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Camminaredomandando

Para todos la luz. Para todos todo

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Autore: carmocippinelli

A qualcuno piace tecnico

Posted on 2018/12/08 by carmocippinelli

Ultimamente in ambito lavorativo si sta sempre più tendendo a cercare risorse e personale ultra specializzato già formatosi autonomamente, ad esempio già competente in più linguaggi di programmazione o già avente un bagaglio di esperienza consistente.
La tecnicizzazione e l’iperspecializzazione richiesta in ambito lavorativo è a monte, quindi, di richieste stesse di risorse e personale biologicamente giovane rispetto ai desiderata aziendali. La cosiddetta “formazione in azienda” non esiste più da molto tempo e questa tendenza sta tracimando in altri settori, serpeggiando già da tempo in ambiti pubblici.
Quello politico, un esempio su tutti, in cui la credenza di ritenere un tecnico migliore di un politico qualsiasi è ormai vox populi. 

La figura del “tecnico” aleggia da molto sulla politica italiana e la sua prima applicazione fu il governo Dini (a cavallo fra il 1995 e il 1996) fino ad arrivare al più recente Governo Monti.
Il tecnico è preferito aprioristicamente perché si presuppone abbia più conoscenze di un normale elettore o di un tizio qualunque che si candida. Preferito anche dalla classe politica, anzi, soprattutto da essa, cosicché i demeriti dell’applicazione di misure impopolari non ricadono sul proprio bacino elettorale e non inficiano la rielezione di una generazione tra la più misera (culturalmente in primo luogo) di rappresentanti istituzionali.
Vale la pena ricordare in questa sede la festa per la “liberazione da Berlusconi” organizzata dal Partito Democratico, con un Bersani festante mentre stappa una bottiglia di spumante.

Interviene @ivanscalfarotto: “il governo #monti sta restituendo agli italiani all’estero l’orgoglio per il nostro Paese” #assembleapd

— Partito Democratico (@pdnetwork) 21 gennaio 2012

O le dichiarazioni di Fassina, tanto per dirne uno cui la sua supposta redenzione è stata accolta a gran voce a sinistra, riguardo cui ci sarebbe da ragionare. Non sui temi, ma sulla persona:

necessario ricostruire un patto tra la politica, imprese e lavoro. Per questo sosteniamo il governo #monti. @stefanofassina a #granditalia

— Partito Democratico (@pdnetwork) 26 novembre 2011

Formazione (?)
Nel corso della prima repubblica, cosiddetta, però, la classe dirigente si è formata proprio perché una che non era appartenente a dirigenze o apparati burocratici (o in una parte non totalizzante rispetto agli eletti) ha avuto modo di accedere a possibilità sconfinate rispetto al suo status di partenza, o determinato da “ fattori esogeni” come l’entrata in guerra e la conseguente Guerra di Liberazione. Ultimamente la “vox populi” si sostanzia tutta in un piccolo mantra riassumibile nel periodo: “Se non sa nulla di economia, evita di fare il Ministro tanto dell’economia, quanto di altri dicasteri”. Formare classe dirigente, però, non presuppone (almeno a parere di chi scrive) un elitarismo classista conseguente a questo ragionamento: chi ha avuto possibilità economiche per conseguire costosissimi master o corsi di laurea alla Bocconi o alla Luiss non è automaticamente più titolato di un altro o un’altra che ha conosciuto la realtà accademica statale di Pisa, Bologna o Roma. 
Gli strumenti 
Durante una trasmissione radiofonica di Radio Radicale (qui la reazione del lettore al mio perpetuo citare Radio Radicale) dedicata all’appena trascorso referendum radicale su Atac, ho avuto modo di udice un ascoltatore che affermava: «Noi popolo non abbiamo strumenti per decidere se privato è meglio per il trasporto pubblico, non capisco perché venga posta già solo la domanda nell’ambito del referendum». Stesso intervento, ma con altri toni e in altro contesto, l’ho ascoltato su Radio Tre nel medesimo ambito: un dibattito fra posizioni per il sì e per il no con possibilità di intervenire telefonicamente. 
In un primo momento ho lasciato cadere la questione posta nell’intervento telefonico dall’ascoltatore di Radio Radicale ma ho avuto modo di ragionandoci qualche tempo dopo. 
Certamente la mancanza di coscienza, personale e civica anzitutto, è tra le principali motivazioni della considerazione dell’ascoltatore. Non avere strumenti porta con sé molti aspetti politici e politologici: la mancanza di ideologie e di punti di riferimento da parte della politica disorienta il corpo elettorale quale che sia, tanto liberale quanto socialista, si sarebbe detto un tempo. 
Venendo a mancare le categorie politiche ed ideologiche, l’elettore disorientato non trovando risposte in quello che potrebbe essere un problema tutto politico, presta l’orecchio ora qui ora lì, profetizzando la fine dei poli, la cessazione del rapporto di forza fra capitale e lavoro, la delegittimazione della classe politica tout court e auspicandosi una palingenesi [che tuttavia non può che essere disastrosa, sic stantibus rebus, ma questo lo penso io, non costoro]. 
La questione che poneva l’ascoltatore cela, in nuce e implicitamente, quella tendenza tecnicista, elitarista e classista che vorrebbe si delegasse ogni aspetto della vita pubblica, rinunciando volontariamente ad essa perché non si saprebbe bene cosa farne, affidando, di conseguenza, il tutto a figure ipotetiche une e trine: “rappresentanti-politici-tecnici”. La tendenza è preoccupante, specie perché genera un continuo perpetuarsi di mancanza di discernimento culturale e, solo in seconda battuta, politico e sociale. Ritenere una figura terza aprioristicamente valida nello svolgimento di un compito dirigenziale precedentemente [ancorché vagamente] svolto da “personale politico/burocratico” pone più di qualche inquietudine in chi scrive.
Dietro a tutto questo si nasconde neanche troppo velatamente il desiderio della delega “in bianco” della propria volontà politico-elettorale e della propria libertà, in barba ai principi dello stato liberale e della democrazia che libererebbe dal peso del ragionamento e del pensiero sulla cosa pubblica (e non).
L’uomo solo al comando è sempre più realtà nella coscienza popolare italiana.
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Il socialismo tra la metro C e i benzinai di Torre Spaccata

Posted on 2018/11/07 by carmocippinelli

Mercoledì 31 ottobre. Vado a fare rifornimento di benzina alla stazione della Q8 costruita di recente su Via di Torre Spaccata, di fronte un concessionario. C’è fila alle pompe: mi metto diligentemente dietro ad una Twingo nera il cui proprietario indugia forse un po’ troppo nelle operazioni di rimessa a posto della pompa e chiusura del piccolo sportello a lato della macchina.
Il tizio finisce il rifornimento e io metto in moto per andare più avanti e iniziare a mia volta la stessa procedura; nel momento in cui procedo lentamente cercando di allineare lo sportelletto della mia macchina il più possibile con la pompa verde della benzina, mi si avvicina un benzinaio, facendo cenno con la mano di avanzare ancora.
«Cos’è quella striscia che hai sul vetro?», mi dice il benzinaio con evidente accento dell’est indicando la macchina. Stanco della giornata di lavoro, mi avvicino al vetro dell’auto e noto la striscia, di cui quasi mi stavo dimenticando: dietro allo specchietto retrovisore ho appoggiato e legato una Striscia di San Giorgio, di quelle che vengono distribuite in Russia (prima in Urss) durante la parata del Giorno della Vittoria (Parad Pobedy).
In uno stentatissimo russo, comincio a dirgli
«Eh! Den Pobedy (giorno della vittoria)!»
«Da! Parad Pobedy!»
«Ya ne govoryu po-russki, znayu citiri slova (Sì, ma io non parlo russo: so dire solo 4 parole!)», gli dico io un po’ imbarazzato. Lui, però, non si scompone e in italo/russo mi dice: «Ma io da! Ma io sì: ho fatto dodici anni di esercito in Russia. Ho partecipato anche a parate, ecco perché ti ho chiesto della striscia: non mi sembrava possibile che uno a Torre Spaccata avesse il nastro della parata della vittoria».
«Da dove vieni?», gli chiedo interessatissimo, «Da Chisinau, la capitale della Moldova. Ti ho puntato da lontano, da quando stavi in fila dietro la macchina nera: avevo visto il nastro e ho detto ma ho visto bene o male? e invece avevo visto bene».
Era felicissimo, ma nel mentre si era formata una lunga coda alle pompe di benzina: lo saluto senza neanche presentarmi e senza chiedere il suo nome.
Qualche tempo fa (il 7 marzo 2017), invece, avevo incontrato Valentino, un suo connazionale, sulla metro C. Anche lui moldavo, anche lui ricordava con orgoglio i giorni in cui apparteneva al Komsomol, la giovanile comunista.

Uomini, compagni, fratelli

il distintivo del Komsomol
Salgo sul treno in direzione Lodi, procedo verso i vagoni iniziali e mi siedo tra un signore anziano e una signora anch’ella con cuffie ben salde dentro le orecchie. Il signore a fianco a me legge un giornale, uno di quelli che danno sui mezzi di trasporto. La musica mi ovatta e mi esclude tutto il mondo circostante ma quel signore alla mia sinistra vuole parlare con me: vedo che mi rivolge la parola, dunque mi levo prima una e poi l’altra cuffia.
«Posso farle una domanda? Scusi. La disturbo?», dice cortese. L’accento, i denti d’oro tradivano una provenienza est europea, forse ucraino, pensavo inizialmente.
«Certo, mi dica, non mi disturba». Il tizio indica col grosso indice della mano destra il minuscolo distintivo che ho attaccato sullo zaino ormai dal 5º ginnasio: «quel distintivo ce l’avevo anche io tanto tempo fa. È quello del Komsomol, sa cos’è?». 

Mi si illuminano gli occhi: «Certo – rispondo – l’ho messa ormai un po’ di tempo fa.. Ce l’aveva anche lei?»

«Beh sì, tutti facevano parte del Komsomol: l’organizzazione liceale comunista. I più piccoli erano.. Come si dice… Figli di Ottobre “Oktoberskaja”, poi i Pionieri i “Pionerskaja” e poi c’era il Komsomol. Facevamo un sacco di cose e ne apprendevamo altrettante. Era un bel periodo. Ero comunista, tutti lo erano..» e le sue rughe sul volto facevano trasparire un poco di amarezza e di tristezza per “com’erano andate le cose”. Le fermate passano veloci una dopo l’altra, dobbiamo andare entrambi al capolinea, parliamo ora del più e del meno: mi indica il giornale che sta sfogliando polemizzando:
«Sei giornalista? A proposito di giornali: qui questo giornale si fa bello perché dice sono aumentati i controlli sui mezzi pubblici e che ci sono molte più multe per chi non paga, ma come si fa a scrivere così? Io non ho mai visto un controllore e se ci sono, certo, magari qualche multa la faranno anche ma poi vengono pagate? Questi dati mica li scrivono». 
Scendiamo a Lodi, gli tendo la mano per presentarmi: Valentino, lo pronuncia all’italiana.
«È studente?», continuando a darmi del lei. «Sì, studente universitario», faccio io. 
«Auguri, buona fortuna – dice – anch’io ero studente universitario, mi sono laureato e sono diventato preside di un liceo» ma dal 2000 è qui in Italia e ha fatto i più disparati mestieri, muratore in primis, come tanti dell’est Europa prima e dopo di lui. 
Mi chiede di cosa mi occupassi, gli rispondo che mi occupavo anche di sport e che recentemente ho scritto un libro con un collega che parlava di Yashin e del calcio nel comunismo. 
«Yashin…», gli occhi si illuminano. «Quello era calcio.. ma quello di adesso ti sembra calcio? A me sembra uno schifo..».
Gli indico dove si prende il 51, autobus che devo prendere anch’io per andare alla conferenza dove sono stato incaricato d’andare. Ci mettiamo a parlare di Chechov, Dostoevskij, Gogol’ e dopo un momento di silenzio, mi fa: «Sai cos’è che rendeva saldo, stabile, vivo, il comunismo? Non come qui, questa società… come si chiama.. capitalismo!», dice dopo un secondo di incertezza.
«La convinzione che rendeva saldo il sistema, che era realtà, era che l’uomo, nei confronti di un altro uomo, era compagno, amico e fratello. Quando c’era il comunismo da me, in Moldavia, ci dicevano che nel capitalismo l’uomo era lupo per un altro uomo (homo homini lupus) e, davvero, non riuscivo a comprendere questa frase. Ora è dal 2000 che sono qui e ho capito perfettamente». 
«Certo – ormai è un fiume in piena – dopo la caduta del comunismo la gente si diceva che era felice ma chi lo era? Era felice era solo quella che prima aveva soldi e doveva – per forza di cose – mettere al servizio del paese quello che aveva. Io ero molto triste, sinceramente. Guadagnavo poco, quando lavoravo, però prendevo dei soldi. Avevo anche borsa di studio e casa, da studente. Tutto. I giovani qui non hanno nulla». 
Scende dal 51 e lo saluto rammaricandomi un poco: «Do svidanija, tovarich», scandisce scendendo lo scalino, «spero di rivederti presto! Auguri per tutto». 
E se ne va. 
Il socialismo era davvero come l’universo: in espansione.

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Brasile: Paese spaccato dalle presidenziali, la mappa di «Le Monde»

Posted on 2018/10/29 by carmocippinelli

La sua vittoria conferma la svolta a destra in tutto il Sud America: avendo ottenuto il 55,1% dei 104,8 milioni di voti in palio, Jair Bolsonaro è stato eletto Presidente del Brasile domenica 28 ottobre 2018. Il candidato di estrema destra si trova a capo di un Paese profondamente diviso dalla politica, a trent’anni dal ritorno della democrazia.
Tutto il sud e l’ovest del paese, parte del Brasile con un reddito pro capite più elevato e una densità abitativa inferiore, ha votato a favore del candidato di estrema destra [le parti in blu della mappa].
Si noti, a riguardo, il risultato negli Stati occidentali della Rondoina e del Mato Grosso, principali aree di deforestazione del paese. Dato ancora più vero e confermato nel sud-est del Paese, negli stati di Rio de Janeiro, San Paolo, Espirito Santo e Minas Gerais: questi quattro stati producono circa il 60% del PIL del Brasile e sono popolati prevalentemente da bianchi, che rappresentano il 55% della popolazione, stando al censimento dell 2010, poco più della media del 47% del Brasile nel suo complesso.
La parte nord-orientale del paese, l’area con il PIL pro capite più basso e a media densità abitativa, ha votato più ampiamente a favore del candidato del Partito dei lavoratori, Fernando Haddadad [le parti in rosso della mappa]. Questa regione ha anche la particolarità di essere abitata dal più basso numero di discendenti di coloni europei e detiene la più alta percentuale di discendenti di schiavi africani.
Articolo originariamente pubblicato da Le Monde 
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"La risposta è dentro di te. E però è sbagliata". Ancora sul referendum dell'11 novembre

Posted on 2018/10/26 by carmocippinelli
L’11 novembre i romani andranno a votare per un referendum consultivo proposto dal comitato “Mobilitiamo Roma”, formato da Radicali Italiani e Radicali Roma (tacitamente sostenuto dal Partito Democratico, Noi con l’Italia, Forza Italia e altre formazioni di destra), che verterà sulla messa a gara del servizio pubblico di trasporto della città. Ultimamente, lo ammetto, è un po’ il mio chiodo fisso e scrivo praticamente solo di questo, ma c’è una motivazione. Più d’una, per la verità.

La questione che più mi turba
, politicamente, psicologicamente e socialmente, è la totale indifferenza della sinistra (dalle associazioni ai partiti, ai compagni ovunque collocati) nei confronti dell’attacco del capitale e delle sue forze politiche di riferimento al trasporto pubblico romano. Detta in altre parole: nessuna organizzazione “a sinistra” sta comprendendo la portata del referendum radicale sulla “messa a gara del servizio di trasporto pubblico”. Eccezion fatta per alcune sparute iniziative di base (questa, questa e quest’altra) a sinistra si pensa a tutt’altro e, qualora si dovesse prendere posizione sul tema, lo si fa piuttosto male. Prendendo in prestito le parole di QueeloGuzzanti: la risposta è dentro i compagni, e però è sbagliata.
Difendere chi e cosa.
Già, da che parte stare. In altri tempi non si sarebbe neanche posta la domanda: si sta dalla parte dei lavoratori, degli utenti, contro la privatizzazione e le liberalizzazioni che portano caos e disagio solo per le figure sopra citate, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Non sto a parlare di rincaro dei biglietti perché, altrimenti, si aprirebbe un capitolo a parte: per  chi ha tempo e voglia leggere qui un esempio di come privatizzazione non faccia rima con “risparmio” e “servizio migliore” per gli utenti: http://www.ilsitodifirenze.it/content/201-biglietti-ataf-dal-1%C2%B0-luglio-laumento-150-addio-al-risparmio-di-carta-agile.
Uscire dal discorso di contrapposizione fra lavoratori e utenti è quanto mai necessario: i primi nell’immaginario collettivo sono coalizzati contro i secondi che, però, soffrono l’odissea quotidiana del trasporto pubblico. I lavoratori non stanno dalla parte opposta degli utenti e dei pendolari (o dei (s)cittadini come piace dire oggi) e non devono prendersela con i macchinisti/autisti perché “ti chiudono le porte in faccia”. Tuttavia, le campagne mediatiche e della grande editoria hanno fatto proprio in modo che accadesse questo, un po’ come profetizzato dalla celebre frase pronunciata da Malcom X: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».

Questo complica le cose? Assolutamente sì, ma non deve distogliere, a mio modestissimo modo di vedere, cioè quello di un signor nessuno, il problema principale: la difesa del diritto ad un trasporto di qualità, all’altezza della Capitale di uno Stato e – soprattutto – che sia pubblico. La domanda del piccolo paragrafo (difendere chi?) è volutamente provocatoria dal momento che, essendo un abbonato Atac e un utilizzatore quotidiano del servizio metropolitano, mi sono imbattuto in un volantino affisso alla fermata di Cinecittà in cui ho letto a carattere più consistente delle altre scritte questa cosa qui: “Contro la privatizzazione – Difendere Atac”.

Comunicazione infelice.
In quanto a comunicazione, non me ne vogliano i compagni ovunque collocati, abbiamo dei passi enormi da fare: in questo periodo, fra scale mobili che crollano, passeggeri fermi sotto terra due ore a causa della Metro C (nuova, già vecchia), fermate della Metro A con infiltrazioni e secchi per raccogliere l’acqua, dire “difendiamo Atac” si traduce in un suicidio politico senza precedenti. L’elettore, sbandato dopo anni di berlusconismo, renzsismo, opportunismo cronico e vigliacco a sinistra, pensiero unico dominante, legge “difendiamo Atac” e interpreta “ecco la stronzata del secolo, magari privatizzano tutto”. Un voto perso. Anzi, guadagnato dal fronte del “sì” senza che costoro abbiano mosso un dito. Geniale. Il volantino, di cui non ho notato la firma (mea culpa) e da quale organizzazione fosse sostenuto, mi sembra completamente tutto subalterno ideologicamente alla logica della “ricapitalizzazione” di un’azienda che non ne ha affatto bisogno, dato che avrebbe necessità di una rifondazione completa.
C’è poi chi, in ordine sparso, ripropone temi superati, come quello dell’audit sul debito di Atac, soprattutto da parte di settori “autonomi” e del sindacato di base che alle ultime elezioni ha sostenuto Virginia Raggi nella corsa alle elezioni comunali (Carovana delle periferie docet) perché prometteva un “audit sul debito di Roma” (e non infierisco su costoro con commenti triviali anche se ce ne sarebbe bisogno).
Bisogna dire di difendere il trasporto pubblico, gli utenti e i lavoratori, ma certamente non Atac. Quello che si dovrebbe dire da una certa parte politica è che l’azienda municipalizzata conta fin troppi dirigenti e fin troppo pochi lavoratori; che le giunte (di centrodestra, di centrosinistra) non hanno mosso un dito per far fronte a questa questione e, anzi, ne hanno aggravato enormemente la situazione.
Difendere, in ultima analisi, il trasporto pubblico per far sì che sia realmente tale, non “lo status quo” in sé di Atac.

“Vabbè, proviamo. No?”
Una questione si aggira per la città, la domanda qualunquista. Parafrasando il nostro amato Karl Marx, ultimamente si sente spesso questa – ma stavolta davvero – domanda qualunquista: “vabbè, peggio di così non può andare, proviamo a far entrare i privati, no?”.
Mi sfugge, ma evidentemente non riesco a cogliere la profondità della proposta, da dove deriverebbe il possibile vantaggio della scommessa pascaliana del “vabbè, proviamo” riguardo i mezzi pubblici.
A Roma il privato esiste già
e dal 2000 gestisce più del 20% delle linee periferiche e ultraperiferiche dando, spesso, il peggio di sé, ancora di più di Atac (e ce ne vuole!).
fonte foto: Roma Today – Linea 543 gestita da Roma Tpl
La scommessa del “vabbè, proviamo” s’è oramai ben radicata nella coscienza (?) degli italiani, arrivando al culmine nel corso delle elezioni del 4 marzo, in cui svariati milioni di elettori hanno detto “vabbè, proviamo a vedere come sono questi altri”, barrando il simbolo del M5S o della Lega, trovandosi di fronte ad uno scenario che forse neanche loro avrebbero lontanamente immaginato. Eppure è successo. Provare anche in questo campo, mi sembra un tantino azzardato: per tornare al titolo la risposta è dentro di te epperò è sbagliata.
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Il referendum su Atac è una bufala: a Roma il trasporto pubblico privato esiste già (e non funziona)

Posted on 2018/10/22 by carmocippinelli
Sarà perché la data del fatidico referendum si avvicina, sarà perché da metà settembre si è ripreso a pieno il ritmo del lavoro quotidiano e sono ricominciate le doglianze nei confronti dei mezzi pubblici di Roma, sarà pure per questo insieme di fattori (e molti altri) che si sta ricominciando a parlare del referendum promosso da Radicali Italiani e Radicali Roma riguardo la messa a gara del servizio di trasporto pubblico.
Nel mio piccolo sono stato sollecitato da più parti ad esprimere un’opinione a riguardo, sul “cosa bisogna votare” e per quale motivo. In parte l’avevo già resa nota qui (https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2017/08/perche-il-referendum-su-atac-non-s-da.html) ma è bene riprendere il filo del discorso e dei concetti già espressi per affermare che questa consultazione referendaria è una sonora bufala. E lo è per un semplice motivo: la gestione privata del trasporto pubblico locale, a Roma, esiste già. E non funziona. 
Un conto è “rifondare Atac”, un altro è esternalizzare
Una delle tesi di chi sostiene la bontà del referendum è quella per cui non si tratti di privatizzazione ma di “messa a gara del servizio pubblico di trasporto”. Sul sito dei promotori del referendum si legge anche: 
«Il referendum si propone di togliere il monopolio ad ATAC riguardo la gestione del trasporto pubblico»; 
per invertire la rotta, secondo il sito mobilitiamoroma.it, creato ad hoc da Radicali Italiani, 
«occorre mettere a gara il servizio affidandolo a più soggetti, rompendo il monopolio e aprendo alla concorrenza. Le gare stimolano le imprese, pubbliche o private che siano, a comportarsi in modo virtuoso, e l’apertura alla concorrenza introdurrebbe anche forme più moderne e innovative di trasporto».  
Sull’ultima affermazione si potrebbe anche discutere ma sempre stante l’affermazione: ci vuole poco, se il raffronto è ATAC, una società mandata appositamente in perdita che negli anni ha assunto clientelarmente un numero spropositato di dirigenti, tagliando corse, chilometri, vetture, macchinisti e rapporti con società di manutenzione e primo soccorso.
Sull’affermazione precedente è bene riflettere un po’ di più: le gare dovrebbero stimolare le imprese, pubbliche o private, in modo virtuoso. Le cronache di tutti i giorni e provenienti da tutt’Italia forniscono, però, esempi contrari: gli appalti truccati, le gare finte, sono una costante italiana per favorire meccanismi di tipo clientelari su questo o quel settore esternalizzato dal pubblico. Certamente la situazione non è delle migliori, per usare un eufemismo, ma certamente non è esternalizzando che si risolvono i problemi.
Un conto è dire che si deve ristrutturare completamente Atac e il rapporto che l’azienda ha col Comune di Roma, un altro è dire apriamo alle privatizzazioni. Sono due cose completamente diverse. 
Privato? A Roma c’è già (e non funziona)
La questione principale che mi farà votare No (e invitare a  farlo) è che i romani già conoscono gli effetti della privatizzazione del servizio di trasporto pubblico: l’azienda TPL ne è un chiaro esempio i cui lavoratori spesso non percepiscono stipendio per mesi, l’ultimo caso è stato a maggio 2018, dunque non proprio in là nel tempo.
Le linee gestite dalla TPL (qui l’elenco completo http://www.romatpl.com/le-linee/), azienda privata che dovrebbe supplire al lavoro svolto (male) da ATAC, rappresentano un servizio ancora peggiore di quello fornito dalla municipalizzata in questione. La stessa ATAC (e TPL), nel 2013, razionalizzarono (leggasi: tagliarono) molte linee periferiche perché alcuni autobus passavano in zone a bassa densità abitativa. Menzogna enorme dato che vennero tagliate svariate linee a Roma Est, quadrante della capitale più abitato e più densamente popolato.
Purtroppo, però, la privatizzazione di vasti settori gestiti dal pubblico è quello che prevede il “Piano Tronca”.
La questione del “Piano Tronca”
Il problema, sta tutto qui: a partire dal 2019 scade il contratto che lega la gestione del trasporto cittadino ad ATAC ed è difficile pensare che ci possa essere una proroga da parte delle istituzioni locali: la direttiva Bolkenstein (cui Radicali Italiani ha espresso il proprio sostegno dato che trattasi di movimento “liberale, libertario, liberista”) ha imposto la privatizzazione dei servizi pubblici che dovranno progressivamente essere affidati a gestioni private. L’affidamento del trasporto cittadino dovrebbe essere deciso tramite band, stante la proposta referendaria, il quale prevede che vengano assegnate sulla base di condizioni che vengono offerte sulla carta ma che spesso si traduce nella seguente affermazione: peggiori condizioni per i lavoratori dell’azienda e gioco al ribasso dei costi per poter aggiudicarsi la gara.
Si fa un gran parlare, infine, della poca professionalità e della scortesia dei lavoratori ATAC, tuttavia ci si dimentica che attraverso le assunzioni della giunta Alemanno fu proprio il numero degli autisti a diminuire in relazione a quello dei dirigenti dell’azienda.
Dire che l’Atac fa schifo per colpa dei lavoratori è ridicolo e risibile
. Andare oltre la dicotomia lavoratore/cittadino è, infatti, necessario per la comprensione della situazione di ATAC e del trasporto locale che certamente non è all’altezza di Roma, ma se privatizzazione sarà, si tradurrà in una situazione ancor peggiore. Firenze docet.
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Più Europa o più nazionalismi/sovranismi? È la domanda che è sbagliata

Posted on 2018/10/16 by carmocippinelli
Qualche giorno fa è stato pubblicato un articolo di Natale Salvo pubblicato su Pressenza il cui titolo era: “Elezioni 2019, Europa al bivio: più Europa o più nazionalismo?”. Ho avuto modo di interagire con lui, facendo parte della stessa redazione, spiegandogli le ragioni della mia contrarietà ad alcune sue parole d’ordine e frasi ricorrenti nel post come queste:

«[…]L’Europa è lontana dall’essere perfetta, ma non è neanche quel buco nero che tutto distrugge come viene descritta da certuni. Senza dubbio, sono evidenti i benefici ottenuti da alcuni settori e in numerose regioni grazie alle azioni politiche condotte da Bruxelles»

e ancora:

«Gli errori dell’Unione Europea: poca Europa, solo Mercati». 

Due questioni che aprono due dibattiti apparentemente paralleli ma in realtà convergenti e sovrapponibili: l’Europa, intesa come entità etnico/geografica e la costituzione dell’Unione Europea così come la conosciamo e per come si è sviluppata nel corso degli anni. Traggo spunto, dunque, dalle riflessioni messe per iscritto da Natale per produrre a mia volta delle considerazioni che partiranno da lì ma che esuleranno dal suo scritto per analizzare degli aspetti a mio avviso rilevanti.

Un conto è la geografia, un conto la politica
L’Europa come entità geografica è un qualcosa a cui nessuno può o intende opporsi o negarvi un’appartenenza. Se si rimane nel seminato delle considerazioni geografiche è facile dire che anche io, da antieuropesta, mi potrei sentire “europeo” dal momento che l’Italia condivide una porzione di un Continente con altri Stati. Ma finisce lì. Al netto delle considerazioni storiche riguardo il Vecchio continente. La questione è che si è voluto dare, e la stragrande maggioranza delle persone vi ha indubbiamente abboccato, una risposta cosmopolita a questa oggettiva speculazione geografica:

«[…] il cosmopolitismo prescide dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato ad una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che qesto può offrire, sia un’ampia libertà di movimento al di sopra dei confini statali» (Domenico Moro, La gabbia dell’Euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, p.20., 2018, Imprimatur).

Cercare di sfruttare questa ovvietà geografica per rimarcare la necessaria coesistenza e traslare il tutto in “ovvia strutturazione di una sovrastruttura sovranazionale” come l’Ue, è un atto politicamente torbido e intellettualmente disonesto.
Così come, allo stesso modo, contrapporre una risposta binaria (sì/no, pro/contro) ad una questione estremamente complessa come l’Unione Europea.

Sempre più spesso si ascoltano discorsi per cui o si è assolutamente aderenti con l’Ue e con tutto quel che ne consegue, altrimenti si è nazionalisti, salviniani, leghisti e fascisti. La generazione più colpita da questo colossale fraintendimento è la precedente a quella di chi scrive: i nati nel corso della Guerra Fredda, infatti, dopo aver attraversato la dissoluzione dell’Urss, la distruzione del Partito comunista e socialista in Italia e negli altri Paesi, hanno vissuto nell’illusione tutta positiva dell’abbattimento delle frontiere come carattere individualistico e ottimamente propulsivo della conoscenza del mondo. Una risposta cosmopolita, per dirla nei termini di Domenico Moro, ad una esigenza del capitalismo di riaffermarsi in tutto il globo, una volta venuto a mancare il blocco orientale e i paesi del Patto di Varsavia. Affermare un’europeismo oggettivo, geografico, non significa, però, essere supinamente pro-Ue: la distinzione è enorme e il fraintendimento causato dalla sovrapposizione di questi due piani ha creato una generazione la cui aspirazione massima è la conoscenza cosmopolita del mondo ad essa prossimo, intesa nel senso prima esposto. E ancora, sviluppando una tendenza al non c’è alternativa, il cosiddetto Tina (There is no alternative): il sentimento della mancanza d’alternativa, del contrappeso – se vogliamo – della presenza di un altro sistema economico, politico e sociale, ha fatto apparire come unica e necessaria la strutturazione della sovrastruttura dell’Unione europea.

«Non c’è ancora integrazione: dobbiamo avere più Europa!»
La menzogna concatenata al discorso fin qui esposto («sono nato in Europa, dunque sono automaticamente europeista-filo-Ue e filo Uem – Unione europea monetaria») è quella per cui si accetta la linea dell’Ue ma con riserve ma non nel senso di critiche all’impianto a-democratico della struttura sovranazionale così com’è, ma in quanto servirebbe una maggiore integrazione dei paesi membri dell’Unione affinché si consolidi la cosiddetta europa politica.

Il fatto che sia stata creata prima l’Europa del capitale, l’Europa finanziaria, di quella politica, non rappresenta un errore o una scelta affrettata, quanto proprio una scala di priorità di chi ha fatto in modo che si procedesse in tal senso. Criticare l’Ue significa, almeno per chi scrive, essere coerentmenete antieuropeista nella misura in cui essere europeisti significhi e si traduca con giustificare e appoggiare tutte le politiche che sono state realizzate fino ad ora, anche nei confronti di chi – velatamente – critica tale impianto perché there is no alternative (Tina).

Anche perché, citando sempre il libro di Domenico Moro, integrazione europea si tradurrebbe in «riogranizzazione del processo generale di accumulazione capitalistica a livello continentale»:

«[…] Il combinato disposto di crisi, globalizzazione e integrazione europea, oltre a bruciare milioni di posti di lavoro, ha eliminato migliaia di imprese e di unitò produttive. L’euro, infatti, ha favorito la centralizzazione dei capitali europei, mediante fuzioni e acquisizioni tra imprese, in modo che queste potessero raggiungere dimensioni pari a quelle dei grandi gruppi statunitensi e asiatici. Ma non basta: il prossimo passo dell’integrazione europea è la creazione del mercato unico dei capitali, la cui premessa è l’unione bancaria. La riforma bancaria europea ha provocato il fallimento di molte banche, scaricandone i costi, mediante l’introduzione del bail in, sui risparmiatori che vi avevano investito, e favorito la centralizzazione anche a livello bancario. Lo scopo è, da una parte, realizzare un mercato dicapitali adeguato alle necessità espansive e di aquisizione dei grandi gruppi, e, dall’altra, favorire la quotazione in borsa e l’aumento dimensionale delle imprese, in sintesi attuare la riorganizzazione del processo generale di accumulazione capitalistica a livello continentale». (Domenico Moro, La gabbia dell’Euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, p.25, 2018, Imprimatur)

È la domanda iniziale ad essere sbagliata
La domanda posta, in ultima analisi, fra la necessità di una maggiore richiesta di Europa o una risposta nazionalista/sovranista, è sostanzialmente sbagliata. Porre in questi termini la questione significherebbe lasciarsi attraversare dalla retorica dei grandi gruppi editoriali, al soldo del capitale transnazionale, e della propaganda pro-Ue. Il solo fatto che ci possa essere, da sinistra o ancora più precisamente da marxista, una critica netta al liberismo, all’euro e all’Unione europea così come si presenta ai nostri occhi, fa sì che la reazione sia scomposta e si inneschino dei discorsi di rossobrunismo che, oltre alla loro risibilità, lasciano davvero il tempo che trovano.
Alla grande stampa, tuttavia, interessa che vi siano solo due posizioni che emergano nell’agone politico nazionale: da una parte quella pro-Ue (Partito democratico, Radicali, +Europa etc), dall’altra la retorica anti-Ue da destra (Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle) i quali vorrebbero, comunque, un ritorno al sovranismo solo per favorire momentaneamente una piccola porzione di capitalismo nazionale che, nel frattempo, ha delocalizzato lasciando disoccupati migliaia di lavoratori “in patria”.

“Sei anti-Ue? Allora, voti Salvini”
Una delle [tante] altre risposte a tutto questo è la più geniale (diciamo così) di tutte, quella che sta facendo riemergere la questione antifascista agli (orrori) delle cronache politiche quotidiane: essere antieuropeista si tradurrebbe, agli orecchi di chi ascolta o agli occhi di chi legge, immediatamente, in un velato sostegno a formazioni neofasciste. Anche inconscio, ovviamente, che prima o poi riemergerà con tutta la sua forza. L’antifascismo che sta emergendo adesso, infatti, rappresenta una formazione di facciata di fronte al giornalismo d’accatto e parimenti uno scalpo da ostentare nei confronti della dilaniata opinione pubblica italiana.

Dichiararsi antifascisti perché (ormai l’adagio è passato) in Europa dopo la guerra ci sono stati 70 anni di pace rappresenta, in sé, una bella [e grossa] bugia.
Prima di tutto perché la guerra c’è, è stata ed è anche alle nostre porte: Jugoslavia e Ucraina, tanto per citarne solo due. Non proprio territori remoti. Senza, poi, contare di tutte le missioni militari che – ad esempio l’Italia – i paesi Nato promuovono: Afghanistan, Iraq, Libano, Niger e la lista è molto lunga.

In secondo luogo perché l’antifascismo è, di per sé, un’azione politica (oserei dire un programma politico, dato che ha prodotto la Costituzione della Repubblica Italiana, prima che essa venisse modificata nel corso del Governo Monti) che prescinde dall’appoggiare sovrastrutture che nessuno ha eletto ma che, attraverso un auto-mandato, governano su quel che rimane degli stati nazionali: antifascismo è anticapitalismo, necessariamente. Tertium non datur.
Ecco, però, emergere un antifascismo in seno alle classi dominanti le quali, non riuscendo più a contenere gli istinti bestiali del liberismo, a seguito della globalizzazione post dissoluzione sovietica, fanno appello alle classi popolari e subalterne per poter creare una sorta di “fronte comune” contro la paura, la xenofobia, il razzismo, il fascismo.
La socialdemocrazia europea, infatti, sta recitando questo copione da svariati anni e il sipario sta per calare su di essa. Il deputato umanista cileno Tomas Hirsch, a riguardo, ha dato una spiegazione magistrale del perché la socialdemocrazia è in crisi, tanto in America latina (in particolar modo nel suo paese), quanto in Europa:

«La socialdemocrazia sta scomparendo in Europa e sta scomparendo in America Latina per una ragione molto semplice: tra una brutta copia e l’originale, la gente ha preferito l’originale. […] Non è possibile cercare di “migliorare” il modello [neoliberista ndt], “umanizzarlo”, “ritoccarlo”: o sei per questo modello individualista, o sei per un cambiamento strutturale profondo della società che garantisca diritti alle persone. La socialdemocrazia non è né per uno, né per l’altro».

E non è vero che non c’è alternativa. Solo, non se ne parla, si annichilisce, si osteggia aprioristicamente con il Tina, non ci viene mostrata, un po’ come per il Mito della caverna di Platone. 

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(Piccolo e triste) diario di bordo #1 – il gigante

Posted on 2018/10/12 by carmocippinelli

Salgo in macchina e accendo la radio, quasi sempre a quell’ora trasmettono sedute parlamentari coi più disparati interventi. Inserisco la chiave, il quadro ai scende e il motore parte. Odo in lontananza i “mortaccitua” di qualche disputa automobilistica nata e morta nel giro di un paio di manovre azzardate nei pressi di Piazza Don Bosco. Pigio l’indice sul tasto di accensione retroilluminato della radio: la scelta numero uno è radio radicale (come te sbagli), stanno trasmettando interventi di Deputati. Prende la parola Brunetta mentre parto con la macchina. Parla riguardo l’economia sulle  così tanto dibattute note di aggiornamento del Def, reddito di cittadinanza sudditanza e quant’altro.  Lo ascolto destrutturare punto per punto il cosiddetto NaDef e subito mi assale una tristezza tale da culminare nell’espressione poco carina che quell’automobilista, certamente in torto, rivolgeva ad un altro suo simile nei pressi di Piazza don Bosco, anche se di poco mutata perché nella sua forma impersonale: limortàcci.
Il dramma della cosiddetta Terza Repubblica è soprattutto questo: che anche Brunetta (autore di cotali indimenticate e indimenticabili performances) sembri un gigante nel dibattito parlamentare, in confronto ai (s)cittadini, e al marciume leghista. Un gigante. E non è una dannatissima battuta, siamo arrivati davvero a questo tristissimo punto.

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L'esodo dal Venezuela e l'esodo dall'Italia: il secondo è decisamente maggiore

Posted on 2018/09/05 by carmocippinelli

È ricominciato il cortocircuito mediatico sul Venezuela, certamente più silenzioso di mesi e anni fa in cui si mostravano foto false, si millantavano scontri pacifici e si attribuivano morti a una sola parte politica vittimizzata rispetto a quella statale. Più silenzioso ma non meno grave. In questi giorni si parla moltissimo di esodo dal Paese: le fonti giornalistiche indicano a 870mila il numero di residenti venezuelani in Colombia (circa tremila al giorno), numero buttato un po’ a caso dato che non si spiega in quanto tempo siano migrati questi nuovi residenti, ma certamente ne si conosce la provenienza, come ha spiegato il Vescovo della diocesi di Trujillo, dallo stato del Tàchira, confinante con la Bolivia. (In ogni caso, la Mision Verdad smonta pezzo per pezzo i numeri della crisi venezuelana: qui: http://misionverdad.com/la-guerra-en-venezuela/cifras-de-acnur-y-la-oim-desmontan-la-crisis-de-refugiados-venezolanos.)

L’altissima emigrazione: Italia batte Venezuela
C’è un Paese che produce più emigrati del Venezuela, contando determinati fattori e parametri di pensatori e giornalisti  legati all’economia di mercato: l’Italia.
«Nel 2016 – scriveva Balduzzi su Linkiesta riportando i dati dell’Istat – sono stati 114.512 gli italiani che si sono trasferiti all’estero. Erano 84.560 nel 2015, 73.415 nel 2014, e solo 37.129 nel 2009. Una crescita di 3 volte, dunque, accelerata nell’ultimo anno. Attenzione, si tratta qui solo degli italiani nati in Italia, non sono inclusi gli stranieri». Una crescita che sta aumentando a dismisura se si calcola il 2017: oltre 250.000.

Un paese in salute, verrebbe da ironizzare, ma certamente i luminari dell’economia di mercato sentenzieranno che un conto sono le emigrazioni dei giovani che si spostano in cerca di opportunità e un altro conto sono quei giovani che lasciano il proprio Paese per mancanza di lavoro, mancanza di generi alimentari e compagnia cantante. Non si negano degli errori al socialismo del XXI secolo, tuttavia i numeri parlano molto chiaro: l’Italia, certamente, non sta meglio di paesi considerati “arretrati” non più di 3 decenni fa. Tutt’altro.
Quando si citano i dati sul Venezuela si omettono, completamente, i dati dell’emigrazione italiana (soprattutto giovanile): alla pubblicistica del Bel Paese piace molto fare paragoni e analisi spicciole (leggi: superficiali) di quel che accade nel mondo per raffrontarlo con quanto accade in Patria. Ma in questo caso meglio non dire nulla. Anche perché se i numeri riferiti all’Italia servono a qualcosa, evidentemente c’è qualcosa che non va tanto nell’economia, quanto nello Stato, e lo stato di salute della democrazia italiana ne è la prova.

La gente se ne va? È colpa della mancanza del libero mercato
Venezuela, come si distrugge un paese, questo il titolo della [fantamirabolante] intervista di Panorama a Ricardo Hausmann, venezuelano di nascita, statunitense d’adozione, «che dal 2005 dirige il Centro per lo Sviluppo Internazionale dell’Università di Harvard». Il già ministro per la Pianificazione (1992), ha dichiarato, rispondendo ad una questione posta dal giornalista di Panorama: «Entrambi i modelli economici, quello di Chávez prima, e dal 2013 quello di Maduro, sono antitetici al mercato dunque…», risposta di Hausmann: «L’economia di mercato è per definizione quella in cui si possono esercitare attività commerciali e industriali private senza dovere dipendere esclusivamente dal potere del governo-Stato e dove, soprattutto, il diritto di proprietà è tutelato. In Venezuela, invece, oggi l’unico in grado di esercitare il diritto di proprietà sembra essere il governo che a poco a poco si è impossessato di ogni aspetto della vita economica, diventando proprietario di tutto».
Il problema è sempre quello: l’economia di mercato. Il capitale non ammette nulla che sia al di fuori del capitalismo stesso e se qualcosa dovesse andare storto (leggi: il socialismo del XXI secolo in un paese ricco di risorse naturali) e certamente colpa del qualcosa-andato-storto.

La colpa è dei «due dittatori comunisti»
Opposizione in esilio, carcerata, estromessa dalla vita politica venezuelana: questo tipo di accuse arrivano dall’Italia, nientepopodimenoche dall’area liberal cattolica, liberal radicale (di nuovo? sì, di nuovo) e della cosiddetta sinistra italiana (eh già!), nelle persone di PierFerdinando Casini, Maurizio Lupi, Maurizio Turco e di svariati dirigenti della cosiddetta sinistra italiana.
Prima ancora di citare una trasmissione a tema di Radio Radicale, però, è bene che si ascoltino le parole di Eliana Loza Schiano, giornalista dell’opposizione la quale, lo scorso anno, durante gli scontri più duri, ebbe il coraggio di dire ai microfoni di radioRaiTre: «[…] Non si può parlare di guerra civile: guerra è quando si contrappongono due eserciti, qui ci sono tre reparti di polizia, i gruppi paramilitari clandestini e dall’altra delle pietre e qualche moltov».
Alla faccia delle molotov:

@GNB_Lara seguiremos trabajando y luchando en contra de quienes quieran perturbar la Paz de nuestro Estado @GNBoficial @S_RiveroM pic.twitter.com/x3fUk0RiN4

— GNBlara (@GNB_Lara) 25 luglio 2017

Sui gruppi militari clandestini la Schiano non ha fornito informazioni, tuttavia sarebbe stato molto interessante ascoltare le sue considerazioni a riguardo, soprattutto per conoscere su quali fonti si basava per la propria analisi.

Tornando all’attualità, nel corso di “Spazio transnazionale”, rubrica di Francesco de Leo per Radio Radicale, in cui oltre al coordinatore della presidenza del Prntt Maurizio Turco era presente anche la giornalista anticomunista Marynellis Tremamunno, spesso tornava il mantra dei due dittatori: Chavez e Maduro. [Ometto, in questa sede, di citare il vergognoso “servizio” delle Iene riguardo il Venezuela].

L’europarlamentare Javier Couso rispose molto fermamente a queste accuse e, tanto vale, riportare le sue parole: «Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si può entrare ed uscire liberamente dal Paese per criticare il Governo. Mi ricordo del franchismo, sono nato ai tempi della dittatura fascista spagnola e gli oppositori quando uscivano dal Paese venivano carcerati, fucilati e torturati. A migliaia. Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si sono tenute 20 elezioni nel corso di 18 anni (2 perse dal Governo). Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono partiti legali». Il discorso di Couso continua, si può vedere cliccando qui: https://www.youtube.com/watch?v=FH16XAKRBzo.

Noiosa conclusione

Quando si parla di socialismo, inevitabilmente, si fa riferimento ad un sistema economico, sociale e politico completamente diverso da quello in cui viviamo ora, tuttavia lo si fa con una buona dose di pregiudizi e luoghi comuni. Soprattutto in questo caso: il Venezuela, tecnicamente, non è retto da economia pianificata, anzi, si tratta di uno Stato che ha introdotto elementi di socialismo all’interno di uno stato liberale non toccandone “l’architrave”, fino al luglio scorso. Un socialismo diverso da quello sovietico, certamente, di matrice “umanista”, come si è definito da più parti: in un’espressione, il “Socialismo del XXI secolo”.
Generalmente, comunque, quando si parla di socialismo lo si fa (spesso senza alcun fondamento) di violenze, di nefandezze e di un sistema imperfetto per natura che non avrebbe potuto essere altrimenti, come se per un qualche assurdo motivo il socialismo dovesse essere il paradiso in terra contrapposto all’inferno del capitalismo. O, per essere più chiari, che il socialismo debba esserlo (o debba esserlo stato) a prescindere, data la pervicacia dei suoi sostenitori. Ma (come direbbe mia madre) «l’uomo è sempre l’uomo», dunque il sistema politico può aver avuto delle storture, anche giganti, ma ciò non toglie che il socialismo ha rappresentato, realmente, un’alternativa tangibile al capitalismo e ai suoi sfaceli in nome del mercato e del profitto, dello sfruttamento dell’uomo nei confronti di un altro uomo.
Il socialismo bolivariano, il chavismo, prende le mosse da  questo: creare un’alternativa tangibile a quella che era  la realtà del capitalismo e dello sfruttamento delle aziende del liberismo transnazionale nel Paese.
Ciò non toglie, come ho scritto già precedentemente per quel che riguardava le connessioni fra i liberali/radicali italiani e Victor Orban, che la destrutturazione liberale e capitalista spesso si serve di meccanismi -come abbiamo visto a più riprese- non sempre ortodossi e neanche troppo “visibili”. Le guerre economico/finanziarie ne sono un esempio, il mancato approvvigionamento del Venezuela anche, dato che la filiera della distribuzione alimentare è in mano private. Potrei continuare (date le dichiarazioni di Hausmann) ma credo sia meglio finire qui e tacere.
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Non-comprendere che Salvini e di Maio non sono antieuropeisti è (molto) grave

Posted on 2018/09/03 by carmocippinelli
fonte foto: Ansa
Una cosa mi inquieta particolarmente: la non-comprensione dei fenomeni politici, anche di quelli più elementari, tanto da parte della generazione dei nostri padri (i nati fra gli anni ’50 e ’60 del novecento), passando per i cosiddetti quarantenni, arrivando fino ai miei coetanei. È il lascito della cosiddetta fine delle ideologie degli anni ’90, decretata da chi ha voluto uniformare il pensiero capitalista e del mondo occidentale, a cui la sinistra ha dato il proprio servile consenso, a partire dalla Bolognina, arrivato fino ad ora con Matteo Renzi che si è dichiarato a più riprese liberista di sinistra. 
L’aver posto fine alle ideologie in ambito politico ha significato un appiattimento al pensiero unico del Capitale, finendo così per avere varie posizioni più o meno liberiste da parte di tutti gli schieramenti parlamentari (ad esempio), più o meno accondiscendenti riguardo i trattati che regolano la politica europea, più o meno d’accordo sulle politiche economiche che lo Stato deve attuare, certamente assertivi riguardo la  NATO, ovviamente d’accordo su fiscal compact e affini, agitando tutto il resto come scalpo da dare in pasto a giornal(isti)ai e opinione pubblica per far scaldare un po’ gli animi nei confronti di questa o quella boutade a buon mercato (gli immigrati, il reddito di cittadinanza e così via). 
Non-comprensione è l’opposto, in negativo, del termine tutto positivo (comprensione) che indica non solo un atto passivo ma soprattutto attivo nei confronti di un dato fatto, ad esempio, ma anche della realtà più spicciola che ci circonda. Non-comprendere che la Lega, il Ministro dell’Interno, siano alfieri dell’UE e non, come hanno fatto credere a milioni di elettori, “rovesciatori dell’ordine costituito burocratico europeo”, è molto grave. 

La stessa cosa vale per il Movimento 5 stelle. In entrambi i casi si è parlato, in passato, di sforature di limiti «imposti dall’Europa», si è parlato di uscita dall’Euro per cui da un lato i meridionali non si meritavano la moneta unica e dall’altro era uno strumento della finanza che opprimeva commercianti, PMI, popolo basso e anzi «[…] se non ci liberiamo dall’Euro, il Mezzogiorno sarà una terra spopolata».

Ugualmente, ancora, si può dire (andando da una parte all’altra dello schieramento parlamentare) per le posizioni della Bonino riguardo le politiche migratorie, parlo del video divenuto quasi virale sui social e su internet in cui la senatrice di +Europa compie un discorso pieno di luoghi comuni, dunque applauditissimo dai colleghi senatori. Non-comprendere che la Bonino (anni prima) si fece portatrice di affermazioni decisamente guerrafondaie rispetto alla guerra in Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia (e l’elenco potrebbe essere molto lungo) è tanto grave quanto il consenso che ingenuamente le si dà perché è una donna che sa quel che dice e ha carattere. 

Dobbiamo scegliere se continuare a farci rubare imprese e lavoro da Paesi che stampano propria moneta. O iniziare… http://t.co/cMqcypUXWd
— Luigi Di Maio (@luigidimaio) 14 dicembre 2014

Non-comprendere che il Movimento 5 stelle e la Lega siano organizzazioni politiche che basano il loro consenso sulla speculazione riguardo le posizioni assunte su temi da dare in pasto alla stampa (di cui sopra), mentre con la mano sinistra mantengono le redini del capitalismo e delle élites, è molto grave.
Questo mi spaventa e mi inquieta: la totale mancanza di discernimento trans-generazionale degli italiani.
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L’unico politico vero è Renzi – Discorsi da bar

Posted on 2018/08/30 by carmocippinelli

Dice: «Io a sentì Sarvini, te giuro, me sento male»

Dico: «A chi o dici..»

Dice: «Che poi ce sta na pochezza, vojo dì, manco a dì che dice cose sensate, no? Sai, dicesse cose che uno je po’ dì ao hai detto na stronzata je se ribatterebbe, invece è popo stupido»

Dico: «E che ce devi fa, l’hanno votato..»

Dice: «Eh o so, però pure coso, mo ce se mette pure Vertroni. Me sembra fori tempo, n so se me spiego. Ce sta l’unico politico che doveva andà avanti e l’hanno cassato, mo zitti tutti»

Dico: «Eh?»

Dice: «L’unico politico che ce sta mo è Renzi, mettila come te pare»

Dico: «Oddio…»

Dice: «Beh ao i dati parlano chiaro: i precari l’ha stabilizzati, i concorsi ce stanno, fa n po’ te»

Dico: «Zì, non te vorei delude ma non è proprio così»

Dice: «Ao io guardo l’Istat, si tu c’hai artri parametri dimmelo che ne parlamo»

Dico: «Senti, io c’ho categorie politiche molto infime da poté affibbià a Renzi, però si te le dico te ncazzi»

Dice: «E perché sei ideologico, guardi le cose co r fumo all’occhi»

Dico: «Ma sarà pure, però non me sembra che sia stato sto granché. A me me sembra che sia stato n’imbecille»

Dice: «Guarda che Renzi ha fatto più cose in mille giorni che l’altri in dumijardi»

Dico: «Vabbè ma che c’entra, pure io si faccio dumila chilometri ar giorno so dì de poté guidà ma mica so n pilota. Se faccio na gara co Schumacher sempre na pippa rimango, n so se me spiego»
Dice: «È là che sbaji, perché c’hai ‘a bava alla bocca: devi esse meno ideologico e più ideale»
Dico: «Ma io so tanto ideologico quanto ideale è pe questo che Renzi me sta sui cojoni»

Dice: «Eh ma perché c’hai 26 anni, se ce n’avessi na sessantina apprezzeresti quello che ha fatto»
Dico: «Lo apprezzo talmente tanto che ho votato tutt’altro»

Dice: «È popo pe’ quelli come te che perdemo: te disperdi i voti»

Dico: «Aridaje.. Non se finisce più..»

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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