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Una buona nascita parte da una buona informazione – Atlante Editoriale

Posted on 2023/08/01 by carmocippinelli

Ad inizio 2023 si è tornati a parlare di violenza ostetrica, soprattutto a causa di un fatto di cronaca avvenuto a Roma presso l’Ospedale “Sandro Pertini”: una donna di 29 anni, già ricoverata presso il medesimo nosocomio, si addormenta nella notte fra il 7 e l’8 gennaio mentre allatta il figlio appena nato dopo 17 ore di travaglio. Il bambino sarebbe morto il giorno successivo. «Più volte ho chiesto in reparto di essere aiutata – ha dichiarato dopo i fatti la donna al quotidiano «Il Messaggero» – perché non ce la facevo da sola e di portare per qualche ora il bambino al nido per permettermi di riposare, eppure mi è stato detto sempre di no». Donne lasciate sole senza avere possibilità di aiuto concreto da parte del personale medico. Eppure, partorire non dovrebbe rappresentare un’espressione di malattia quanto piuttosto un evento naturale a cui le donne potrebbero avvicinarvisi in maniera informata e consapevole. Tutto sta in una parola: “fisiologia”. 

Ne abbiamo parlato con l’ostetrica Maria Carolina Salvi, ostetrica libera professionista. 
Perché in Italia si parla di “violenza ostetrica”?
«Purtroppo attualmente non conosciamo un altro modo di partorire che non comporti manovre invasive e lesive per la salute della donna. In taluni casi anche di quella del nascituro. La gamma di azioni che possiamo classificare come violenza è molto ampia: si va dal non rispetto della privacy (ad esempio il fatto di dover partorire davanti a più personale medico [e non] nonché ad ostetriche) al non rispetto delle decisioni di coppia sull’evento-nascita, sulla salute del proprio bambino fino ad arrivare alle più lesive».
A cosa ti riferisci?
«Mi riferisco a manovre invasive e lesive dell’integrità della persona, come ad esempio l’episiotomia [un taglio netto di più strati muscolari], la “manovra Kristeller” [una pressione su un fondo uterino verso il basso] che “dovrebbe” favorire la fuoriuscita del bambino ma che, in realtà, comporta una coercizione. Nonché una manovra invasiva, come già detto».
A proposito del fatto tragico con cui abbiamo introdotto l’intervista: quella donna è stata lasciata sola. L’effetto dei tagli alla sanità ha portato a questo?
«Siamo inseriti in un sistema che non valorizza la donna, la depotenzia e la depaupera di moltissime risorse. Ad esempio la presenza di un compagno (magari padre del bambino, [ride]) nell’immediato post-parto che possa fare il papà e che si prenda cura del bambino e della mamma. I tagli alla sanità sono il mezzo attraverso cui situazioni a rischio degenerano e si trasformano in tragedie. Una mamma nel post-parto non deve essere mai lasciata sola perché fisiologicamente è portata a creare legami che le permettano di accudire il proprio bambino in serenità».
Come si esce dal binomio ospedalizzazione-patologia?
«Se ne esce rendendo la gravidanza prima, e l’evento parto e nascita poi, un evento fisiologico che sia una scelta e non un binario obbligato ridotto agli studi medici. Che se ne parli con figure professionali che sono formate e aggiornate sulla fisiologia del parto e della nascita, aventi competenze per discernere quando una gravidanza sia fisiologica e quando, invece, ha dei criteri di attenzione per cui ci si deve avvalere della competenza di un esperto di patologia, quale è il ginecologo, ad esempio.

Quindi partorire non significa patologia?
«Categoricamente no. Si chiama “stato interessante” proprio perché debba essere attenzionato non perché debba essere vessato e pilotato».
Che significa “gravidanza” e “parto fisiologico”?
«Parlerei piuttosto di fisiologia in sé»
Parliamone.
«Significa che all’interno della gravidanza e del parto ci sono risorse di salute, di cui la donna deve essere resa consapevole, che sono funzionali al buon percorso della gravidanza e che sono finalizzate ad un positivo espletamento del parto»
Cioè?
«Se una donna ha compiuto un percorso di salute nella fisiologia durante la gravidanza, avrà molte più possibilità di una buona riuscita del parto»
Esistono realtà in Italia che non “patologizzano” l’evento-nascita?
«Non credo che esistano “realtà” ma professionisti che possono fare la differenza in tal senso. 
Ad esempio: posso lavorare in un ospedale che ha un alto tasso di medicalizzazione e, comunque, attuare comportamenti di tutela delle donne che assisto (ad esempio favorendo libere posizioni in travaglio o evitando di somministrare integratori inutili o nocivi talvolta). Oppure, al contrario, posso far parte di una struttura privata – o in regime di libera professione in autonomia – ed essere io stessa vettore di integrazioni inutili e/o comportamenti di abuso. In buona sostanza: è la/il professionista che fa la differenza. Certo è che in ospedale il lavoro è molto più difficile».
Quindi tutto sta nella persona e non la struttura?

«La persona fa la differenza in una struttura ricettiva delle richieste delle donne. L’importante è che la donna sia realmente al centro e non il profitto. La scelta della donna deve essere libera, informata e consapevole». 
Gli unici tre paesi ad aver legiferato sulla violenza ostetrica sono in America Latina (Messico, Argentina, Venezuela) [1]. 
«In Italia il problema più grande è che gli episodi a cui accennavo non sono facilmente documentabili, dal momento che quelle stesse manovre spesso vengono spacciate alle donne per garanti della riuscita di una buona nascita quando in realtà sono esse stesse che potrebbero più facilmente essere iatrogene [cioè portare una patologia indotta], cioè recare danno alla donna. E spesso queste stesse non sono nemmeno annotate nelle cartelle cliniche. 
Dall’America Latina è partito il ‘movimento’ che ha portato al cambiamento delle linee dell’OMS a riguardo. È bene che in Italia si inizi a fare una reale mappatura della situazione e si inizi a guardare a Paesi (Svizzera, Regno Unito) in cui le leggi sono più aggiornate, le procedure e i tanto amati protocolli sono basati sulle evidenze scientifiche e non sulla pratica usuale ospedaliera.
Hai citato, per altro, due paesi che non fanno parte dell’Unione Europea…
«Buona osservazione. Non porrei la questione sulla distinzione binaria UE/non-UE, perché non ho le competenze per farlo».
Su quale base, allora?
«Partiamo dall’Italia. Il fatto che ad oggi ci sia una netta distinzione tra ostetriche ospedaliere e non ospedaliere, che non ci sia un percorso che fa tendere la donna all’unità nella relazione assistenziale, complica terribilmente le cose».

Perché?

«Perché non c’è l’attenzione 1 a 1 nei confronti della donna, è seguita da professionisti sempre diversi tra loro che non le assicurano una continuità nel percorso di gravidanza, parto e post parto e spesso questi stessi professionisti sono oberati di burocrazie che mirano solamente alla tutela legale. Perché spesso la donna è abbandonata a se stessa e non supportata e tutelata da una rete che sia presente anche al momento della dimissione a 48 ore dal parto».
Un’ipotetica soluzione quale potrebbe essere?
«La vera risorsa penso che sia lavorare sulle giovani generazioni, cioè sulle ragazze fin dall’adolescenza, in modo che arrivino più preparate all’evento-gravidanza e all’evento-nascita. In modo tale che si riconoscano in un corpo che è ‘bello’ e ‘potente’ e ‘competente’, che non ha bisogno di essere guidato o controllato dall’esterno perché [il corpo] sa quel che può e che deve fare».
Quindi l’ostetrica è una figura positiva per la partoriente?
«E me lo chiedi?! (ride). È fondamentale fin dalla prima mestruazione: deve essere colei che tutela lo spazio fisico della donna e le permette di diventare sempre più consapevole delle sue potenzialità, in qualsiasi fase della vita».

Note:
[1] Angela Galloro, Violenza ostetrica, tra tabù e omertà diffusa, 26 maggio 2023, «Micromega».
 
Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/una-buona-nascita-parte-da-una-buona-informazione/
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Groenlandia: parte la stagione calcistica 2023. [E c’è più di una sorpresa]

Posted on 2023/07/28 by carmocippinelli

Come ogni fine di luglio arriva puntuale l’appuntamento con il Campionato Groenlandese. Sono terminate le fasi locali del GM Championship 2023, cioè la stagione calcistica dell’isola più grande del mondo.  Tanto è estesa l’isola quanto è breve il campionato: non arriva neanche a un mese (complessivamente).
Solitamente le fasi locali si disputano dal 19 al 25 luglio di ogni anno e altrettanto solitamente ne viene data notizia con un comunicato della federazione calcistica locale (Kak) ma quest’anno niente di questo è avvenuto. Grazie al giornale locale «Sermitsiaq.ag» si può tuttavia ricostruire quel che è avvenuto nelle fasi antecedenti alle finali.
Ma andiamo con ordine.

 
Solita premessa: come si svolge il campionato groenlandese di calcio
Il campionato di calcio è strutturato in tre fasi: locale, regionale e
“nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide
le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Le fasi locali si disputano nell’ultima settimana di luglio e la fase finale – secondo tradizione ma non regola – si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, da un lustro rimesso a nuovo e
in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta (e, fidatevi, il colpo d’occhio del campo in terra battuta era uno spettacolo). Ma che
nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più a nord del
Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde
artificiale: gli spalti sono sempre i soliti: la partita la si
guarda dalle rocce, liberamente, senza pagare nulla.
A differenza delle altre edizioni, in cui il campo era quello di Nuuk, tutte le partite delle fasi finali (dal 10 al 15 agosto) di questa edizione si terranno a Qaqortoq.  
Molto probabilmente la decisione della federazione di spostare la sede delle partite è stata dettata dall’anniversario (90esimo dalla fondazione) della squadra di Qaqortoq, cioè il K-1933.

Niente campionato femminile
Una delle prime sorprese di questa edizione del GM è che non avrà luogo il campionato femminile. La notizia era già stata resa nota agli organi di stampa una ventina di giorni fa ma l’amarezza è grande, specie per chi conosce quanto si sia sviluppato e ingrandito il calcio femminile nell’isola. Ho provveduto a contattare Jakob Geisler, ex allenatore dell’IT-79 femminile di Nuuk: mi ha risposto, non nascondendo tristezza, che non ci sono abbastanza squadre iscritte, dunque non si terrà il campionato. Ha anche aggiunto che la federazione pare stia spingendo molto di più il movimento calcistico maschile e giovanile di quello femminile.

L’IT-79 femminile allenata da Jakob Geisler nel 2019

Per la verità lo stesso Jakob Geisler tre anni fa denunciava: «Il livello del calcio a 11 [femminile] si è abbassato a causa
della mancanza di una vera e propria rappresentativa: una nazionale
avrebbe bisogno di fondi necessari per poter raggiungere competizioni e
tornei internazionali, ma questo non accade».

La situazione non è rosea e in poco più di dieci anni è andata deteriorandosi. È bene ricordare che nel 2011 la nazionale femminile della Groenlandia raggiunse la medaglia di bronzo agli Island Games così come nel 2013 la medaglia d’argento venne conquistata all’edizione dei medesimi giochi, svoltisi a Bermuda (tanto dalla compagine maschile quanto da quella femminile).
 
Le squadre qualificate alle fasi locali
La seconda sorpresa riguarda le squadre qualificate al campionato maschile: per la prima volta nella storia del GM la squadra di Ittoqqortoormiit (AK Ittoqqortoormiit, nome esteso: Arsaaddardud Klubia Ittoqqortoormiini) si è assicurata un posto per le fasi finali. 

Fondata nel 2018, è l’unica squadra della costa est della Groenlandia ad aver passato le fasi locali per quest’edizione del campionato. 

L’allenatore della squadra, Kristian Hammeken, intervistato da «Sermitsiaq.ag» ha dichiarato che la squadra «farà di tutto per cercare di rappresentare la città al campionato».
In che senso “faremo di tutto”? Nel senso che per arrivare dall’altra parte del paese ci vuole un bel po’ di tempo: tre aerei e pure un piccolo spostamento in barca per raggiungere il campo di Qaqortoq. Gli atleti della rappresentativa di Ittoqqortoormiit sono 13 (praticamente contati) più l’allenatore-giocatore (ma su quest’ultimo dato non ci metterei la mano sul fuoco). Hammeken ha anche dichiarato che, nonostante la grande emozione di essersi qualificati all’edizione del GM, molti giocatori non potranno partecipare alla finale. Motivo? La stagione della caccia. La parte Est del paese è completamente differente dall’occidentalizzata costa Ovest e la caccia rappresenta il primo (se non in alcuni casi l’unico) mezzo di sostentamento non solo per nuclei familiari ma per villaggi interi. 
Le altre qualificate
Oltre all’AK Ittoqqortoormiit (di cui abbiamo già detto) si sono qualificate anche le seguenti società sportive:


K-1933
della città di Qaqortoq 

IT-79 della città di Nuuk 

B-67 della città di Nuuk 

Nagtoralik della città di Paamiut

N-48 della città di Ilulissat 

UB-83 della città di Upernavik 

G-44 della città di Qeqertarsuaq

Grandi assenti di quest’anno il Nuk, il Sak di Sisimiut, il Malamuk di Uummannaq nonché l’Eqaluk-54 di Tasiusaq.

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Zolle di terra su Alan Sorrenti

Posted on 2023/07/27 by carmocippinelli

Poche premesse perché altrimenti questo post rischia di diventare un
polpettone dei miei da quindicimila battute e non è il caso. In questo caso le ‘poche premesse’ consisterebbero nell’evitare completamente di contestualizzare la circostanza politico-sociale degli anni ’60/’70 in Italia. Sul Partito comunista italiano e i rapporti con la sinistra extraparlamentare, sulla galassia comunista che esisteva (non sopravviveva: esisteva!) ed era espressione di un movimento molto più largo. Su tutto questo, transeamus.

Nel mondo dell’extraparlamentarismo c’era vita e c’era fermento: 

«Negli anni settanta i giovani non erano ancora stati massacrati dalla televisione immondizia, si credeva di poter cambiare le cose e ci si provava in tutti i modi. C’erano tante speranze, molti contenuti e avevamo delle prospettive; avevamo territorio fertile per potere inventare, azzardare, sperimentare. Trovo, purtroppo, che i giovani del duemila, nonostante abbiano tanto talento, molti più mezzi in confronto a trent’anni fa, hanno più difficoltà ad esprimersi e a trovare gli spazi». [1]

Il dedalo di riviste musicali d’avanguardia (oggi probabilmente verrebbero considerate ‘di nicchia’), dei relativi gruppi, nonché di festival musicali era davvero imponente e fittissimo agli occhi di chi, condannato anagraficamente, non ha avuto modo di conoscere quel panorama culturale, sociale, politico e musicale. 
 
Il “Festival del proletariato giovanile” organizzato dalla rivista «Re nudo» tra il 1971 e il 1976 (in realtà ci furono altre due edizioni per i due anni successivi fino al 1978 che si discostarono completamente dallo spirito iniziale) è un esempio lampante di quello a cui si fa riferimento: 

«Il periodico di Andrea e Marina Valcarenghi era dedicato alla cultura underground dell’epoca: musica, politica, fumetti, pratiche sociali alternative (chi non ricorda le prime “comuni”?), droghe e sesso. Re Nudo si fece promotore di una serie di raduni pop, i “Festival del proletariato giovanile”, lanciando lo slogan “facciamo che il tempo libero diventi tempo liberato”. […] Arrivarono in diecimila, nonostante le previsioni meteo non
incoraggianti. Si accamparono con tende e sacchi a pelo, tantissimi
senza neppure quello, ma con una gran voglia di stare insieme e
ascoltare musica. “Perché la musica è cultura, e la cultura deve essere
libera e non ci sarà censura, né recinto, né polizia che potrà impedire
tutto questo, cioè quello che è successo a Ballabio: diecimila ragazzi
sdraiati su un’erba senza muri, né recinti, né biglietti”, così
scriveva Carlo Silvestro su Ciao 2001 n. 42 del 20 ottobre 1971». [2]

Venne definita la Woodstock d’Italia. 
Nell’edizione del 1975 si tenne, oltre a quella di Parco Lambro (Milano), anche un’altra festa nazionale del proletariato giovanile: quattro giorni dal 18 al 21 settembre a Licola, nell’area metropolitana di Napoli. 
La kermesse  venne chiamata da tre sigle: Cps, Cub, Cpu. Rispettivamente: Comitati politici studenteschi, Comitati unitari di base, Comitati politici unitari, ovvero le sigle che componevano il movimento studentesco di allora e che erano vicini ad Avanguardia operaia, Lotta continua, Partito di unità proletaria per  il comunismo/il manifesto. 

«L’altra novità del periodo è il consumo collettivo della musica in grandi raduni collettivi che stanno a metà tra l’intrattenimento musicale e l’assemblea politica. non a caso in questo periodo spesso sono le stesse organizzazioni dell’estrema sinistra a organizzare questi grandi incontri: Licola, Parco Lambro, Villa Pamphili sono i “luoghi” dove si ritrova la maggior parte delle formazioni e dei protagonisti del movimento progressive». [3]

Il prog è il genere di quella fase storica. Almeno alle orecchie del me tredicenne a cui un compagno di scuola fece ascoltare “In a gadda da vida” nel cortile gigante del Liceo Kant di Roma. Sonorità lisergiche, intenzioni parimenti psichedeliche ma comunque tese tutte alla sperimentazione e al voler dimostrare la forza del movimento giovanile di quella fase. Contestazione, certo, soprattutto ricerca di nuove forme. In altre parole: altroché riottismo, rivoluzione. 
 
Giusto per non lasciare idealmente “vuota” la sezione di contestualizzazione del confronto ideologicamente e politicamente muscolare tra Pci ed extraparlamentari, va segnalata «l’Unità» dell’11 luglio 1976: la pagina 16 è interamente dedicata al festival della Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) che si sarebbe tenuta a Ravenna. In apertura gli Inti Illimani, Lucio Dalla, Enzo Jannacci, Giovanna Marini ma anche I gatti di vicolo miracoli, Eugenio Finardi e un certo Francesco Guccini.

«[…] C’è chi ha detto che Ravenna vuole essere una risposta a Licola, a Parco Lambro, alle “feste del proletariato giovanile” organizzato da gruppi extraparlamentari. C’è anche chi ha parlato di sfida, di dispetto, Ravenna evidentemente vuole essere qualcosa di diverso: vuole essere l’inizio di una discussione, di un dibattito, di una riflessione sulle “feste” giovanili, su questo modo di stare insieme, di comunicare. Dice Gianni Borgna della Fgci: “Noi abbiamo sentito la necessità di fare questo primo festival nazionale dei giovani proprio perché in questi anni sono state moltissime le iniziative di questo tipo […]”. Detto questo è necessario chiarirsi un po’ le idee su cosa devono essere in concreto queste feste. Se c’è il dato nuovo generazionale rappresentato da iniziative che richiamano l’attenzione dei settori più avvertiti dell’opinione pubblica (non è un caso che le manifestazioni come quella di Parco Lambro siano finite sulle prima pagine di giornali e riviste), se tutto questo è sintomatico della crescita di un movimento bisogna pure, dicono i dirigenti della Fgci, che, da comunisti, diamo una risposta agli interrogativi che nascono […]». [4]

Che ci si creda o meno, Alan Sorrenti inizialmente fu un esponente del prog italiano e sperimentò moltissimo nei suoi primi due dischi: “Aria” e “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto”. Non solo: veniva invitato a molte rassegne alternative, per usar linguaggio contemporaneo, proprio perché rompeva con la tradizione del cantato fino a quel momento. 

 
Dal Corriere della Sera del 13 giugno 1974:

«”È inutile che protestiate – sbraitava al microfono Massimo Villa, presentatore del Quarto Pop Festival di Re nudo – perché non rispettiamo il programma stabilito, perché l’amplificazione non è perfetta, e così via. Sono gli aspetti di una organizzazione necessariamente empirica ma che è l’unica possibile se vogliamo rimanere affrancati dai padroni della musica”. […] Sempre ieri si sono esibiti i St. Just, i Biglietto per l’inferno e Alan Sorrenti che ha ottenuto un grande successo col suo inconsueto “cantar gorgheggiando”». [5]

Che c’entra Alan Sorrenti con le feste del proletariato giovanile?
La domanda potrebbe apparire provocatoria, così come l’eventuale cinica risposta: “potrebbe non saperlo neanche lui“. 

Come accennato prima, Sorrenti inizialmente aveva abbracciato la sperimentazione musicale diventando (suo malgrado? ex post forse sì) un cantante di nicchia e quasi d’avanguardia, per certi versi. Canzoni lunghissime, vocalismi e gorgheggi, tematiche oniriche e non. 
Lo invitarono al festival di Licola nel 1975 ma non andò bene per niente.

«Alan, che allora faceva progressive, eseguì un brano vocale sperimentale che durò sette minuti, il brano era anche interessante per le sue sperimentazioni, ma dopo circa due minuti iniziarono i primi fischi, dopo due minuti e mezzo le prime monetine sul palco, dopo quattro volarono le zolle di terra e dopo sei abbiamo dovuto interrompere il concerto e portare via Alan con il servizio d’ordine perché rischiava il linciaggio; il pubblico aveva inteso come provocazione quel brano così lungo e particolare». [6]

Lo stesso Sorrenti al «Mattino» ebbe modo di ricordare: 

« […] dopo i fischi presi al Festival della gioventù studentesca di Licola del
‘75 dove venni sommerso dalle lattine, sino a dover interrompere
l’esibizione. Per qualcuno ero troppo sperimentale, per altri troppo
politico: non ero un militante, ma un esploratore, volevo andare oltre
il prog di “Aria” e “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio
deserto”. […] Ai corifei di Lenin, Marx e Mao anche quello era sembrato un tradimento
della causa [Sorrenti nel terzo LP aveva inciso “Dicitencelle Vuje”]. Mi
piaceva lavorare sulle mie radici, sulla mia cultura. Ma anche guardare
al mondo: ero stato in Nepal, ero tornato dall’Africa con registrazioni
preziose per il mio prof. di etnomusicologia al Dams, Roberto Leydi, e
la voglia di aggiungere ritmo alle mie armonie vocali, ero pronto per
l’America, terra promessa di noi rockettari della periferia del
villaggio globale». [7]

Stoccata finale a parte, l’incontro con gli States consegnò una produzione completamente diversa: da lì nacque “Figli delle stelle”. 

«Da quel momento non mise più piede nei circuiti alternativi, andò in America e poi passò alla musica pop con “Figli delle Stelle”». [8]

Locandina del film autobiografico diretto da Carlo Vanzina

Tutta questa storia solo per scrivere della singolarità dell’evento in sé: Sorrenti al festival del proletariato giovanile, dagli extraparlamentari, mentre gorgheggia e viene portato via col servizio d’ordine.

Figlio delle stelle che forse, in quel caso, erano anche un po’ meteore.
O zolle di terra. 
[C’è ancora tempo per un riferimento di nicchia. In “Pane e Tulipani” di Silvio Soldini, 2000, il figlio lontano di Fernando Girasole si chiama Alan: «mia moglie all’epoca nutriva un debole per Alan Sorrenti».]

 
 
Note
[1]  Pasquale Miniero, basso e chitarra del Canzoniere del Lazio intervistato nel libro di Gerardo Casiello, Riprendiamoci la musica, Iacobelli editore, 2022.
[2] https://www.valsassinanews.com/2010/10/09/la-storiasettembre-1971-re-nudo-pop-festival-a-montalbano/
[3] Felice Liperi, Storia della canzone italiana, Rai Eri, 2016.
[4] Paolo Gambescia, Nove giorni insieme tra musica e politica, «l’Unità» 11 luglio 1976.
[5] M.L.F. Più folk che pop per i quindicimila di Parco Lambro, «Corriere della Sera», 1974.
[6] Gerardo Casiello, Riprendiamoci la musica, Iacobelli editore, 2022.
[7] Federico Vacalebre, Alan Sorrenti e i «Figli delle stelle»: «Quel disco fu uno choc per tanti», «il Mattino», 28 ottobre 2017.
[8] Gerardo Casiello, Riprendiamoci la musica, Iacobelli editore, 2022.
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“Queo esssisssiano”

Posted on 2023/07/27 by carmocippinelli

Altavilla Vicentina (precisamente Tavernelle). Esterno giorno.

Entro in un’edicola e mi fissano tutti: dall’edicolante all’anziano che compra “Il giornale di Vicenza” è tutto un muovere i muscoli del collo in direzione di questo tizio stranissimo che entra con lo zaino in spalla e il sigaro spento tra le labbra.
Arriva il mio turno, chiedo il giornale ma quello che cerco non ce l’hanno. Colpa della distribuzione, dicono.
Poi l’edicolante mi fa: «Ti te somigli proprio a queło esssisssiano, come se ciama…», e un altro dietro che faceva finta di leggere le prime pagine di quotidiani che arrivano – invece – solo ad Altavilla (“Le ali della libertà”, ad esempio): «Patrick Zaki», pronuncia sornione e senza minimamente distogliere lo sguardo dai suoi titoli.
«Ecco!», proferisce in tono di trionfo l’edicolante, tendendo la mano aperta verso di me, come a dire “avevo la risposta sulla punta della lingua”. 

Ostinato, vado anche all’altra edicola alla fine della cittadina alla ricerca del benedetto quotidiano. Pongo la stessa domanda, ricevo la stessa risposta.
«Eh no, xe cołpa dełła distribussione», manco qua c’è.
Rassegnato mi avvio alla macchina ma una voce mi inchioda sull’uscita. Un’anziana loquace signora, in evidente cerca di orecchie che la ascoltino, due quotidiani in mano e Famiglia cristiana sotto al braccio, mi fa: «Ti xe uguałe a mio nipote Fiłippo. Ma più di lui sai a chi somigli?». Avevo già capito dove volesse andare a parare ma, proditoriamente, difendendomi come gli istrici mostrando gli aculei, dunque accentuando ancora di più la calata romana, dico: «E se o sapessi, signò: dica».
Noncurante di aver avuto a che fare con un terrone, riprende i fili del suo pensiero, fissandomi sempre negli occhi: «A queo esssisssiano, come se ciama…»
E l’edicolante: «Xe vero, xe identico a Zaki!!!».
Già me lo vedo, domani, il comune di Altavilla esporre il cartello giallo e nero di Amnesty International:
«GRAZIE ITALIA ABBIAMO RITROVATO PATRICK ZAKI CHIEDEVA UN GIORNALE VAGAMENTE DI SINISTRA AD ALTAVILLA».
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Terre rare, è ‘battaglia legale’ per il giacimento di Kuannersuit (Kvanefjeld)

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

Continua la lotta incessante per la ricerca, dunque l’individuazione e l’estrazione, delle terre rare. Stavolta non accade in America Latina (celebre ormai lo scambio di tweet tra Elon Musk e l’allora presidente boliviano Evo Morales) ma in Groenlandia. La società australiana Energy transitions minerals Ltd (già Greenland minerals limited) vorrebbe procedere per vie legali per il progetto di ricerca di terre rare a Kuannersuit (Kvanefjeld in danese).

In una nota diffusa dall’agenzia Reuters il 20 luglio [2023]: «La società Etm ha dichiarato [giovedì 14 luglio ndt] di aver presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen» affinché si stabilisca riguardo il «diritto legale di poter ottenere una licenza per lo sfruttamento»1 del bacino di Kuannersuit (Kvanefjeld).

Stando al quotidiano groenlandese «Sermitsiaq»: 

«La richiesta di risarcimento presentata dalla Etm al tribunale arbitrale della Danimarca è di 76 miliardi di corone danesi» in conseguenza del rifiuto del governo groenlandese di procedere affermativamente con qualsiasi tipo di attività estrattiva. L’istanza è «lunga più di cinquecento pagine e comprende fino a mille appendici»2.

Nel comunicato stampa prodotto dalla società si legge che il soggetto della controversia sarebbe la società Greenland Minerals controllata al 100% da Etm e sarebbe titolare «di licenza di esplorazione»3, legata all’individuazione di terre rare a Kuannersuit.

Ma andiamo con ordine.

Kuannersuit è il sesto giacimento di uranio al mondo, ma è anche il sito più ricco di terre rare di tutto il globo. Secondo stime effettuate dalla stessa società Etm4 si sostiene che vi si possa trovare «oltre un miliardo di tonnellate di risorse minerarie nell’area»5 in particolare il neodimio, materiale importantissimo perché impiegato nella realizzazione di nuove tecnologie nonché di auto elettriche. Proprio per questo Donald Trump, già Presidente Usa, aveva pubblicamente dichiarato l’interesse all’acquisto dell’intera isola, suscitando indignazione da più parti, non solo in Groenlandia.

Inizialmente il partito socialdemocratico Siumut, ininterrottamente al governo del paese dal 1979, aveva acconsentito all’interlocuzione con la società nonché a generici progetti di individuazione ed estrazione. Due anni fa, 2021, le elezioni le vince il partito di sinistra radicale e indipendentista Inuit Ataqtigiit (Ia). In Italia Ia viene subito catalogato come “ambientalista”: in realtà Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”) vince grazie ad una piattaforma nettamente di rottura con il precedente esecutivo socialdemocratico. Mute Egede, che ‘allora’ di anni ne aveva trentaquattro, era stato designato come candidato di Ia e durante la campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà – nonché quella del partito – ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Una volta al governo Ia ha chiuso completamente la questione arrivando a promulgare una legge apposita6 contro le attività estrattive. La norma (Act 20) è ora contestata dalla società australiana per cui viene affermata la non scientificità da parte dell’azienda che «dopo quattordici anni di lavoro in collaborazione» viene messa alla porta.

Si legge ancora nell’articolo pubblicato da «Sermitsiaq»: 

«Secondo la società [Etm], il Naalakkersuisut [Governo autonomo] ha confermato per iscritto nell’aprile 2020 che Energy Transition Minerals soddisfaceva i requisiti per ottenere la licenza. In questo caso si fa riferimento al fatto che il Ministero delle risorse minerarie» avesse acconsentito e approvato le relazioni sull’impatto ambientale e sull’uomo. «Tuttavia, questo non equivale all’ottenimento di una licenza», chiosa Lindstrøm nell’articolo, «ma solo a un altro passo nel processo verso [l’elaborazione di una] decisione».

C’è di più: secondo il governo groenlandese, stando alle fonti di «Sermitsiaq», il tribunale arbitrale di Copenaghen presso cui si è rivolta la società Etm non ha la competenza per giudicare il caso.

Duro il commento di Ia:  

«È vero che la collaborazione ha avuto luogo [coi governi passati ndt] e che è stata fornita una base normativa che consentirebbe l’utilizzo dell’uranio in Groenlandia. Ma in nessun momento si può affermare che la società abbia una giustificata aspettativa di ottenere un permesso per lo sfruttamento dell’area», ha dichiarato Naaja Nathanielsen, componente del governo.

NOTE:

1s.n., Australia’s Energy transition files claim for Greenland rare earth project licence, 20 luglio 2023, «Reuters», <https://www.reuters.com/business/energy/australias-energy-transition-files-claim-greenland-rare-earth-project-licence-2023-07-20/>.

2Merete Lindstrøm, Kuannersuit: ETM har opgjort erstatnigskrav til 76 miliarder, 20 luglio 2023, «Siumut.ag», <https://sermitsiaq.ag/kuannersuitetm-opgjort-erstatningskrav-76-milliarder>.

3Qui il testo della dichiarazione [in inglese]: https://wcsecure.weblink.com.au/pdf/ETM/02688604.pdf.

4Questa la stima di minerali che venne realizzata nel 2015 da Etm e rintracciabile sul sito dell’azienda stessa: https://etransmin.com/wp-content/uploads/Mineral-Resource-Table-February-2015-ETM.pdf.

5https://etransmin.com/kvanefjeld-project/.

6Qui il testo della legge [in inglese]: https://govmin.gl/wp-content/uploads/2022/01/Uranlov-ENG.pdf.

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L’altro mondo impossibile – Atlante Editoriale

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

«Genova ha cambiato molto la mia vita. Stranamente ciò che ha
cambiato la mia vita è la sensazione di essere stata miracolata. Sono
rimasta indenne, mentre attorno a me le persone cadevano e venivano
massacrate di botte
»

racconta Leyla Dakhli, giovane attivista francese di origine tunisina, ad Alexis Mital Toledo e Eric Jozsef, autori del documentario Gêne(s)ration
del 2002, inedito in Italia. Ha lo sguardo spento, Leyla, mentre parla
dei giorni del suo luglio 2001. Guarda fuori dal finestrino di un treno
fermo su un binario, assorta e malinconica.
Il sogno spezzato della giovane Leyla è lo stesso delle trecentomila persone che, dal 14 al 22 luglio 2001, si incontrarono in una Genova militarizzata
rispondendo all’appello del Genoa Social Forum, rete internazionale di
1187 organizzazioni tra attivisti ambientalisti, pacifisti, del mondo
cattolico, delle ONG e dei centri sociali e femministe per discutere di
clima, diritto alla salute, acqua pubblica, pace, ambiente, sviluppo
sostenibile e giustizia, agricoltura e sovranità alimentare, proponendo
soluzioni di segno opposto rispetto alle ricette del Gruppo degli otto
paesi più economicamente avanzati. In opposizione al G8, quindi, che dal
19 al 22 luglio 2001 si riuniva nel Palazzo Ducale di Genova.
Ripercorrere a ventidue anni di distanza gli avvenimenti che si
svolsero in quei giorni non è un semplice esercizio della memoria. È
importante perché ci parla del presente: da una parte, i temi del Genoa
Social Forum sono i temi del nostro presente; dall’altra, i protagonisti
di quelle giornate non sono così distanti da noi. Il governo di allora
infatti, presieduto da Silvio Berlusconi, santificato alla morte
dall’attuale governo, è lo stesso sotto il cui mandato si verificò
quella che Amnesty International definì come

«la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Una rappresentazione – sia concesso – ironica ma non troppo del clima
che si respirava quei giorni la fornisce il «Corriere della Sera» del
30 giugno 2001. A pagina 6 campeggia il titolo che fa riferimento
all’aspetto della città, tutt’altro che “tirata a lucido”, per cui
Berlusconi, allora Primo Ministro, cercava di suonare la carica sulle
tempistiche dei lavori. Sulla destra un piccolo trafiletto: a Genova è
stata rubata un’ambulanza ed è scattato l’allarme. 

«Ogni mezzo,
soprattutto quelli pubblici, potrebbe essere mimetizzato e usato per
“sfondare” le barriere di sicurezza. […] I residenti dovranno comunicare
se ospitano stranieri e “denunciare” qualsiasi variazione ai dati
forniti durante il censimento».

La tensione era palpabile e anche quel
che parrebbe essere stato un semplice allarme di un tentato furto, aveva
fatto riaccendere la proverbiale miccia attorno alla “città blindata”.
In basso a destra due articoli: 

«La rivoluzione in videogames: si chiama
“Red faction” ed è il primo videogioco dedicato alla lotta di classe.
Sta per arrivare in Italia ed è già diventato un fenomeno di culto nei
centri sociali di mezza Europa […] i contestatori utilizzano “Red
faction” come allenamento»[1].

Taglio basso: 
«I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8»[2].
Il racconto della politica di quei giorni non può che partire dalla
considerazione che Fabrizio Caccia produceva nell’articolo: la Roma
bene, per sua stessa natura decadente nonché filo-progressista più per
volere del luogo comune che in ossequio alla realtà, agli occhi
disincantati e giudicanti dei più, si preparava in massa e in marcia a
prendere parte alle realtà del movimento che dalla Capitale si sarebbe
spostato a Genova il mese successivo.
Pier Ferdinando Casini in quei giorni diceva che «i genovesi devono poter girare liberi nella loro città», l’allora Presidente della Camera dei Deputati faceva riferimento evidentemente alla “città blindata” in vista dei cortei. «Era un po’ sgarrupata [Genova] ma adesso va molto meglio», diceva Berlusconi il 15 luglio, 

«la città arriverà preparata all’appuntamento della prossima settimana, anche se si tratta di un appuntamento difficile»[3].

Il Primo Ministro, nei giorni precedenti ai fatti, girava per la
città e rilasciava dichiarazioni come ormai aveva abituato gli italiani: 

«Le manifestazioni di protesta contro le riunioni del G8 sono
paradossali. Si discuterà proprio dei temi che i contestatori sollevano.
Tra questi la povertà nel mondo, le grandi malattie che si devono
combattere, la necessità di non far morire più la gente di fame e di non
lasciare nessuno nell’analfabetismo. Un altro tema fondamentale sarà
quello dell’ambiente […]
».

Che ventidue anni dopo avremmo ricordato quei giorni durante
una violentissima ondata di caldo causata proprio dal cambiamento
climatico che quel G8 aveva la responsabilità di fermare, Berlusconi non
poteva saperlo.
Di certo, gli unici incontri in cui si affrontò
seriamente il tema del surriscaldamento globale furono quelli del Genoa
Social Forum. I movimenti presenti e repressi con la violenza a Genova
sono cruciali per il presente proprio perché affrontarono per primi
questioni oggi dirimenti, tra tutte quella ambientale e la tutela dei
migranti. I movimenti ambientalisti che caratterizzano il nostro
presente, dal Friday For Future a Last Generation, sono insomma figli di
quel movimento altermondialista di cui faceva parte la generazione di
Leyla, così come le ONG che ogni giorno salvano le vite di migliaia di
migranti che tentano di superare indenni le alte mura e il mare profondo
di un’Europa sempre più chiusa in sé stessa.
Soprannominato erroneamente dai media movimento no-global, il
movimento altermondialista che lottava con lo slogan “un altro mondo è
possibile” e che, come Leyla, lottava per il benessere, il progresso e i
diritti umani di tutti, rappresentava le istanze del popolo di Seattle
.
Sorto nel 1988 a Berlino dove si teneva la conferenza del Fondo
Monetario Internazionale, il movimento si diede poi appuntamento a
Parigi, Madrid, Londra e, appunto, a Seattle, dove il 30 novembre 1999
sfilò la prima grande manifestazione di protesta e si verificarono degli
scontri tra polizia e manifestanti. Come accade anche oggi nella
narrazione mediatica dei gruppi ambientalisti, già allora il racconto
giornalistico si concentrò principalmente sulle azioni di protesta.
A Genova tuttavia il sistema di informazione fallì su tutti i fronti, pubblicando (senza verificarne la veridicità) le informazioni false fornite dai servizi segreti, cui la politica diede credito: si parlò di 

«palloncini
con sangue umano infetto da lanciare sui manifestanti; copertoni di
auto da lanciare infiammati sulle colline di Genova, l’affitto di un
canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale; buste
di plastica con sangue di maiale da lanciare sulle forze dell’ordine per
disorientarle e la predisposizione di due testuggini umane, formate da
ottanta manifestanti ciascuna
». 

Fatti che, ovviamente, non si
verificarono mai. Significativo, quanto amaramente ironico, fu
l’articolo di Norma Rangeri su «il manifesto» del 20 luglio 2001 in cui
la giornalista poneva l’accento sulla natura dei servizi
telegiornalistici: 

«Non è successo ancora nulla (o quasi) ma se la
notizia non c’è si trova. […] si può occupare tempo e denaro (il nostro)
per mostrare [in televisione] i poliziotti che perquisiscono i genovesi
ai valichi della zona-rossa senza trovare nulla. Quel nulla che basta e
avanza per consumare due o tre minuti spiegando che si “perquisisce una
borsa sospetta”. Ora una borsa è una borsa, specialmente se quella
inquadrata è un classico (e anche elegante) cestino di cuoio per
signora. Oppure si può andare dal prete che, di fronte alla telecamera,
non vuole perdere i suoi secondi di celebrità e spara sciocchezze a
salve (“meglio non celebrare matrimoni per evitare assembramenti e
sommosse”). Oppure ci si può collegare con la sala stampa (naturalmente
deserta) per giocare d’anticipo (“presto si riempirà”)»[4].

Pare non essere cambiato nulla, da quel giorno, in quanto alla diffusione di aprioristiche tensioni: 

«Il meccanismo è infernale: la conduttrice in studio riassume i fatti,
passa la parola all’inviato-capo (si riconosce perché si fa riprendere
con le navi alle spalle) che, a sua volta, ripete il riassuntino, poi la
linea va ai cronisti che buttano il microfono sotto il naso di
chiunque, pur di saziare la fame prepotente di sette emittenti nazionali
per un’offerta di una trentina di edizioni di tg al giorno»[5].

I giorni di Genova del 2001 rappresentarono per il movimento
altermondialista un punto di non ritorno. Finì a Genova, il primo
movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, come lo definì
la politologa Susan George, a colpi di pistola e manganello. Con
l’uccisione di Carlo Giuliani, 23 anni, a piazza Alimonda, con le
violenze della polizia, agite indiscriminatamente sui manifestanti, che
portarono al ferimento di circa milleduecento persone. Terminò con le torture della scuola Diaz (93 le persone abusate) e nella caserma di polizia di
Bolzaneto: gli agenti resteranno impuniti, perché in Italia il reato in
questione esiste solo dal 2017 (e che, ora, il governo Meloni vuole abrogare). Solo nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilì i risarcimenti per le vittime e chiarì che alla Diaz le torture ci furono per davvero.
 

Il “giorno dopo”

«Se verranno individuati abusi, violenze ed eccessi, non vi sarà
copertura per chi ha violato la legge. Ma siamo tutti convinti che non
si deve confondere chi ha aggredito e chi è stato aggredito, chi ha
difeso la legge e ha cercato di tutelare l’ordine e chi, invece, contro
quest’ordine si è scagliato
»[6], così disse in Senato il Primo Ministro Silvio Berlusconi, come annotava certosinamente Ida Dominijanni del «manifesto».
Nel ventennale dai fatti di Genova Fabrizio Cicchitto scrisse un
lungo articolo sui responsabili del G8 oltre Berlusconi e Scajola che
venne pubblicato dal «Riformista» (quello di Sansonetti, nda).
Le responsabilità sarebbero state anche di altri e, il già componente
del Copasir e vice capogruppo di Forza Italia alla Camera di quella
Legislatura, additava tutto l’arco parlamentare nell’introduzione dello
scritto: 

«Una catena di errori politici commessi dal governo D’Alema, dal governo Amato, da quello di Berlusconi, dal PDS, da Rifondazione Comunista e da AN, gravissimi errori gestionali e comportamentali da parte dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro e dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Sergio Siracusa,
l’irruzione di un mucchio selvaggio costituito da migliaia di
manifestanti che non erano solo degli angeli, ma fra i quali c’era di
tutto – pacifisti, contestatori razionali, praticanti della guerriglia
urbana, black bloc – ha portato ad un
autentico disastro nel quale ci fu la distruzione sistematica di pezzi
della città, una durissima guerriglia urbana, il massacro da parte delle
forze dell’ordine di dimostranti inermi, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana praticata alla Diaz e a Bolzaneto»[7].
Poco importa se Berlusconi avesse dichiarato all’inizio della
conferenza stampa a seguito dei noti fatti come non ci furono state «falle importanti»
[8]. 

Cicchitto, ex post, rincara la dose: 

«Due conclusioni. Anche
per una questione di intelligenza politica e di credibilità
internazionale, la linea del governo Berlusconi era per la mediazione e
per il dialogo, certamente non per la repressione e per la macelleria
messicana. Al netto, però, di tutte le successive vicende giudiziarie,
ma per una valutazione politica di merito su quello che era accaduto,
subito dopo il G8 Berlusconi avrebbe dovuto sollevare dai loro incarichi
il capo della Polizia De Gennaro e il comandante dell’Arma dei
Carabinieri Siracusa: avrebbe dovuto farlo anche se essi, specie il
primo, erano protetti da forze importanti e molto potenti della
sinistra. Questa ricostruzione riguarda solo lo svolgimento dei fatti,
in altra occasione faremo una riflessione sui massimi sistemi»
[9]. 

Condire con sapiente uso del condizionale e riflessione ex post quanto
basta, o q.b. per gli appassionati di blogging culinario.

Da quella fase il mondo della narrazione contraria, o se vogliamo
della “contro-narrazione” prodotta dai governi e dal (neo)liberismo,
venne semplicemente soffocato. Il punto è dolente e tocca ancora oggi i
destini e le sorti di un’alterità politica: orecchie e cuori non sono
più in grado di prestare ascolto a quella che è una proposta alternativa
all’uniformità del liberalismo politico dell’ultimo quindicennio. 
Le strade si sono divise per la manifestazione del pensiero
contrario: il dopo Genova ha portato la risacca nei cuori delle
generazioni successive. 
Arrendevolezza in potenza, anche contro il
proprio istinto.  
Il mondo è cambiato quel giorno perché chi ha avuto il
coraggio di parlare ed è sceso in piazza, ha smesso di farlo dopo
quanto accaduto. La costruzione dell’alterità sociale e politica è stata
messa sotto scacco ancor prima che essa potesse tradursi in azione
sebbene la questione ambientale sia tutt’ora uno dei temi che più
vengono trattati tanto dai movimenti quanto dalla stampa, pure
mainstream. 
 
Ma il bivio è stato segnato: chi contesta è anche tollerato
(non sempre, s’intende) purché rimanga nell’alveo del dialogo
istituzionale e porti la sua contestazione ad un tavolo di confronto
sanciti da strette di mano e fotografie di rito. Purché non si tracci
un’altra strada ideologica: anticapitalismo non può essere collegato ad
ambientalismo così come a nessun altro grande tema settoriale di cui, di
tanto in tanto, l’informazione sembra volersi occupare per dovere
d’impaginazione. 
Gli slogan mutano e non si immagina neanche più un altro mondo
possibile: improbabile anche sognarlo, teorizzarlo men che meno.
L’ultima generazione suona la carica attuando, spesso, proteste che
indignano l’opinione pubblica, la grande stampa e la politica ma il muro
mediatico sembra essere insormontabile.
 
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/laltro-mondo-impossibile-22-anni-dal-g8-di-genova/
 
NOTE
[1]     s.n. La rivoluzione in videogames, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001. 
[2]     Fabrizio Caccia, I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001
[3]     Augusto Boschi, “Per me Genova è okay”, «il manifesto», 15 luglio 2001.
 
[4]     Norma Rangeri, Ansie da audience ai tg del G8, «il manifesto», 20 luglio 2001. 
[5]     Ibidem. 
[6]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[7]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola, «Il Riformista», 22 luglio 2021.
 
[8]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[9]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola
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Nemo Thomsen approda nella serie A della Danimarca!

Posted on 2023/06/28 by carmocippinelli

Nella sezione “Fissazioni” di questo blog c’è una categoria ben evidente: il calcio in Groenlandia.

Tra le varie ragioni di questa fissazione specifica ve ne sono due più di ogni altre che interpretano un ruolo di primo piano sul proscenio di quest’interesse “esotico”: la prima è senza dubbio afferente al nicchismo militante che pur contraddistingue chi regolarmente aggiorna questo spazio; il secondo è diretta conseguenza del primo: come si può stare lontani da un campionato che dura neanche un mese in tutto, in cui gli spettatori assistono seduti sulla roccia e ad ogni gol si fa festa strombazzando con clacson delle (poche) automobili parcheggiate a bordo campo?

Ribadito questo, possiamo cominciare. 

Ogni anno mi occupo del campionato groenlandese e l’edizione del 2018 è stata carica di novità: più squadre partecipanti, uno scintillante impianto di Nuuk tirato a lucido per l’evento e via dicendo. In quell’edizione si verificò un confronto tra il più vecchio e il più giovane calciatore, almeno per quel campionato. 

Ve lo ricordate Nemo Thomsen? 

Possibili risposte: 1) «No, non t’accollà»; 2) «Sì perché sono un disadattato nicchista come te che se va a vedé i risultati del campionato yemenita».

Nemo Thomsen è il calciatore che nell’edizione del campionato groenlandese del 2018 ha esordito con la prima squadra del N-48 (Nagdlunguaq-48 della città di Ilulissat) all’età di 14 anni.

Dal personalissimo “archivio piccinelliano attorno al campionato groenlandese”

A sinistra Jonas Hansen (47 anni)
a destra Nemo Thomsen (14)
fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union
«Quest’anno infatti, in una partita fra K-45 e N-48 si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben pco da dire, terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguak della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.

Jonas Hansen, il più vecchio, ha 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne ha da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca per la polisportiva del suo paese da sempre (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale. Il titolo torna al B-67 e l’allenatore vola in Svezia La vittoria finale del campionato è tornata alla squadra biancazzurra di Nuuk, che ha sconfitto il Nagdlunguaq di Ilulissat in finale, relegando al terzo posto l’IT-79, vincitrice lo scorso anno».
Qui l’articolo completo: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2018/08/in-groenlandia-si-gioca-solo-ferragosto.html.

Oggi Nemo Thomsen ha 19 anni ed è salito nuovamente agli onori delle cronache sportive groenlandesi per essersi fatto notare con la sua nuova squadra in Danimarca. Ha contribuito alla vittoria della compagine under 19 del Kolding IF e ora ha firmato un nuovo contratto con la squadra maggiore, stando a quanto riporta «Sermitsiaq.ag». Ad oggi, peraltro, la squadra maggiore è impegnata nelle fasi finali del campionato per aggiudicarsi il titolo: un compito ancora più stimolante per il “piccolo” Thomsen. 

Sempre dal quotidiano groenlandese apprendiamo che Jonas Kamper, allenatore dell’Under 19 del Kolding, stima enormemente l’attaccante groenlandese: «ha fatto passi da gigante nelle ultime due stagioni e merita di essere premiato con un contratto [nella squddra maggiore]». Non solo: «ha mentalità, è disponibile ad allenarsi e lavora duramente».

Fonte foto © Sermitsiaq.ag

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Le Olimpiadi delle Nazioni senza Stato

Posted on 2023/06/26 by carmocippinelli

Nell’Isola di Guernsey dal 9 al 14 luglio (l’8 è in programma la cerimonia d’apertura) si sfideranno 2.194 atleti provenienti da 24 isole di tutto il mondo, per 14 sport e 522 medaglie d’oro in palio.

Non si tratta delle Olimpiadi o di altro evento sportivo a carattere transnazionale. O meglio: in parte lo è davvero ma le nazioni che gareggeranno non sono pienamente riconosciute dalla comunità internazionale. Si tratta della XIX edizione dei ‘Giochi delle Isole’ (conosciuti anche come NatWest Island Games per motivi di sponsorizzazione): un evento mondiale che si tiene ogni due anni di norma, interrotto dalla pandemia, che raggruppa più discipline sportive ed è organizzato dall’International Island Games Association. Le rappresentative isolane si sfideranno in tutte le competizioni tipiche delle olimpiadi tra cui: tiro con l’arco, atletica, triathlon, pallacanestro, ciclismo e calcio ma c’è spazio anche per vela, golf, tiro al bersaglio, ping-pong, badminton e bocce.

Nazioni senza Stato
Per far capire al lettore in che dimensione ci si muove: l’edizione del 2017 s’è svolta a Gotland, un’isola “svedese” in mezzo al Mar Baltico fra il paese scandinavo prima citato e la Lettonia mentre l’ultima in ordine cronologico si è svolta a Gibilterra (sebbene tecnicamente non sia un’isola, ma è l’unica eccezione di questi giochi).

Tra le nazioni partecipanti ci sono le isole Åland (arcipelago finlandese di più di 6.500 ‘atolli’ ma di lingua svedese; tecnicamente autonome dal governo di Helsinki e pure smilitarizzate), la Groenlandia e le Faroe (in regime di autogoverno ma dipendenti dalla corona danese), l’isola di Gozo (Malta), Minorca (Spagna) e moltissime altre isole appartenenti alla corona britannica (Cayman, Falkland, Isola di Man, Isola di Wight, Jersey, Sant’Elena e via dicendo).
Ad edizioni alterne hanno partecipato anche l’isola di Rodi (Grecia), l’Islanda, l’Isola del Principe Eduardo (Canada) e Malta. Guernsey stessa, l’isola che ospita la XIX edizione, è un’isola che fa parte del Commonwealth ed è situata nello stretto della Manica. E, sebbene si parli inglese come lingua ufficiale, gli abitanti utilizzano anche il francese, nonché il dialetto locale.

Gli organizzatori dei NatWest International Island Games hanno svelato il programma sportivo nei primi giorni del mese di maggio di quest’anno: ci sono 205 eventi in programma e nei sei giorni di sport si attiverà anche la diretta streaming.

Fermento sull’isola
La piccola comunità dell’isola (63.950 abitanti) è già in fermento dall’inizio di quest’anno e, subito dopo la rivelazione del programma, gli isolani hanno iniziato non soltanto ad addobbare le strade e i palazzi ma anche a premiarne il migliore. C’è anche un concorso pubblico si fa sul serio: c’è anche una mail a cui inviare il proprio addobbo e concorrere (info@guernsey2023.gg). Quello giudicato più bello si intascherà 100 sterline. “Sii colorato e creativo quanto vuoi”, recita il comunicato, “divertiti, sventola bandiere dai balconi, appendile alle finestre, adorna il tuo giardino”. E non c’è obbligo di esporre le bandiere dell’Isola di Guernsey, si possono scegliere le effigi di tutte le nazioni partecipanti. Lo ha riportato nelle scorse settimane persino la «Bbc» e lo ha anche ribadito Amanda Hibbs, responsabile della comunicazione e degli eventi dei Giochi che ha dichiarato come voglia vedere l’isola brillare di colori per accogliere nel migliore dei modi gli atleti che accorreranno: «Sono stati anni difficili ma dopo [questo periodo] gli Island Games riporteranno il sorriso sui volti delle persone».

La partecipazione della Groenlandia
Uno tra i dati più curiosi di questi giochi è la partecipazione dell’isola più grande del mondo. Che si possa credere o meno, esiste un campionato di calcio in Groenlandia (sia maschile che femminile). È strutturato in tre fasi: locale, regionale e “nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Il tutto si svolge nell’arco di un mese, poco meno, a seconda del tempo. Nel senso meteorologico del termine. Le fasi locali si tengono attorno a ferragosto, momento clou del GM (l’acronimo del campionato). La fase finale si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, recentemente rimesso a nuovo e in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta. Ma che nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più “a nord” del Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde artificiale: gli spalti sono sempre i “soliti”: la partita la si guarda dalle rocce, liberamente e senza pagare nulla. 

Per comprendere pienamente quel che significa il calcio groenlandese bisogna saper astrarsi dalla quotidianità del calcio milionario, degli stadi vuoti, di pay-tv, dei giocatori considerati vecchi alle soglie dei trent’anni: i limiti di età in Groenlandia, semplicemente, non esistono. Nell’edizione del 2018, in una partita fra le squadre Kugsak-45 di Qasiggiannuit, (insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e Nagdlunguaq-48 di Ilulissat (terza città del Paese), si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore di sempre del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta in una partita che ha avuto ben poco da dire terminando 1-13 per il N-48, compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67. 

A sinistra Jonas Hansen (47 anni),
a destra Nemo Thomsen (14)

fonte foto:
NBU – Nuuk Boldspil Union
GM 2019 ©

Jonas Hansen, il più vecchio, aveva all’epoca della partita 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane, ne aveva da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca per la polisportiva del suo paese da sempre e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale. Il titolo quell’anno è tornato al B-67, la “Juventus” della Groenlandia. E sebbene la nazionale maschile del paese ai Giochi non abbia vinto mai nulla, ci ha pensato la nazionale femminile nel 2011 con un bronzo che ha spiazzato tutti i presenti, andandosi a prendere coraggiosamente l’1-0 (al 75’) nella partita valida per la terza medaglia contro la rappresentativa delle Westerns Isles (Scozia).

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A Khatmandu, quando ero giù, fra i fori e la stazione c’era via Cavour

Posted on 2023/06/21 by carmocippinelli
Oggi [21 giugno 2023] alle 12:00 si è disputata la prima gara valevole per il SAFF Championship, una competizione riservata alle nazionali del Sud dell’Asia. D’altronde lo dice il nome stesso: South Asian football federation. È organizzata ogni due anni e quest’anno le rappresentative che si sfideranno sono quelle di: India, Maldive, Nepal, Pakistan, India, Bangladesh, Bhutan a cui si sono aggiunte, a partire da questa edizione, le nazionali del Kuwait e del Libano. 

In teoria avrebbero dovuto prendere parte anche Afghanistan e Sri Lanka  ma la squadra persiana ha abbandonato la federazione del Sud Asia per aderire alla “Central Asian football association” (Cafa). E poi lo Sri Lanka è stato anche sospeso ufficialmente, il 23 gennaio 2023, dalla FIFA per sospette ingerenze governative negli organismi calcistici: 

«L’Ufficio di presidenza del Consiglio FIFA ha deciso di sospendere la Federcalcio dello Sri Lanka (FFSL) con effetto immediato a causa dell’interferenza del governo.

L’Ufficio di presidenza ha ritenuto che le circostanze in cui si sono svolte le elezioni per un nuovo Comitato esecutivo della FFSL il 14 gennaio 2023 costituissero un’ingerenza indebita da parte di terzi in conformità con gli Statuti della FIFA».

Gli eventuali e sporadici appassionati della vicenda cliccando qui troveranno anche la circolare recapitata da Zurigo alla federazione cingalese. 

Ma a noi ci interessa il Nepal, almeno per oggi. Dal primo marzo di quest’anno la guida della nazionale è stata affidata all’italiano Vincenzo Alberto Annese. 

Nato a Bisceglie il 22 settembre dell’84, è quello che si definirebbe un “globetrotter”: interrotta precocemente la carriera calcistica a causa di numerosi infortuni, si dedica totalmente a quella da allenatore. E, dopo aver iniziato con Fidelis Andria e Foggia, inizia subito a girare il mondo: resta una stagione in Estonia al Paide Linnameeskond per poi passare ad allenare l’under 19 dell’Armenia. Finisce in Lettonia e in Ghana e approda anche in Palestina, sedendosi sulla panchina dell’Ahli Al-Khaleel arrivando secondo alla Coppa di Palestina (’16-’17) e l’anno successivo alla West Bank Super Cup. Ancora un cambio di nazione: finisce al Psis Semarang in Indonesia, poi la rotta punta alla guida della nazionale del Belize fino alla gloria con il Gokulam Kerala nella Serie B indiana (2020-2022): conquista il campionato conquistando la serie di imbattibilità più lunga della storia del calcio indiano, ben 21 partite. Diventa un’istituzione del calcio indiano e dello stato del Kerala: viene insignito del Premio Syed Abdul Rahim come miglior allenatore.

Dopo la nomina a CT del Nepal fa in tempo a vincere anche un piccolo trofeo locale che lo vede primeggiare contro le nazionali del Laos e del Bhutan: il Prime Minister’s Three Nations Cup.

La prima partita della SAFF, disputata oggi per l’appunto, non va benissimo: il Kuwait riesce a sfruttare le ingenuità difensive del Nepal e ne insacca tre (tra cui un rigore). La piccola nazionale si difende ed esprime un gioco largo, votato alle ripartenze fulminee e alla velocità ma la rosa, forse, pecca d’inesperienza e, sebbene sia entrata nella ripresa piena di volontà d’animo riuscendo a recuperare un gol, il risultato finale vede la squadra di Annese sconfitta per 3 a 1.

E chissà che il Nepal di Annese non riesca nell’impresa di passare la prima fase e incontrarsi con la rappresentativa delle Maldive. Sì: anche lì alla guida della nazionale c’è un italiano (ma calcisticamente più famoso): Francesco Moriero.

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Da Roma parte la resistenza contro la “scuola 4.0” – Atlante Editoriale

Posted on 2023/06/15 by carmocippinelli

«Tutto è iniziato quando a maggio il Consiglio d’Istituto del Liceo Classico “Pilo Albertelli” di Roma ha votato l’approvazione dei progetti legati al Pnrr scuola e legati alla “scuola 4.0” (dunque “classroom & labs”)». A parlare è Mauro Giordani, uno dei genitori che ha promosso il dibattito e l’assemblea che si terrà oggi a Roma presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

La “pioggia di denaro”, in parte a debito in parte a fondo perduto, investirà anche e soprattutto la scuola ma non per rimetterne in sesto le infrastrutture che sovente crollano in testa agli studenti, neanche per diminuire gli studenti per classe o per assumere personale docente e non docente, bensì per avviare un processo di massiccia digitalizzazione della didattica. Dal Liceo Classico “Pilo Albertelli” di Roma è arrivato un secco “niet” e, a seguito delle iniziative all’interno della scuola, si è deciso di aprire il dibattito: appuntamento alle 16:30 presso l’aula 1 della Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Un’iniziativa di protesta o di proposta?
«Qualcuno ha scritto che si è trattata di un’iniziativa di protesta ma è il contrario: si è trattato di un organo collegiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, nell’ordine del giorno, ha discusso e approfondito. E ha espresso una posizione motivata.
Da molte parti la critica che ci è stata rivolta è stata quella di essere stati anti-tecnologici, luddisti e via dicendo. La realtà è una: l’organo collegiale, anche se pochi ci possono credere, è un organismo che discute e ragiona, in cui si cresce collettivamente.
La delibera è uscita come un punto di vista condiviso tra parte genitoriale, studentesca e docente. A seguire, c’è stato un attacco molto violento sia da parte della stampa che da parte della scuola, in particolare una parte di genitori che non era d’accordo con la decisione.
Dunque abbiamo convocato un’assemblea aperta alle componenti scolastiche (c’erano circa 150 genitori, 25 studenti, una quindicina d’insegnanti) in cui abbiamo ribadito le nostre posizioni e ragioni. Al termine di questa lunghissima e partecipata assemblea, il giudizio quasi unanime è stato a proposito della prosecuzione con la decisione assunta in consiglio d’istituto.
Questo evento ci ha fatto capire come ci sia un gran bisogno di approfondire, riflettere e confrontarsi: se si innescano processi virtuosi, si capiscono anche i processi in atto nei confronti della scuola pubblica. La verifica sul campo ci ha fatto capire, oltre alle centinaia di messaggi di solidarietà e supporto che ci sono giunti da tutta Italia, nonché di condivisione della nostra scelta, che in questo momento storico dibattere e discutere serve e sono momenti ineludibili. Abbiamo convocato l’assemblea aperta che vedrà il collegamento online per chi risiede in altre città e vorrà partecipare».

La motivazione principale emersa dal dibattito nei confronti della Scuola 4.0 e del Pnrr qual è stata?
«La riflessione è stata su due livelli: la prima sulla proposta specifica del Dirigente Scolastico, dal momento che i progetti erano davvero ridicoli (“Next Generation labs e classrooms”)1. La seconda, la critica più importante, si è concentrata nell’insieme del Piano Scuola 4.0. Siamo partiti dalla constatazione per cui così come tutto il Pnrr, la cui scrittura sappiamo essere stata appaltata dal Governo di Mario Draghi ad una multinazionale di servizi strategici come la McKinsey, così anche i contenuti del Piano Scuola parrebbe siano stati elaborati da una società privata».


Dunque, già esternalizzando di fatto il piano per i finanziamenti alla scuola?
«Questo testo non è stato scritto da persone di scuola: in tutto il documento non c’è alcun riferimento pedagogico, né con una bibliografia scientifica, né altro. Ogni riferimento è all’OCSE e al World Economic Forum. Laddove siamo andati a verificare queste citazioni, abbiamo notato che sostengono delle cose contrarie a quanto riportato nel Piano Scuola 4.0»

C’è un’approssimazione a monte, allora?
«Diciamo che c’è un’assenza totale di scientificità. Dal 2013 è stato attuato il Pnsd (Piano nazionale scuola digitale): sono state istituite migliaia di classi 2.0 e non c’è stato uno straccio di indagine conoscitiva sui risultati prodotti da questa “prima ondata” di digitalizzazione nella scuola. Anzi. I dati che abbiamo (dalle misurazioni OCSE, ai quali non riconosciamo una valenza reale, dato che siamo contro la standardizzazione e oggettiva delle conoscenze e delle competenze) testimoniano come là dove si agisce con una digitalizzazione spinta, peggiorano i risultati di apprendimento2.
Anche se sono casi non riferiti unicamente all’Italia, bisogna tenerne conto; così come del fatto che anche i paesi più avanzati, che in Europa sono stati pionieri nella digitalizzazione dell’apprendimento, stanno tornando indietro. A tal proposito vale la pena segnalare il testo “Demenza digitale” del neuropsichiatra tedesco Manfred Spitzer (2012, Corbaccio editore), il cui termine è stato coniato in Corea del Sud a seguito dei danni prodotti, nell’arco di 15 anni, dalla digitalizzazione massiccia sugli adolescenti»

Economia versus scuola, verrebbe da dire….
«Non c’è davvero un riferimento scientifico a risultati che sostengono che il digitale faccia bene, anzi, i pochi dati dicono il contrario. A tal proposito, siamo a conoscenza, come molti interessati all’argomento, di un documento del 2021 votato all’unanimità dalla settima commissione permanente del Senato della Repubblica, nel quale si sosteneva come, dopo aver portato avanti delle audizioni per due anni, gli specialisti (dopo aver consultato e studiato letteratura scientifica a riguardo) siano arrivati alla conclusione per cui il digitale3 danneggia l’apprendimento e, addirittura, determinava redditi inferiori per gli studenti4.

Questo avveniva un anno prima del licenziamento del decreto da parte del Ministro Bianchi che implementava la digitalizzazione nella scuola (il piano scuola 4.0) andando in direzione esattamente contraria.

Dunque la “più grande opera di trasformazione del sistema scolastico italiano”, com’egli stesso l’ha definita, è una riforma strutturale, profondissima e strategica che non solo non passa per il Parlamento, come democrazia vorrebbe, e neanche negli organi collegiali, ma va in direzione opposta e contraria a quanto il Parlamento aveva analizzato e concluso un anno prima».

L’opposizione maggiore di chi è a favore dell’investimento digitale nella scuola risiede in un’affermazione che recita più o meno così: “per una volta che arrivano dei soldi alla scuola dopo anni di tagli, conviene accettare”, è davvero così oppure no?
«C’è da dire che sono tutti soldi a debito: i nostri figli e i nostri nipoti pagheranno determinate scelte» 

Senza sapere davvero a quanto ammonti il tasso d’interesse di restituzione. Tornando a noi…
«È chiaro che la scuola italiana ha bisogno di soldi ma “che tipo di soldi” e “per fare cosa”. Nessuno dei problemi storici, principali e attuali, vengono trattati dal Piano scuola 4.0 e per mezzo dei fondi del Pnrr».

A cosa ti riferisci?
«Mi riferisco alle esigenze strutturali, alla continuità didattica, alla stabilizzazione del personale, alla possibilità di creare e utilizzare spazi idonei per la didattica e per momenti altri che consentano un benessere per gli studenti al di là della didattica… Servirebbero una montagna di soldi per un’altrettanta ingente montagna di problemi».

D’altra parte il Pnsd che evocavi precedentemente ha dato un impulso alla digitalizzazione molto forte.
«Ci sono più piani di lettura. Stiamo parlando di una montagna di soldi che, anziché andare ad interventi strutturali (in senso lato: edilizia e stabilizzazione precari), s’è preferito investire in materiale di consumo che ha una rapidissima obsolescenza tecnica. I dispositivi acquistati 5 anni fa non vanno già bene: si devono comprarne degli altri i quali, ciclicamente, dovranno essere sostituiti a loro volta. La scuola diventerebbe una grande “partita di giro” per allocare risorse pubbliche a privati che devono vendere giacenze di magazzino.
L’altro piano di lettura è quello legato ad un intervento strutturale che investe la trasformazione profonda della didattica: non è opera onesta, corretta e trasparente quella per cui si sostiene che approvare un piano tale andrebbe semplicemente ad arricchire la dotazione tecnologica della scuola e andrebbe a finanziare qualche progetto. Il sottobosco di obblighi che non possono essere elusi da parte della scuola non è minimamente citato da nessuna parte e concerne evidentemente alla formazione obbligatoria dei docenti. Nonché alla loro classificazione in sei distinte categorie (da A1 a C2). Classificazione strutturata sulla base dei risultati nell’ambito delle competenze digitali. Da settembre, se non prima, i docenti saranno costretti a frequentare determinati corsi che non necessariamente aggiungono un “quid” all’insegnamento della disciplina. Ma questo perché si pensa al superamento delle discipline. La nuova idea che sta alla base del tutto è che il digitale sia una modalità di pensiero e non un semplice strumento: è una mutazione antropologica, si sta parlando dell’evoluzione dei soggetti in crescita e ha a che fare: con l’evoluzione del pensiero critico, ha a che fare con la classe come comunità ermeneutica all’interno della quale si costruisce collettivamente il sapere. Isolando il soggetto di fronte alla macchina, utilizzando la stessa anziché la molteplicità di forme di mediazione delle conoscenze che si hanno nella scuola, si ha un isolamento e una passivizzazione. La macchina diventerebbe perlopiù veicolo di contenuti sotto forma di software proprietari che la scuola dovrà comprare e i docenti dovranno utilizzare (per cui verranno conseguentemente retribuiti e gerarchizzati). Finirebbe il pluralismo della scuola italiana».

Il fondamento costituzionale della scuola, in sostanza.
«Ci sarà una monotematicità digitale. Gli insegnanti da erogatori di conoscenze devono diventare ‘talent scouts’. L’insegnante sarà colui che appronta l’ambiente digitale per poter permettere allo studente di acquisire conoscenze attraverso altre vie. Per noi questo è stato il problema centrale: la trasformazione in profondità della didattica del processo insegnamento-apprendimento; la snaturazione del ruolo del docente; la capacità di pensiero critico che viene inficiata».

NOTE:

1Dal documento prodotto: «1. Next Generation Labs. Questo progetto prevede lo sviluppo delle “professioni digitali del futuro” che gli studenti el Liceo Albertelli dovrebbero acquisire: “esperti in Video Making, Produttori di Musica Digitale, Curation Manager (cura le nuove uscite nelle playlist, sic), Digital Curator, Social Media Manager, Social Media Editor, Digital Media Curator…”. Secondo il testo del progetto, le relative “competenze digitali specifiche” sono: “saper girare video con uno smartphone, saper realizzare filmati e pillole per i social con attenzione crescente ai contenuti per le Instagram stories, saper analizzare i dati e i trend di ascolto streaming dei brani musicali…”. Per queste nuove competenze si sarebbero spesi 124 mila euro, di cui oltre 12.000 per “progettazione, spese tecnico-operative e per gli obblighi di pubblicità”: crediamo che esse mostrino un’estrema povertà di contenuti e stridano con gli obiettivi di un liceo, cioè insegnare a tradurre dal greco, a comprendere la storia e la fisica, avere una capacità critica e un metodo di studio, non a usare Spotify e Instagram.
2. Next Generation Classroom. Prevede l’acquisto di digital board, tablet e stampanti al fine di trasformare le aule scolastiche in “ambienti ibridi” di apprendimento: questo nuovo assetto dovrà determinare a cascata “innovazioni organizzative, didattiche, curricolari, metodologiche” che si adeguino alla “velocità delle comunicazioni” che caratterizza la nostra società. Molte parole vengono spese “sul benessere emotivo e lo stimolo relazionale, sullo sviluppo dell’empatia” degli studenti o sul “rendere protagonista l’alunno che si avvicina sempre di più alla scelta consapevole del proprio ruolo nella società”, senza che però vi sia alcuna spiegazione o evidenza su come i dispositivi digitali possano concorrere a questi obbiettivi. Neanche una parola invece è riservata alla profondità delle conoscenze che sono necessarie per comprendere – e non solo subire – una società sempre più complessa. La nostra scuola è già dotata di 41 smart TV, 7 proiettori, 49 PC Notebook, 41 PC Desktop: pertanto ci sembra irrazionale ed antieconomico sobbarcarsi collettivamente un debito di circa 150.000 € (di cui 15.000 solo per spese di “progettazione, tecnico-operative e per gli obblighi di pubblicità”) per ulteriori attrezzature multimediali che hanno una vita media brevissima e che quindi acuiscono, anziché arginarla, la percezione di vivere in un mondo effimero».

2«[…] nonostante i considerevoli investimenti in computer, connessioni Internet e software per uso didattico, ci sono poche prove concrete che un maggiore uso del computer tra gli studenti porti a punteggi migliori in matematica e in lettura».

3Il documento è reperibile qui: <https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/docnonleg/42324.htm>.

Nel testo si legge: «i sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacita` di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica. Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche. E` quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle forze dell’ordine auditi. Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a peggiorare».

4Più precisamente, il documento recita: «Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri».

Articolo pubblicato su «Atlante Editoriale»: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-da-roma-parte-la-resistenza-contro-la-scuola-4-0/

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