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Autore: carmocippinelli

Domenica “borgatara”: stop a Torrenova [di Daniele Poma, portiere e penna granata]

Posted on 2023/04/04 by carmocippinelli

No, a Torrenova non c’ero. Ma c’erano tutti. E quando dico tutti dico proprio tutti. Al ‘Tre Torri’ di Torrenova (che però sta dietro Via di Tor Vergata, i toponimi al di là del Raccordo sono stati assegnati un po’ a casaccio) le piccole tribune erano piene di fumogeni granata. 

La partita stavolta l’ha raccontata Daniele, il portiere, che ha scritto anche un libello delizioso, “Estremi difensori” per Momo Edizioni. Anima e cuore granata, mi manda un messaggio martedì [4 aprile] e mi fa: «Non c’eri e mi sono permesso di scrivere due righe».

Questa è la cronaca della domenica amara per la Borgata, sconfitta per 2-0 dalla capolista Torrenova Fc. 

Nessun portiere granata è stato pagato per aver scritto una siffatta introduzione.

L’impresa è dura, raccontare meglio la partita di domenica dell’autore di Calcio e Martello, è quasi una parata sotto al sette. Ma smetto felicemente i guanti per battere le dita su questa tastiera. L’iniziativa è mia, nessuno me l’ha chiesto, ma spero sia gradita a chi legge, anche perché è un racconto in presa diretta, dal cuore e dai pensieri di un giocatore o un quasi ex giocatore come me. Iniziamo per chi è la prima volta che ci legge, col dire che siamo l’ASD Borgata Gordiani, la squadra più importante del quartiere, non l’unica ma per seguito sicuramente la prima per distacco.
Nessuno ce ne voglia ma è la verità. Io non sono di Villa Gordiani ma, come molti della squadra, sono un borgataro vero: non una macchietta. Cambia comunque poco le borgate: sono più o meno tutte uguali ed io da due anni mi sento in un luogo molto famigliare.

Bando alle ciance: si deve parlare della partita.  a situazione è agra, la lista infortuni e indisponibili è lunga: anche tra titolari ci sono i malmessi, tipo me. Ma se almeno un po’ giocatore ti senti, questa partita non te la perdi neanche con la tbc. Mazzata finale: il mister, il nostro condottiero è in panne, tra febbre gialla e scorbuto è out. Nella partita più importante della storia della Borgata, guadagnata dopo 4 anni di sudore, fatiche in campo come fuori si rischia grosso falcidiati anche nella guida tecnica.

Ma la Borgata è così: i suoi componenti sono cosi, prepolitici per natura e senza che nessuno imponga nulla a qualcun altro, superando a sinistra anche l’esempio della Democrazia Corinthiana, si assegna con uno sguardo la guida tecnica ad un nuovo innesto che però ha sussunto lo spirito sin da subito, Luca Belardi, anch’egli infortunato di lunga degenza. Ma ‘sto ragazzo è tosto e pare tagliato per il ruolo, infonde calma diversamene da quando sta in campo. Vabbè l’altro mister ad interim è ancora sulla Prenestina vittima di un tamponamento dai lugubri contorni e che l’ha costretto a pratiche infinite. Chiamasi Swarovski.

Per l’occasione si parte tutt’insieme, per chi non lo sapesse si è giocata la partita tra la prima del girone il Torrenova e noi, i terzi della classe. C’è una strana agitazione che ci pervade da tutta la settimana, ma è quando mi presento in sede due ore prima della partita che capisco che in fondo in fondo questa partita la stiamo sentendo tutti, tanto. Anch’io celato da un umore buono per il rientro dopo due settimane. Buono si ma conscio che riprenderò il posto dopo due eccellenti apparizioni del mio collega e amico Alessio Capuani, che per quanto mi vuol bene questa partita l’avrebbe meritata anche lui. Ma il nostro ruolo è crudele e spietato e lo sappiamo entrambi.

Arriva Paolo Cassatella e lì spero che almeno lui sia avulso da certe preoccupazioni. Macché: sta a duemila pure lui.
Piccola parentesi, Paolo è di gran lunga il miglior acquisto della stagione 2022-23, spiegarvelo svierebbe troppo dalla cronaca che già da ora sta prendendo una tangente strana e senza via d’uscita.
Vi basti sapere che il suo aplomb, la sua passione, il suo tempo, la sua assoluta partecipazione, mi hanno riportato indietro negli anni felici della mia adolescenza quando c’era sempre un dirigente che di solito era il papà di qualcuno ma che per te era come un parente. Ecco: Polo Cassatella potrebbe mangiare a casa di tutti noi a Pasqua e non essere fuori luogo. E’ una grande persona e un grande dirigente.

Partiamo dalla borgata direzione altra borgata un po’ più borgata. Ci guida, ed è un mistero, un altro grande acquisto Michele Barsotti, viareggino de largo Agosta, che, come da copione per arrivare al campo, ci fa fare il giro di mezzo raccordo che a raccontarlo ora viè da ride, na roba tipo carovana Filini. Ma stamo tutti in tranche e seguiamo senza fiatare. La mia macchina ospita GAS- GAS e il talento cristallino ma molto scostante di Moreno Mascioli.

Su Moreno potrei scrivere un libro. È teso, fa finta di nulla: ma c’ha na paura che se lo porta, per fortuna è conscio dei suoi limiti e ai miei occhi è un punto a favore.

Arrivati al campo un enorme palazzone ci aspetta, brutale ma fascinoso. A me i palazzoni piacciono ed anche il brutalismo, ma con un cielo plumbeo pareva de sta in Moldavia.

Appena arriviamo dal nulla si alza un vortice di vento: è inquietante ma tant’è.

Arriviamo e cerco di infondere tranquillità, sono il più grande è giusto che sia così. Il loro mister ci ha rivolto sette parole, sei delle quali alludendo a risse varie ed eventuali, così tanto per gradire. È una tattica mal riuscita ma su alcuni fa breccia e lui lo sa.

Vabbè: vado alla cronaca sintetica sennò molti si stufano a leggere.

Formazione rimaneggiata ma con molta qualità la nostra, loro un’ottima squadra con l’assenza del loro capitano. Sono bravi e da subito impongono il ritmo alla partita, due/tre buoni anche per altre categorie, ma noi non molliamo un centimetro, sospinti da un tifo infernale che compatto si presenta a Torrenova a sostenere nelle difficoltà la squadra. Sono lo spettacolo della partita, vero motore e catarsi dello spirito popolare. Ci sono tutti e cantano, ballano, urlano, e poi fumoni torce. Ci sono anche con mia gradita sorpresa anche delle persone speciali per me, un nutrito gruppo di fratelli sanlorenzini venuti come sempre a dare sostegno e solidarietà quando c’è una chiamata di compattezza. Sento le loro prese in giro ma stavolta sono dolci per me. Li amo tutti e loro lo sanno, anche se ho scelto questa nuova avventura due anni fa. Sono emozionato colgo anche la mia compagna Alessia insieme alle sue compagne storiche e so che è felice. Siamo concentrati ma tesi rispondiamo colpo su colpo e il primo tempo scivola via sullo zero a zero. Onesto direi

Nella ripresa dopo tre minuti la partita in campo finisce uno a zero con un fraseggio bellissimo al limite, crollo della fortezza che ci porta via forza e convinzione; il campo e il caldo non aiutano e i crampi ci infliggono un duro colpo, io stesso ne sono colpito duramente, cado a terra pensando che qualcuno mi avesse sparato. Di li la partita non ha nessuno acuto ma sugli spalti è spettcolo, i nostri tifosi , lo sciame di pischelletti che improvvisano un tifo pro Torrenova cercando di emulare i nostri, la composta coattanza dei supporters di casa, c’è tutto in questa domenica che però non ci fa fare il salto di qualità. Peccato in fondo ci abbiamo provato ed è bello quando una squadra senza padroni o padroncini arriva a giocarsi una partita così importante.

Non so come chiudere quindi parto con le pagelle:

Poma 6,5 tanta esperienza ma ancora fuori forma, spero che la curva abbia apprezzato i sombreros.

Gas Gas 7,5 salva un gol e concede pochissimo

Chieffo 7,5 tra i migliori

Chimeri 7 bene ma non benissimo

Pompi 7 tiene il primo tempo secondo crolla insieme a tutti

Cassatella 7 leggasi Pompi

Moreno 5 non la sua partita

Proietti 6,5 bene ma senza il mister gli manca qualcosa

Piccardi 7 bene primo tempo secondo tempo scialbo

Cicolò 7,5 migliore in campo per i granata ma anche lui non pervenuto al secondo tempo

Di Stefano 6 sulla fiducia.

Ad maiora.
E ora testa alla prossima.

Daniele P.

Posted in Borgata GordianiTagged Borgata Gordiani

La Borgata continua a sognare: 4-1 al Football United

Posted on 2023/03/26 by carmocippinelli

Ventesima giornata di campionato, la quinta del girone di ritorno: il Torrenova è inciampato in un pareggio sul campo della vicina Fidelis Roma, la Vis Casilina continua a vincere e la Lucky Junior non va oltre il pari a reti bianche contro il Moricone. La Borgata prova a prendere il largo e vola a +6 dalla squadra di Cecchina, a -3 dai rossoblu di Borgata Finocchio e -4 dai neri di Torrenova. 
 
Il campionato non è mai stato chiuso e tutto è ancora da scrivere, incontro dopo incontro. 

Certo è che la vittoria di Moricone della scorsa settimana ha ridato fiducia e morale a tutta la squadra, che al termine della partita contro il Montedoro sembrava aver ricevuto un brutto colpo. La reazione è giunta pronta e corale andandosi a prendere i 3 punti nel territorio in odor di Sabina e continuando oggi tra le mura amiche del ‘Danilo Vittiglio’. 

La Borgata vuole passare in vantaggio subito: non bastano neanche due giri d’orologio che l’attacco granata (oggi in maglia bianca) insacca un pallone alle spalle del portiere ospite. Il fuorigioco ravveduto dall’arbitro Perotti strozza l’emozione degli undici nel rettangolo verde ma la felicità è solo rimandata. Due minuti dopo, al 4′, è Chiarella ad aprire le danze e a dare l’impronta ad una partita in cui il Football United non ha mai dato da pensare realmente alla Borgata. Dal primo gol del centravanti granata – sui gradoni ci si invola in un paragone con il giallorosso Belotti “Gallo-Chiarella” – e per tutti i minuti che seguiranno, la partita è a senso unico e le uniche occasioni create dalla squadra di mister Ricciotti sono imputabili a distrazioni locali. Poche, come il risultato lascia intuire.
Al 22′ la Borgata cerca il raddoppio: Mascelloni calcia una bordata da fuori area che si stampa sulla recinzione oltre la traversa della porta difesa da Loum. Passano sei minuti e il secondo gol arriva davvero: di nuovo Chiarella, per la gioia sua (come avrà modo di dire nell’intervista post partita) e di tutti, raggiungendo Piccardi, Proietti e Ciamarra nella classifica marcatori interna. L’unica distrazione difensiva della Borgata porta i locali ad accorciare le distanze: è il 41′ e il gol del 2-1 è siglato da Ciotti. Il Football United si rinvigorisce: prova a farsi vedere e ad entrare nelle maglie difensive locali senza troppo successo. Neanche una manciata di minuti dopo il gol che avrebbe potuto sancire la riapertura della partita e La Preziosa viene ammonito per aver trattenuto la maglia di Di Stefano, in procinto di andarsene da metà campo.
La reazione è abbastanza sconsiderata e le proteste nei confronti dell’arbitro, incessanti e vibranti, si protraggono per circa 40 secondi. Ancora un cartellino giallo, poi uno rosso: Perotti espelle La Preziosa e ammonisce un compagno di squadra. L’immaturità ha giocato un peso non indifferente nella partita della squadra ospite e la strada del Football si è posta tutta in salita, mentre quella della Borgata è lastricata verso valle. 

Prima che scadano i 5 minuti di recupero concessi dal Direttore di gara c’è tempo per un gesto tecnico superbo di Mascelloni: la secca staffilata calciata da 30 metri dal difensore granata finisce proprio sotto l’incrocio dei pali.
Loum non la vede neanche partire
: terzo gol della partita. 

Nella ripresa non accade molto: la Borgata amministra e sa chiudersi quando deve. All’inizio della seconda frazione di gioco, ad esempio, quando al 10′ Ranieri tenta un tiro dalla distanza che finisce ben sopra la traversa. C’è da dire che gli ospiti non molleranno mai fino al triplice fischio, ma l’uomo in meno pesa come un macigno.
Al 31′ Chiarella e Di Stefano si producono in un uno-due in area: il centravanti la cede all’ala che tenta il tiro da distanza più che ravvicinata ma Loum nega il potenziale quarto gol mettendoci lo stinco. 

Dieci minuti dopo è Piccardi a calare il poker granata su assist di Proietti. C’è tempo e spazio, addirittura, per il potenziale quinto centro della giornata ma la sorte è beffarda e volta le spalle a Ciamarra.

Il tabellino della ventesima giornata di campionato | Seconda Categoria Laziale | Girone F

BORGATA GORDIANI – FOOTBALL UNITED 4-1

MARCATORI: 4’pt e 28’pt Chiarella (BG), 41’pt Ciotti (FU), 48’pt Mascelloni (BG), 40’st Piccardi (BG)

BORGATA GORDIANI: Capuani, Proietti, Segatori, Mascioli M., Mascelloni, Brigazzi, Di Stefano (41’st Capuzzolo), Cassatella (41’st Martucci), Chiarella (32’st Ciamarra), Cicolò (20’st Alfonsini), Piccardi PANCHINA: Poma, Barsotti, Casavecchia, Ienuso, Neri. ALLENATORE: (Fabrizio Amico, squalificato fino al 31/03/2023).

FOOTBALL UNITED: Loum, Gozzi, Gelodi, De Gregorio (15’st Ranieri), La Preziosa, Pizzelli, Ciotti, Venturini (41’st Zarfati), Lucaioli (30’st Cipriani), Rampulla (24’st Spezzi), Giglio. PANCHINA: Carlo, Botev. ALLENATORE: Andrea Ricciotti.

ARBITRO: Adriano Perotti (Roma2).

NOTE: Espulso per vibranti proteste nei confronti dell’arbitro, nonché per doppia ammonizione, al 44’pt La Preziosa (FU). Ammoniti: 32’pt Venturini (FU), 39’pt Proietti (BG), 43’pt La Preziosa (FU). Angoli: Borgata Gordiani 5 – 6 Football United. Recupero: 5’pt – 5’st. 

Le foto dritte sono quelle che ha scattato Elisa prendendo per un
lasso di tempo – pur breve – la mia macchina fotografica. Le altre
storte sono ovviamente le mie.

Moreno: «Non me fa foto ché oggi c’ho il 4». La sobria reazione di Mascelloni.

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Il colloquio [iperbole]

Posted on 2023/03/25 by carmocippinelli

[Il post è frutto di fantasia. Non è riferito a nessuno e ad alcuna circostanza in particolare. Si satireggia]

 
Lo sguardo è triste ma solenne insieme, a stento si trattengono le lacrime che – pure – scenderebbero copiose se non ci fosse lo steccato genitore-insegnante a incutere un ‘quid’ di distanza psicologica, sebbene l’età anagrafica giochi tutta a favore della genitrice. 

Sospira, guarda in basso. Poi, afferrando i manici della borsa che ha posto sulle ginocchia, come a farsi forza di dover pronunciare la sentenza più sconveniente (ma anche un po’ mesta) riguardo la figlia, comincia: «Professore…! (qui un altro sospiro con sguardo verso il basso) mia figlia ha così a cuore le sue materie! Fa male a me prima ancora che a lei sapere che non stia andando bene».

Momento di sguardo penetrante che dura un centesimo di secondo, prima di ricominciare: «Torna a casa, mia figlia, e studia. Studia, studia, studia, non fa altro che studiare. Ho dovuto interromperle lo sport, e lei sa bene quanto in quest’età sia vitale coompiere attività fisica». 

Ti lasci andare in una chiusura di palpebre e ad un vocalismo strozzato che tradisce appartenenza territoriale a ridosso del raccordo anulare: «Eeh».

«Ma professore: non ha quasi il tempo per mangiare con noi la sera!», qui le braccia si allargano come a voler ricevere la forza dagli astri.

Il colloquio finisce mentre tu, paterno, rassicuri la genitrice e ti affretti a tornare in classe.
Sali i gradini che ti portano al piano dove, in fondo al corridoio a sinistra (a destra c’è sempre il cesso di gaberiana memoria), ti aspetta la classe.
La figlia, seduta come al pub mentre ordina una chiara media, masticando la gomma come la ragazza di Verdone-Figlio-dell’amore-eterno in “Un sacco bello”, vede entrare il prof e senza neanche provare a dissimulare: «AH PROF MA QUANTE GGIUSSSIFICHE ME SO RIMASSE A LATINO?!».

Don Milani, ora pro nobis

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«Piantedosi chiarisca», l’interrogazione di Zanettin sull’assalto alla sede della Cgil – Atlante Editoriale

Posted on 2023/03/25 by carmocippinelli

Lunedì mattina il senatore Pierantonio Zanettin (Forza Itali), componente della Commissione Giustizia del Senato, ha presentato un’interrogazione con richiesta di risposta al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riguardo i fatti che coinvolsero la manifestazione “No Green Pass”, Forza Nuova (e rispettive figure di riferimento romane e nazionali) e il successivo assalto alla sede della Cgil avvenuto due anni fa. Il ministro allora era prefetto di Roma.

I fatti
Il 16 settembre 2021 il Governo Draghi approva un decreto legge che introduce l’obbligo di possesso della certificazione verde (“green pass”) nei luoghi di lavoro pubblici e privati [1]. Nei mesi di settembre e ottobre (il 15 di quel mese sarebbe entrato in vigore il provvedimento) si inizia a coagulare la protesta classificata in quei giorni come genericamente “no-vax”: il movimento eterogeneo, contrario al procrastinarsi delle restrizioni nonché alle misure di vaccinazione, scoppiò in occasione della dimostrazione di piazza del 9 ottobre [2021]. Il resto è cronaca di quelle ore. Nel corso della manifestazione di opposizione alla certificazione verde e alla vaccinazione obbligatoria si raduna un presidio in Piazza del Popolo che, immantinente, diventa corteo e la maggior parte dei manifestanti si sarebbe sparpagliata in varie direzioni. Il flusso più imponente è diretto alla sede della Cgil. Gruppi avrebbero raggiunto Palazzo Chigi, se non fossero stati fermati.

Gli arresti
Per quei fatti il processo ordinario è tutt’ora in corso «davanti alla sezione penale del tribunale di Roma presieduta dalla giudice Claudia Lucilla Nicchi. Castellino è sotto processo dinanzi al tribunale di Roma in composizione collegiale» ma ad ogni modo «Salvatore Lubrano, un esponente di Forza Nuova poi arrestato insieme a Giuliano Castellino [referente romano di Forza nuova], Roberto Fiore [referente nazionale del partito] ed altre nove persone con l’accusa di saccheggio, istigazione a delinquere, violazione di domicilio e resistenza» [2].


L’incognita di W1

L’avvocato difensore del primo dei forzanovisti citati è il radicale Vincenzo di Nanna (già presidente dell’associazione Amnistia Giustizia Libertà Abruzzi) e il quotidiano ‘Il Riformista’, nella persona del giornalista Paolo Comi, il 18 marzo pubblica un articolo in cui verrebbe mostrato un fatto, ricostruito a partire dal video depositato dall’avvocato sopra citato: qualcuno avrebbe aperto la sede del sindacato ancor prima dell’assalto [3]. Non ci sarebbe nome se non una classificazione: W1.

«Chi è questa persona che ha fatto entrare i manifestanti all’interno della sede nazionale della Cgil a Roma il pomeriggio del 9 ottobre del 2021?» – si chiede Comi nell’articolo – «Molto probabilmente un agente dei servizi o delle forze di polizia che quel giorno erano infiltrati nel corteo guidato da Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Come mai? Si cercava l’incidente di piazza? Una risposta potrebbe darla il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che all’epoca era il prefetto di Roma e dunque l’autorità preposta alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica» [2].

L’interrogazione
Nella giornata di martedì [21 marzo 2023] il medesimo quotidiano pubblica la notizia dell’interrogazione del Senatore Pierantonio Zanettin, presentata nella seduta di lunedì 20.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il Senatore del gruppo di Forza Italia per un chiarimento riguardo la sua iniziativa, nonché per conoscerne gli obiettivi.

«La pubblicazione del Riformista mi ha colpito», ha affermato Zanettin riferendosi all’articolo apparso sul giornale diretto da Sansonetti. «Nella mia attività parlamentare spesso utilizzo gli atti di sindacato ispettivo per mettere in luce aspetti che reputo interessanti o che possono essere inquadrati nell’attività politica riguardo il settore della giustizia, [agendo] attraverso un’impostazione di garantismo giuridico, essendo avvocato».

Quali obiettivi si è posto?
«Il mio obiettivo è quello di vedere le cose non in chiave “giustizialista e manettara”. Questo fatto [esposto dal Riformista] mi ha sorpreso. Ho ritenuto doveroso che – qualora ci fossero dubbi [riguardo la vicenda] – il Ministro debba venire a chiarire».

Zanettin precisa subito: «Non ho nessuna simpatia per il movimento “No Green Pass” né per qualsivoglia estremismo di destra o di sinistra. Sono lontano dalle posizioni di Fiore o dagli altri protagonisti di quella giornata». Tuttavia: «Da garantista, da persona che crede che lo Stato debba rispettare le proprie regole, non posso che essere stato interessato dalla notizia, dunque ho agito di conseguenza».

Dal momento che, citando dall’interrogazione presentata: «nel video [pubblicato dal Riformista] viene posto in evidenza il comportamento di un soggetto rimasto ignoto, perché non identificato dalle forze dell’ordine, e chiamato dalla polizia scientifica W1», Zanettin chiede: «se il soggetto ignoto, chiamato nel rapporto della polizia scientifica W1, appartenga alle forze dell’ordine o a qualche altro organo dello Stato».

Perché?
«Se si guarda il video pubblicato dal Riformista si vede il soggetto, questo W1, che viene identificato in diverse fasi dell’aggressione. Quella avanzata dal quotidiano è un’ipotesi ma su cui va fatta chiarezza. Il dato in più che viene citato dal giornale è il fatto che il soggetto possa essere identificato come un appartenente o dei Carabinieri o della Polizia di Stato o ancora facente parte dei servizi. È questo l’aspetto che deve essere chiarito. Non si da’ nulla per scontato, ovviamente. Ove fosse, deve essere chiaro se il soggetto ha agito secondo le disposizioni di qualcuno o secondo la propria testa, disattendendo le indicazioni che sono state [eventualmente] fornite dai suoi superiori».

Cosa cambierebbe secondo lei nell’analisi dei fatti ex post?
«Da questo punto di vista, secondo me, non cambia molto. Mi spiego: rimane un inaccettabile atto di violenza. Se c’è qualche soggetto dello Stato che ha sbagliato, è giusto che venga evidenziato ed eventualmente si porti a sanzioni disciplinari. Non è che perché c’era un infiltrato nella manifestazione, allora quella manifestazione diventa legittima! Spero che il ministro Piantedosi riferisca come il soggetto in questione non sia un membro dello Stato, così che tutto sfumi. Ove fosse il contrario, bisogna chiarire. Ci sono tante sfaccettature, come si vede, ma quale attinenza abbia questo fatto col processo in corso, francamente, non sono in grado di dirlo: mi limito a vedere i fotogrammi». E ad agire.

Note:
[1] Il link del comunicato del Governo, fino a pochi mesi fa rintracciabile digitalmente ora risulta irreperibile e la pagina inaccessibile: <https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-36/17925>.

[2] Paolo Comi, Assalto alla Cgil, ad aprire la porta ai manifestanti fu un agente dei servizi?, «Il Riformista», 17 marzo 2023. 

 

Pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/zanettin-sull-assalto-alla-sede-della-cgil/

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Col cuore in mano: la Borgata si prende tre punti a Moricone

Posted on 2023/03/20 by carmocippinelli

«Vabbè, prof, ma quindi un pronostico su domenica?». Ormai nella III E la Borgata segna l’argomento di conversazione prima che si comincino le lezioni del sabato e del lunedì. Stavolta il pronostico era davvero difficile e gli ho semplicemente detto, mettendo le mani avanti ma scuotendo un po’ la testa: «Vedremo come andrà, ma di una cosa sono certo: il Moricone non regalerà niente».   

Una constatazione piuttosto banale dato che all’andata il Moricone ha superato la Borgata tra le mura amiche del ‘Vittiglio’ per 3 a 1. La gara di andata con la compagine tiburtina ha sancito la prima sconfitta in campionato per i granata: passati in vantaggio su rigore, raggiunti al 39′ della ripresa e poi superati dalla doppietta di Gilardi al 45′ e 46′. In zona Borgata, come sempre. (Per chi volesse rileggere il post di quella partita basta che clicchi qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2022/11/stop-dimentica-finisce-1-3-al-vittiglio.html)

Stavolta però è tutta un’altra storia. Certo: ci sono Moreno e il Mister fuori dal rettangolo di gioco e pure qualche defezione tra gli undici scesi in campo, però la Borgata è appena uscita sconfitta col Montedoro e quel 0-2 ancora brucia. C’è poco da stare a discutere: «fare o non fare, non c’è provare».

“Senza spalti né gradoni”

Il grande parcheggio antistante al “Sante Aureli” ha le stesse dimensioni di un campo di calcio. Quando abbiamo notato che il campo vero non prevedeva alcun gradone, tribuna (per quanto piccola) o qualcosa di simile ad un posto presso il quale sostare per una 90ina di minuti per vedere la partita, abbiamo provato ad ipotizzare che quel parcheggio ospitasse il campo. I gradoni, infatti, davano sulle macchine parcheggiate. L'”Aureli” è di terra. E campo di terra significa linee di metà e fine campo tracciate alla bell’e meglio, scarpini che affondano nella terra battuta, durezza e caso. In che senso caso? Nel senso più letterale del termine: capita che il pallone rimbalzi come non avresti previsto o immaginato, succede che l’avversario riesca ad intercettare quel passaggio fondamentale a causa di un avvallamento del terreno e magari riesca a portare  la squadra a ridosso del portiere, il centravanti faccia gol e la partita cambia volto improvvisamente.
C’è chi storce le labbra, abituati ai modernissimi campi sintetici di cui ormai Roma trabocca, eppure anche questo è dilettantismo, agonismo, calcio popolare. 
Nel primo tempo la Borgata soffre l’iniziativa del Moricone: gli undici di Molinari (ma non er sambucone) vogliono imporre il proprio tempo e il proprio spazio alla partita. I ritmi iniziano ad essere alti fin dal primo quarto d’ora, quando cioè la squadra di casa si fa avanti al 16′ con una punizione che impegna Capuani, degno sostituto di Poma per la giornata di domenica 19. Il gioco dei locali è molto duro: la classifica e il campo parlano chiari, c’è voglia di riscatto da entrambe le parti e c’è necessità di tornare a inanellare risultati utili. Al 20′ Piccardi inizia a zoppicare a causa di un intervento di Pietrosanti. L’arbitro non sanziona, ma il nostro ha bisogno di tempo per riprendersi. Qualche istante più tardi è Mascioli iunior a cadere e a non rialzarsi: entra Cassatella, primo cambio della Borgata al 20′ del primo tempo. I biancoverdi provano a sbloccare la partita attorno al 25′: Maggi si fa vedere dalle parti di Capuani ma il tiro è angolato ma si spegne sul fondo; attorno al 30′ un’altra azione corale trafigge la difesa granata ma trova l’opposizione di Capuani. L’occasione per la Borgata potrebbe arrivare su punizione: il tiro di Pompi è troppo debole e il portiere Giacobone non ha problemi nel raccogliere il pallone. Allo scadere della prima frazione, però, la partita si sblocca davvero: Santus calcia una punizione imprendibile per Capuani e le squadre tornano negli spogliatoi con il risultato di 1-0. 

Todo cambia

Le squadre tornano in campo consapevoli di dover dimostrare ancora tutto: niente è scritto, niente è a posto, tutto può ancora essere ribaltato. Nei primi dieci minuti la Borgata si fa vedere prima con una punizione di Mascelloni, su cui ci si accapiglia in un batti e ribatti (ma capire chi ha tirato e chi ha respinto è un’impresa ottica non da poco per un miope che era presente dietro l’altra porta). Di sicuro, l’ultimo tiro che ha impegnato il portiere locale è stato di Piccardi. Al 12′ Di Stefano cade in area e si reclama per un calcio di rigore ma l’arbitro ammonisce il 7 granata, probabilmente per simulazione. Alla mezz’ora l’illusione che da’ la Borgata è quella della stanchezza, ma è solo una ‘fata Morgana’: Proietti esce per fare posto a Chieffo e cinque minuti dopo arriva il pareggio granata. Sofferto, sudato, voluto: Di Stefano trafigge il portiere e riporta la partita in parità.

La Borgata capisce che deve puntare a far allungare – come si dice in queste occasioni – la squadra locale: le ripartenze di Di Stefano sono velenose per la difesa locale e, anzi, al 49′ scapperà di nuovo tra le retrovie tiburtine ‘rischiando’ la doppietta. 

Finale da miocardite acuta

Manca poco. Cinque minuti di recupero. Su ogni pallone si lotta e su ogni iniziativa del Moricone la squadra ragiona: non c’è da perdere la testa, magari si prende qualche cartellino (come quelli di Chimeri e Segatori, pilastri imprescindibili della difesa granata). Gilardi, entrato al 19′ per il Moricone, vorrebbe replicare la doppietta dell’andata ma Chimeri chiude ogni porta: i cinque minuti finali sono pieni d’agonismo, di durezza, di volontà da entrambe le parti. Capuani blinda la porta ospite e salva il risultato in due occasioni. E poi c’è il caso, l’ultima azione. Quella che le maestre delle elementari ti classificavano come ultima occasione della ricreazione per dare un calcio al pallone prima di tornare in classe e spiegare le tabelline. Calcio d’angolo, svetta Chimeri: gol, 1-2. Triplice fischio dell’arbitro. 

La Borgata torna a vincere e si prende la rivincita sulla partita d’andata, così storta e così infausta. I sostenitori locali si dissolvono in un attimo, i nostri si trattengono ancora qualche istante coi giocatori. «Quanto cazzo è bello vince, regà», Cicolò si avvicina alla recinzione ed è raggiante, Mascelloni stringe fortissimo Segatori, Piccardi è radioso. Vincere è facile, ribaltare la partita con questo piglio è granata. Pienamente granata. 

Il tabellino della diciannovesima giornata di campionato | Seconda categoria laziale | Girone F

MORICONE – BORGATA GORDIANI 1-2

MARCATORI: 46’pt Maggi (M), 35’st Di Stefano (BG), 51’st Chimeri (BG)

MORICONE: Giacobone, Peroni, Marroni, Antonelli, Santus (41’st Lucarelli), Tonelli E., Pietrosanti (19’st Gilardi) Tonelli M., Maggi, Pasquarelli, Felli PANCHINA: Zingaretti, Massimi, Benedetti, Pichetti, Cherubini. ALLENATORE: Federico Molinari

BORGATA GORDIANI: Capuani, Proietti (23’st Chieffo), Segatori, Mascelloni, Brigazzi, Chimeri, Di Stefano, Mascioli F. (20’pt Cassatella), Cicolò, Pompi (40’st Chiarella), Piccardi PANCHINA: Franco, Ienuso, Neri, Ciamarra, Martucci, Corciulo. ALLENATORE: (squalificato fino al 31/3/23)

ARBITRO: Francesco De Pascale (Roma 2)

NOTE: Ammoniti: 31’pt Antonelli (M), 12’st Di Stefano (BG), 28’st Mascelloni (BG), 33’st Pompi (BG), 43’st Segatori, 45’st Chimeri (BG), 46’st Lucarelli (M). Recupero 2’pt – 5’st (cinque minuti effettivi, sei realmente giocati). Angoli Moricone 3 – 4 Borgata Gordiani.

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Vita sospesa tra due russie – [“Padri e figli” di Ivan Turgenev]

Posted on 2023/03/16 by carmocippinelli

Ci sono libri che bisogna leggere in un determinato momento della propria vita. Parlo di quelli che compri all’età sbagliata: ne leggi venti pagine e ti annoiano perché chissà che idea avevi elaborato a riguardo e poi, man mano che ti addentri nella lettura, scopri che dicono tutt’altro rispetto a quanto avevi immaginato. Poi li posi sullo scaffale e chissà perché l’occhio ogni tanto ti ci cade nuovamente. Cominci a leggerlo e subito il tuo cervello si fionda nella Russia zarista di metà ‘800, quella che vorrebbe occidentaleggiare ma che poi non riesce a elaborare un sistema alternativo a quello vigente; nella Russia di campagna, diversissima da quella di città; nei villaggi in cui i rapporti familiari sono impostati ancora “alla vecchia maniera”. In una realtà così diversa eppure così simile a quella attuale in cui qualcosa vorrebbe nascere – ma senza sapere realmente come e quando, avendo solo l’urgenza dalla propria parte – mentre dall’altra l’unica soluzione proposta è lo status quo. Accettato, più o meno passivamente, dalla gran parte della popolazione.
Il libro di Turgenev è un piccolo regalo dell’intelligenza umana. Non è Dostoevskij, non è Gogol’, non è Tolstoj, ma Bazarov e Arkadij sanno intrattenere un dialogo col lettore: ché è pur vero che ‘l’uomo è sempre l’uomo’, in ogni sua epoca e momento storico.

“Padri e figli” di Ivan Turgenev [210 pp.] è uno di quei romanzi che a buona ragione possiamo inserire tra i classici della letteratura russa (e anche europea). Se è vero il detto popolare per cui “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, “Padri e figli” rientra perfettamente in questa categoria. Le ragioni sarebbero molteplici, così come i bandoli della proverbiale matassa da sciogliere sarebbero molti: qui ci limiteremo a citare alcuni spunti che fanno del romanzo di Turgenev una lettura quanto mai attuale.

L’autore nasce e muore nell’‘800: viene al mondo nel 1818 in un piccolo villaggio (Mcensk) nell’oblast di Orel, si trasferirà a Mosca dove vivrà gran parte della sua vita ma morirà sessantacinque anni più tardi lontano dal suo paese, a Bougival (presso Parigi). Basterebbe snocciolare questi pochissimi dati per provare a inquadrare il romanzo più celebre di Ivan Sergeevič Turgenev. L’Europa, l’occidente di quegli anni (e di tutto il secolo) viaggiava su un binario parallelo rispetto a quello della Russia: due percorsi destinati ad incrociarsi solo allo scoppio del primo conflitto mondiale e all’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando tutto l’impianto degli Stati e degli imperi centrali andrà a rotoli.
Quella volta davvero.

Il mondo descritto da Turgenev, però, è ancora un passo indietro rispetto a tutto quello che accadrà. Certo: imperversa il romanticismo, gli slanci ideali di singoli individui esaltati dalla letteratura mitteleuropea; iniziano a venir diffuse e discusse le dottrine filosofiche di Hegel, Schelling, Fichte, Feurebach, Marx; comincia ad essere sussurrata una parola “rivoluzione” prima da poche e poi da molteplici labbra. È il 1848 e il mondo occidentale sembra andare davvero a rotoli per un qualche tempo. Non sarà davvero una rivoluzione quella che investirà gran parte del continente europeo, ma il focolaio della rivolta è stato acceso e basta soffiare con un bel colpo di mantice per fargli riprendere vigore. Rivolta, tra tutti i termini che potrebbero indicare tumulti non sfociati nell’atto rivoluzionario così com’è conosciuto dalle vicende della storia degli uomini, è forse quello più adatto per indicare quel che accade nel ‘48.
La storia di Turgenev è quella della campagna russa e delle città che stanno sorgendo, vogliose e desiderose di modernità occidentale ma ancora profondamente legate a quel che è la cultura zarista e nobiliare.

Il mondo borghese emergente si scontra con i ceti sociali che hanno vissuto ascesa e modificazioni (nonché mortificazioni) del potere zarista: le famiglie, nonché i personaggi secondari presi in esame, ne sono chiaramente un esempio. I due protagonisti, Bazarov e Arkadij sono due giovani diversissimi: il primo viene descritto come il rappresentante della nuova cultura emergente, intriso di materialismo e di positivismo, si definisce “nichilista”, ed è la prima volta che questo termine viene utilizzato nella storia della letteratura; il secondo è il neolaureato figlio della famiglia Kirsanov, nucleo sistematosi nel villaggio di Mar’no nell’Oblast di Volgoda. Turgenev smania dal chiarire subito chi e cosa sia un nichilista: neanche una manciata di capitoli, poche decine di pagine ed ecco che l’autore mette subito in luce quell’insieme di inclinazioni e sentimenti racchiusi tutti nel riottoso (definirlo proto-rivoluzionario forse non sarebbe neanche troppo corretto), materialista, positivista, laico, anticlericale e libertario Evgenij Bazarov:

«Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». La famiglia di Arkadij inorridisce, specie lo zio Pavel:

«Prima c’erano gli hegeliani, ora ci sono i nichilisti. Vedremo come farete ad esistere nel vuoto, nello spazio senz’aria»,

ma anche la critica spietata arriva non prima d’aver invitato il fratello (padre di Arkasa, diminutivo di Arkadij) a chiamare la domestica col campanello perché «è tempo ch’io beva il mio cacao».

Turgenev farà dire ancor di più a Bazarov:

«Agiamo [i nichilisti] in forza di ciò che riconosciamo utile. Nell’epoca attuale la cosa più utile è la negazione: e noi neghiamo».

Se il lettore di questa recensione sentirà riecheggiare i versi di Montale di “Non chiederci la parola”, non sta andando troppo lontano.

«Prima toccava ai giovani di studiare; non volevano passare da ignoranti e così faticavano, controvoglia. Mentre ora basta che dicano: “tutto al mondo è una sciocchezza!” e sono a posto. I giovani si sono rallegrati. E realmente, prima erano semplicemente cretini, ora sono diventati a un tratto nichilisti».

Lo scontro tra il borghese che vuole a tutti i costi mostrarsi occidentalista, parlando francese (spesso non propriamente corretto), che paga contadini e lavoranti rivendicando la sua azione come la più democratica che possa esistere al mondo, è quel che ora chiaramente, ora carsicamente, emerge in “Padri e figli”. Una Russia che vuole scrollarsi di dosso l’anticaglia di tutto quel che era il protocollo nobiliare, il riconoscimento del titolo ma al contempo consapevole che al di fuori dello Zar non ci sia molto altro se non il caos e la sconsideratezza.

I princìpi della Russia zarista, ad ogni modo, vengono distrutti tutti da Bazarov che, vuoi o non vuoi, frequenta la vicina città insieme ad Arkadij (celata per tutto il romanzo) e insieme entrano a contatto con la loro classe d’origine, sebbene tra la nobiltà della ‘Russia profonda’ e l’alta borghesia/nobiltà cittadina vi sia un abisso. E i protagonisti non tardano ad accorgersene: una classe filo occidentale ma ossequiosa del modo di vivere alla maniera dei padri. Il tratto tanto duro quanto ambiguo Turgenev lo affiderà nella descrizione della genitrice di Bazarov:

«Arina Vlas’evna era un’autentica piccola nobile russa del buon tempo antico […] molto religiosa e sensibile, credeva in ogni sorta d’indizi, profezie, stregonerie, sogni […]; credeva che il diavolo amasse stare dove c’è l’acqua e che ogni giudeo avesse sul petto una massa sanguigna […] non mangiava le angurie perché un cocomero sgozzato ricorda la testa di San Giovanni Battista […] Sapeva che al mondo ci sono i signori, i quali devono comandare, e il semplice popolo, il quale deve servire, e perciò non sdegnava la servilità, né i profondi inchini; ma coi propri dipendenti aveva un contegno affabile e mite, non lasciava passar via nessun mendico senza elemosina e non condannava mai nessuno, anche se talvolta pettegolava […] Simili donne vanno ormai scomparendo.
Dio sa, se sia da rallegrarsene!».

La primavera dei giovani di quell’epoca è in scontro totale con l’autunno del villaggio di Mar’no, in cui il campanile rappresenta ancora la scansione naturale delle giornate di chi abita in quell’agglomerato di case: la nobiltà contadina, quella da cui provengono entrambi i ragazzi, è condannata dalla storia ma Turgenev non sembra salvare neanche la nascente nuova coscienza.

A metà tra quel che avrebbe potuto essere e quello che non sarebbe stato mai, si colloca il pensiero dell’autore: vicino ad istanze rinnovatrici ma non ben definite e non troppo delineate da poter essere immaginate.

Recensione pubblicata sulla rivista della ‘Cub Rail’ nel numero di marzo 2023. L’immagine rappresenta il dipinto “Neve” di Mikhail Germashev (1897).

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L’articolo sulle fettuccine di Alfredo di Lelio “vola” a New York!

Posted on 2023/03/16 by carmocippinelli

Sembra uno scherzo e invece non lo è. L’articolo che ho pubblicato martedì 1 febbraio sulla storia delle “fettuccine” di Alfredo di Lelio, è stato pubblicato il 15 marzo sul quotidiano bilingue «La voce di New York».
E la cosa bella è che è tutto vero!

L’articolo è disponibile a questo link: https://lavocedinewyork.com/food/2023/03/15/388518/

Per lungo tempo in Italia si è pensato che le “fettuccine Alfredo” fossero italo-americane e nulla avessero a che fare con la genuina cucina italiana essendo frutto di travisamenti. Al piatto negli USA è stata addirittura dedicata una giornata: il 7 febbraio è il “National Fettuccine Alfredo day”.

Non è così: le fettuccine Alfredo erano e sono tipicamente italiane. Anzi, romane: nate dall’intuizione del ristoratore Alfredo Di Lelio nel 1908. Al 104 di Via della Scrofa a Roma, il nostro aveva aperto una piccolissima trattoria. Due ingredienti, doppio burro e parmigiano, e una mantecatura a dovere, le fettuccine divennero il piatto forte del locale. Vuole la storia che Di Lelio le propose per la prima volta alla moglie che soffriva d’inappetenza a seguito della nascita del figlio (Armando, ma per tutti Alfredo II). Ines, la moglie del ristoratore, ne rimase estasiata e suggerì al baffuto marito di inserirle nel menù.

Da quel momento il nome di Alfredo venne associato alle fettuccine, tanto che durante la seconda guerra mondiale persino il quotidiano di Milano («Corriere della Sera») dava conto ai propri lettori della riapertura al pubblico del locale:

«Il re delle fettuccine, Alfredo alla Scrofa, Roma, annunzia alla sua eletta clientela milanese che oggi 5 sett. [1937] riapre il suo ristorante con le sempre maestose fettuccine al doppio burro e i suoi insuperabili filetti di tacchino all’Alfredo».

In ventinove anni, da quel 1908 in cui tutto iniziò, la fama della trattoria al 104 di Via della Scrofa era già andata ben oltre la Capitale, evidentemente. Nello stesso periodo, più precisamente durante l’occupazione nazista d’Italia e della città di Roma, il locale subì una chiusura di tre mesi «per infrazioni annonarie», come riporta il quotidiano fascista «Giornale d’Italia» del 25 marzo 1944:

«È stata disposta la chiusura per mesi tre dei sottonotati esercizi di trattoria, sorpresi a somministrare pietanze prelibate, in contrasto con le vigenti norme di disciplina annonaria. […] Ristorante Alfredo, in Via della Scrofa, gestito da Mozzetti Giuseppe».

Un’altra testimonianza di quel periodo l’ha fornita Filippo Ceccarelli nel 2019 pubblicando sul quotidiano «La Repubblica» uno stralcio del “Ghiottone Errante” di Paolo Monelli (1935):

« “Compare il trattore, baffi e pancetta da domatore, impugnando posate d’oro; e si avvicina al piatto delle fettuccine. La musica tace, dopo un rullìo ammonitore che ha fatto ammutolire anche i clienti in giro. Il trattore sente intorno a sé un’aureola di sguardi. Alza la forchetta e cucchiaio in cielo, come per propiziarselo; poi li tuffa nelle paste, le sommuove con un moto rapido, matematico, il capo inclinato, il respiro trattenuto, il mignolo sospeso. Due camerieri, impalati, assistono sul soglio. Pesa intorno il silenzio. Finché la musica scoppia in allegro brio, il trattore ripartisce le porzioni, poi va a riporre le posate d’oro e scompare”. Riaccese le luci, Alfredo ricompariva tra gli applausi. Gli americani letteralmente impazzivano».

Posate d’oro che, stando a quanto raccontava lo stesso Di Lelio, gli erano state regalate da Douglas Fairbanks e Mary Pickford in quegli anni.

Deliziosa la testimonianza che Paul Hofmann affida al «New York Times» il 1 novembre 1981, raccontando l’epifania di un suo amico con le “fettuccine Alfredo” in una Roma di metà anni ‘40 e in un’Italia uscita devastata dalla seconda guerra mondiale:

«Ricordo di aver portato un amico britannico da “Alfredo” a metà degli anni ’40, quando a Londra il cibo era ancora scarso e scialbo e tutti in Europa sembravano piuttosto magri. [Egli] Si tuffò con stupore nelle fettuccine e dopo le prime cucchiaiate mi chiese con un’espressione sconcertata: “Senti, vecchio mio, chi ha davvero vinto la guerra?”. 
Le tagliatelle gialle grondanti di burro erano diventate un simbolo invidiato del “miracolo italiano” della rapida ripresa postbellica. Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo».
Negli anni ‘50 il locale di Via della Scrofa viene venduto, nel ‘59 Alfredo I scompare e tutt’ora il ristorante “Il vero Alfredo” si trova nella sede di Piazza Augusto Imperatore, 30. Ma, come ebbe a dire lo stesso Hofmann nell’articolo:

«A complicare la confusione, ci sono almeno altri due Alfredo a Roma. Le buone fettuccine Alfredo, o fettuccine alla romana, che ormai sono più o meno la stessa cosa, si possono mangiare ogni giorno in almeno 50 ristoranti della città».

Tutt’ora, in effetti, esistono due “Alfredo” a Roma: uno al 30 di Piazza Augusto Imperatore e l’altro al 104 di Via della Scrofa. Entrambi, ovviamente, rivendicano la paternità del piatto e le posate dorate: chi per lignaggio e fama, chi per conoscenza culinaria.

 
 
La foto a corredo dell’articolo è tratta dal medesimo link della pubblicazione su ‘La voce di New York’ e raffigura Alfred Hitchcock con Alfredo di Lelio. La foto appartiene all’agenzia Ansa ©.
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Roma ne porta ancora i segni: sui muri di Via Rasella – [“Morte a Roma” – Robert Katz]

Posted on 2023/03/15 by carmocippinelli

Spesso e volentieri per raccontare un fatto accaduto nella storia bisogna partire dalla fine. Fare un passo indietro rispetto a quel che si sa spesso aiuta a far chiarezza: “guardare da lontano per veder vicino” è un motto caro agli storici dell’arte. O, almeno, così pare. E in tal caso, si sa: vox populi è anche vox Dei. 
Robert Katz scrive “Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine” nel 1967 in prima edizione per la non più esistente casa editrice “Editori riuniti” e c’è subito da chiarire un fatto: l’autore è statunitense.
Vien da sé: con l’Italia, con l’occupazione nazista di Roma, con l’armistizio e quant’altro, Katz c’entra pochissimo. Forse nulla. È per questo che inizia a scrivere e ad indagare su quanto accaduto all’indomani dell’attacco di Via Rasella. 

L’introduzione all’edizione del 1996 scritta dall’autore stesso parte da uno spunto che avremmo potuto tralasciare ma che risulta essere estremamente interessante per la sua particolarità:

«Quasi contemporaneamente all’uscita di quell’edizione [la ristampa e l’aggiornamento del 1994] la televisione americana mise in onda un clamoroso servizio giornalistico girato in Argentina che di fatto riaprì il caso [le Ardeatine] con tutte le sue vecchie ferite».

Nell’introduzione all’edizione del 1994 Katz scriveva che si era conclusa «una delle principali controversie della storia della guerra mondiale in Italia».
Eppure il caso, la sorte o il destino interpretano un ruolo di primo piano nella storia degli uomini. Ancora dall’introduzione di Katz:

«Sul piccolo schermo vediamo un telecronista, con il microfono teso, avvicinare un anziano signore: “Señor Priebke?” gli chiese. “Sono Sam Donaldson della televisione americana. Posso parlare con lei un momento?”. E quel ‘señor’, buon cittadino di San Carlos de Bariloche […] al sicuro da ogni rischio che aveva vissuto sotto il nome di Erico Priebke, non esitò a soddisfare le richieste del telecronista».

Tutto si sarebbe rimesso in movimento nella testa dell’autore: c’era ancora qualche tassello da ricostruire. Ma questa è un’altra storia.
Nel volume, Katz non indaga né studia quello che successe dopo, quanto piuttosto quello che accadde durante le ore che anticiparono l’attacco di Via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca. Va tenuto conto gli abitanti della Capitale, mai nella loro storia hanno subito una repressione così efferata come quella accaduta a seguito dell’attacco del Gap (Gruppo d’azione patriottica) che aveva pianificato l’azione. 

La scrittura di Katz è un abile riassunto tra l’intervista, il racconto, la testimonianza, l’articolo di approfondimento e la divulgazione dei fatti accaduti: ha avuto la fortuna di incontrare i superstiti dell’attacco e di intervistarli, di leggere le testimonianze processuali dei nazisti delle SS Polizeiregiment “Bozen” che furono attaccati dai componenti del partito comunista che era posto – come tutti i partiti antifascisti – in stato di clandestinità e costretto all’azione nell’illegalità.
Ne viene fuori un racconto vivido di quelli che furono i giorni di una Roma scomparsa in cui l’unico mezzo pubblico che funzionava (male) era il tram, in cui vigeva il coprifuoco, in cui Centocelle (oggi periferia in piena gentrificazione) era oggetto di azioni ‘alle porte della città’, in cui mancava immondizia per poter celare la bomba che Bentivegna trasportava con la bicicletta fingendosi netturbino, in cui il Vaticano ha avuto un ruolo (e quale!) nell’ambito dell’occupazione.
Una città diversa eppure tanto simile a quella dei giorni nostri. 

Nel settantanovesimo anno dall’attacco, dunque dall’eccidio delle Ardeatine, rileggere “Morte a Roma” è un esercizio che serve non solo per riportare alla memoria quanto accaduto ma per provare a immaginare quello che Alessandro Portelli, storico che ha scritto uno dei più importanti volumi sulla vicenda [“L’ordine è già stato eseguito”, Donzelli editore], ha definito come la zona impervia che si situa a metà tra il pianerottolo e il genocidio. Di come, cioè, la vita di uomini e donne in quei giorni di occupazione nazifascista si collocava nella sottilissima intercapedine tra il nascondersi e il venire uccisi. 

Che è poi quello che accadrà stando al comunicato battuto dall’agenzia Stefani e apparso sui quotidiani romani di allora («Il Messaggero» su tutti) che segnò completamente la questione (e che Portelli riporterà nel suo volume proprio nella prima pagina). Quel comunicato diceva così: 

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita [notare il modo e tempo verbale] da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

E così fu. E così Roma riporta i segni di quei giorni, ancora oggi, a Via Rasella.

Recensione pubblicata sulla rivista ‘Pagine marxiste‘. L’immagine è la medesima posta in foto all’edizione di “L’ordine è già stato eseguito” pubblicata dalla Universale economica Feltrinelli, appartenente al Bundesarkiv. “Italien, Rom Noch Attentat in via Rasella auf eine SudTiroler Polizei”.

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“Sensazionalismi” o “aprioristiche condanne”, comunque assenza d’informazione – Atlante Editoriale

Posted on 2023/03/14 by carmocippinelli

Dopo i fatti di Cutro, non cessano le morti nel “cimitero mediterraneo”: nella notte tra il 12 e il 13 marzo [2023] un barcone carico di 47 persone si è ribaltato a 100 miglia dalle coste libiche. I fatti e la cronaca dell’accaduto sono spietati: componenti dell’Organizzazione non governativa “Watch the Med – Alarm Phone” segnalano un’imbarcazione a largo delle coste libiche in area Sar (cioè “search and rescue”)[1]. Un primo avvicinamento e conseguente tentativo di soccorso proviene dalla nave “Basilis L” che tuttavia non riesce ad operare pienamente. L’aiuto sfuma. Nel frattempo le informazioni vengono trasmesse anche ad Italia e Malta dato che, a quanto è stato riportato sia dalle agenzie stampa, sia dai quotidiani nazionali, la Libia non avrebbe avuto mezzi da impiegare nel salvataggio. 

Entra così in gioco anche Roma, come riporta l’agenzia «Ansa»: «La “Basilis L” a causa delle condizioni meteo non è riuscita a soccorrere i migranti. Dal canto loro le autorità libiche, per mancanza di disponibilità di assetti navali, hanno chiesto il supporto del Centro Nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma che ha inviato un messaggio satellitare di emergenza a tutte le navi in transito. Sul posto si sono, quindi, trovati quattro mercantili». 

Il cargo Froland, battente bandiera Antigua e Barbuda, raggiunge l’imbarcazione e inizia le operazioni di salvataggio. Le cose non vanno come devono andare e il mezzo di fortuna si capovolge. Si contano 30 dispersi mentre in 17 si salvano. «Siamo in marzo: è il mare più freddo dell’anno» precisa Giuseppe Scandura nel notiziario mattutino di «Radio Radicale» di lunedì 13 marzo [2023], inviato permanente nelle zone di sbarco da parte della emittente radiofonica. Le sue parole vogliono lasciar intendere la triste conseguenza dell’essere classificato ‘disperso’ in mare nel corso di questo mese.
Il corrispondente ha poi aggiunto: «i migranti si trovano ora su uno dei cargo di Froland che sta navigando in questo momento ad Est di Malta e si sta dirigendo verso Porto Palo e Pozzallo». 

L’imbarcazione è rimasta in avaria «per 30 ore» ha precisato Scandura e la vicenda porta con sé polemiche, dichiarazioni da parte delle forze politiche ma anche (stavolta più delle precedenti) una lettura peculiare da parte della stampa nazionale. 

 

Destabilizatsiya

Secondo Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato della Repubblica, intervistato da Fabio Rubini per «Libero» [2] ci sarebbero evidenti interessi geopolitici alla base degli sbarchi in Italia dato che «in alcune zone del Nord Africa, dove si intrecciano gli interessi di Turchia, Russia, Cina, Iran» al Senatore «pare evidente che, ad esempio, la Russia possa avere l’interesse a destabilizzare quell’area geografica per moltiplicare i flussi migratori e mettere in difficoltà i Paesi europei che si sono schierati contro di lei nella guerra con l’Ucraina». Romeo ha anche aggiunto: «La Russia sta creando una vera e propria “bomba migratoria” per mettere in difficoltà l’Europa. Provate a pensare se a un certo punto dovesse incendiarsi la situazione politica nel Nord Africa. Sarebbe un disastro per l’Europa e soprattutto per l’Italia che è in prima linea nel Mediterraneo».

Il disarcionamento – se così possiamo definirlo – dei poteri del Nord Africa, tuttavia, è in atto non solo dalla ripresa del conflitto russo-ucraino dello scorso anno (in essere dal 2014) ma ben prima di quella data.
Il giorno precedente l’intervista in oggetto, la polemica è stata avviata da Lucio Malan (da questa legislatura in quota Fratelli d’Italia dopo aver abbandonato Forza Italia): l’esponente del partito di Governo affida a Twitter la pubblicazione di una foto in cui viene geolocalizzata la posizione dell’imbarcazione che aveva richiesto soccorso con la seguente descrizione: «Barcone in difficoltà vicino alle coste libiche? Per Alarm Phone la responsabilità è dell’Italia, come fosse tornato l’Impero Romano» [3].

Anche Daniele Capezzone (già deputato della Rosa nel pugno in quota radicale, poi per Forza Italia e ora vicino al Governo), durante la trasmissione “Zona Bianca” (Retr4) di domenica 12 marzo, ha tuonato così: «Stanno uscendo particolari atroci su quella barca [riguardo i fatti di Cutro]: gli scafisti la tenevano insieme con chiodi arrugginiti e graffette. Stando alla relazione dei servizi segreti, pagina 37, che invito a leggere, quanto più ci sono operazioni di soccorso, tanto più gli scafisti risparmiano e mettono dei poveracci su veri e propri gusci di noce […] è una vergogna che questa gente del Partito democratico anziché scagliarsi contro di questi, si scagli contro il Governo».

“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”

Certo è che se la questione la si mette sul piano dell’emotività non se ne esce più. O, almeno, così è a parere di chi scrive. La pavimentazione della realtà cede di schianto e si può dare il via ad interpretazioni arbitrarie e opinioni più che personali. L’editoriale di Maurizio Belpietro su «La verità» di lunedì 13 marzo [2023] affonda il coltello nel metaforico “burro mediatico” riguardo i festeggiamenti di Casa-Salvini, ponendo il fatto in relazione con gli avvenimenti di cronaca: «Dopo Cutro vietato intonare Battiato?» prendendosela contro gli esponenti del Partito Democratico e di Alleanza Verdi/Sinistra che hanno utilizzato la vicenda leggendo la canzone deandreiana a favore dell’accoglienza. Stando a quel che scrive Belpietro, per l’opposizione ogni riferimento al mare nelle canzoni pop italiane sarebbe da bandire e quindi il Direttore snocciola varie canzoni tra cui Summer on a solitary beach: «Sebbene abbia un titolo inglese, in quella canzone Franco Battiato a un certo punto ripete un ritornello agghiacciante e politicamente scorretto, almeno di questi tempi: “Mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde,
portami lontano sulle onde”. Se così fosse, le nuove regole imposte da Elly Schlein e compagni ci costringerebbero persino a vietare Il pescatore, che pur essendo stata scritta da Pierangelo Bertoli e cantata da un’eroina rosso fuoco come Fiorella Mannoia parla di un’onda che ti solleva forte e ti spazza via come foglia al vento, per chiedersi poi se la morte sia così cattiva». Sembrerebbe evidente il tentativo strumentale di ambo le parti. Eppure non è il solo. Augusto Minzolini, nell’editoriale per «Il Giornale» di lunedì si pone sulla stessa scia condannando gli approcci emotivi alla vicenda che coinvolge le migrazioni di esseri umani: «Anche perché è fatale che il prossimo fatto di cronaca truculento che abbia come protagonista qualche immigrato clandestino susciti nella nostra opinione pubblica una reazione emotiva, uguale e contraria, a quella giustamente provocata dalla disgrazia di Cutro. Le emozioni, si sa, non si governano Ecco perché c’è un bisogno profondo di senso dell’equilibrio nell’accostarsi ad un problema che non ha soluzione. Da parte di tutti. È necessario assicurare il soccorso in mare a chi si affida a questi viaggi del dolore. Non potrebbe essere altrimenti: solo qualche scemo del villaggio può pensare che il nostro governo non abbia salvato scientemente i naufraghi di Cutro. È anche necessario, però, trovare nel contempo strumenti che scoraggino l’immigrazione, che spieghino a questa umanità disperata che non basta arrivare in Italia per restarci» e l’ex direttore del Tg1 chiude con una stilettata a Shlein e a Salvini: «Con la speculazione politica su questi temi, non si va da nessuna parte. Anzi, può rivelarsi un boomerang, perché le ondate emotive sono cangevoli. Lo ha sperimentato Matteo Salvini e lo scoprirà anche Elly Schlein». 

Eppure i sensazionalismi sono comparsi proprio su quella parte di stampa che vorrebbe un approccio più lucido e razionale sulle questioni legate ai cosiddetti “flussi migratori”.
Basta sfogliare le prime pagine del «Giornale», «Libero», «Verità» ad ogni sbarco: lunedì 13 la prima del giornale diretto da Sallusti recita: «Altra strage in mare, altre bugie a sinistra». Per «Libero» c’è un «Assalto all’Italia» (scritto in rosso) e poi «Allarme: non si fermano più».
L’unica cosa certa, in tutta questa vicenda, è che davvero per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
E allora ci sentiamo assolti. Pur essendo dannatamente coinvolti. 

Note:

[1] “Siamo scioccati. Secondo diverse fonti, decine di persone di questa barca sono annegate. Dalle ore 2.28, dell’11 marzo, le autorità erano informate dell’urgenza e della situazione di pericolo. Le autorità italiane hanno ritardato deliberatamente i soccorsi, lasciandoli morire”. Questo il tweet pubblicato dall’account di Alarm phone nella notte di sabato 11 marzo [2023]. https://twitter.com/alarm_phone/status/1634920639676190722?cxt=HHwWhMDUvZvqs7AtAAAA 

[2] Fabio Rubini, «I barconi ce li manda la Russia», lunedì 13 marzo 2023, «Libero Quotidiano».

[3] https://twitter.com/LucioMalan/status/1634979739650895873

 

Articolo pubblicato su “Atlante Editoriale”.

La foto è tratta dalla testata «Il Dubbio».

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Cospito torna in ospedale. Avv. Rossi Albertini: «Non ha alcuna vocazione suicida. La sua è una battaglia per la vita» – Atlante Editoriale

Posted on 2023/03/11 by carmocippinelli

Scomparso dalle prime pagine dei principali giornali nazionali, la notizia del nuovo trasferimento di Alfredo Cospito al padiglione detenuti dell’Ospedale San Paolo del carcere di Opera, è finito nelle pagine interne. Sporadiche eccezioni quelle di quotidiani sempre più rari a trovarsi nelle edicole come «Il Dubbio» e «Il Riformista». Nella foliazione del «Corriere della Sera» [7 marzo] la notizia del trasferimento scivola alla pagina 18. 

 
La situazione di salute peggiora

Eppure la situazione è molto grave. Nella mattina di martedì 7, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, intervistato da «SkyTg24» si è detto stupito di aver appreso la notizia del trasferimento dagli organi di stampa: «Ieri mattina [6 marzo] ho parlato con Cospito al carcere di Opera. È molto provato: sono più di 5 mesi che è in sciopero della fame. Ad oggi ha sorpreso tutti i sanitari riguardo la sua tenuta. La dottoressa Milia, il primo medico [che visitò Cospito nel carcere di] Sassari disse che era sconcertata già a Dicembre/Gennaio».

Il trasferimento, ad ogni modo, il legale lo spiega così: «Penso che abbiano allarmato i valori del potassio [di Cospito] poiché abbiamo appreso – nel corso del tempo – che è un valore importante per il corretto funzionamento del muscolo cardiaco» dal momento che quel valore dovrebbe essere legato agli integratori salvavita che «Cospito rifiuta da quando ha appreso della notizia del rigetto della Corte di Cassazione».

Rossi Albertini lo descrive come «lucido e coerente». E, anzi, scaccia via ogni tipo di interpretazione riguardo l’azione del suo assistito. Nella lettera scritta dallo stesso Cospito dal carcere di Opera, e diffusa dalla stampa nazionale nei primissimi giorni del mese di marzo, l’anarchico scrive che sì, si dichiarerebbe pronto a morire ma perché, si legge: «sono convinto che la mia morte porrà un intoppo a questo regime e che i 750 che lo subiscono da decenni possano vivere una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa abbiano fatto. Amo la vita. Sono un uomo felice. Non vorrei scambiare la mia vita con quella di un altro. E proprio perché la amo non posso accettare questa non vita senza speranza».
Congedandosi con la formula: «Grazie compagni-e del vostro amore. Sempre per l’anarchia. Mai piegato».

L’intervento internazionale
«Come rimedi interni siamo giunti alla conclusione», ha ribadito a «SkyTg24» il legale Rossi Albertini, richiamando l’eco della vicenda internazionale, «anche perché altrimenti il comitato dell’Onu non si sarebbe potuto esprimere».
A cosa si sta facendo riferimento? Rossi Albertini stava chiamando in causa la dichiarazione dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani che il 1 marzo [2023] ha inviato allo Stato italiano la richiesta di applicazione di misure cautelative relative la detenzione al 41 bis per Alfredo Cospito. Il documento [1], recapitato all’avvocato Flavio Rossi Albertini, è stato diffuso nelle ore successive all’invio tramite l’associazione ‘A buon diritto’ di cui Luigi Manconi (già Senatoore della Repubblica e vicino al Partito radicale) è presidente.

No a trattamenti inumani e degradanti
In particolare il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto all’Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali e degli articoli 7 e 10 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, riguardo le condizioni di Cospito.
L’articolo 7 riguarda strettamente il divieto di tortura e trattamenti o punizioni disumane o degradanti mentre l’articolo 10 riguarda l’umanità di trattamento e di rispetto della dignità umana di ogni persona privata della libertà personale [2].

“Battaglia per la vita”
«Non ha alcuna vocazione suicida – ha proseguito Rossi Albertini – Cospito sta conducendo una battaglia per la vita contro il regime di 41bis».
Adesso rimane solo la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) a doversi esprimere sul caso.

“La minaccia anarchica”

Eccezion fatta per gli articoli di questi giorni apparsi sui quotidiani nazionali, «La Stampa» su tutti per appartenenza geografica, riguardo gli scontri avvenuti nel primo fine settimana di marzo nel capoluogo piemontese tra anarchici e forze dell’ordine, la notizia è un’altra. Non arrivata al cospetto della grande stampa, se non seguendo il corso di un fiume carsico. Pronta, cioè, a riemergere nel caso la situazione degenerasse nel brevissimo periodo. Stiamo parlando della «Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza» [3] relativa all’anno appena trascorso, presentata al Parlamento nella scorsa settimana e per cui la sola Claudia Fusani sul «Riformista» si è pre-occupata di dar conto. Nel documento si legge che sì, le organizzazioni anarchiche hanno ritrovato vigore e attivismo in relazione alla vicenda Cospito ma, si legge: «nulla fa registrare una saldatura operativa con altre formazioni criminali». [4]

Nella conferenza stampa di presentazione del documento, Mario Parente (direttore dell’Agenzia di informazioni e sicurezza interna) ha dichiarato: «Non ci sono elementi che indicano saldature tra gli anarco-insurrezionalisti ed altre realtà criminali» [4].

Note
[1] https://www.abuondiritto.it/storage/app/media/notizie/CCPR%204323-2023.%20A%20docx.pdf

[2] https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/international-covenant-civil-and-political-rights

[3] Qui il documento integrale con le grafiche presentate nel corso della conferenza stampa: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2023/02/Relazione_annuale_2022_interattiva.pdf

[4] Claudia Fusani, Cospito, l’intelligence smentisce Donzelli, mercoledì 1 marzo 2023, «Il Riformista».

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