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Autore: carmocippinelli

Cuore e grinta: la Borgata pareggia al “Don Calabria”

Posted on 2022/05/08 by carmocippinelli

Tre giornate alla fine del campionato. Il clima è quello giusto: trasferta a una trentina di chilometri da casa, dal “Vittiglio”, squadra al completo con Michelangeli, Corciulo, Proietti e Casavecchia che partono dalla panchina. Dai gradoni si spinge la squadra per tutti i 90 minuti della partita: non si smette mai di cantare. L’otorinolaringoiatra di Villa Gordiani ringrazia commosso. «Oggi abbiamo bisogno di voi, eh», Zannini, prima della partita, cerca gli occhi di chi affollerà gli spalti.

A meno tre giornate dalla fine del campionato queste partite sembrano già scritte: chi è alto in classifica ha già il risultato in pugno e vuole che nessuno possa frapporsi fra sé e l’obiettivo prefissato (quale che sia), chi sta sotto prova a non soccombere. A rigor di logica, espressione colloquiale che intende manifestare un ragionamento o un fatto criticandone – spesso – l’esito che vede scomparire la ragione nella sua manifestazione finale, la Borgata avrebbe dovuto essere la squadra che sarebbe stata facilmente schiacciata. Ma i ritmi sono tiratissimi e Mascioli è incontenibile fin dal primo minuto. Sarebbe da scrivere un post a parte su cosa non-ha-fatto: ha interpretato, senza troppe lusinghe, almeno tre ruoli (mezzala, regista, centrocampista che imposta) e servito almeno il doppio di palloni che hanno portato la squadra talmente avanti da essere a pochi centimetri dal volto di Istrate (portiere locale). Nei primi cinque minuti la Borgata crea già due occasioni: fate largo / noi siam la Borgata.

Nessun pallone entra, però. Al quarto d’ora  Capostagno tenta la bordata ma il pallone si spegne sul fondo. Ecco che, come si direbbe sui gradoni, arriva la tipica beffa-à-la-Borgata. Trentunesimo della prima frazione di gioco, la squadra di casa passa in vantaggio su punizione: confusione in area, svirgola un pallone a un palmo  di naso da Poma, angoletto basso, gol. Chi canta  non smette, la Borgata non arretra di un passo e continua a impostare. Se c’è una cosa che la squadra ha imparato a fare è mantenere la barra dritta con le compagini più forti. Eppure il gol del pareggio non arriva.
«Prepara il telefono: mo Moreno segna», Cucchi è fiducioso. Sa cosa il numero 10 granata riesce a creare su punizione dal limite dell’area: è il sesto della ripresa, tutto fa pensare al pareggio del solito Mascioli su punizione.
Staffilata rasoterra che si infrange sulla barriera. Cuori infranti ma canti sempre più forti. Mascioli non ci sta: due minuti dopo segna davvero il pareggio.

Piccola pausa nel testo. Me lo sono immaginato davvero l’animo di Mascioli dopo la punizione sbagliata: un’eruzione plurima di Vesuvio ed Etna, un misto di dolore e impeto con promessa a se stesso di non sbagliare la prossima.

Torniamo a noi. Il pareggio. La World inizia a perdere tempo, a fare qualche fallo tattico, a non far ripartire il gioco nei tempi irretendo l’avversario famelico. Al ventesimo arriva il potenziale patatràc: Anello insacca e i cuori della Borgata, di tutti, vanno di nuovo in mille pezzi.
Il mister – è facile presupporlo – chiede intensità e di non fermarsi alla botta ricevuta, di andare avanti e di riprendere la partita perché non solo è possibile: è realizzabile e doveroso.
Ci sono un paio di gol in potenza, un tiro che il  portiere blocca sicuro ma al 33esimo arriva il 2 a 2. Poi, in ordine sparso, due contropiedi, una punizione che non è stata battuta, un tiro di Cicolò che ha fatto sobbalzare tutti, una reazione della World al 50′. Ovvero in quella fase della partita denominata zona Borgata, altroché zona Cesarini: quel momento in cui l’avversario segna beffando i granata. È successo più di qualche volta in questa stagione. Si temeva il peggio.

Però è successo davvero: la World è stata fermata, un punto preso, e Silvestri (numero 3 locale) che prima di tornare negli spogliatoi viene ad applaudire chi non ha mai smesso di sostenere la squadra avversaria per tutta la durata della partita. 

Il Tabellino | Seconda Categoria Laziale Girone E *

WORLD SPORT SERVICE – BORGATA GORDIANI 2-2

MARCATORI: 31′ pt Ronzani (WS), 8′ st Mascioli (BG), 21′ st Anello (WS), 33’st Piccardi (BG)

BORGATA GORDIANI: Poma, Chieffo, Palma, Cassatella (Casavecchia), Brigazzi, Zannini, Di Stefano, Capostagno, Cicolò, Mascioli, Pompi PANCHINA: Capuani, Piccardi, Michelangeli, Antrilli, Corciulo, Ciamarra, Proietti.  ALLENATORE: Amico
WORLD SPORTSERVICE: Istrate, D’onofrio (8’st Carpentieri), Silvestri, Ronzani, Tusa, Ignazzitto, Tonetti, Anello F., Remigi (11′ pt Sforza), Morelli (11’st Proietti), Saltalamacchia (Anello M.) PANCHINA: Qammaz, Fabrizio. ALLENATORE: Radi
Recupero 1’pt, 7’st.

* AVVERTENZA | Il tabellino non è accurato come al solito perché per tutti i 90 minuti (più recupero) ho cantato a squarciagola ed è stato molto difficile staccarsi emotivamente dal rettangolo di gioco per potersi appuntare dei dati. Abbassamenti vocali conseguenti. Quindi le sostituzioni, ad esempio, non sono molto accurate o il secondo gol della Borgata. Lì siamo impazziti un po’ tutti.
Va’ a capire davvero chi ha segnato.

 

Posted in Blog/Post semiseri, Borgata Gordiani

Se non noi, allora chi? *

Posted on 2022/05/02 by carmocippinelli
Agenzia MEHR © Una giocatrice della nazionale femminile di futsal dell’Iran in azione.

* di Camilla Folcarelli 

Ci eravamo lasciati, l’estate passata, con l’impresa di Sara Simeoni, con la struggente storia di Kathrine Switzer, con la speranza di trarre in salvo le donne del domani da stereotipi e pregiudizi. Eppure, in questi giorni di celebrazione per il passaggio al professionismo del calcio femminile in Italia, ci troviamo nuovamente a confrontarci con fastidiosi episodi di discriminazione di genere. Ed ancora più straziante è vedere come spesso questi provengano proprio da coloro che dovrebbero essere in prima linea in un questa battaglia: le donne.
Se quasi un anno fa l’articolo che scrissi intitolato “Con due cromosomi X” (visibile qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/05/26/con-due-cromosomi-x/)  raccontava dell’emancipazione femminile nel mondo dello sport vista con gli occhi di una calciatrice, oggi la stessa calciatrice si trova a raccontare un fatto accaduto di recente.

L’accaduto
È un sabato come tanti altri: ti prepari a scendere in campo con la tua squadra per divertirti  e far provare la medesima sensazione al pubblico e, perché no, portare a casa i tre punti. Tutto è come ci si aspetta: c’è la giusta tensione, c’è l’agonismo, c’è la voglia di far bene e c’è, come sempre, il direttore di gara.
Sarà proprio l’arbitro a finire in un vortice di proteste e ingiurie, fine alla fatidica frase capace di provocare disgusto nel pubblico e nelle squadre in campo.
Siamo alla metà della seconda frazione di gioco, il risultato è meno che mai in discussione: uno scontro di gioco non sanzionato dal direttore di gara spedisce il portiere della squadra in svantaggio su tutte le furie. Dopo esser stata richiamata verbalmente, senza successo, la giocatrice, che chiameremo Maria, non intende placare la sua ira, costringendo l’arbitro ad una, più che inevitabile, ammonizione.
Questa ammonizione, però, non placa Maria, la quale dà in escandescenza e si lancia in una serie di irripetibili insulti che portano il direttore di gara ad estrarre dal taschino il cartellino rosso che pone la parola “fine” alla sua partita. Come se non bastasse, alla visione del cartellino rosso, Maria si scaglia fisicamente contro l’arbitro e, faccia a faccia, continua ad urlargli insulti d’ogni tipo. Si teme anche l’aggressione fisica, ma alla fine Maria viene spinta fuori dal campo dalle sue compagne. Lo stupore delle giocatrici in campo, incredule nel vedere come un contrasto di gioco abbia portato a questa insensata reazione, viene meno e si tramuta in rabbia nel momento in cui Maria, uscendo dal rettangolo di gioco, urla all’indirizzo dell’arbitro l’ultima assurda frase del suo inammissibile comportamento pomeridiano: «sei un incapace, per questo ti fanno arbitrare le femmine».

Se non alziamo la testa noi, non lo farà nessuna
Maria
con questa frase intende paragonare le capacità del direttore di gara, non alla categoria da lui arbitrata, bensì al genere e non passa neanche un secondo da quando Maria pronuncia questa frase a quando le giocatrici in campo, chi con uno sguardo di disprezzo, chi con una delle frasi usate precedentemente da Maria stessa nei confronti dell’arbitro, invitano la ragazza ad andarsene in silenzio.
È una frase forte, che fa male a chi ci crede, a chi non si piega all’idea che, anche in questo caso, agli uomini venga data più risonanza che alle donne, che le donne debbano essere arbitrare da un direttore poco competente in quanto, anche loro, sono poco competenti col pallone, a chi non ha creduto di valere meno e lotta ogni giorno con la sua passione affinché non si pensi più che una donna non può allenarsi, giocare e dare spettacolo come un uomo.
La frase di Maria, declamata in un momento in cui aveva perso il senno, è lo specchio di come veniamo trattate e per cui alla fine rischi di crederci anche tu: da sempre ti hanno detto di essere inferiore, di non valere e non meritare più di tanto. È solo questione di tempo perché anche tu possa ragionare come Maria.
È qui però che dobbiamo rimanere unite, perché se non ci crediamo e non ci difendiamo noi… allora chi?

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Letteratura in terrazza

Posted on 2022/04/29 by carmocippinelli

Stamattina siamo andati sulla terrazza di scuola insieme alla 1A del Liceo Machiavelli a leggere un brano di Hemingway.

Dopo due anni di Dad, mascherine, gel igienizzanti e distanziamento, uscire al sole per una lezione all’aperto (ma non troppo) ha avuto il sapore di una gita scolastica, di libertà. Di felicità 🙂

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“La filosofia”

Posted on 2022/04/22 by carmocippinelli



«Prof, ce l’ha instagram?»
, domanda tutt’altro che innocua: foriera di curiosità ai limiti della “maliziosità stalkerante” di ragazzi adolescenti.
«Non mi troverete mai». Pivello. Tu, davvero, ingenuo e novellino. Improvvisamente sei catapultato dall’essere docente a “laureato all’università della vita”. Mai sfidare dei quattordicenni: ci hanno messo poco meno di un mese, ma alla fine hanno iniziato a inviarmi richieste da parte di quasi tutta la classe.

Ma la colpa è tua, tu che ti nascondi dietro ad un anagramma: di fronte alla volontà maliziosissima – in senso buono, s’intende – e compulsiva del “prof, ce l’ha instagram?”, tutto (de)cade.
C’è da dire che la prima di quest’anno è una classe piena di vita e brulicante di necessaria voglia di interazione, dopo due anni infernali a distanza e a subir meccanismi machiavellici con arguti (ma inutili) cambi di denominazione acronimica da DAD a DDI.

Tutti, ma proprio tutti, atti a voler significare una sola cosa da parte del Ministero: continuiamo a distanza perché non possiamo diminuire il numero degli alunni per classe (sennò tocca assumere docenti, vaderetroSàtana), non possiamo ammettere che abbiamo tagliato così tanto alla scuola e ora ci ritroviamo senza risorse.
Non dondolare la barca: passeggia sul molo guardandole tutte, ma guai a salirci sopra.
Seguendoci a vicenda, assieme a  ragazze e ragazzi, abbiamo scoperto lati di noi stessi che non conoscevamo e in particolare una studentessa ho scoperto essere molto attratta dalla filosofia.

Non sa bene cosa sia, effettivamente, sa solo che è qualcosa «che ti aiuta a ragionare»: in ogni storia o post che realizza si firma così: “la filosofia”. «E poi, prof» – mi fa – «credere in se stessi, in parte, è anche filosofia». Due anni di didattica a distanza totale e mista, medie completamente saltate, arriva in prima superiore e ogni tanto il suo insegnante di italiano e latino gli dice qualcosa su Platone, su Socrate, su Schopenhauer e  su Marx.

Ecco che la filosofia assume un tratto più marcato: non tanto di “auto aiuto” come poteva concepirla prima la studentessa ma come fattore in sé e per sé.
Perché, in fondo, uno dei grandi inganni dei tempi disgraziati che stiamo vivendo è il seguente: l’assunto che la filosofia non serva più di tanto alla formazione di un essere umano, tanto più che la psicologia ha fagocitato (o almeno così s’è fatto credere ai più) la volontà e l’intenzione di “analisi e introspezione” di ognuno di noi.
Mi ha scritto: «la filosofia ci permette di definire i modi di pensare e di agire dell’essere umano ed ogni modo di pensare e di agire è diverso da ogni persona».
Le ho immediatamente regalato la mia copia de Il mondo di Sofia di Gaarder: è una lettrice, anche se di letteratura cosiddetta “young/adult”, ma ha reagito molto bene a “Sostiene Pereira” di Tabucchi e le è piaciuto molto.

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché non vedrò la maturazione della mia studentessa e l’elaborazione successiva che sarà propria di una mente in divenire, in formazione, in costante ricerca di sapere per il suo benessere psico-fisico. Non lo vedrò perché per loro quello strano non-più-troppo-giovane-professore è stato la meteora del primo anno di scuola: un supplente è questo, d’altronde.
Una meteora e un tappabuchi.

Chissà se la mia studentessa di prima, la filosofia, amerà davvero i miti platonici, Socrate, Feuerbach, Kierkegaard. Non mi è dato saperlo.
La continuità didattica è lo scalpo agitato dai Ministri come quello dei posti di lavoro da aumentare dal politicante di turno il giorno prima delle elezioni: frasi senza contesto e a cui la volontà conseguente è, ovviamente, del tutto assente.

Il post è visibile anche qui: sul blog “L’ortica” https://orticamagazine.noblogs.org/post/2022/04/22/la-filosofia/

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Rutilio, testimone del presente che cambia e l’impossibile restaurazione

Posted on 2022/04/21 by carmocippinelli

 In occasione dei 2775 anni di Roma, mi sono deciso a pubblicare la conversazione con Claudio Bondì, pianificata e organizzata in vista di un progetto di tesi di laurea magistrale non più portato a termine. Era un pomeriggio di settembre di cinque anni fa [2017]: con Daniele e la prof.ssa Privitera ci inoltrammo verso Trevignano per incontrare il registra allievo di Rossellini.

Una conversazione con Claudio Bondì 

Elia Schilton in un fotogramma del film “De Reditu” di Claudio Bondì.

Questa intervista prende le mosse dall’incontro avvenuto, grazie alla professoressa Tiziana Privitera, presso l’abitazione di Claudio Bondì, autore del film «De Reditu», ispirato al poemetto di Rutilio Namaziano.

La prima domanda che gli ho rivolto è stata: «per quale motivo proprio Claudio Rutilio Namaziano?» (su cui infra) e Bondì ha serenamente risposto come ho riportato di seguito nella conversazione.

Personalmente, mi sono innamorato di Rutilio durante gli studi liceali. A seguito di una bocciatura in quinta ginnasio, ho ripreso gli studi cercando di non ripetere gli errori (e le mancanze) dell’esperienza pregressa. Mi appassionava molto studiare e approfondire, attraverso letture di saggi e di romanzi storici, le vicende imperiali successive alla morte di Marco Aurelio; tuttavia mi incuriosiva anche la paganità messa alle strette dalla cristianità, e dunque ho iniziato a documentarmi su Giuliano l’“Apostata”. Terminate le letture sull’imperatore “controcorrente”, ricordo di aver letto l’inno a Roma di Rutilio sul manuale di letteratura latina: fu una sorta di folgorazione. Una folgorazione dovuta in particolare ai vv. 63 fecisti patriam diversis gentibus unam e 66 urbem fecisti quod prius orbis erat1.

E da allora Rutilio non mi ha più abbandonato.

Nel V secolo d.C. l’Impero Romano era un’entità statale e territoriale che a stento riusciva a mantenersi salda e viva: l’età degli Antonini, la cosiddetta fase “aurea” dell’Impero, era ormai ben lontana, si susseguivano le usurpazioni e il territorio amministrato dall’Imperator si assottigliava sempre di più. La «caduta senza rumore»2, che Roma subì a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, con conseguente presa del potere da parte di Odoacre, non destò forse tra i contemporanei così grande angoscia, spavento, smarrimento. Il dominio di Roma3 non rappresentava più l’entità invincibile del passato, ma il lento declino di una potenza mondiale, a cui si aggiungevano una classe dirigente sempre più dissoluta e dedita alla corruzione, la progressiva trasformazione dei costumi e del modus vivendi a seguito della cristianizzazione dell’Impero e di altri fattori. Roma cristiana era ormai egemone nei confronti degli idoli pagani.

E questo, probabilmente, provocò la reazione dell’aristocratico Claudio Rutilio Namaziano4.
Originario della Gallia, Praefectus nel 414, Rutilio, nonostante il suo supposto paganesimo, riuscì a conseguire nella Pars Occidentalis una brillante carriera di funzionario durante l’impero di Onorio, come dimostra la nomina a Praefectus Urbis nel 414, una carica, istituita da Augusto, che rimase tradizionalmente appannaggio della classe senatoria, mantenendo il suo prestigio in tutte le fasi della storia imperiale5.

Il Sacco e il Ritorno
Il ritorno di Rutilio ha una meta, la Gallia Narbonese, che lo stesso Alessandro Fo individua come verosimile destinazione del viaggio, dato che: «il codice Vindobonensis indica nella soprascritta come destinazione del viaggio. In terre cioè fra le più strapazzate dalle scorrerie barbariche, fra cui restano memorabili quelle del 413 ad opera dei Visigoti stessi, di ritorno dall’Italia meridionale sotto la guida di Ataulfo. […] Si è molto discusso sull’anno preciso del viaggio, in particolare schierandosi per il 417 o il 415. Comunque stiano le cose, Rutilio parte, e nonostante sia inverno, parte per mare: infatti, ci dice, non ci sono più ponti, né ostelli, tutto ha sofferto le recenti rovine (1, 37 ss.)» 6.

Foto scattata quel dì dal buon Daniele con la prof.ssa Privitera, Bondì e uno spettinatissimo (as usual) me

Il film
Claudio Bondì, regista e sceneggiatore, classe 1944, allievo di Roberto Rossellini, ha scritto e diretto numerose serie televisive per Rai Uno, Rai Tre, ORF, ZDF e tre film: Il richiamo (1999), L’educazione di Giulio (2000) e, per l’appunto, il De Reditu (2003). Quest’ultimo, a causa della estrema economia di mezzi, come ci ha raccontato nella conversazione avvenuta nella sua casa di Trevignano Romano, passò quasi sotto silenzio.

Perché realizzare un film sul V secolo dopo Cristo e, soprattutto, su Rutilio Namaziano?

«Ho scoperto Rutilio nel corso dell’esame di Letteratura Latina di [Ettore ndr] Paratore. Nel manuale era riportato come egli fosse l’ultimo poeta pagano della letteratura latina: la cosa non mi impressionò molto. Al contrario destò la mia curiosità il fatto che Rutilio Namaziano intraprese un viaggio con tre barche per tornare in Gallia e vedere in che condizioni fossero i suoi possedimenti a seguito delle devastazioni dei Visigoti. Mi sembrava una cosa molto romantica e mi rimase viva nella mente fino agli anni ’80, quando mi proposero di realizzare una serie per la televisione dal nome “Vita quotidiana di…”. Il programma si proponeva di raccontare delle epoche storiche attraverso dei personaggi. Dovevo scrivere 10 trattamenti e uno di essi fu quello su Rutilio Namaziano: attraverso la sua vita e il suo viaggio ho ricostruito la fine dell’Impero. Il testo piacque molto, ma non fui scelto a causa di limitazioni nel budget. Il testo lo pubblicai in seguito»7.

Cosa accomuna gli anni di Rutilio ai giorni nostri?

«C’è una “tangenziale” che unisce quegli anni ai nostri: sono epoche così dissimili per alcuni versi, ma fin troppo simili per altri. L’impossibilità, per esempio, che ha Rutilio di parlare con i cristiani è la stessa che proviamo noi nei confronti degli islamici. Anche negli altri film che ho realizzato ho parlato sempre della stessa cosa, se vogliamo: uno o una protagonista, attraversato dalle frecce della Storia, mentre lui o lei cerca di capire e difendersi da quello che gli o le sta capitando. Rutilio è attraversato da un evento che cambia completamente, di lì a cinquant’anni, il senso della vita di chi abitava i luoghi dell’Impero. Come aiuto regista di Rossellini ho realizzato Agostino d’Ippona, dunque mi è capitato di rappresentare una situazione analoga con loro: Agostino e i suoi compagni si sfregavano le mani a seguito della caduta della “Grande Meretrice”.

Non sono uno storico, ma certamente, nonostante le due epoche siano differenti, alcuni tratti non sono così dissimili, come dicevo: stiamo vivendo una situazione analoga a quella di Rutilio. La “grande povertà” di chi è costretto a emigrare entrerà infine nei nostri confini: non possiamo sparare a vista sulle barche, sarebbe un comportamento folle. Bisogna cercare di includere e di assimilare il più possibile, così come venne fatto in passato. Anche perché, se non sbaglio, Alarico voleva essere insignito generale dell’Imperatore. Solo a seguito del diniego dell’Imperatore ruppe il patto con Roma e successe quel che conosciamo. Nell’immaginario delle popolazioni non romane, essere insigniti di un titolo che, probabilmente, all’epoca non valeva moltissimo, sarebbe di per sé bastato».

Rutilio, nonostante fosse di estrazione aristocratica, nel film si scontra con quella che era la “miopia” politica della classe senatoria. Perché nel suo De Reditu si verifica questo scontro?

«Quando Rutilio va dai senatori a proporgli quel piano, del tutto visionario, di mettere insieme un esercito per rovesciare il potere imperiale e “sanare” situazioni che andavano sanate, per l’appunto, i senatori lo prendono per matto. D’altra parte, però, aspettano di vedere quali mosse metta in atto Rutilio. Non sia mai che quel “pazzo” fosse riuscito nell’intento!

Dunque, da un lato c’era l’intuizione, da parte mia, di mostrare quel che sarebbe accaduto di lì a poco, storicamente parlando, nel medioevo: l’incastellamento. I senatori, grazie ai possedimenti e al capitale accumulato nel corso della loro vita, iniziano a ritirarsi nelle loro ville e a vivere per conto loro.

D’altro canto c’era la volontà di mostrare il lato per così dire tutto “democristiano” dei senatori romani: accontentare tutti, non essere nemici di nessuno, senza necessariamente interpretarlo come un fatto negativo, dato che probabilmente non c’era altro comportamento da tenere. Rutilio, infatti, è molto rigido nelle sue posizioni e i senatori provano a fargli capire che già nelle legioni la proporzione di germani era decisamente elevata».

“Democristiani” o meno, sembrano essere più realisti.

«Certamente: è proprio da quel dialogo e da quell’incontro che volevo far apparire il lato romantico di Rutilio. Il comportamento “democristiano” si rivela subito dopo, come dicevo prima: quando Rutilio va via dalla villa, i senatori, riflettendo tra loro, affermano che comunque non è stato cacciato via da loro.

Ho, poi, un difetto che dichiara la mia età: non riesco a fare un film o scrivere un libro senza alcuno scopo. L’utilità di questo film è chiarire alcune cose, non da un punto di vista didascalico, ma per far capire alcuni meccanismi fondamentali che si ripetono.»

Il meccanismo che sta dietro il finale, allora, qual è?8

«Il finale non lo conosce nessuno. Non avevo la minima intenzione di far morire Rutilio: sapevo che non era morto e che era arrivato almeno fino a Milano nel suo viaggio; non potevo farlo combattere contro i catafratti, che l’avrebbero schiacciato in pochissimo tempo. Non lo so neanch’io che fine fa Rutilio. Quando noi incontriamo un testo che, improvvisamente, si interrompe, bisogna fare in modo di far terminare il tutto. Nel film, peraltro, ho messo in scena cose non vere, come ad esempio il fatto che Rutilio si stia recando in Gallia anche per radunare delle legioni e scavalcare così l’Imperatore, che stava a Ravenna, come ho detto prima. Avevo bisogno di quello spunto per il percorso che segue Rutilio nel dialogo con i senatori, quando, rifiutandosi di seguirlo, si iniziava a delineare il processo dell’incastellamento medievale. Questo finale che ho trovato nel film vuole significare una mia devozione nei confronti di Rutilio».

Una devozione che legittimerebbe anche lo spunto dell’esercito da radunare contro l’autorità imperiale di Ravenna?

«Ci sono tante cose che sono state lasciate a metà e che vanno prese, per l’appunto, per la trattazione cinematografica in sé».

Nella narrazione filmica, però, si trattano anche tematiche letterariamente concrete, come le devastazioni dei cristiani nei confronti degli idoli pagani.

«Il discorso iniziale fra Rutilio e Palladio fa parte di un tema su cui la letteratura (già quella latina) ha prodotto tonnellate di testi. I cristiani, appena ottenuta un’oncia di potere, si adoperarono nella rimozione e distruzione degli idoli pagani. Successivamente, con l’intelligenza, si appropriarono di quel che la cultura e l’Impero aveva compiuto. Certo, con dei “filtri”, secondo me: molte opere non sono arrivate perché forse davano molto (o troppo) fastidio. Una scena in particolare, nel film, non ho potuto realizzarla e un po’ me ne rammarico: prima dell’uccisione del rematore, i catafratti avrebbero dovuto incontrare due processioni, una di cristiani e un’altra di pagani. Paradossalmente, entrambe le processioni proseguivano su strade diverse per andare nello stesso posto, ma in senso inverso: i catafratti avrebbero dovuto prendere tutti a bastonate indiscriminatamente. Con questo intendevo dire che la situazione era talmente complicata che non si riuscivano quasi a distinguere le due religioni e le due manifestazioni religiose».

Nel senso che le credenze religiose sono viste, in entrambi i casi, come un intralcio al potere?

«Esattamente: al potere non gliene importava nulla. Intendo dire che in quella fase tanto i pagani quanto i cristiani davano fastidio in egual maniera al potere. Rutilio vive, viaggia e scrive in un periodo in cui le differenze fra le due religioni, così come le loro manifestazioni, erano sottilissime. Quella scena avrebbe potuto far capire come e quanto fosse caotica la situazione dell’Impero nel V secolo.»

Anche nell’opera di Rutilio, infatti, il potere non ne esce benissimo, mi riferisco al medaglione su Stilicone…

«No, affatto. Un’altra scena, a proposito di questo tema, che non ho potuto realizzare, riguarda l’inizio del film, quando Rutilio arriva ad Ostia. Il protagonista avrebbe dovuto imbattersi in un gruppo di Visigoti, o comunque di non latini, i quali incontravano un vecchietto per strada, fracassandolo di botte senza una ragione specifica. Entrambe le scene, quella sopra descritta e quella che ho detto ora, avrebbero rappresentato cose che non sarebbero mai potute accadere cinquant’anni prima e che, invece, accadevano negli anni in cui Rutilio aveva deciso di intraprendere il viaggio»

Gli schemi saltano per tutti, insomma, tanto per i cristiani quanto per i pagani.

«Non solo, anche per l’autorità cristiana, la quale, come ho detto prima, tanto in ambito storico, quanto in ambito documentale, non fa arrivare delle testimonianze importantissime, di cui abbiamo solo i titoli. Giuliano, ad esempio, è diventato l’“Apostata”, il traditore: avrei voluto fare un film anche su di lui. Non era Apostata per nulla ma venne marchiato così dai cristiani, solo perché aveva osato dire che i maestri, dovendo insegnare la storia antica, non potevano essere cristiani. La sua non era un’ostilità aprioristica: era ben motivata. Come faceva un maestro a spiegare il complesso divino pagano e la storia precedente al cristianesimo, se condannava tutto quello che era avvenuto precedentemente a Cristo?».

I discorsi attorno alla religione, inevitabilmente, portano alle considerazioni sull’attuale e il riferimento non può che tornare all’integrazione e ai nostri giorni, cosa ne pensa a riguardo?

«La questione è complessa: pensiamo però al fatto che i cristiani distruggono, se vogliamo, buona parte di quello che era un mondo stabilitosi da settecento anni. Pensi al Pantheon: un meraviglioso esempio di integrazione, un luogo in cui erano presenti tutti gli déi: tutti diventavano cittadini romani e potevano venerare chiunque volessero. In un certo qual modo la tolleranza dell’Impero era simile a quella presente nell’Impero Asburgico, in cui convivevano circa quattordici nazionalità diverse».

A proposito di religioni, Rutilio se la prende anche coi giudei.

«Roma era, certamente, antisemita, ma solo perché i Giudei davvero non venivano capiti, erano percepiti come “strani”. Quando nel film faccio dire ai personaggi che il proprietario della locanda in cui si sono fermati è giudeo, perché aveva messo loro in conto anche l’erba che avevano calpestato, probabilmente sarà stato così [ride]: denigrare “la tirchieria” è un costume che attraversa le epoche».

Passiamo a Rutilio e alla sua figura storica e letteraria. Personalmente mi sono innamorato della sua opera letteraria quando ero al liceo, lei nel corso degli studi universitari. Prima di realizzare il film, però, passa moltissimo tempo. Come mai?

«Nella mia vita, quando ho cercato di fare determinate cose non sono riuscito a realizzarle. Quando invece non le pensavo neanche, è successo che le ho fatte e portate a termine. È strano, non trova? Se mi incaponisco a voler fare qualcosa, non c’è verso che riesca a farla. Devo scrivere, quello sì, e anche molto, ma se incontro resistenze non devo occuparmene o incaponirmi. Il film su Rutilio giaceva “da una parte”: per me era morto e sepolto a seguito del primo rifiuto televisivo. Inaspettatamente, arrivò l’occasione per Rutilio anni dopo. Tra l’altro c’è da dire che la Rai continua a mandare in onda pezzettini, di qualche secondo o minuto, a seconda delle necessità, del mio film nei più disparati programmi di divulgazione o anche storici: anche in “Ulisse” di Alberto Angela, ho ritrovato dei frammenti. Se questo film l’avesse comprato la Rai la sua sorte, forse, sarebbe stata diversa».

Si ricorda come venne accolto e quale fu il giudizio riguardo al film?

«Ero molto scontento del film. Mi sembrava di non essere riuscito a raccontare nulla di quello che avevo in mente, anche perché prima della sceneggiatura finale ne avevo realizzate nove. Testi, tutti e nove, che ho regalato ad Alessandro Fo. Ogni sceneggiatura successiva alla prima è stata una riduzione, a seconda di quello che il budget che avevo a disposizione consentiva di produrre. Avrei voluto girare con tre barche, anziché con una, avrei voluto girare le scene che ho descritto sopra oltre all’inseguimento dei catafratti, i quali, secondo la prima stesura, avrebbe dovuto essere una truppa, non “quattro scalmanati” come nel film. In me, probabilmente, era rimasto più forte che in altri uno scontento enorme rispetto a quello che ho dovuto togliere e che mi sembrava importante rispetto al [prodotto finale] montato. Alessandro Fo, che si imbucò [ride] letteralmente alla prima proiezione del film riservata alla troupe, dopo i titoli di coda mi fermò e mi disse che avevo realizzato una cosa straordinaria e mi riempì di elogi. Io mi aspettavo che, al contrario, mi prendesse da parte per darmi del mascalzone e farabutto!».

Quindi critica positiva nonostante la sua contrarietà?

«Esattamente! Il Manifesto fece un articolo a sei colonne con il seguente titolo: “Contro The Passion, De Reditu: un apologo pagano”, scritto, se non ricordo male, da Silvestri. Il ritaglio di quel giornale, insieme a molto altro, l’ho donato al Museo del Cinema di Torino, quindi ora non ce l’ho, ma spero sia facilmente reperibile in rete. Il tema era importante, per la verità, e la pubblicazione del film ha spiazzato un po’ tutti. Al contrario, io ero quasi furibondo dopo la pubblicazione del film. Pensavo ricorrentemente che una cosa a cui tenevo moltissimo fosse il film, che “alla fine dei giochi”, mi era venuto peggio. Pensavo perfino che la gente se ne potesse andare via a proiezione in corso!»

Quanto costò, infine, il film?

«Ottocento mila euro e le riprese durarono sette settimane. In una cosa sono stato feroce: la barca del film non è stata mossa da motori o nient’altro di meccanico. La barca ha funzionato coi suoi tempi.»

Quindi, nonostante le sue infelicità, il film venne accolto bene.

«Anche altri colleghi registi mi chiesero quello che mi hai chiesto, ovvero, come mi fosse venuto in mente di realizzare questo film. Mi ero appassionato all’aspetto romantico dell’avventura verso l’ignoto che un solo uomo vuole fare, nel tentativo di [recuperare] una situazione irrecuperabile. E ne è venuto fuori un prodotto che, in un modo o nell’altro, ha i suoi devoti. Non dobbiamo, però, vedere Rutilio come un anti-cristiano, piuttosto come un filosofo che reagiva a tutto quello che stava succedendo a lui».

Una reazione rispetto all’attualità che lo circondava, dunque?

«Necessaria, aggiungerei. Anche perché i cristiani di allora ritenevano imminente la fine del Mondo. Potevano dire, in sostanza, tutto quel che volevano, convincendo la gente del fatto che la fine sarebbe stata imminente e che presso di loro avrebbero trovato la salvezza».

A proposito di accoliti del film, in rete si possono trovare diversi articoli e post di blog di cinefili che plaudono alla sua opera. C’è un aneddoto, anche recente, che vuole ricordare a riguardo?

«Un aneddoto che ricordo con piacere, a tal proposito, è questo: nel 2010 ero a Trieste, al Festival del cinema latinoamericano: portavo un documentario La balena di Rossellini9. Finisce la proiezione del film e mi si avvicina una signora, chiedendomi se avessi realizzato anche il De Reditu: «Mi deve fare un favore» – mi disse – «c’è mio marito, uno storico, che passa ogni sera a recuperare i pezzi del suo film trovati su Internet, tra YouTube e altre piattaforme: non ci dorme la notte, gli faccia avere un dvd». Forse, allora, De Reditu qualcosa ha messo in moto nella comunità di appassionati, di storici e non. Ne ho avuto la riprova a seguito della proiezione che c’è stata alla Casa del Cinema quattro anni fa: la domanda che più mi è stata posta era come mi fosse venuto in mente di farlo, questo benedetto film».

È proprio questo, in fondo, che muove curiosità e interesse nei confronti del De Reditu: il film ha una sua platea di aficionados, facilmente rintracciabile tramite una ricerca in Internet attraverso un qualsiasi motore di ricerca. Proprio Bondì, a seguito di questo interesse10, ha concesso che il film venisse caricato integralmente su YouTube11.

1 Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Torino, Einaudi, 1992.

2 Momigliano, Storia e Storiografia antica, Bologna, Il Mulino, 1985.

3 Non fu sempre Roma la sede imperiale, tuttavia, come un immaginario collettivo ha erroneamente tramandato: Milano e Ravenna furono le città a cui gli imperatori preferirono affidare il titolo di capitale come lo si intende oggi. L’ultima sede imperiale fu appunto Ravenna. Né bisogna trascurare il fenomeno non inconsueto delle usurpazioni, a sua volta responsabile della designazione di una diversa sede imperiale, relativa alla porzione di territorio, su cui l’usurpatore di turno esercitava il proprio dominio.

4 Per una sintesi del vivace dibattito sull’ordine dei tria nomina, cfr. A. Fo, Ritorno a Claudio Rutilio Namaziano, Pisa, 1989, p. 50.

5 «Le belle proprietà di Gallia, di un uomo che ha trovato in Roma il vertice della bellezza della civiltà non sono sfuggite alle devastazioni, sì che ora egli deve ritornarvi. Claudio Rutilio Namaziano è un aristocratico, figlio del funzionario imperiale Lacanio, ha egli pure ricoperto importanti cariche, principale delle quali la prefettura di Roma (nel 413 o nel 414), e abbonda di amicizie e parentele eminenti». Così Fo, ibidem

6 Rutilio Namaziano, Il ritorno, cit. Significativo il passaggio, in cui chiarisce il motivo del viaggio, I, 19-22: At mea dilectis fortuna revellitur oris / indigenamque suum Gallica rura vocant. / Illa quidem longis nimium deformia bellis / sed quam grata minus, tam miseranda magis.

7 C. Bondì– A. Ricci, La storia a misura d’uomo: vita quotidiana nell’Italia antica, Torino, ERI, 1980.

8  Il de reditu è incompiuto: il film di Bondì prova a immaginare un finale, nel quale le guardie imperiali riescono a mettersi sulle tracce di Rutilio, uccidendo un membro dell’equipaggio della barca. «Sembra passato moltissimo, amico, e invece siamo appena a metà del viaggio», così Rutilio nella pellicola si esprime, rivolgendosi a Minervio (Rodolfo Corsato), il quale, sfoderando appena la spada, risponde enigmaticamente: «di questo o di quell’altro?», mentre i cavalli delle guardie imperiali galoppano (non pacificamente) in direzione dei due.

9  Film ideato da Rossellini nel 1971, ambientato in Cile, che non ha mai visto la luce.

10 La decisione di Bondì è in totale controtendenza rispetto a quello di registi, musicisti e artisti in generale: si veda il caso Napster/Metallica, la cui disputa aprì un dibattito feroce tra chi scaricava illegalmente musica e la difesa del diritto d’autore.

11 Qui, il link del film completo: <https://www.youtube.com/watch?v=6esfS4lrz5I>.

Ancora una cosa…

Piccola nota personale, a margine della conversazione. La passione per i versi di Rutilio Namaziano l’ho sempre condivisa (fin da quando si è palesata) con Domenico, compagno di liceo e ora docente a Oxford. Io bocciato in quinta ginnasio, lui vera e propria miniera di sapere già a 16 anni; lui autodidatta ma tecnico (nel senso stretto della parola) a suonare la chitarra, io grattacorde. Eppure, nonostante la distanza, siamo ancora in contatto, ed è davvero una tra le cose più belle che mi ha lasciato il liceo. A lui, però, Rutilio non piaceva affatto: il latino era “barbaro”, rozzo, altroché odi et amo quare id faciam etc etc.
Al momento dell’iscrizione all’Università andò alla Normale di Pisa e all’esame di ammissione, mi raccontò poi, gli chiesero di chi fossero i versi su cui tanto gli ruppi le scatole a 16 anni: non solo glielo ha detto ma gliel’ha pure citati a memoria. Ammesso alla Normale senza riserve, ovviamente. Rutilio ora pro nobis.

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Travolti da un insolito Destino di una partita della seconda categoria laziale

Posted on 2022/04/10 by carmocippinelli

«Una volta tanto possiamo anche pareggiare: o vinciamo o perdiamo. È che non ci piacciono le mezze misure».

La sintesi migliore a fine partita la pronuncia il portiere: Daniele Poma, oggi sui gradoni (espulso la settimana scorsa contro il Mar.Na) a sostenere la Borgata con cori e canti assieme ai tifosi.

Alla Borgata le mezze misure non piacciono e, in effetti, anche in questo caso lo ha dimostrato: primo tempo sopra le righe, non proprio reattiva nella ripresa.

Ma procediamo con ordine.

Se si esclude il direttore di gara (Destino, da cui il titolo del post riprendendo il titolo di una nota pellicola del cinema italiano), che non si accorge neanche di un pugno dato volontariamente dal portiere ospite a Chieffo, si può ben dire che il protagonista di questa partita è stato il forte vento. La Borgata scende in campo compatta e con la voglia di dimostrare tutto: non semplicemente “portare a casa la giornata”. Il piglio con cui gli undici granata entrano nel rettangolo di gioco è eccellente, nonostante nella prima frazione il vento soffi in direzione contraria dell’attacco dei locali. Ma De André insegna che a fermare il vento gli si fa solo perdere tempo. Eolo, spostati: ci servono i tre punti!

Il vero motore dell’attacco granata sembra essere un reattivo e presente Proietti: più volte nel primo quarto d’ora il numero 7 viene cercato e pescato dai suoi compagni ma, troppo spesso, la sua iniziativa è isolata e non riesce a connettersi col resto dell’azione. Il centrocampo della Borgata tiene e sebbene il 16 arancionero si faccia vedere, tagliando porzioni di campo per accentrare l’azione della Caput Roma, regge e Monopoli viene contenuto.
La prima grande occasione è al 17’: cavalcata di Chieffo dalla destra e tiro velenosamente preciso. Isopo respinge ma non blocca: sopraggiunge Cassatella nei pressi dell’area piccola che tenta l’intervento col destro per impedire il secondo tempo di reazione dell’estremo difensore, ma giunge un attimo in ritardo e la sfera è ospite. La Borgata preme sul pedale dell’acceleratore e inizia a creare occasioni, una dopo l’altra: al 18’ è Proietti a farsi vedere dalle parti di Isopo, tentativo che si spegne sul lato sinistro della porta; al 19’ è Ciamarra che prova a impensierire l’estremo difensore della Caput.

La Caput Roma riesce a farsi vedere solamente attorno al ventesimo di gioco: Segamonti pesca in cross Domizi: supera due uomini e arriva a tu per tu con Capuani. È una frazione di secondo: Capuani sembrava già battuto ma Domizi non tira, l’estremo difensore granata si tuffa tra le gambe dell’avversario fermando l’azione d’imperio.

La partita si sblocca al 25’ e, per una volta, è bene utilizzare una di quelle espressioni oscene che però fa molto “cronaca sportiva”: “colossale dormita” della difesa ospite, in particolar modo di Segamonti, e Chieffo riesce a insaccare portando avanti la Borgata con un destro preciso.

I granata sono in festa e consci che la partita vada chiusa. E anche nel giro di pochi minuti: servono maturità e testa, c’è bisogno di lucidità. Il ritmo alla mezz’ora si fa più blando ma al 35’ il solito Chieffo, assieme a Pompi, tenta il raddoppio: Isopo blocca il risultato sull’1-0. Proietti vuole segnare a tutti i costi: ci prova al 33’ così come cinque minuti dopo: non riesce e se la prende col palo. Lo prende a calci sfogando rabbia e frustrazione, ma lo sa anche lui: la prestazione, fino a quel momento, c’era.

L’unico giocatore ospite che sembra manifestare più carattere nella prima frazione di gioco pare sia Monopoli: riesce sempre a saltare più di un giocatore granata e a farsi largo tra le maglie difensive locali che, di fronte a lui, diventano un po’ troppo porose.
Un’avvisaglia per quel che sarebbe successo nella ripresa.
Già, cos’è successo?
La Borgata, a cui non piacciono le mezze misure, torna a giocare con il vento favorevole ma – forse – con l’umore di chi aveva già in testa l’esser riusciti a portare a casa i tre punti senza troppi sforzi. Una mancanza di maturità, una stanchezza in potenza: il gol al 25’ del primo tempo è stato una goccia di miele sulla lingua dopo aver assaporato solo medicine amare nel corso delle ultime settimane. Testa e cuore: la Borgata ce li ha e anche “sovrabbondanti”. Costanza e realismo molto meno.
Se la Caput Roma nel primo tempo si aggirava nel rettangolo verde senza troppo comprendere cosa stesse succedendo, nella ripresa ha un atteggiamento completamente diverso, complici anche le sostituzioni (con l’entrata di Giannetti e Viscontini). Mister Peschiaroli cambia il modulo e la differenza è subito evidente, nonostante la prima azione dei secondi quarantacinque minuti di gioco siano ancora legati all’iniziativa della Borgata: Cassatella salta due difensori e tenta la bordata che impegna Isopo in due tempi. Ma il risultato è ancora bloccato.
Quattro minuti dopo, al 7’, è Duello che insacca e la Caput Roma riprende una partita che, forse, nella testa dei giocatori granata era già stata data per archiviata.

Quando si torna in campo dopo la pausa, solitamente, succede sempre di tutto: accade che Ciamarra sfiori l’incrocio dei pali su un ottimo assist di Proietti (14’) e che un pallone (al 19’) calciato dal 9 locale colpisca prima la traversa e, poi, finisca poco oltre la linea di porta. Dentro al campo: non è gol. L’illusione è servita: l’emozione mozzata di netto in gola.

È proprio ora, però, che la Borgata tira i remi in barca: la Caput Roma inizia a fare quel che vuole.

Il vantaggio definitivo arriverà al 34’. Gol di Serafino, decano arancionero, in evidente e chilometrico fuorigioco su cui il direttore di gara non ha avuto nulla da dire.
Gli schemi saltano completamente: la Borgata si fa avanti e viene punta dalle ripartenze arancionere. Il gol non arriva. Un pugno sì, però, quello del portiere Isopo a Chieffo.

Al 43’ l’arbitro non assegna l’autogol verificatosi a seguito di una punizione calciata dalla Borgata: rimostranze, proteste, un mare di maglie bianche che accerchiano una divisa giallo fluo ed estremo difensore che mette in atto il Galateo al completo, vibrando un colpo al 2 granata che si stava avvicinando all’area piccola arancionera.

Ma l’arbitro non vede.

Forse, però, è vero: la partita andava chiusa prima. Dici “ma come? Ci abbiamo provato, non hai visto?”. Tutto sommato c’è sempre domenica prossima per continuare ad imparare e camminare domandando. Perché, in fondo, è questa l’estrema sintesi: a noi le mezze misure non piacciono, ma dobbiamo imparare a conoscere noi stessi, chi siamo e dove vogliamo andare. Cercando di non inciampare – metaforicamente parlando – sui nostri passi. Ché la cosa più difficile è ammettere la sconfitta. Il punto è che si può anche toccare il fondo, ma le punte dei piedi fanno forza, i muscoli delle gambe spingono, le ginocchia si flettono: ora serve la spinta per risalire e tornare a respirare a pieni polmoni, ché di acqua ce n’è già troppa stando a pari punti con la Tevere Roma.

Il tabellino della ventesima giornata | Campionato di Seconda Categoria Girone E

BORGATA GORDIANI – CAPUT ROMA XIV 1-2

MARCATORI: 25’pt Chieffo (BG) 7’at Duello (CR), 34’st Serafino (CR)

BORGATA GORDIANI: Capuani, Chieffo, Piccardi, Capostagno, Zagaria, Brigazzi, Proietti (40’st Corciulo) Alfonsini (18’st Cicolò), Ciamarra, Cassatella (33’st Michelangeli), Pompi A DISPOSIZIONE Casavecchia, Zannini, Capuzzolo, Segatori, Schiaroli ALLENATORE Fabrizio Amico
CAPUT ROMA XIV: Isopo M., Di Carlo L., Monopoli I., Segamonti, Acreman (1’ st Viscontini), Peschiaroli, Fiera, Salomoni (1’ st Giannetti), Duello, Domizi (8’st Serafino), Monopoli M.,(32’st Di Carlo S.) A DISPOSIZIONE: Isopo E., Salvatori, Gentili, Viscontini, Kellil, Montanari (S.n.). ALLENATORE: Federico Peschiaroli
Arbitro: Destino (Roma1)
Note: Ammoniti: 12’st Segamonti (CR) 21’st Zagaria(BG) Angoli: Borgata Gordiani 3 – 1 Caput Roma XIV. Recupero: 0’pt, 3’st (assegnati) 6’st effettivi.

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La riscossa a 4253 chilometri, ma anche domenica

Posted on 2022/04/05 by carmocippinelli
Foto di Elisa Vannucchi ©

Domenica 3 aprile [2022] la Borgata Gordiani avrebbe dovuto, ma forse anche potuto, giocare una partita diversa ma è andata com’è andata, al netto degli ottativi. Beninteso: chi batte queste righe non era presente alla “trasferta” di Via dell’Acqua Marcia, in quel di Pietralata, in un rinnovatissimo impianto dedicato a Fulvio Bernardini. Non c’ero e, dunque, è bene non parlare di cose che non si conoscono. Tuttavia, si può serenamente dire che i tre punti avrebbero fatto comodo al morale della Borgata, sempre più vicino ad essere come quello delle montagne russe: tra salite e discese, vittorie e sconfitte, il cuore balza fino in gola fino a scendere giù nello stomaco per assestare uno di quei destri che metà bastano.
Tornare negli spogliatoi dopo aver giocato quella partita, dopo averne incassati 4 contro il Mar.Na. sarà stato duro come un gancio al mento: abusare di metafore in ambito pugilistico, in queste circostanze, viene facile, il lettore sia indulgente.
Gli occhi di Zannini dopo la partita contro la capolista parlavano chiaro: conoscevano il rammarico, ma erano anche profondi come una riscossa in fieri, una di quelle cose che si riescono a cogliere solo dopo una sconfitta bruciante, all’ultimo minuto.
Stamattina l’account Instagram della Borgata è stato aggiornato con le foto scattate dalla fotografa Elisa e a cui è stata aggiunta la canzone “La vita è una” del Muro del canto ed è vero: «la vita è una c’hai ragione: non conviene campà co ‘r sangue amaro pe’ ste quattro iene». Che i gol siano iene, non c’è dubbio: mordono e fanno intravvedere la zona playout più vicina, in un meccanismo tipico del dilettantismo tout court per cui in un secondo sei ad un passo dai play-off e in quello successivo sei con un piede in fallo e pronto a scivolare nel burrone pieno di rovi.
Che i gol siano iene, non c’è dubbio: però, proprio al centro del parcheggio del campo che ospita le partite della Borgata, addosso ad un palo, qualcuno (va a sapere chi!) ha inserito dei cartelli indicanti città piuttosto lontane con tanto di distanza in chilometri: Istanbul, ad esempio, dal lampione del parcheggio sterrato di Via Verrio Flacco, dista esattamente 4253 chilometri.
Chiedersi a quale scopo si sia apposto quel cartello sarebbe non solamente ridondante quanto, piuttosto, inutile: diamo per certo il dato che, ora, c’è l’indicazione e che chiunque passi di lì noti quella freccia. Un enigma sfingeo. Eppure, forse, la risposta sta proprio nell’enunciazione dell’enigma stesso: la riscossa è lì, a Via Verrio Flacco, che poi ci sia scritto Istanbul e la relativa distanza, 4253 chilometri, è un altro paio di maniche. Non importa quanta distanza percorreranno le gambe degli undici granata: l’importante è sapere da dove partire. Cioè da domenica in casa contro la Caput Roma XIV.

Che poi, a proposito di Muro del canto, verrebbe “a cecio”, come si dice a Roma, un’altra canzone: “Reggime er gioco”:

«Reggime er gioco ancora
Come è stato tanti anni fa
Che a noi nun ce mettono in riga
Ce piace d’arzacce pe poi ricasca’».

Azzeccatissima per la Borgata.

 

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Quando il rock parlava (anche) russo

Posted on 2022/03/28 by carmocippinelli

Ci sono quattro musicisti sul palco. Il chitarrista, uno dei due con l’elettrica al collo, si avvicina al microfono e abbozza un saluto: «Привет!» (Ciao!). È Yuri Dimitrevich Kasparyan, chitarrista dei Kino: senza perder troppo tempo inizia a suonare intonando distintamente le note di una delle canzoni che ha reso famoso il gruppo nel corso degli anni ’80 del secolo scorso. C’è anche una voce che canta ma nessuno dei quattro sta effettivamente proferendo parola di fronte al microfono. Eppure la voce è propagata chiaramente e distintamente dagli altoparlanti: si riesce a distinguere in maniera cristallina. È una voce calda e leggerissimamente gutturale, comunque molto profonda. Nessuno sta cantando il 31 gennaio 2021 a San Pietroburgo assieme ai Kino: non si tratta di una voce del presente. Non appartiene a questo tempo e all’oggi ma ad un vago “ieri”.
O meglio: appartiene agli anni ’80 (anche lei) e li si è cristallizzata per sempre nei dischi dei Kino. Nessuno sta cantando eppure la voce si distingue nitidamente. Il fatto è che la voce di Viktor Tsoi ha cessato di essere associata al corpo che gli apparteneva nel 1990, quando c’era ancora l’Urss e la dissoluzione era a un passo. Il concerto dei Kino senza il frontman ha rappresentato un’emozione enorme per tutti i presenti: nel video del concerto, caricato su Youtube dal gruppo stesso, ci sono evidenti segni di commozione tra i presenti. Metafisica dell’assenza che è anche presenza.

L’argomento che sento l’urgenza di trattare è quello relativo ad una parte della musica pop-rock prodotta in Russia a partire dalla fine degli anni ’70 fino agli anni ’90 del Novecento. Fino, cioè, alla dissoluzione dell’Urss. Un articolo molto interessante sul fenomeno dei kvartirniki è stato scritto da Martina Napolitano per Il Tascabile. Rimando a quello per chiarimenti sull’underground sovietico “d’appartamento”. Se si vuole leggere un post stracolmo di aprioristico sentimento di chi cura questo spazio verso le cose che lo appassionano, allora siete nel posto giusto.

L’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha fatto scoppiare un’insensata russofobia per cui non sto qui a citare nuovamente tutto quel che è capitato (ad esempio) alle lezioni e alle presentazioni dello scrittore Paolo Nori, nonché all’assurda “caccia al nemico” che è andata sviluppandosi in questa fase della storia umana. Chi batte queste righe sogna che lo scrittore sopracitato leggesse questo suo post stracolmo di aprioristico sentimento perché la devozione che ha per i Kino è pari a quella che ha per Nori. Ma non è sicuro che possa accadere.
Ad ogni modo, è bene tornare a parlare di Viktor Tsoi e del suo gruppo.

Figlio di un ingegnere di origini nordcoreane e di un’insegnante russa, visse e lavorò a San Pietroburgo dando alla luce un figlio: Aleksandr, classe 1985, uno dei principali sostenitori del progetto di reunion del gruppo e di recupero del materiale d’archivio di suo padre. Prima del concerto nell’ex zona industriale di San Pietroburgo, erano state messe in atto delle prove per poter vedere se la cosa effettivamente potesse davvero funzionare: suonare con Viktor Tsoi senza che lui ci sia, sentire la sua voce e calibrare i musicisti che suonano dal vivo con lui dall’aldilà. In uno dei primi video di promozione del concerto tenuto il 31 gennaio scorso [2021], Aleksandr Tsoi ha commentato l’idea con un semplice, quanto emblematico: «круто!» (figo!).

La contestazione nel rock sovietico

Negli anni ’80 un’altra invasione (che nulla ha a che vedere con la guerra russo-ucraina in atto, tanto per chiarire) aveva portato a galla le criticità e le problematiche del sistema burocratico-sovietico di fine anni ’80: si sta parlando dell’invasione dell’Afghanistan. Uno stato socialista invade un altro stato socialista: cortocircuito politico-ideologico e morti, stragi, eserciti che combattono. Nel 1979 l’invasione dell’Afghanistan aveva iniziato a mobilitare un’avanguardia di persone che si stavano mostrando ostili a quel conflitto insensato: nel 1988 uscirà uno dei dischi più rappresentativi dei Kino e della discografia di Viktor Tsoi.

Canzone che da’ il nome al disco: Gruppa krovi, gruppo sanguigno. Il Vietnam statunitense era ormai passato eppure il movimento pacifista e contro la guerra avrebbe segnato per sempre l’immaginario politico, culturale, musicale della contestazione mondiale. “Run through the jungle” dei Creedence clearwater revival non era solo una canzone quanto piuttosto un manifesto politico contro la guerra e nei confronti dell’insensatezza di un conflitto che, col passare degli anni, si vedeva intensificare in violenza, morti e recrudescenza nei confronti di ogni tipo di resistenza armata contro l’esercito americano.

Gruppa krovi può essere considerata una sorta di manifesto di quell’epoca “dall’altra parte della cortina di ferro”: così come la canzone dei Ccr aveva una marcata valenza anti-bellicista, così “gruppo sanguigno” portava in dote una dura reprimenda nei confronti dell’insensatezza della guerra in atto da ormai troppi anni. 

«Il mio gruppo sanguigno lo vedi sulla spalla: augurami buona fortuna quando sarò in battaglia».

Il rock negli anni ’80 parlava russo e non soltanto nei confini delle repubbliche socialiste sovietiche ma anche oltrecortina. Ci furono contatti, in effetti, tra Tsoi e parte della società statunitense tanto che il disco in oggetto venne anche registrato per il mercato d’oltreoceano e le canzoni cantate in inglese.

 
 

Non basterebbe un giorno per descrivere la creatività, l’ecletticità dei Kino e del suo fondatore, attorno a cui è stato girato un film “Leto” nel 2018 con una regia russo-francese e una trama davvero peculiare. Il rapporto della contestazione di chi viveva ai margini della società sovietica e suonava rock è descritto in modo curioso e rappresenta una sorta di unicum, fondendo immaginazione e realtà. Celebre l’incontro/scontro tra Tsoi e Naumenko che occupa praticamente tutta la pellicola: “Come fai a dire di poter utilizzare una drum machine per suonare rock? Dobbiamo utilizzare strumenti veri, non roba che ti fa essere pop/dance!”. Naumenko avrebbe voluto rappresentare l’avanguardia del rock sovietico ma non riusciva ad essere al passo coi tempi: i suoi anni ’80 erano ancora in odor di “rock around the clock” mentre Tsoi aveva già lo sguardo posato altrove.

Tra finzione e pellicola, tra racconto filmico e realtà, così anche queste righe si muovono tra una canzone e l’altra, cercando di sgusciare sinuosamente come le note del basso di Igor Tikhomirov. L’atmosfera del paese che stava cambiando e in cui c’era una vita da vivere pienamente, nonostante le contraddizioni della burocrazia sovietica di quegli anni, è rappresentata pienamente da un’altra delle canzoni tra le più iconiche di Tsoi: Trolleybus, filobus. 

«Il mio vicino non può andar via: non conosce la strada […] Non c’è autista in cabina, ma il filobus è acceso, il motore è arrugginito, ma andiamo avanti / stiamo seduti senza respirare». 

Un’atmosfera che prelude al fenomeno dei doomer e dei gruppi post-punk post sovietici di cui la scena musicale russa – nonché di tutto l’est Europa – pullula, basti pensare ai Ploho, Durnoy Vkus e agli oramai ben più celebri Molchat Doma.

Mia mamma si chiama Anarchia: mio padre è un bicchiere di Porto

Quando la tensione della censura sovietica stava per essere allentata, l’irriverenza e la creatività di Tsoi diedero alla luce una delle canzoni più particolari della sua produzione: “Mamma Anarchia”. Chitarra asciutta, batteria martellante: un brano punk a tutti gli effetti. Alla censura, per far passare la canzone, venne detto che era stata creata con uno scopo ben preciso: irridere il punk occidentale: «l’importante è che mi facciano cantare le mie canzoni e mi facciano suonare», quel che si dice “avere chiaro e limpido quel che si vuole fare nella vita, dato che per mantenere la famiglia e la sua vocazione da rockstar, Tsoi lavorava nei locali delle caldaie del suo condominio (soprannnominata da Tsoi stesso “Kamchatka”).
Sembra di ascoltare un riff tipico dei Sex Pistols o di altri gruppi punk occidentali e, invece, ecco che arriva la voce dell’est:

«Un soldato tornava a piedi a casa / Trovò dei ragazzi per strada. / “Ehi, ragazzi, chi è la vostra mamma?” / Quel giorno chiese loro il soldato. / Mia mamma è l’anarchia, mio papà un bicchiere di porto! / Avevan tutti giubbotti di pelle / E tutti di bassa statura. / Il soldato provò a andare avanti / Però non ci riuscì. / Uno scherzo un po’ insolito / Gli giocarono poi quei ragazzi / Gli pitturarono il viso di rosso e blu / E gli fecero dire parolacce». [1]

Gli pitturarono la faccia di rosso e blu: la futura federazione russa e la Csi stavano sorgendo tra i versi irriverenti di una canzone punk del gruppo più famoso della Russia sovietica; la bandiera tricolore era tanto manifestazione della contestazione quanto dissacrazione del potere militare di quel periodo.
Il video qui sotto riproduce la canzone cantata alla fine del concerto citato all’inizio di questo scritto: le chitarre e la batteria sono acide e corpose al tempo stesso, così come la canzone doveva mostrarsi alle orecchie di chi l’ascoltava attorno al 1985.

Ascoltare i Kino ora, nel 2022, potrebbe rappresentare forse un esercizio vintage, per così dire, specie per gli occidentali. Tuttavia, Viktor Tsoi e il suo essere tutt’ora una vera e propria icona per tutti i paesi russofoni, rappresenta un esempio e un elemento di studio per il rock mondiale.
Di come esso sia, in un certo qual modo, una sorta di koiné che travalica muri e sistemi politico-ideologici.

[1] La traduzione della canzone è reperibile qui: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=45313&lang=it

 

La foto a corredo del post appartiene al blog “Meg in Moscow” © e ne detiene tutti i diritti.
È visibile qui:
https://moscowmeg.com/2020/10/21/a-staycation-in-moscow/

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Bestiale domenica: non basta la volontà a sconfigger la “malasorte”

Posted on 2022/03/27 by carmocippinelli
Foto di Federico Nutricato

 

Non è facile raccontare questa domenica di fine marzo in cui la Borgata ha disputato la gara di ritorno contro l’Undici Calcio: spesso il modo migliore per ricostruire qualcosa che prende una piega diversa da quel che si stava prospettando in corso d’opera, val la pena prenderla dalla fine. Partire a raccontare da com’è finita, in buona sostanza. La domenica della Borgata inizia e finisce allo stesso modo: ricordando il compagno Dorno dell’Atletico San Lorenzo: prima del calcio d’inizio con un minuto di silenzio, con una foto assieme all’Under17 dell’Atletico (insieme ai cori dei tifosi) prima di salutare la squadra granata.

Capitan Zannini è visibilmente provato da una partita in cui ha dato tutto e di più: lo sguardo è penetrante e lascia trasparire molta tristezza e infinito rammarico, così come molta rabbia. «Ce l’hanno presa per due falli…», mormora, rimuginando, Zannini, mentre protende il corpo all’indietro e rivolge i palmi verso l’alto in segno di resa. Ci pensano i tifosi e mister Amico a ritirarlo su: gli mette una mano sulla spalla e si torna dentro gli spogliatoi.
E sì che oggi le premesse per l’aprioristica disfatta c’erano tutte: confronto con la capolista, partita d’andata persa per 3 reti a 1, distacco in classifica (tutt’ora) consistente (22 punti), rosa corta contro compagine ospite che riesce a convocare venti uomini in lista. L’Undici Calcio, poi, detiene uno dei primati del Girone E della Seconda Categoria laziale: dodici partite senza sconfitte.
Poco altro da dire: sulla carta, numeri alla mano, una partita complicatissima.

Affidarsi, però, solo ai numeri e alle statistiche non sempre porta ad una lettura complessiva delle cose: la Borgata ha fatto “la linguaccia” ai mostri che le stavano col fiato sul collo e ha imparato a scrollarsi di dosso la paura dimostrando – fin dal primo istante della partita – di non essere scesa nel rettangolo verde per lasciare tutto in mano alla squadra ospite. La Borgata ha imparato a soffrire e a gestire le situazioni di difficoltà: come tutte le cose in divenire, anche la squadra ha bisogno di tornare a crescere insieme ed è questo quel che ha mostrato per tutta la prima frazione di gioco.

Il primo tempo si apre con ritmi alti e serrati: l’Undici pressa la Borgata che inizia dal principio a mostrare segni di evidente sofferenza, priva ne è la punizione di Di Sabatino (U) terminata sulla traversa della porta difesa da Poma al 9’ del primo tempo. Gli ospiti tentano di imporre il proprio gioco e di imprimere alla gara un senso che non sia favorevole ai granata: i binari devono essere quelli giusti, dal punto di vista della squadra diretta da mister Giuseppucci, non quelli della squadra avversaria di mister Amico (che oggi figurava anche tra gli elementi a disposizione della squadra).

La squadra ospite vuole aprire subito le danze e fare in modo di orchestrare tanto il ritmo quanto cadenzando accenti e variazioni su tema: i biancoblu puntano al gol che pieghi la testa e la psiche dell’avversario granata. Per sfortuna di mister Giuseppucci, a difendere i pali c’è il “solito” Poma che al 22’ salva il risultato con un gran gesto atletico. Le occasioni dell’Undici Calcio, tuttavia, ci sono e tentano sempre di pungere velenosamente: al 25’ è Vespa a farsi vedere nell’area granata: tenta l’imbucata, eludendo la difesa locale, ma il tiro finisce ben alto sopra la traversa; al 38’ è la punizione di Di Sabatino ad impensierire i locali tanto che un colpo di testa di un difensore granata stava per trafiggere Poma che, reattivo, devia immantinente in corner.
Vespa è la spina nel fianco della Borgata, limitatamente alla prima frazione di gioco: in situazioni di pericolo si impara subito dai propri errori e, una volta tornati in campo per la seconda frazione di gioco, le incursioni della mezzala avversaria verranno arginate.
Quasi allo scadere del primo tempo, arriva il gol avversario: azione rocambolesca in area locale, Bianchi (U) ne approfitta per superare un difensore e trafiggere Poma con un pallonetto. La direzione arbitrale ha dimostrato di non essere impeccabile – eufemisticamente parlando – proprio a partire da quest’episodio per cui capitan Zannini verrà ammonito a causa delle sue rimostranze con il signor Mariano della sezione di Roma2.

Nella ripresa la Borgata scende in campo con la volontà di livellare nuovamente il risultato: all’8’ è Zannini che tenta l’incornata su punizione di Mascioli: l’estremo difensore Falconi è reattivo e blocca in due tempi. Il capitano se la prende con la rete del campo: è la grinta necessaria per poter ripartire scaricando la tensione negativa a seguito della mancata concretizzazione dell’azione.
Al quarto d’ora, però, sembra che la Borgata abbia già esaurito la propria spinta propulsiva: l’Undici si chiude e, col passare dei minuti, sembra che voglia semplicemente portare a casa la partita. “Campo ostico, quello della Borgata, tanto vale chiudere qui”, avranno pensato i biancoblu. Lanci lunghi, le cosiddette “pallonate”, perdite di tempo e atteggiamenti indisponenti che irretiscono i giocatori della Borgata.

Gli undici granata, inizialmente, cadono nella trappola tesa dall’Undici, poi iniziano a reagire più concretamente e cominciano a creare occasioni: Mascioli calcia un’altra punizione ma è copia conforme con quella della prima frazione di gioco e non va a segno. Il 10 si dispera: non ci sta, ma il suo momento è nell’aria. Al 26’ è Capostagno a provare il tiro da fuori area: fuori dallo specchio della porta anche quello. La buona sorte sembra aver abbandonato gli uomini di mister Amico il quale, una volta espulso dal campo, trascorre il resto della partita a cantare e ad incitare i suoi da fuori: animo ultras, verrebbe da dire. Il minuto successivo (27’) è ancora Mascioli, imbeccato da Rufini, a farsi vedere dalle parti di Falconi ma, ancora una volta, la sortita è senza successo.
Il pareggio è evidente che sta per arrivare e giunge nemmeno un pugno di minuti dopo su punizione a seguito del fallo da ultimo uomo di Boccia (U) al 30’: rosso diretto. Su punizione Mascioli insacca e il muro granata viene giù nella felicità incontenibile. La partita è ripresa e ora c’è da gestire la nuova situazione di superiorità numerica: i granata premono ma non così tanto come vorrebbero, complice una direzione arbitrale generosa nell’applicazione manualistica della norma, non sempre a fuoco nel vedere e valutare quel che accade in campo.

Lo spazio lasciato ad Innocenzi (U) è il preludio della beffa che aleggia su Via Verrio Flacco: nei minuti finali saltano tutti gli schemi e le due squadre si affrontano all’arma bianca. Fioccano cartellini, volano palloni da una parte all’altra del rettangolo verde. Il 2 ospite cerca di impensierire la difesa granata riuscendoci ma non pesca quasi mai i suoi in posizione buona.
Al 48’, però, la partita finisce davvero: De Cicco trafigge Poma con un gran tiro dai 25 metri. Si toglie la maglietta, corre incontro ai suoi e lancia un urlo contro il muro granata. Come a dire “dovevate fare i conti con me”. Non un gran gesto, ma la conseguenza è che la partita si surriscalda a tal punto che il direttore di gara fischia la fine anzitempo, non prima di espellere il dirigente accompagnatore della Borgata.

Termina così una partita dura e prodiga di emozioni che la Borgata stava per riprendere completamente in mano dimostrando maturità e grande forza di volontà, schiaffeggiando – metaforicamente s’intende – tutte le statistiche e i numeri avversi alla vigilia dello scontro con la capolista. Ma tant’è: per ogni volontà enorme, c’è una malasorte sull’uscio che mette il piede tra lo stipite basso e la porta così da interrompere ogni positività. Parafrasando la celebre pellicola “Via col vento”: «domani è un altro giorno».

Il tabellino della diciottesima giornata | Campionato di Seconda Categoria Girone E

BORGATA GORDIANI – UNDICI CALCIO 1-2
MARCATORI:
43’pt Bianchi (U); 33’st Mascioli (BG); De Cicco (U)

BORGATA GORDIANI: Poma, Zagaria, Piccardi, Capostagno (Schiaroli), Brigazzi, Zannini, Proietti (22’st Rufini), Cassatella, Ciamarra, Mascioli, Michelangeli PANCHINA: Casavecchia, Palma, Segatori, Amico (ALL.), Cicolò.
UNDICI CALCIO: Falconi, Innocenzi, Cipolloni, Credico, Boccia, Muccigrosso (37’st Santini), Vespa, Tossici (13’st Mazzulli), De Cicco, Di Sabatino (35’st Santantonio), Bianchi (23’st Palmieri) PANCHINA: Montagna, Bruno, Marocco, Angelini, Saltarella ALLENATORE: Giuseppucci
ARBITRO: Mariano (Roma2)
NOTE: ESPULSI mister Amico al 44’pt (BG), Boccia (U) al 30’st; Espulsi anche il dirigente accompagnatore della Borgata Gordiani e allontanato dalla panchina un giocatore della squadra ospite di cui non s’è riuscito a leggere il numero in quanto aveva indosso il fratino arancione sopra la divisa. AMMONITI: 11’pt Credico (U), 31’pt Brigazzi (BG), 34’pt Cipolloni (U), 43’pt Zannini (BG), 17’st Mazzulli (U), 18’st Di Sabatino, 20′ st Proietti (BG), 33’st Mascioli (BG), 47’st Capostagno (BG).

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Borgata Gordiani avanti sul Sempione: decide Proietti – #Nonlosaiquantotiamiamo

Posted on 2022/03/20 by carmocippinelli

Cielo mezzo plumbeo, ogni tanto s’affacciava il sole ma era timidissimo, sebbene inizi già a scaldare. Si vede che sono tre mesi che non piove. La Borgata scende in campo in maglia bianca, il Sempione in rosso bordeaux: spaventare gli spettri dell’andata era doveroso, scacciarli via d’imperio è [stato] granata.

Il tabellino della seconda  giornata di ritorno | Campionato di Seconda Categoria Girone E

SEMPIONE CALCIO – BORGATA GORDIANI 1-2

MARCATORI: 20′ pt Di Stefano (BG), 35′ pt Alaimo (SC), 8′ st Proietti (BG)

SEMPIONE CALCIO: Sprizzi, Ferri, Paolini, Cundari, Biraschi (40′ pt Camilli), Bonacci, Lattuca (Temperini), Porzio (Coleti), Amaldi Racchetti (Zizza), Guida, Alaimo PANCHINA: Avallone, Forti, Cicchetti, Pascucci, Martiriggiano. 
BORGATA GORDIANI: Poma, Chieffo (35’st Capuzzolo), Piccardi, Capostagno, Brigazzi, Zannini, Proietti, Cassatella (29’st Rufini), Di Stefano, Mascioli (37’st Michelangeli), Pompi (Cicolò) PANCHINA: Capuani, Palma, Schiroli, Michelangeli, Marcucci, Cicolò. ALLENATORE: Amico
ARBITRO: Bertolini (Tivoli)
NOTE: Ammonizioni: 30’pt Biraschi (SC), 37’pt Zannini (BG), 37’st Cundari (SC), 43’st Di Stefano (BG).

La Borgata Gordiani aveva bisogno di una partita che avesse lo scopo di invertire la rotta, di effettuare un’inversione a U nonostante la doppia striscia continua. Insomma: di lasciare alle spalle il periodo poco felice che sembrava non stesse mollando la squadra e tornare a vincere. La vigilia della partita contro il Sempione si prospettava ostica: il morale della squadra non era positivo dopo l’inaspettato pareggio contro l’Acros e la sconfitta casalinga contro lo Sporting Aniene. I giocatori, però, sanno bene che non sono soli: all’allenamento del martedì sera, un pugno di tifosi ha fatto sentire tutto il proprio sostegno alla squadra e al mister. Come a dire: siamo tutti coinvolti, da questo periodo ne usciamo solo insieme.

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«A torso nudo ovunque andiamo /
dai, Borgata, dai vinciamo»
E così è stato. Passato prossimo. Ma la Borgata coniuga alla perfezione l’indicativo presente e dimostra di essere “sul pezzo”. La partita si sblocca cinque minuti dopo il quarto d’ora: Di Stefano, schierato da mister Amico in posizione di unico centravanti nella prima frazione di gara, insacca portando avanti la Borgata nel tripudio generale del muro granata. La partita dei titolari retti da mister Amico e capitanati da Zannini comincia a prendere forma proprio da quel momento: gli ospiti tentano l’affondo al 25esimo ma senza successo, provocando il proverbiale “capovolgimento di fronte” tipicamente calcistico per cui, dopo un affondo granata, ecco che arriva a farsi sotto il Sempione. Il centrocampo della squadra casalinga sembra dapprima essere più solido ma è capitan Zannini a  reggere bene la difesa gordiana, nonostante il colpo incassato in un contrasto che ha subito impensierito i più, mister compreso. Al 35esimo la partita si allinea nuovamente e i locali pareggiano con Alaimo: contrasto andato a vuoto di Zannini, Alaimo controlla e tira una secca staffilata all’angoletto basso dove Poma non può arrivare. 
Gli spettri della partita d’andata (persa per 2 a 3  in casa e dove accadde tutto e di tutto in “zona cesarini”)  sembrano aleggiare sul campo di Via dell’ateneo salesiano: i volti si incupiscono, i cori continuano. C’è una partita da riprendere ma, ancor più importante, evitare di andare negli spogliatoi allo scoccare del 45esimo sotto di un gol. I granata reagiscono e, infatti, prima del fischio dell’arbitro al 40esimo Mascioli fa tremare la panchina locale con una delle sue punizioni: tiro precisissimo che va a sfiorare la traversa della porta difesa dal portiere Sprizzi. 

Secondo tempo. Fischio d’avvio. Passano otto minuti e la Borgata riesce a passare in vantaggio con Proietti: «A regà, qualcuno l’ha visto sto gol?», «Io n’è che c’ho capito tanto de quello che è successo però avemo segnato». Il tenore dei commenti sulla gradinata metallica del campo di Montesacro era più o meno quello sopra riportato: non è che si sia ben compreso come, ma l’importante è aver segnato. Machiavellismo granata: conta il fine, del mezzo si può anche non parlare. E, in effetti, è quello che avverrà anche in questo spazio digitale: chi scrive non ha visto l’azione avendo parzialmente supplito all’assenza dell’uno e trino Jamal (“tamburista, bevitore, tifoso”). Ah, dato che leggerà queste righe: sì, la pelle del tamburo s’è spaccata di nuovo. Desculpe!

La ripresa sembra scorrere velocissima e le occasioni si presentano da entrambe le parti, sebbene il Sempione debba fare i conti con un Daniele Poma superlativo: al quarto d’ora della ripresa è Guida, stavolta, a farsi vedere nell’area ospite. Il tiro, angolato, potente e preciso, impegna Poma che respinge in tuffo ma non entra. Così come non entra neanche il pallonetto di Ferri, a portiere granata battuto, e a difesa non attentissima al contropiede del Sempione: per l’attacco locale la giornata non è delle migliori. 

Il vero protagonista della ripresa è, se ancora non fosse chiaro, proprio Poma: salva il risultato in più d’un’occasione e sprona la difesa a mantenersi vigile. La Borgata, in effetti, soffrirà gli affondi del Sempione che si farà vedere più volte dalle parti di capitan Zannini: spesso i granata si complicano la vita da soli, come vuole il proverbio, dunque per ogni errore o palla persa, la squadra locale si sfrega le mani e tenta di penetrare il più possibile tra le maglie della difesa ospite. 

Il risultato, però, stavolta arride alla Borgata: due reti, all’inglese (come scrivono i giornali che contano), tre punti conquistati, sorpasso sul Sempione in classifica, e zona play-off che torna ad avvicinarsi.
Il protocollo è chiaro: gli spettri si scacciano insieme, così come ha tenuto a ricordare il mister granata una volta terminata la partita e raggiunti i tifosi: «la partita l’avete vinta voi: non siete stati mai zitti!».

                                                        Giovani(ssimi) tifosi crescono! 

La solidissima e per nulla scricchiolante tribuna
Gioiamo con sobrietà:

(unapartedel)Le foto di Elisa (che sono sicuramente migliori di quelle scattate al volo con lo smartphone dalla tribuna)

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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