Il Servizio sanitario dipartimentale (Sedes) di La Paz ha deciso l’attivazione dell’allerta arancione dopo aver registrato un aumento considerevole dei casi dovuti da febbre gialla (dengue). In Bolivia l’emergenza sanitaria da Covid-19 è terminata solo alla fine di luglio 2023 e l’attenzione delle autorità mediche sta tornando a farsi presente a causa della febbre gialla.
Il comunicato del Sedes riporta come sia confermato un sostanziale aumento dei casi rispetto allo scorso anno: 1.511 confermati di cui 396 sono stati attenzionati dalle autorità come “allarmanti”. Al momento della diffusione del comunicato stampa (14 dicembre 2023) si registrano 5 persone morte.
Le zone più colpite sono quelle a nord della città: «l’allerta arancione – ha dichiarato Gabriela Mamani, responsabile del Sedes di La Paz – è stato attivato in modo che la situazione possa essere monitorata capillarmente, intensificando la sorveglianza della curva epidemiologica».
Caranavi, Tipuani e Palos Blancos sono le municipalità che hanno registrato più casi. C’è da dire che l’allarme non tocca la città in sé: spesso le zone rurali distantissime dalla capitale, che siano in piena yunga o nei villaggi a 5.200 metri di altitudine, rientrano nella sfera di amministrazione e giurisdizione pacena, come per Viloco e Cairoma.
Le autorità sanitarie tengono a specificare che l’allerta non è frutto di allarmismo: «i dati che arrivano da Caranavi [e dalle zone citate] sono insoliti non tanto per l’aumento dei contagi nelle ultime settimane, ma perché la malattia è stata riscontrata in luoghi dove prima non si manifestava».
Le modifiche al Meccanismo europeo di stabilità sono state ratificate.
Il Senato approva la risoluzione di maggioranza con 104 voti favorevoli. Stando alla stampa, però, le modifiche non sono state all’ordine del dibattito quanto piuttosto la querelle a distanza che si è innescata tra Meloni e Conte.
La prima rimprovera al secondo di aver ratificato le modifiche al meccanismo europeo di stabilità quando l’esecutivo guidato dall’attuale Presidente del Movimento 5 Stelle si era già dimesso. Il giorno dopo le dimissioni arrivò la firma che dava il placet di approvazione riguardo le modifiche del Mes; ovvero «quando era in carica per i soli affari correnti», ha tuonato la Presidente Meloni nel corso dell’intervento alla Camera dei Deputati. Al Senato, invece, ha mostrato il fax di Di Maio, allora componente del Governo. Un’accusa – parrebbe di capire – significativamente grave: un colpo di mano a porte chiuse.
Ma il voto in Parlamento ci fu due mesi prima e, anzi, nel corso della seduta della Camera del 2 dicembre 2019 l’allora presidente Conte diceva:
«Il nuovo trattato non solo evita pericolosi automatismi ma introduce anche il common backstop, che garantisce risorse addizionali per gli interventi del Fondo di risoluzione unico previsto dal Meccanismo di risoluzione unico, rendendo più robusto il supporto in caso di crisi bancarie».
Praticamente la posizione sostenuta – sfumature a parte – dal Presidente di Forza Italia (nonché vice di Meloni) Antonio Tajani.
Chiarezza sul Mes
A metà tra il fax di Luigi di Maio e la polemica tra Camera e Senato del 12 e 13 dicembre, c’è sempre il mare dei fatti; o, comunque, delle posizioni e della concretezza materiale delle cose. Nell’epoca post ideologica (che in realtà ne ammette una sola, quella del mercato) in cui il dibattito politico non è ancorato ad altro, se non ad immanenze di cui sempre meno si conoscono contenuti e risvolti (come è successo e sta succedendo sul Piano nazionale di ripresa e resilienza), c’è il rischio che il discorso sul Mes (e sul Patto di stabilità) rischi di essere tutt’altro che concreto; come invece è. E un riavvolgimento del nastro è più che necessario.
Nel 2012 la sezione italiana dell’«International business times» parlava dell’inizio di una possibile «dittatura europea». Quello che viene definito semplicisticamente come fondo salva Stati, in realtà è una organizzazione intergovernativa: «regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo […] che emette strumenti di debito per finanziare prestiti e altre forme di assistenza finanziaria» oltre a concedere «prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico», «acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari», «fornire assistenza finanziaria sotto forma di linee di credito» e «finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie tramite prestiti ai governi dei suoi Stati membri». Il principio del curare la malattia con altra malattia: cercare di risolvere il debito facendo altro debito. Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito ebbe a definire il Mes come «l’esempio più chiaro, accecante, della degenerazione dell’Unione Europea» [1].
La strategia di Meloni
Se perfino dalle parti del quotidiano francese «Le Monde» giorni fa ci si è accorti che la Presidente del Consiglio goda di enorme popolarità, pur procedendo esattamente al contrario di quanto aveva sostenuto in campagna elettorale, ci deve essere qualcosa che non va. Tanto nel Paese quanto nella maggioranza di Governo. Lo spirito dei referendum targati Fratelli d’Italia per «uscire dall’Euro» (così come della proposta di legge per l’Italexit) è stato sepolto da tempo, sostituito dalla politica di realtà e dalla necessità di non turbare la Commissione Europea. Oppure non c’è niente di strano e quel quid che “non va” è semplicemente il riflesso di un paese sempre più sfibrato che ha introiettato il dualismo tra l’azione propagandistica e l’ammissione della sottomissione politica in sede europea. E chissà che la «madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia» non faccia leva proprio su questo progressivo lacerarsi per poter riuscire là dove altri non hanno potuto nemmeno avvicinarsi.
[1] Maurizio Turco, Stati Uniti d’Europa. Adesso!, «la nuova liberazione», giugno 2018, Roma, <https://www.partitoradicale.it/wp-content/uploads/2018/06/NuovaLiberazione-1.pdf>.
Tanto tempo fa, cioè durante la scorsa stagione, al termine della trasferta di Moricone vinta all’ultimo secondo con l’incornata di Chimeri, Cicolò si avvicina alla rete del campo e urla «quant’è bello vince!». E vagli a dar torto al capitano, adesso!
La vittoria mancava dalla terza giornata di campionato: un tempo lunghissimo che sembrava non dovesse finire più. Non era mai il momento della Borgata: non sembrava mai arrivare la riscossa, pur giocando le partite in modo gagliardo e senza arrendevolezza o remissività.
Sia pur contro la Cenerentola del girone, è arrivata una tonda vittoria per 4 reti a 1.
È bene dire che il controllo della partita non è mai stato della squadra ospite, nonostante il tabellino indichi il gol di Barretta segnato per totale distrazione dei nostri. La Borgata ha sempre avuto il punto della discussione del lungo discorso iniziato alle 15:00 dal fischio dell’arbitro Sciscione. Al 10′ è già Cultrera che lascia partire un tiro velenoso che si stampa sulla traversa e poi sulla riga della porta difesa dall’estremo difensore rossoverde. L’arbitro fa proseguire: non è gol. Il Borghesiana non forza la mano né imposta alcun tipo di azione che riesca a varcare il centrocampo. L’unica azione ospite del primo tempo è al 17′: il tiro di Pompili impegna Pagano che riesce a bloccare in due tempi. Poi, solo Borgata: al 18′ ci prova Pompi su punizione, al 20′ Chieffo riesce a conquistare solo un angolo a tu per tu col portiere ma, ancora una volta, il gol non arriva. Il tempo scorre implacabile: serve un gol perché la situazione non si cristallizzi e possa diventare palude invalicabile. Il gol arriva al 23′: calcio d’angolo battuto corto, Cicolò serve Pompi che lascia partire un gran tiro dei suoi dal limite dell’area che Coriandoli non vede neanche partire. La Borgata si rifà avanti al 29′ e al 35′ ma è al 43′ che si concretizza un’aurea occasione per il tridente Cicolò-Cultrera-Mascioli: il 7 manca il pallone di pochissimo e il punteggio rimane inchiodato sull’1-0. Neanche il tempo di realizzare che è cominciata la ripresa che già la Borgata insacca il secondo gol: ancora Pompi, ancora un tiro imprendibile per l’estremo difensore del Borghesiana. E poi? Poi una traversa di Cicolò al 6′, un palo di Marku due minuti dopo (8′), una parata da manuale di Coriandoli su una bordata di Cultrera al 16′ così come la rovesciata di Mascioli respinta al 19′. L’occasione del 3-0 la Borgata la sciupa per eccesso di altruismo: la ripartenza in contropiede è più che efficace ma Mascioli preferisce passare a Ciamarra ad un passo dalla porta. Il tiro termina sopra la traversa e il 10 si dispera. Ma, si sa, alla prima frazione di secondo di distrazione, l’avversario insacca. E così, senza che nessuno abbia davvero capito come, arriva il gol del Borghesiana al 38′: punizione di Kahay e rete di Barretta. Si segnala lo stupore dei pur pochi sostenitori del Borghesiana a seguito del lieto evento – così raro – dalle loro parti.
Ma questa domenica non c’è storia: è tutta della Borgata. Al 42′ Chiarella si sblocca e porta la squadra sul 3-1 ma la ciliegina sulla torta è il tiro al fulmicotone calciato da Fonzo (al 47′) che termina proprio lì dove avrebbe voluto: nell’angoletto.
La Borgata è riuscita a ritrovarsi dopo la vittoria casalinga e si è scoperta come l’avevamo lasciata al termine del precedente campionato: forte, libera, cosciente di sé.
Il tabellino della dodicesima giornata di campionato | Prima categoria laziale | Girone G
Arriva il niet della Camera dei Deputati sulla proposta riguardo al salario minimo presentata dalle opposizioni. Ora spetterà al Senato della Repubblica esaminare il testo della legge delega del Governo, approvata ieri alla Camera con 153 voti a favore.
Le opposizioni parlamentari in Aula hanno contestato l’iniziativa dell’esecutivo e della proposta di legge delega di Rizzetto (Fdi) ed altri (tra cui l’ex eurodeputato Battilocchio) approvata in commissione il 28 novembre [2023]. Il Presidente della Camera, sospesa la seduta per una manciata di minuti a causa delle proteste rivolte al Governo dai deputati dei gruppi del Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra italiana e Partito democratico, ha poi proseguito con i lavori decretando il risultato della votazione.
D’altra parte il compito di Conte, Schlein e Fratoianni sarebbe stato particolarmente arduo da portare avanti: la commissione lavoro aveva fatto sì che la proposta delle opposizioni fosse snaturata nei fatti; la strategia degli emendamenti prodotti da Pd, M5S e Verdi-Si non ha sortito l’effetto sperato – né avrebbe potuto riuscire in alcun modo, stante l’equilibrio parlamentare.
Lo strappo Già nella giornata di martedì il Governo aveva annunciato che non avrebbe discusso la proposta delle opposizioni circa il salario minimo orario fissato a 9€ lordi. Cifra attorno alla quale le opposizioni discutevano da mesi: solo a seguito di un intenso labor limæ, i tre gruppi maggiori (M5S, Pd, Verdi-Si) sono riusciti ad accordarsi a riguardo. «Come soglia minima, la proposta di legge sanciva i 9€ lordi l’ora», ha spiegato a «Radio Radicale» la deputata Valentina Barzotti (M5S) che ha aggiunto: «in sinergia con la contrattazione collettiva avrebbe potuto prevedere trattamenti di miglior favore».
Di parere opposto la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni che ha dichiarato la propria contrarietà alla proposta di legge delle opposizioni in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica «Rtl». Meloni ha ribadito la consonanza con il parere espresso dal Cnel e dal suo presidente (Renato Brunetta) attorno alla proposta dei 9€ contestando anche parte del mondo sindacale, riferendosi – con tutta evidenza – alle organizzazioni confederali: «vanno in piazza a rivendicare la bontà del salario minimo, ma quando vanno a firmare i contratti collettivi accettano contratti da poco da più di 5€ l’ora, come accaduto di recente con il contratto della sicurezza privata».
Cosa stabilisce la legge delega?
Il testo consta di due deleghe al Governo e non prevede un riferimento chiaro ad una retribuzione (punto su cui si fondava la contrarietà delle opposizioni) limitandosi all’espressione: «assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi». In che modo? Contrastando«il lavoro sottopagato anche in relazione a specifici modelli organizzativi del lavoro e a specifiche categorie di lavoratori» e «il cosiddetto dumping salariale», ovvero la concorrenza sleale del “gioco al ribasso” nonché estendendo «i trattamenti economici complessivi minimi dei contratti collettivi nazionali di lavoro […] ai gruppi di lavoratori non coperti da contrattazione collettiva, applicando agli stessi il contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria di lavoratori più affine».
La proposta di legge di iniziativa popolare «non meno di 10€»
Se nell’Aula si discuteva dei 9€ e, conseguentemente, si votava la delega, fuori dalle istituzioni il dibattito correva su un altro binario. Il 29 novembre, ovvero il giorno seguente l’approvazione della delega in commissione lavoro, Unione popolare e Rifondazione comunista depositavano in Senato una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da 70mila firme che chiedeva l’istituzione di un salario minimo di 10€ lordi l’ora. Una misura che, stando alle parole di Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista), rilasciate al «manifesto» in quei giorni, sarebbe stata una «misura coerente di lotta contro il lavoro povero e sottopagato che ci sembra più seria di quella avanzata dalle opposizioni parlamentari nel dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione».
«Contratti collettivi? Una foglia di fico».
Nel corso delle audizioni in commissione lavoro, i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno spesso fatto riferimento alla mancata applicazione dei contratti collettivi nazionali in determinati settori (tessile, ristorazione, ricettivo). Secondo Stefano d’Errico, segretario nazionale del sindacato Unicobas, raggiunto da «Atlante» la questione: «è la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’attuale maggioranza». «L’applicazione del contratto collettivo non risolve la situazione sia perché ci sono dei “contratti pirata” firmati da organizzazioni sindacali di comodo (sindacati gialli), sia perché – purtroppo – anche le organizzazioni sindacali confederali (Cgil, Cisl, uil) hanno sottoscritto almeno 25 contratti nazionali in cui la paga oraria è inferiore a 9€», ha dichiarato D’Errico. «Siamo a favore del salario minimo – ha proseguito – perché ci sono 3 milioni di lavoratori che fanno la fame (spesso lavorando a volte più di otto ore al giorno), ma anche per l’introduzione della “scala mobile” che recuperi almeno l’inflazione dichiarata. E ci sembra ridicolo anche solo il dichiarare – come pure hanno fatto esponenti della maggioranza – che attraverso un provvedimento del genere si possano abbassare i salari alti».
«C’è una grande ipocrisia attorno al salario minimo, soprattutto da parte governativa: in tutti i paesi dell’UE è presente una legge a riguardo e la cifra oraria oscilla tra gli 11€ e i 12€ lordi. Un’ipocrisia che notiamo anche tra le fila delle organizzazioni sindacali le quali, spesso, sono state talmente compiacenti con la Confindustria e col padronato da aver sottoscritto “contratti di rapina”».
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/cosa-sta-succedendo-riguardo-al-salario-minimo
Continuano le polemiche attorno al sistema di corruzione e combine nel calcio boliviano.
La squadra paceña The Strongest conquista il sedicesimo titolo della sua storia con una settimana di anticipo. Los tigres possono fregiarsi di un’ulteriore vittoria – al momento matematica – mentre volge al termine una delle edizioni più controverse e difficili della Primera Division bolivianacostellata da interruzioni di campionato, accuse di partite truccate, corruzione e – addirittura – collusione col mondo del narcotraffico [1]. Chi è costretto ad abbandonare la massima serie boliviana, invece, è il Palmaflor, dell’ex Presidente Evo Morales, nonché rappresentante il sindacato dei cocaleros. L’abbandona ma senza andare in seconda divisione perché, semplicemente, non esiste: la Bolivia è l’unico paese affiliato alla Conmebol a non prevedere una Serie B.
Il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa, fin dall’emersione del caso, ha costantemente rilasciato dichiarazioni alla stampa senza fare nomi ma parlando di una rete di corruzione piuttosto estesa. Costa – come recita il quotidiano boliviano «El Diario» – ha «smesso di fare speculazioni». Nella conferenza stampa, tenutasi a Cochabamba il 30 novembre, il presidente della Fbf ha dichiarato la Strongest: «campioni giusti e meritevoli» e anche: «non so perché siano stati messi in discussione: i risultati sono chiari a tutti e, dati i punti ottenuti, la Strongest è matematicamente irraggiungibile».
Niente più speculazioni: la Strongest è stata la più forte del campionato, letteralmente parlando.
Tuttavia, specie in queste situazioni, il ma c’è sempre. «Nelle ultime ore – ha proseguito Costa – le reti sociali, e non, si sono riempite di messaggi e di commenti, nonché d’ipotesi, secondo cui, a causa dell’inchiesta relativa alle partite truccate, alcuni club avrebbero perso punti guadagnati nelle partite contro il Vaca Diez».
Ancora una volta Costa non fa nomi ma riporta i commenti che sono giunti al suo apparato uditivo riguardo le gare disputate contro il Vaca Diez, al momento uno dei club più a rischio. In settembre «Marca» diffuse gli argomenti di alcune intercettazioni telefoniche e tra i nomi più invischiati parrebbe esserci stato proprio il presidente del Vaca Diez in cui, stando al quotidiano ispanofono: «in una conversazione telefonica, presumibilmente il presidente Marco Rodriguez, parla con un arbitro per fissare il numero di gol da segnare in una partita».
Uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto, anzi: Costa ha confermato che il 5 dicembre si riuniranno a Santa Cruz gli organismi della giustizia sportiva al fine di valutare ufficialmente i tornei del 2023 (campionato e coppa). Non solo: Costa ha aggiunto che sarà convocato a breve un congresso straordinario della federazione.
«Nei prossimi giorni – ha concluso – presenteremo un piano di ristrutturazione del calcio boliviano».
Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura professionistica e alla questione legata alla seconda serie. Il Palmaflor, come prima accennato, abbandonerà la Primera Division ma in Bolivia non esiste una serie B: la massima serie (che per ragioni di sponsorizzazione da un decennio è la Liga Tigo) non prevede la retrocessione [2] e il solo gradino “inferiore” è la coppa Simon Bolivar, organizzata dalla Anf (Asociación Nacional de Fútbol) e articolata in sette gironi da tre squadre ciascuno comprendenti società semiprofessionistiche e di base.
Ma ancora una volta, in pieno stile Costa, non è stato né annunciato nulla, né lasciata trapelare alcuna informazione.
NOTE
[1] Le accuse giunsero dal presidente della Fabol (associazione dei calciatori) Erwin Romero:
«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo […] pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate».
[2] Esiste la “discesa diretta” e “indiretta” per cui vengono sommati i punti totali realizzati nel girone di apertura e clausura
Non c’è molto da dire su una partita disputata fra testa e coda del campionato: le atlete del Progetto Futsal, maggiori in numero e migliori nella disposizione in campo, hanno dominato la serata. Partita – ad ogni modo – divisa a metà: le granata hanno disputato un primo tempo controllando bene ma cercando anche di farsi vedere dalle parti di Landi, riuscendo ad accorciare le distanze (gol di Tedeschi) sull’1-3.
Dice: «Vabbè ma un gol avemo fatto, manco na foto?!»: sopraffatto dall’emozione, ho momentaneamente interrotto gli scatti. Rigorosamente storti, come si evince dalla selezione.
N.B. (che in realtà è una captatio benevolentiae): Chiedo scusa fin da ora per l’approssimazione del tabellino ma quelli delle partite di futsal non sono il mio forte. È il primo che faccio ed è molto “circa all’inquasi”. Dal prossimo cercherò di migliorare.
Settima giornata di campionato | Serie D | Girone A
Chissà come faceva Dario Hubner: Calcutta nella canzone non lo dice. È fatto assodato che il centravanti friulano era solito fumare prima della partita, così come anche bere della grappa a fine gara. Non avendo istruzioni sul come, prendiamo alla lettera la prima parte del verso: il mondo pieno di lacrime. Sì perché sembra che l’allineamento dei pianeti si sia completamente organizzato per puntare sulla Borgata.
La sfida-salvezza in coda al Girone G di Prima categoria vede il Nuova Lunghezza ospite al “Vittiglio” di Largo Preneste, casa della Borgata Gordiani. Le squadre si equivarrebbero: stessi punti, stesso numero di vittorie, sconfitte e pareggi, solo una diversa proporzione tra gol fatti e subiti scalfisce l’equivalenza.
La Borgata parte subito in quarta: ha il pieno controllo della partita per tutta la prima mezz’ora della prima frazione di gioco. All’8′ Piccardi suggerisce l’iniziativa di Cicolò: il centravanti calcia un tiro angolato che impegna il portiere il quale cede, letteralmente, il pallone a Chieffo, sopraggiunto sulla linea di porta. Le leggi fisiche – ancora da scoprire – hanno fatto sì che il moto del pallone anziché essere rettilineo uniforme, che dunque avrebbe potuto lentamente gonfiare la rete grazie al tocco di piede del 2 locale, si tramuta in un moto parabolico che si spegne sul fondo. Tre minuti dopo Mascioli (Moreno) prova a calciare dalla distanza: il tiro impegna il portiere e i nostri guadagnano il primo di otto (o-t-t-o) calci d’angolo in proprio favore. Al 20′ Seydi stoppa e serve Cicolò al limite dell’area difesa da Vitali: l’estremo difensore devia in angolo. La prima volta che il Nuova Lunghezza si fa vedere dalle parti di Capostagno è al 26′ su punizione: i neroverdi si affacciano dalle parti della difesa locale ma senza impensierire troppo. Un minuto dopo è ancora Borgata: Cassatella recupera un pallone nella zona mediana e lancia Di Stefano che arriva fino al termine del campo servendo Piccardi rasoterra. L’11 locale riesce solo a svirgolare senza colpire davvero. Al 31′ Colavecchia insaccherebbe per l’1-0 su punizione di Mascioli ma l’arbitro alza la mano: che sia stato per via di un fallo o perché abbia ravvisato un fuorigioco non ci è dato saperlo. Il gol viene annullato.
Al 38′ la Borgata si fa trovare scoperta: Centanni riesce a recuperare il pallone dal compagno di squadra e – addirittura – a coordinarsi per una rovesciata dando le spalle alla porta difesa da Capostagno. La rovesciata del centravanti parte, la palla colpisce Colavecchia in area: fallo di mano. Involontario o meno: l’arbitro indica il dischetto. Centanni non sbaglia e insacca lo 0-1. Al Nuova Lunghezza non sembra vero: zero azioni, massima resa. Finalmente il pareggio arriva al 44′: punizione del solito Mascioli, rovesciata di Colavecchia deviata e colpo di testa di Seydi.
La ripresa è un gioco al massacro psicologico: al Nuova Lunghezza basterebbe anche un pareggio e non forza la mano, né si dà da fare per creare occasioni da gol. Al 17′ la Borgata sfrutta la ripartenza e la distrazione difensiva ospite per arrivare fin dentro l’area difesa da Vitali: stavolta è il tiro di Cicolò a venire respinto dal portiere, accorso in scivolata. Il capitano si dispera per l’ennesima occasione creata e non realizzata. Tre minuti dopo si fa vedere l’altro Centanni (Diego) con una punizione dal limite dell’area: tiro ad effetto che avrebbe sorpreso chiunque, ma non Capostagno. Mister Amico vuole chiudere la pratica: entrano Cultrera e Ciamarra. Nell’unica ripartenza degli ospiti, Centanni insacca di testa il gol della doppietta al 32′. Non è ancora finita: Capostagno vuole far salire la squadra e batte una punizione da centrocampo che fa salire letteralmente tutti i dieci compagni nell’area difesa da Vitali. Rimpallo fortunato per la squadra di mister Di Cosimo: bastano due palleggi per far sì che i due Centannni arrivino al cospetto di Capostagno che indietreggia cercando di difendere la porta. L’azione si conclude con la tripletta di Centanni. L’esultanza, ovviamente, dura un tempo enorme: i neroverdi si battono ogni parte del corpo (ad esclusione delle dita dei piedi) per complimentarsi con il realizzatore dell’hattrick. La magra consolazione arriva al 46′: Pompi sfoggia un tiro dei suoi dalla distanza e accorcia sul 2-3.
Il tabellino della decima giornata di campionato | Prima Categoria Laziale | Girone G
* L’immagine a corredo dell’articolo non è attuale e fa riferimento alla vittoria corsara in casa del Moricone. Sperando possa essere d’auspicio per la prossima giornata, in cui la Borgata sarà ospite del Castelverde, prima del girone.
Fotostorte è un modo di essere storti. Talmente tanto che per provare a scattare una foto – venuta pure male – mi sono arrampicato e
conseguentemente caduto. Niente di che: giusto una storta ad una caviglia già
martoriata su cui c’è stato il pronto intervento del personale sanitario
(alias: Maria). L’imbranataggine in una sequenza:
«Vogliamo rispettare gli impegni presi con gli italiani. Nessuno meglio di chi fa impresa sa quanto sia importante il rispetto della parola data. Anche per questo voi rappresentate l’interlocutore ideale per una politica seria», così Giorgia Meloni nel video messaggio inviato all’assemblea di Confindustria Bergamo-Brescia lo scorso venerdì [10 novembre]. La Presidente si è concentrata anche su Pnrr e Zona economica speciale (Zes) nell’intervento telematico inviato all’assemblea degli industriali delle due province lombarde. Se si parla anche di «parola data» e di «impegni con gli italiani» c’è anche in ballo il discorso attorno alla forma di Governo che la Presidente ha unito assieme alla crescita economica. Abbiamo fatto il punto della situazione con Sebastiano Salvi, imprenditore di terza generazione di un’azienda manifatturiera rappresentativa del territorio di Bergamo.
Meloni ha definito il territorio bergamasco-bresciano «il traino dell’economia» riprendendo il tema dell’assemblea di Confindustria. Qual è la situazione?
«Siamo in una fase di forte rallentamento a livello produttivo: molte aziende hanno fatto ricorso alla cassa integrazione. Il calo di fine anno è maggiore del solito (complici due guerre in corso e crisi conseguenti): c’è incertezza, le persone consumano di meno e le aziende non producono. Dunque: si accede maggiormente alla cassa integrazione. Lo scenario è abbastanza nebuloso e contorto a vari livelli: dalla crisi post pandemia, al rialzo dei tassi dei mutui. Si aggiunga a ciò il rincaro del costo della vita e delle utenze che ha ripercussioni su famiglie e aziende».
La legge di bilancio prova a invertire la tendenza descritta oppure no?
«Se la dovessimo leggere a prescindere dal colore politico, potremmo anche ritenerla ragionevole dal punto di vista delle imprese: avendo [il Governo] poche risorse a disposizione, si nota una timida riduzione del cuneo contributivo. Sotto altri punti di vista non è affatto completa: non c’è una strategia finalizzata alla crescita, non si ravvedono interventi strutturali; mi sembra sia a corto raggio e non si ponga il problema del lungo periodo»
A proposito di rincaro delle bollette di cui parlavamo prima c’è da dire che molti annunci da parte governativa non si sono tradotti in aiuti rimanendo semplicemente proponimenti. È corretto?
«Ci sono stati degli sgravi fiscali che vanno a colmare una parte del delta che si aveva negli anni pre-Covid sul costo al Kw/h, ma sono terminati lo scorso trimestre. Ad ogni modo stiamo parlando di interventi palliativi: non c’è nulla di strutturale».
Un po’ come si fa quando vengono stabiliti e normati i bonus “una tantum”.
«Esatto. La situazione temporanea si tampona in un modo, sperando che sia transitoria e che l’imprevisto non diventi stabile. A proposito del caro energia di cui parlavamo prima, il tema sarebbe un altro».
Quale?
«Finanziamo le aziende che innovano, finanziamo chi acquista (parlo anche di famiglie) energia verde. Al momento io acquirente devo fare un atto di fede: devo rivolgermi a fornitori che mi dicono che quella che erogano è energia pulita. A livello di immagine ci può stare, a livello di sistema-Paese no: dobbiamo approvvigionarci di energia rinnovabile e dobbiamo farle pagare sempre meno e non – come succede – facendole pagare di più. Tanto per le famiglie quanto per le aziende, per cui vale la pena ricordare che in Italia vi è una prevalenza di società medio-piccole che non hanno un prodotto proprio»
Cioè?
«Significa che il prezzo che io faccio al mio cliente per i prodotti non lo faccio io: è il cliente che lo fa per stare sul mercato, perché venda il suo prodotto. Obtorto collo “subisco” la situazione e devo stare in quel prezzo: la conseguenza potrebbe essere che quel cliente dirotti il suo interesse su aziende straniere che gli fanno pagare di meno. E io non voglio che accada. Non è solo un discorso di indotto e di competenze: è etica».
Secondo lei col Pnrr non si andrebbe a risolvere la questione dando una struttura, superando le contingenze?
«Il Pnrr investirà molto sulla transizione ecologica ma finora ho visto gran poco. C’è il rischio che i fondi del piano si perdano in tanti rivoli, oppure a beneficio di opere statali: non è una contestazione che muovo a riguardo ma un’osservazione necessaria, per cui l’azienda privata deve fare i conti con risorse limitate».
Riguardo la Zes, invece, tema trattato anche da Meloni?
«Parlo da una regione [la Lombardia] in cui non c’è mai stata Zes, né alcun tipo di incentivo fiscale particolarmente “aggressivo”. Mi sembra, anche in questo caso, che la zona economica speciale sia una cosa positiva ma finalizzata ad una circostanzialità: è vero che creare fiscalità differite per portare alla pari – diciamo così – un sistema economico di una regione rispetto ad un altro, può servire».
Provo a tradurre: “sposto la produzione in Basilicata perché così ho incentivi e sgravi, ma poi?”. Sembra mancare il dopo, se ho capito bene.
«Precisamente. È anche una buona cosa ma si tratta di un palliativo: posso essere invogliato ad investire al sud, ma poi qual è la progettualità che mi consente di ‘durare’ nel lungo periodo?»
«Mi verrebbe da dire che è come giocare a basket su un campo di calcio: per far giocare meglio e far vincere il campionato alla squadra di calcio, la facciamo giocare sul parquet del basket! Scherzi a parte: crescita e forma di governo sono due cose che non c’entrano assolutamente niente. Non mi sembra che dal 1948 ad oggi non si siano verificate le condizioni per una crescita economica sostanziale: il periodo degli anni ‘60 venne considerato “boom economico” e c’erano governi molto meno longevi di quelli di ora. Si parlava di “governi balneari” e non mi sembra neanche che “a causa” della Costituzione o della forma di Governo ci sia stato un rallentamento sulla crescita. Il punto è un altro: c’è un progetto a lungo termine? Il Paese senza un progetto è un paese precario».
Pareggio casalingo per la Borgata Gordiani che fino all’ultimo minuto aveva nasato i tre punti. In questo caso sarebbero serviti non tanto per muovere la classifica e sbloccare una situazione d’impasse, quanto per ritrovare il cuore, al momento appesantito dalle troppe giornate storte. Si torna al “vecchio” modulo con Mascioli (Moreno) dietro l’unica punta Chiarella e il centrocampo a quattro. Da segnalare, prima ancora di scrivere della partita in generale, la prestazione maiuscola di Seydi: a parte un paio di sviste, ogni palla recuperata aveva il suo nome.
Oir e Borgata si scontrano in una ottava giornata di campionato che porta con sé quella della salvezza: entrambe due vittorie all’attivo e, prima di questa gara, 7 e 6 punti. Al di sotto dell’Oir il baratro delle ultime tre posizioni occupate dalla Pol. Ciampino (2 punti), Cvn Casal Bernocchi (2) e Borghesiana (0).
Entrambe le squadre partono gagliardamente al fischio dell’arbitro che decreta l’inizio della competizione: l’Oir si fa subito vedere con un tiro di Khallaf al 2′ ma è troppo alto. Sei minuti dopo è il cross di Colavecchia ad impensierire la difesa ospite: Chiarella ci sarebbe arrivato in sforbiciata ma è disturbato dall’intervento del difensore aranciorosso.
La Borgata, almeno fino al 20′, sembra aver ritrovato se stessa e il gioco che l’ha caratterizzata nel corso della precedente stagione: Mascioli dietro Chiarella “si sente”, così come Cicolò schierato col numero 7. Al 19′ e al 23′ la Borgata prova a spingere cercando di sbloccare la situazione grazie al calcio d’angolo (prima) e ad una punizione (poi). Degno di nota il servizio di Cicolò, su sviluppo della punizione calciata da Mascioli, per Piccardi: l’11, spalle alla porta, ha tempo per girarsi e tirare ma il pallone svirgola troppo. Alla mezz’ora i nostri sembrano essersi spenti, ed è in questa frazione che l’Oir spinge. Prima (al 30′) Novelli si divora un gol a tu per tu con Pagano, successivamente al 43′ Khallaf viene lasciato colpevolmente solo e libero di prendere la mira per una bordata deviata in angolo dall’estremo difensore granata.
L’avvio della ripresa è tutto granata: Cicolò scappa via da centrocampo e la difesa non lo raggiunge, solo all’interno dell’area piccola subisce fallo e l’arbitra indica immantinente il dischetto. È finalmente gol: 1-0 e Mascioli si sblocca. Tra il 15′ e il 20′ la Borgata concede un po’ troppo all’Oir che prova a farsi vedere conquistando metri e punizioni dal limite dell’area, d’altra parte la Borgata cerca di cogliere impreparata la difesa aranciorossa su contropiede. Al 29′ è proprio un contropiede (3 contro 1) granata che avrebbe potuto decretare la parola fine all’incontro: rimessa laterale di Capostagno, Cicolò serve Chieffo che in velocità punta l’estremo difensore ospite. È una frazione di secondo di troppo: esita e anziché tirare il portiere interviene togliendo la sfera. Al 44′ il patatrac: unico errore della difesa granata: Capostagno lascia troppo libero l’appena entrato Ficca che ha tempo di mangiare metri alla difesa locale e tirare mirando al secondo palo: 1-1. Beffa finale, in quanto proprio Capostagno è stato il motore della difesa granata: degna e ottima presenza in sostituzione dell’infortunato Chimeri e dell’assente Mascelloni. Tant’è: il pareggio non smuove niente e lascia tutto com’è.
Domenica prossima si tornerà al campo del Montedoro (compagine già affrontata nel precedente campionato di Seconda Categoria) e stavolta è la squadra dell’Appio ad avere tre punti in più.
Il tabellino dell’ottava giornata di campionato | Prima categoria laziale | Girone G
BORGATA GORDIANI – O.I.R. (ORDINE INGEGNERI DI ROMA) 1-1
MARCATORI: Rig. 9’st Mascioli M. (BG), 44’st Ficca (OIR) [in realtà il pallone del 19 ospite pare sia stato spizzato da un compagno ma, non avendo visto, ho attribuito il gol a Ficca]