qalauma” in un paese ancora in difficoltà con l’amministrazione della giustizia

Posted on 2023/08/28 by carmocippinelli

La sede di “Qalauma” è nella città di Viacha. O meglio: nella comunità “Surusaya Suripanta”, facente parte del comune di Viacha. Una sorta di frazione nel bel mezzo dell’altipiano a oltre 4.000 metri d’altezza. Per arrivarci ci si può affidare al minibus (un trasporto privato che funge da servizio pubblico del dipartimento di La Paz trasportando le persone in van da 8-10 posti) o al trasporto privato. Tertium non datur. Una volta abbandonata El Alto, c’è una sola strada che funge da collegamento con Viacha: quella che è chiamata “autostrada” in realtà è poco più che un rettilineo perpetuo asfaltato – più simile alle strade statali italiane che ad una autostrada vera e propria – che taglia metaforicamente l’altipiano e porta a Viacha, la città dei mattoni. L’unica fonte economica e di sostegno di Viacha è quella che viene dalla costruzione, produzione e distribuzione di materiale edile che serve a sé e all’immenso sviluppo disorganizzato di El Alto. 


Vivere a quattromila metri

Secondo l’Istituto nazionale di statistica della Bolivia, la città di El Alto conterebbe «approssimativamente» 1.089.100 abitanti. Almeno stando i numeri del 2021, sebbene non siano del tutto sicuri neanche da fonti governative. Facile immaginare quanto ci sia di “sommerso” che non emerga dai numeri, tra irregolari e migranti provenienti primariamente dal Venezuela e diretti verso il Cile. El Alto è una città il cui sviluppo si misura con l’unità di misura del disordine e attraverso l’approssimazione di chi sta costruendo condomini, case e nuovi agglomerati urbani (letteralmente “zone di urbanizzazione”) che, pian piano, si sono estesi a tal punto fino a farle raggiungere due livelli significativi: diventare la città più popolosa di La Paz (il cui numero di abitanti è sceso sotto al milione) e abbracciare completamente anche l’aeroporto internazionale con costruzioni di ogni tipo. Case non finite ai piani superiori ma abitate a piano terra, tetti di lamiera, cancelli e portoni rimediati da altre costruzioni, strade sterrate che si alternano a quelle asfaltate, servizi di base non garantiti per tutti rappresentano la quotidianità piena di diseguaglianze di El Alto. Una quotidianità alteña fatta di informalità economica, di ambulanti che contano sulla giornata, su pochi negozi che vanno oltre il settore alimentare e quello delle riparazioni delle automobili e naturalmente di estrema disuguaglianza. Una quotidianità fatta anche di giustizia sommaria. Capita spessissimo di leggere scritte a vernice – abbastanza minacciose per chi non è del posto – sui muri di mattoni che cingono le varie proprietà delle case poste nelle vie interne di El Alto, ad esempio: “auto sospetta sarà bruciata e proprietario linciato”, con tanto di disegno di una auto ribaltata e con fiamme che si levano dalla parte inferiore. Altre scritte poco invitanti sono quelle dedicate a chi ruba: “ladro colto in flagrante, sarà bruciato“. Come si fa a capire che un’auto sia sospetta o meno? Ci si affida al fiuto. Così come pure capita di imbattersi in manichini vestiti di tutto punto ma impiccati ad un palo della luce: un avvertimento per chi ruba. L’amministrazione della giustizia, con tutta evidenza, non è il punto forte di La Paz o di El Alto: la vendetta personale, la giustizia sommaria parrebbero vigere incontrovertibilmente. 
Roccia e acqua: ma non lo si chiami “carcere”
In questo contesto non troppo facile, nasce nel 2011 il primo centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti di tutto il paese: “Qalauma”, una parola aymara che significa “roccia” (qala) e “acqua” (uma). Il significato del nome si perde nei meandri della cultura locale e può essere spiegato a lettori occidentali come una lettura positiva del detto latino “gutta cavat lapidem” (una goccia [d’acqua] scava una roccia) per cui l’acqua riesce a dar forma anche alla roccia.
Guai a chiamarlo carcere: centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti (in realtà all’interno ci sono ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 28 anni) significa abbattere alla radice (o almeno tentare) ogni sentimento di recidiva una volta fuori dal centro. Prima di “Qalauma” in Bolivia non esisteva uno spazio dedicato a minori che avessero violato la legge: la persona che più si è attivata per questo progetto di giustizia riparativa è un italiano: Riccardo Giavarini. Nato a Telgate (Bg) sessantotto anni fa, da quarantasette vive in America Latina, in Bolivia (con una parentesi peruviana) e poi nuovamente a La Paz. Da pochi mesi è stato ordinato sacerdote e ha partecipato anche lui – ricevendo anche un riconoscimento per il lavoro svolto – alla ricorrenza dei dodici anni di “Qalauma” a cui erano presenti tutte le autorità della politica di La Paz e della polizia boliviana. 

«Ci sono stati vari finanziatori per la realizzazione di “Qalauma”», ha spiegato don Riccardo ad Atlante, «dalla Unione Europea alla Conferenza episcopale italiana. La Cei ha supportato la realizzazione del centro approvando consequenzialmente tre progetti a cui poi sono seguiti gli appoggi importantissimi dei governi italiano, tedesco, svizzero e spagnolo». E poi, ovviamente, la Diocesi di Bergamo, la Ong veronese Progetto Mondo MLAL e tutta una serie di altri gruppi di sostegno del mondo cattolico e del volontariato laico.
Il punto centrale di “Qalauma” non è quello di rappresentare un istituto di pena ma un vettore di reinserimento sociale: la giustizia riparativa don Riccardo ce l’ha a cuore, prima ancora che fosse ordinato sacerdote e viveva in Bolivia analizzando le contraddizioni della giustizia (e della società) boliviana. Prima di “Qalauma” i ragazzi adolescenti che avevano violato la legge e dovevano scontare una pena erano detenuti nel medesimo spazio di reclusione degli adulti e questo – ha spiegato Giavarini – rappresentava un problema: abusi e violenze erano molto frequenti. 
«Anche il governo boliviano ci ha sostenuto», ci tiene a precisare don Riccardo e lo ha fatto anche durante la Celebrazione Eucaristica di giovedì 24 agosto ricordando la prima “Defensora del pueblo” Ana Maria Romero de Campero a cui è intitolato il centro di reinserimento sociale di Viacha: «è stato grazie a lei che ho potuto cominciare a muovermi: a fare progetti, a studiare che tipo di impostazione dare al centro».
Tre anni dopo l’inaugurazione, nel 2014, anche l’allora ministra della Giustizia, Sandra Gutiérrez, espresse il proprio sostegno nei confronti del «progetto pilota di “Qalauma”» esprimendo il desiderio di implementazione del centro. 
Il carcere autogestito, l’ultimo passo dell’idea
“Qalauma”, nella concreta utopia di Giavarini, avrebbe dovuto seguire un modello brasiliano che prevedeva la totale autogestione dei minori coadiuvati da personale educante scolastico e legato ai servizi sociali. È il metodo Apac, protezione e assisenza ai condannati: autonomia, autodisciplina e responsabilità. Lo sforzo iniziale di don Riccardo Giavarini tendeva espressamente al modello brasiliano: «prima di proporlo alle autorità boliviane sono andato in visita in Brasile, in un istituto penitenziario minorile senza polizia, per vedere come fosse la situazione e rimasi stupito di quanto positivo fosse quello schema di organizzazione». Le autorità boliviane tuttavia non ritennero valida l’impostazione senza l’elemento della sorveglianza della polizia e “Qalauma” può essere considerato un laboratorio “a metà”. In attesa del compimento dell’idea iniziale a cui Giavarini continua a tendere. Nel mentre, però, l’ex missionario laico bergamasco non si annoia affatto dal momento che è direttore generale della “Fundacion Munasin Kullakita” (anche qui: una parola aymara che significa “amati, sorella”) un progetto che gestisce una casa a El Alto per ragazze minori vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.
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La Paz (prima parte)

Posted on 2023/08/22 by carmocippinelli

21 Agosto, ore 10:00. Ora locale, ovviamente. Sei ore in meno rispetto all’Italia. A La Paz, ma come in tutto il Sud America, è inverno. Siamo partiti da Roma con 30 gradi e siamo arrivati a El Alto, all’aeroporto internazionale di La Paz, con la metà dei gradi. L’aereo della compagnia di Stato “Boliviana de aviaciòn” (Boa) era un incrocio tra un EasyJet e un Ryanair di una decina di anni fa, probabilmente ne avrà avuti una ventina ma ci ha portati sani e salvi da Santa Cruz a La Paz. Arrivare in Bolivia non è semplicissimo: da Roma bisogna fare tappa a Madrid, da Madrid prendere un volo per Santa Cruz per arrivare a El Alto. 

Volo cancellato
Una volta approdati a Madrid ci arriva una bella (si fa per dire) mail in cui ci viene annunciata la cancellazione del volo della compagnia Amaszonas che ci avrebbe portato da Santa Cruz a La Paz. Andiamo a chiedere aiuto al personale di terra di Air Europa e ci dicono che sicuramente una volta arrivati lì ci avrebbero fornito una soluzione: “Avreste anche diritto ad un rimborso del biglietto, bueno, certamente con le leggi europee, con quelle di lì….”. A questo punto la dipendente di AirEuropa muove le sopracciglia, come un arciere tende l’arco, alza le spalle. Molto poco incoraggiante ma c’era da affidarsi, in poche parole. La soluzione è arrivata con la Boliviana de Aviacion nonostante nel volo da Madrid a Santa Cruz abbiamo incontrato un signore spagnolo-boliviano che ci ha “tranquillizzato” moltissimo: “No, Boa es peòr, mucho peòr de Amaszonas”. La mia paura dell’aereo, carsica durante il volo, è diventata di proporzioni oceaniche – letteralmente – dopo aver sentito le rassicurazioni di Javier. 

Falta de oxigeno
Cioè “mancanza di ossigeno”. Slacci la cintura, ti incammini verso la porta d’uscita e ti senti molto pesante. Mettere un piede davanti all’altro, proverbialmente parlando, non è facile e bisogna darsi tempo, come in questi primi giorni: uscire per fare il giro di qualche quadras (isolati) è già tanto, fare le scale di buon passo implica una ricerca costante di ossigeno una volta terminate. Il mal di testa è stato costante i primi due giorni e il secondo ancor più intenso del precedente: gli occhi uscivano fuori dalle orbite e le tempie pulsavano come se avessi assistito ad un ipotetico concerto di 72 ore dei Sepultura. 

El Alto
Tecnicamente, la città di El Alto rappresenta una realtà a sé, autonoma rispetto a La Paz. Nata come agglomerato spontaneo di case, spesso non troppo ben costruite, è diventata una città enorme con tutti i problemi che questo sviluppo spontaneo ha rappresentato nel corso degli anni. Una città di un milione e più di abitanti nata come le borgate romane extra Raccordo Anulare: una borgata Finocchio enorme che si estende così grandemente da non riuscire a vederne la fine. Se La Paz è la ciudad del cielo perché è situata a 3.500 metri, El Alto (4.100 metri) guarda (sovrastandola) tutta la valle su cui sono distesi i quartieri della capitale politica boliviana. Lo sviluppo totalmente diseguale di El Alto ha fatto sì che la città abbia più centri e più periferie al contempo: Avenida Boliva, per fare un esempio, è una delle vie principali di El Alto ma tuttavia non è la unica avenida principale. Le case sono cresciute e crescono, tutt’ora, caoticamente, in modo disordinato e senza una reale pianificazione: tutto è lasciato ad una iniziativa privata totalmente arbitraria e soggettiva. Costruzioni mezzo terminate sono abitate ai piani bassi mentre operai zelanti – in spregio dell’altura, ma questa è un’osservazione tutta occidentale – costruiscono gli altri piani, tetti di lamiera temporanei diventano “a tempo indeterminato” e i servizi di base non sempre sono assicurati. L’industria più fiorente – si fa per dire – è quella dei mattoni (la mente corre subito a Calzinazz di “Amarcord” e alla sua poesia in cui tutta la discendenza patrilineare “fava i matoni”) anche se non c’è una vera e propria economia della città: “è tutto legato all’imminenza” ci dice Riccardo Giavarini (da poco padrecito, cioè sacerdote) ma anche un po’ all’improvvisazione e all’approssimazione: banchetti per strada molto raffazzonati, mercati composti da una fila di baracche riempiono i lati delle strade asfaltate (non troppo bene) della città. 

Mi teleférico
Su internet si trova di tutto – scritto da chiunque – riguardo il peculiare trasporto pubblico di La Paz/El Alto, dunque non scriverò cose già dette meglio e più esaustivamente da altri, mi limito solo a dire che el teleférico è una idea geniale ma al contempo – per me che non apprezzo così tanto “il volo in sé” – abbastanza pauroso. Mi spiego: El Alto, e già il nome lo enuncia, un luogo più elevato di La Paz: la linea morada che collega le due città compie una specie di salto nel vuoto di parecchie centinaia di metri. Le foto parleranno da sé, anche se scattate con uno smartphone impugnato da un soggetto estremamente pauroso del volo e dell’altitudine:

Il fatto che abbia scattato la foto ben lontano dal costone – e non a ridosso di esso – fa facilmente presupporre al lettore la sensazione del tutto rilassata con cui abbia affrontato la discesa.

La discesa verso La Paz

La discesa verso La Paz (2)

Uno dei tanti canchitas (che però è femminile) de futbol di El Alto

El Alto e le montagne innevate sullo sfondo

La valle in cui è stata costruita La Paz. 

La prossima volta porterò la macchina fotografica e tenterò di scattarne delle altre. Sperando che riesca a scattarne di dritte.

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Calcio on the rocks – il manifesto

Posted on 2023/08/04 by carmocippinelli

Si tratta del GM Championship, ovvero del campionato di calcio groenlandese. Dura poco più di un mese, ma le fasi finali durano solo pochi giorni. Si gioca solo in agosto, per ovvi motivi climatici. A differenza degli altri anni avrà luogo la sola competizione maschile. [Articolo pubblicato il 10/08/2023 sul quotidiano «il manifesto»]

Il 19 agosto [2023] è stato fissato l’avvio della stagione ‘23/‘24 della Serie A italiana. Ma c’è un altro campionato che inizia nello stesso mese e termina un pugno di giorni prima. Ci vogliono cinque giorni in tutto perché le fasi finali comincino e finiscano: da oggi al 15 agosto. È il campionato della Groenlandia, il “GM championship 2023”, cioè la stagione calcistica dell’isola più grande e più a nord del mondo. A luglio sono terminate le fasi locali del torneo e, dopo qualche giorno di pausa ad inizio agosto, ha inizio oggi la seconda parte (la fase finale) del torneo: due gironi all’italiana con eliminazione diretta.

Qualche dato

Ad eccezione della consuetudine che prevede sia il campo di Nuuk, cioè della capitale del Paese, nonché le relative squadre della città, ad organizzare la fase finale del campionato, quest’anno la Federazione calcistica della Groenlandia (Kak) ha optato per il campo della città di Qaqortoq, probabilmente per il concomitante anniversario (novantesimo dalla fondazione) della squadra cittadina, il K-1933. Per assistere alle partite non è necessario alcun biglietto e non ci sono né gradinate né tanto meno tribune: ci si siede sopra le rocce antistanti al campo. 
Astrarsi dal calcio milionario e dai 7€ al secondo di Cristiano Ronaldo in Arabia Saudita, è cosa buona e giusta. Quando si parla di calcio in Groenlandia i soldi e i limiti d’età, ad esempio, semplicemente non esistono. Nell’edizione del 2018, in una partita fra le squadre Kugsak-45 di Qasiggiannuit, (insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e Nagdlunguaq-48 di Ilulissat (terza città del Paese e vincitrice della precedente edizione del campionato), si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore di sempre del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera e l’altro una tripletta in una partita che ha avuto ben poco da dire terminando 1-13 per l’N-48. Jonas Hansen aveva all’epoca della partita 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane, ne aveva da poco compiuti 14. Hansen ha sempre e solo giocato per la polisportiva del suo paese e quell’edizione fu anche l’ultima; Thomsen, invece, ha da poco firmato un contratto con la prima squadra del Kolding IF, società di massima serie della Danimarca.
Niente campionato femminile
Una delle sorprese di questa edizione del GM è che non avrà luogo il campionato femminile. La notizia era già stata resa nota agli organi di stampa in pieno luglio. Jakob Geisler, ex allenatore dell’IT-79 femminile di Nuuk, raggiunto telefonicamente ha risposto non nascondendo tristezza e rassegnazione: «non ci sono abbastanza squadre iscritte e, purtroppo, non si terrà il campionato». Ha poi aggiunto che la federazione pare stia spingendo molto di più il movimento calcistico maschile (sia senior che iunior) di quello femminile. Per la verità lo stesso Geisler tre anni fa denunciava come il livello del calcio a 11 femminile si fosse abbassato notevolmente «a causa della mancanza di una vera e propria rappresentativa: una nazionale avrebbe bisogno di fondi necessari per poter raggiungere competizioni e tornei internazionali, ma questo non accade». 
La situazione non è rosea e in poco più di dieci anni è andata visibilmente deteriorandosi. È bene ricordare che nel 2011 la nazionale femminile di calcio della Groenlandia raggiunse la medaglia di bronzo agli Island Games così come due anni dopo ai medesimi giochi svoltisi a Bermuda aveva ottenuto l’argento. 
Le squadre qualificate
Se in un primo momento la stampa locale aveva gioito per l’approdo alle qualificazioni della squadra dell’insediamento di Ittoqqortoormiit (costa orientale del paese, 345 abitanti) il 1 agosto un caustico comunicato della Federazione calcistica groenlandese ha dichiarato come la compagine non avrebbe preso parte al campionato. La squadra (il cui nome è uno scioglilingua: AK Ittoqqortoormiit, nome esteso: Arsaaddardud Klubia Ittoqqortoormiini) nonostante avesse raggiunto per la prima volta la fase finale, sarà sostituita dall’Eqaluk-54 della città di Tasiusaq. L’AK Ittoqqortoormiit, fondata nel 2018, sarebbe stata l’unica squadra della costa est della Groenlandia ad aver passato le fasi locali per quest’edizione del campionato.
Per la verità, lo stesso allenatore dell’AK Ittoqqortoormiit al momento dell’avvenuta qualificazione aveva rilasciato un’intervista alla stampa locale in cui dichiarava che sia lui che la squadra «avrebbero fatto di tutto per cercare di rappresentare la città». Perché “faremo di tutto”? Semplice: per attraversare il paese dalla costa est, la più svantaggiata e la meno occidentalizzata, ci vogliono tempo e soldi. Nella fattispecie: tre aerei di tre aziende diverse, scalo in Islanda e anche un piccolo spostamento in barca per raggiungere il campo di Qaqortoq. Gli atleti della rappresentativa di Ittoqqortoormiit sarebbero giunti al campo in 13 più l’allenatore-giocatore, praticamente contati. Il numero così esiguo di partecipanti non è casuale: non si tratta di giocatori professionisti (nessuno gioca per soldi in Groenlandia), molti sono cacciatori. La stagione della caccia alla renna, per la parte orientale del paese, rappresenta il primo (se non in alcuni casi l’unico) mezzo di sostentamento non solo per nuclei familiari ma per villaggi interi. Per le medesime difficoltà logistiche anche l’UB-83 di Upernavik ha rinunciato alla partecipazione al campionato pur essendosi qualificata. Nonostante la federazione abbia contattato anche altre squadre (Sak di Sisiumut) sarà un’edizione ristretta del campionato con solo sette clubs: il K-1933 della città di Qaqortoq; l’IT-79 della città di Nuuk; il B-67 della città di Nuuk; il Nagtoralik della città di Paamiut; l’N-48 della città di Ilulissat; il G-44 della città di Qeqertarsuaq e infine l’Eaqaluk-54 della città di Tasiusaq.
 

Non solo calcio
Vicende calcistiche a parte, la stampa internazionale è tornata a parlare di Groenlandia a causa della situazione che lega il Paese al bacino di Kuannersuit (in lingua locale, il kalaallisut; Kvanefjeld in danese). La questione è quella dell’individuazione ed estrazione delle terre rare per cui un società australiana, la Energy transitions minerals, il 20 luglio ha presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen affinché – sostiene l’azienda – si dirima la controversia della licenza e dell’assegnazione del bacino di Kuannersuit, sesto giacimento di uranio al mondo, ma anche uno tra i più ricchi di terre rare del Pianeta. La Groenlandia ha iniziato a far gola a molti, specie da quando l’occidente ha iniziato a voltarsi per cercare alternative al petrolio. Celebre l’intenzione di Donald Trump di voler acquistare l’isola. La dichiarazione pubblica suscitò indignazione da più parti. 
Al governo della Groenlandia, però, non c’è più Siumut (partito socialdemocratico), che a suo tempo aveva avviato i colloqui con l’azienda nonché acconsentito a generici progetti di individuazione ed estrazione, ma la sinistra radicale indipendentista. Nel 2021 il dominio di Siumut (ininterrottamente al governo dal 1979) lo ha interrotto il partito Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”). Nessun governo di coalizione con Siumut e, anzi, subito la promulgazione di una legge che vieta ogni attività estrattiva. Mute Edege, primo ministro, durante quella campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Certo è che per comprendere davvero la realtà groenlandese va fatto un proverbiale (e metaforico) “passo indietro”: non solo per comprenderne la politica (la sinistra radicale al governo che fa quel che dice!) ma anche per comprenderne le vicende sportive, dal momento che il campionato non è riconosciuto dalla Fifa.
 
L’articolo è stato pubblicato anche sul sito del quotidiano: https://ilmanifesto.it/il-calcio-on-the-rocks
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