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La variegata galassia calcistica capitolina all’alba del XX secolo: 1907–1927

Posted on 2015/05/05 by carmocippinelli
Prima che il lettore inizi a leggere questo articolo è bene che sappia una cosa: per capire queste poche righe dovrà avere una capacità elevata di astrazione dal contesto cittadino (e calcistico) in cui è inserito. Scorrere con gli occhi date come 1911 o 1915 fa pensare ad epoche lontanissime ma che, per la verità, così remote non sono.
L’unico dato di cui, come prima detto, bisogna assolutamente tener conto è la considerazione di come la
Roma presa in esame non è quella odierna e lo dimostra bene il fatto di come si dovesse camminare per quattro chilometri per vedere la propria squadra: l’Audace Roma, ad esempio, bianco e rosso i colori sociali e uno stadio che evoca tutto un altro approccio allo sport, il ‘Motovelodromo Appio’. 
Perché partire, delle ben otto squadre citate nelle pagine precedenti, proprio dai biancorossi dell’Audace? 
Per due buoni motivi: il primo è quello che lega la squadra allo stabilimento in cui disputa le proprie partite (e in cui giocherà due stagioni l’A.S. Roma al momento della sua fondazione, ma questa è un’altra storia) e il secondo è quello che lega la società ad una questione di classe.
Classe, ovviamente, intesa come ‘classe sociale’: nel periodo interbellico, tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’inizio della repressione fascista, chi poteva permettersi il lusso di uno sport erano le classi agiate, dato che la maggior parte delle squadre capitoline si andavano a collocare in quella che oggi è la Roma dei quartieri alti. 
La ‘Roma bene’, si sarebbe detto un tempo.
L’impianto del Motovelodromo Appio, in ogni caso, nasce nel 1910 a largo dei Colli Albani, nei pressi di via dei ‘Cessati Spiriti’, e ospitava le partite dell’Audace Roma, una delle squadre più ‘popolari’ dei tempi, dunque, considerando che la zona dell’odierna galassia del tuscolano non fosse urbanizzata, né densamente popolata, come lo è oggi.
E, forse, la collocazione del Motovelodromo era da considerarsi proprio così: palazzoni ancora assenti, qualche casupola sparsa e solinga che, più in avanti, avrebbe formato i primi agglomerati più simili a baracche ed ammassi di lamiera che altro, ‘stabilimenti’ precari prodromici delle borgate.
Comunque sia, ‘in principio c’era l’Audace’, verrebbe da dire, ma non solo i biancorossi: c’era anche la Lazio, la Virtus, la Juventus-Roma e il Football Club Roma (o Roman, chiamata così dagli inglesi); dalla Virtus partì l’iniziativa di giocar e il primo ‘Campionato Romano’ strutturato su due categorie e che vedeva avvicendarsi le tre squadre prima citate in un primo girone mentre in un secondo le stesse con l’aggiunta dell’Atalanta-Roma, società minore e considerata calcisticamente inferiore.
Un campionato inter no che non aveva rimandi o fasi nazionali, giacché è bene ricordare come, escluso il primo periodo pionieristico del campionato dell’“attività calcistica tra i soci di questa o quella squadra sportiva”, il campionato nazionale era strutturato sulla base di gironi regionali e successivi scontri diretti tra le migliori dei gironi locali.
Il torneo fu vinto dai biancocelesti della Lazio con questa formazione: Zaccagna, D’Amico, Marrajeni, Andreoli, Novelli, Mariotti, Onori, Saraceni, Amodei, Mizzi, Ancherani.
Una piacevole nota, che strapperà un sorriso ai più che tengono in mano questa copia del «Nuovo Corriere Laziale», fu quella per cui, durante quel campionato romano del 1907, la Lazio non aveva il benché minimo rivale e la Virtus stessa, unica che poteva tener testa ai biancocelesti, decise di desistere, o meglio, come riportava ‘Il Messaggero’ del 1905 «di non volersi più trovare di fronte alla Lazio» tanto che «non avendo trovato competitori la stessa società SP Lazio (Società Podistica Lazio) ha composto due squadre coi propri soci: Partito Celeste e Partito Bianco».
Comincia tutto da un pugno di squadre, in buona sostanza, da una manciata di campi ed è utile riportare quanto descritto dalla rivista ‘Foot-Ball’ dell’allora Federazione Giuoco Calcio che poneva la questione della problematica intorno ai “campi da giuoco”.
L’Alba non era in grado di partecipare ai campionati federali tant’è che in due articoli, poi recuperati dal certosino lavoro del Comitato Regionale del Lazio
nel volume ‘I cento anni del Comitato Regionale del Lazio’, si leggeva:

«gravissimo insorge in
Roma il problema di ottenere un campo adatto per le esercitazioni del giuoco del calcio e per la risoluzione del quale sono in moto i Comitati Direttivi delle principali Società Sportive della Capitale. Finora si giuocava molto bene in Piazza d’Armi e a Villa Umberto I; ma adesso per le abitazioni popolari in costruzione nella prima, non è più possibile giocarvi dato che lo spazio libero è molto ridotto, e quel poco, è tutto intrinsecato da fosse profonde, dal continuo passaggio dei carri adibiti al trasporto di materiale. Rimarrebbe la Villa Umberto I, ma il Consiglio Comunale sembra assolutamente deciso, entro breve tempo, a proibire qualunque giuoco sportivo nella stessa e già ha sfrattato dalla Casina dell’Uccelleria la Società Podistica Lazio che da parecchi anni vi aveva posto la sua sede. Alle proteste elevatesi da tutti gli sportsmen romani ha risposto che impianterà un par co sportivo un miglio fuori della Porta del Popolo nella località detta dei Due Pini, ma finora vi sono ancor a dei canneti e delle fosse, quindi non sarà certo tra breve tempo che si potrà giuocare in quella località. Speriamo dunque, per l’incremento di questo giuoco così bello , che si possa ottenere dall’Amministrazione Comunale qualche concessione a scadenza un po ’ meno lunga, od almeno il permesso di poter continuare a giuocare a Villa Umberto I; altrimenti andrebbe perduto il frutto del lungo lavoro di tutte le società romane che già incomincia a dare buoni risultati, potendosi giuocare quasi ogni settimana dei bei matches che entusiasmano i cultori del giuoco del Calcio e procurano molti nuovi proseliti tra i quali bene spesso si notano delle buone promesse»
. 

Quello ‘Stadio dell’Uccelliera’ che, come riportato dal volume ‘Calcio Romanus Sum’ di Pietro Straboni, divenne in seguito «l’area del Parco dei Daini» e che vide allenarvisi Silvio Piola, come testimoniato dal suo compagno di squadra Gardella: «Silvio, quando non giocava, aveva cura di non fermarsi, andando a prepararsi da solo nei tranquilli spazi fra il Parco dei Daini e Piazza di Siena».
Quel ‘Due Pini’, inoltre, che sarebbe diventato lo stadio del Roman, tra l’Auditorium e Viale Tiziano, e che sarebbe stato costruito a poca distanza dallo Stadio della Rondinella, quello della Lazio.
Nel secondo articolo del 1911 si leggeva, infatti, che 

«queste condizioni [quelle della penuria di campi] sono ancora peggiorate, perché il Municipio ha assolutamente proibito di giuocare nella Villa Umberto I e perciò di campi adatti per il giuoco del calcio non rimane che quello che il Roman Foot-ball Club tiene in affitto dal Comune di Roma, concessione che non si è voluta fare ad altre Società ben più importanti, che è stato loro recisamente rifiutato l’affitto di un tratto qualunque dei terreni che circondano il campo del Club suddetto, di modo che se una Società calcistica volesse giuocare, deve sfidare il Roman Club e fare un match con esso altrimenti non le rimane che elevare proteste che regolarmente rimangono inascoltate, ed ai giocatori null’altro che la consolazione di assistere ai matches che giuoca il Roman F.C. o tir are calcio contro i sassi camminando per la strada» 

Un scena di gioco nel campo del Motovelodromo Appio. (Si può notare la maglia della Fortitudo Roma indossata dal giocatore in secondo piano)
I campi erano pochi, in sostanza, e di certo non erano in ‘syntex’ dal momento che al Motovelodromo Appio vi si correvano non solo gare in bicicletta o motociclistiche, ma anche di un curioso sport che è classificabile come ‘motocalcio’: si giocava al pallone in moto sul campo di terra e, in un bell’articolo di Massimo Izzi su ‘Il romanista’ del 2012, si poteva leggere:

«La partita di calcio era ancora un avvenimento esotico, da gita fuori porta, da affrontare con pasto al sacco. Sarebbe profondamente errato dire che il calcio era un corpo estraneo alla città, ma lo era senz’altro per gli strateghi dell’urbanistica e per i suoi amministratori. Il calcio, non a caso, finì assieme alle corse di bicicletta e di moto. Quelle corse “pericolose”, cioè, che era meglio tener e lontano dalla brava gente che andava a passeggio o a comprare le pastarelle a Via del Corso; in fondo anche quei ragazzotti in mutandoni correvano, cercando come dei forsennati d’impossessarsi di una palla e il rischio di farsi male, in fin dei conti, ci doveva pur essere».

Alla Juventus Roma, sorta come emulazione della tutt’ora bianconera e famosa squadra torinese, toccava il campo della Farnesina, il ‘Piazza d’Armi’, abbattuto successivamente per ‘fare posto’ al quartiere Prati; zone centrali così com’era il campo ‘Madonna del Riposo’, o per meglio dire, il ‘Campo Aurelio Madonna del Riposo ’ situato nell’area tra Castel Sant’Angelo e la Pineta Sacchetti in cui vi disputava le proprie gare la Fortitudo Roma, poi Fortitudo Pro Roma, a seguito della fusione con il Pro Roma.
Fortitudo e Rione Borgo, il quartiere popolare seguiva appassionatamente la propria squadra ed è facile immaginare un clima simile a quello descritto anni fa sulle pagine de ‘Il Romanista’ da Massimo Izzi.
A proposito della Fortitudo è bene ricordare un fatto non proprio irrilevante e, cioè, quello che vedeva legata la società sportiva all’ambiente del Vaticano: la ‘Società di Ginnastica e Scherma Fortitudo’ possedeva una società calcistica che utilizzava il rosso ed il blu come colori sociali, più manifesto omaggio alla ‘Roma dei Papi’.
Il Pontefice di quel tempo fece egli stesso nascere, praticamente, la Fortitudo Roma: 

«nacque grazie ad una donazione di Pio X nei confronti dei frati Fratelli di Nostro Signore della Misericordia, ai quali il papa regalò un’area a piazza Adriana 22, a due passi da Castel Sant’ Angelo, dove furono costruiti i primi locali della società»,

come scriveva Edoardo Lubrano nel 2007 sulle pagine della cronaca romana del quotidiano nazionale ‘La Repubblica’.
La Pro Roma, nata dalle ceneri di un altro club di nome Ardor, giocava le proprie partite alla Piramide, sebbene usufruiva anch’essa del campo di Piazza D’Armi, così come d ’altra parte, il campo della Rondinella aveva visto avvicendarsi molte tra le società prima citate le quali avevano quello come ‘approdo sicuro’.
E infatti, era presente anche la Società Ginnastica Roma (1914) a disputare inizialmente le proprie partite alla ‘Rondinella’ così come la Lazio, in seguito ci fu il ‘Campo degli Olmi’ ad appannaggio dell’US Romana, società sorta dalle ceneri della SGR.
Prima della presa del potere da parte fascista, l’ambiente romano era costellato da una serie di società più o meno grandi, come s’è cercato di dire nel corso di quanto scritto e la Lazio, fino al 1927, occupava un posto di primo piano nell’ambito calcistico tanto da meritarsi la qualifica di Ente Morale nel 1921 per Regio Decreto; Mussolini, una volta preso il potere al motto di “tutto il potere al fascismo”, bruciate sedi di giornali e ucciso oppositori politici in tutto il Paese, affermò un vago principio di unicità delle squadre calcistiche delle città maggiori d’Italia, approcciandosi (quasi) imperialisticamente nei confronti del calcio romano e non. 
E qui, a questo punto, Storia e racconti si confondono e si ammantano di una nebbia fittissima: gli aneddoti, fanno assumere tratti da ‘memorie di vita vissuta’ ai personaggi della Storia come Italo Foschi e Giorgio Vaccaro, entrambi esponenti fascisti ma con interessi del tutto opposti dal momento che il primo, su ordine di Mussolini, avrebbe dovuto ribadire il fatto che a Roma ci sarebbe stato spazio per una sola squadra, la nascitura A.S. Roma («La squadra si chiamerà Associazione Sportiva Roma, i colori saranno quelli dell’Urbe: il giallo ed il rosso, ed il campo di gioco sarà quello della Rondinella»).
Dall’altra, Vaccaro, da socio semplice della Lazio, ne diventò Vicepresidente così da scongiurare la sorte che aveva in serbo l’emissario mussoliniano, ma si sa, almeno quello la Storia non può nasconderlo, entrambi facevano riferimento a Mussolini essendo emanazione del partito fascista, e Vaccaro rispondendo a Foschi, come riportato nello storico volume ‘Lazio Patria Nostra’ di Mario Pennacchia, sentenziò: 

«la Lazio è Ente Morale dal 1921 per Regio Decreto, con una sua storia carica di gloria alle spalle, quindi non può certo scomparire. Se proprio vogliamo creare una nuova società a Roma raggruppando tutte le realtà cittadine, ben venga, ma il suo nome deve essere Lazio, i colori devono essere il bianco e celeste, ed il campo quello della Rondinella. E comunque, se proprio vogliamo far nascere una squadra che si chiami Associazione Sportiva Roma come il Duce vuole, la cosa è fattibile. In questa città c’è spazio per due grandi squadre e una sana rivalità sportiva potrebbe essere un bene per migliorare la competitività del calcio della Capitale».

Così, i piani di Mussolini si sgretolarono del tutto: niente più Roman, Audace e US Romana; niente più Juventus o Atalanta Roma, dal 1927 le maggiori società furono la Roma e la Lazio. 
Altre ne sorsero, nel periodo postbellico, così come quelle che si estinsero in seguito, ma questa è — davvero — un’altra storia.
Articolo pubblicato sul «Nuovo corriere laziale» del 4 maggio 2015. 
Posted in Blog/Post semiseri

Il Partito Repubblicano Italiano dopo il suo quarantasettesimo congresso

Posted on 2015/03/11 by carmocippinelli
Originariamente questo post venne pubblicato su Sinistraineuropa.it, ma ora il link di reindirizzamento non funziona più. Lo ripubblico ora [20/09/2022], andando ad ampliare la sezione del “Deposito bagagli”.
Nella versione originale c’erano foto di quell’assemblea e un crogiolo di ipertestuali di cui ora ne funzionano solamente due, ma tant’è. 
L’otto marzo si è chiuso il Quarantasettesimo congresso nazionale del Partito Repubblicano Italiano.
Il Pri, quel partito con quel simbolo mai mutato e mai cambiato nel corso del tempo, così come la falce e martello per i comunisti.
I Repubblicani hanno attraversato lunghi periodi e fasi non molto serene della politica italiana e il congresso dell’edera, quarantasettesimo, ha visto un partito non in buona salute, per la verità: la prima diaspora repubblicana, dopotutto, s’è consumata anni fa quando, dopo l’esperienza elettorale del ‘Patto-Segni’, l’area di Gawronski e Verdini avrebbe approdato a Forza Italia, la componente della ‘sinistra’ del partito avrebbe fondato ‘Sinistra Repubblicana’ e – successivamente – entrata nei Ds, Maccanico avrebbe fatto nascere l’Unione democratica ed Enzo Bianco (attuale sindaco di Catania) ‘i Democratici’.
La seconda diaspora, in ogni caso, si verificherà anni dopo quando il Pri si alleerà con la coalizione di centrodestra, dopo un’intera legislatura nel centrosinistra: in quell’occasione si sarebbe verificata la nascita del Movimento Repubblicani Europei, postosi in alleanza col centrosinistra, ma rientrando nel partito nel corso del 46° congresso (nel 2011, dopo due tornate elettorali in alleanza con Ulivo prima e Pd poi).

Assise congressuale in cui lo stesso Nucara, segretario del Partito, ebbe a dire che «con l’unificazione tra Pri e Movimento repubblicani europei riprendiamo un cammino comune».

Verrebbe quasi da dire, tuttavia, che la storia dei repubblicani si perde ‘nella notte dei tempi’ della politica del Paese: le vicende dell’edera si intrecciano con quella delle brigate Giustizia e Libertà, quindi del Partito D’Azione, della cultura liberal-socialista che l’Italia – in buona sostanza – non ha mai visto realmente.

Si intreccia, in ogni caso, anche con la storia del Partito Comunista Italiano: Togliatti, ‘il migliore’, lo definì «piccolo partito di massa» e, recentemente, Tommaso Giancarli, in un bel post sul suo blog per il sito di Panorama, lo ricordava sommessamente, con un notevole rimpianto: 

«di fronte all’affermazione ormai definitiva di formazioni di massa quanto a numeri elettorali ma magrissime o evanescenti sul piano della struttura e della reale partecipazione, guardo all’Edera con qualche rimpianto; ma soprattutto credo che fosse sensata quell’ambizione, che, prima di ogni logica di parte, tradiva soprattutto una sconfinata fiducia nell’umanità, tutta, e nella sua capacità di governarsi, acculturarsi, migliorarsi. Tutta roba ottocentesca e un po’ da libro Cuore, forse, ma non è che le iniezioni di cinismo che ci pratichiamo da decenni stiano guarendo le nostre malattie». 

Il post di Giancarli prendeva le mosse dai dati elettorali delle elezioni del 2013, quelli della non-vittoria di Bersani, quelli dell’entrata in Parlamento del Movimento 5 Stelle, quelli della scatola di tonno: il Pri, così come il Partito Liberale Italiano, corre in solitaria e presentando la propria lista in non molte regioni e i dati elettorali non erano proprio esaltanti: il candidato Presidente del Consiglio dei Ministri era il responsabile organizzativo del partito (Franco Torchia) e l’edera raggiungeva seimilanovecento voti scarsi, pari allo 0,02% dei consensi.
Mosso da uno spirito storicista (ancorché vagamente amante delle nicchie) e di estrema curiosità di ascoltare il dibattito del Partito, decido di andare al ‘Church Palace’, luogo in cui si svolgeva il quarantasettesimo congresso del Pri, e, a margine della seconda giornata di lavori, ho potuto intervistare il coordinatore nazionale Saverio Collura, repubblicano di vita e reggino di nascita. 
La sala non faceva presagire grandi folle, né lo stesso Nucara, nel corso della terza giornata dei lavori, aveva pronunciato parole che sarebbero andate a sconfessare il numero di presenti: 

«In effetti siamo molto pochi, ma non è che nel passato i repubblicani fossero tanti: il primo congresso a cui ho partecipato è stato nel ’65, quello che avrebbe eletto segretario Ugo La Malfa.. Beh, forse eravamo la metà di quelli presenti in questa sala, e io non ero nemmeno delegato!»

così come, nella stessa giornata, Giovanni Postorino, delegato e già rappresentante della Federazione Giovanile, si esprimeva così: 

«di folle non ne ho mai viste, eccezion fatta per una Conferenza programmatica prima del congresso di Bari (2001 nda) in cui un ragazzo mi aveva fermato dicendomi “stai entrando in un momento complicato per il partito ché non si sa se supererà l’estate”, ed era maggio». 

Dal «piccolo partito di massa» togliattiano all’adesione all’Alde (Alleanza dei liberal democratici europei): «l’Alde è il normale approdo dell’azione politica del partito, non si dimentichi – mi dice Collura – che Mazzini parlava di Giovine Europa, quindi l’Alde è un passaggio ineludibile giacché in Italia è mancata la cultura europea-riformista e il Pri ne è un’espressione significativa: siamo in linea con il ‘piccolo partito di massa’ di togliattiana memoria».
Quindi la ricostruzione del ‘campo’ lib-dem: «L’Italia ha bisogno come il pane della cultura liberal democratica: la crisi è frutto della bassa politica, noi infatti nel nostro slogan diciamo di voler costruire ‘l’altra politica’ e ‘l’alta politica’; il problema centrale, oggi, è che l’Italia ha bisogno di buona politica, siamo per l’alternativa» giacché «l’elettorato non deve percepirci come ‘il partito benpensante o di élite’ ma come ‘il partito dell’alternativa a questa situazione’, che sia radicale dal momento che vent’anni se li sono divisi dieci tra centrodestra e centrosinistra, è impensabile che siano quelle forze a traghettarci fuori dalla crisi».

La legge elettorale? 
«Un’autoconservazione dei due poli che hanno prodotto la catastrofe del Paese, la riforma del Senato il caravan serraglio della politica italiana», riforme che «devono essere abbattute» perché ne servono ben altre: «riformare la burocrazia, ad esempio, a volte prima di vedere attuata una legge dello Stato passano anni, pensi che c’è una legge del Governo Berlusconi che deve ancora entrare in vigore perché i decreti attuativi e i regolamenti ancora non sono pronti, il 30% dei provvedimenti di Monti idem».
Certo, è pur vero che c’è stato un abuso della decretazione di legge, per usare un eufemismo ma «il problema sono i decreti attuativi e i regolamenti: la legge non è autoapplicativa come avviene in Francia». 
Sulla Grecia, su Tsipras, sul cosiddetto braccio di ferro tra Varoufakis e Troika, invece, Collura non la manda a dire, avendo sostenuto Guy Verhofstadt alle elezioni europee assieme a Scelta Civica e a tutta la galassia lib-dem italiana: «La Grecia ha fatto gli stessi errori che ha commesso l’Italia: la ricchezza prima la si produce e poi la si distribuisce, l’errore di Tsipras è quello di aver pensato che potesse sfuggire, tanto che si è reso conto di dover trattare con l’UE». 
«Tenga presente che del quantitative easing – prosegue Collura – alla Grecia non andrà neanche un euro perché esso è in relazione ad impegni complessivi che ogni Paese deve sottoscrivere: la Grecia, poi, ha avuto una somma notevolissima dalla BCE, in relazione al suo Pil e al suo debito, anche perché tutto il debito del paese ellenico equivale a quanto il nostro Paese deve rimborsare in un anno come debito in scadenza, ma la natura del problema è la stessa: non sono i burocrati di Bruxelles che ce lo impongono ma i mercati!».

«Se noi italiani diciamo che non vogliamo rispettare i parametri di Maastricht nessuno ci fa nulla, ma un minuto dopo succede che l’Italia ogni anno deve rinnovare 200miliardi di euro in scadenza: se il Paese non ce l’ha li chiede in prestito; tenga presente che avendo un bilancio in deficit ogni anno, abbiamo bisogno dei prestiti ma se non siamo credibili sui mercati, nessuno ci dà i soldi per ripianarli e se nessuno ce li dà, non siamo in grado di pagare gli stipendi…E’ un falso problema additare Bruxelles come la sede di tutti i mali, sono i mercati che impongono la situazione», ma non c’è un problema del modello di società che ne è scaturita, Collura sorride e le rughe che gli solcano il volto seguono la forma delle labbra che articola parole: «voi marxisti – sorride nda – dovete cominciare a capire che l’Unione Sovietica è caduta sui problemi delle compatibilità finanziarie». 
Terminata la chiacchierata (più che intervista) con Collura, la cui pronuncia del cognome evoca immediatamente le radici della Calabria greca, torno alla macchina e mi immetto nel Raccordo anulare fino all’uscita di casa.
Mentre percorro i chilometri che mi separano dal ‘Church palace’ a casa, ripenso ad una chiacchierata di un po’ di tempo fa con un vecchio compagno, ad una riunione non molto operativa né tantomeno stimolante dal punto di vista del dibattito: i suoi parenti, mi raccontava, erano divisi tra Pri e Pci «di una cosa, a casa mia, s’era certi: la sezione dei repubblicani e quella dei comunisti erano sempre aperte una a fianco all’altra: edera e falce e martello insieme. I repubblicani non erano marxisti come me e te, come noi, nient’affatto, ma erano di quella cultura liberale, socialista, antifascista che a ‘sto Paese è sempre mancata.. solo che poi, è venuta a mancare anche a loro… Ogni tanto, quando indosso la giacca, mi rimetto all’occhiello l’edera di mio zio, tanto per…».
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Sciopero Cgil 'a babbu mortu', parla Nando Clemenzi, segretario dello Snap (Sindacato Nazionale Autonomo Produzione Tv)

Posted on 2014/12/10 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Controlacrisi

Lo Snap è un sindacato ‘tornato a vivere’ da, relativamente, poco tempo, perché si è sentita l’esigenza della ri-creazione dell’organizzazione sindacale?Il nostro sindacato nasce alla fine del 1995 quando le diverse associazioni professionali presenti nei settori tv delle riprese interne ed esterne , proliferate in quegli anni per sopperire alle carenze del sindacato, si unirono per dar vita ad un nuovo soggetto sindacale denominato appunto SNAP (Sindacato Nazionale Autonomo della Produzione). Già allora il sindacato “ufficiale” era in piena crisi , incapace di rappresentare e difendere gli interessi dei lavoratori ( in quel periodo la stessa Cgil in Rai era commissariata). Oggi la situazione sindacale in Rai si è ulteriormente degradata e come nelle altre aziende la maggior parte delle OO. SS. tradiscono il loro compito storico, la loro vera natura e spesso sono il padrone in seconda. Gli inciuci e le spartizioni di categorie posti e favori sono la loro occupazione principale e hanno perso completamente la fiducia dei lavoratori. Lo SNAP ha fatto parte negli ultimi due anni di una confederazione autonoma che credevamo affine alle nostre idee forza, ma ciò si è rilevato un progetto deludente: ne siamo usciti e da pochi mesi siamo tornati indipendenti in linea con le nostre origini e le nostre radici.

Una delle lotte dello Snap è stata la recente denuncia della messa in onda di Ballarò di un mese fa, in buona sostanza. C’è stata, poi, risposta dal Direttore Generale, come chiedevate?Lo SNAP ha aderito allo sciopero degli Operatori di Ripresa del Centro di Produzione di Roma perché ne condivide pienamente le motivazioni. Abbiamo denunciato la sostituzione dei colleghi in sciopero nella trasmissione “Ballarò” con funzionari del settore e, addirittura, con un dirigente vice direttore di Rai2. Un fatto gravissimo rispetto al quale il Direttore Generale tace e quindi acconsente. In verità anche il comportamento dell’O. S. che ha proclamato lo sciopero ha un comportamento ambiguo tanto che ancora oggi non sappiamo se procederà con l’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori per condotta antisindacale nei confronti dell’azienda.

Il 12 dicembre si svolgerà il secondo sciopero generale della Cgil, lo Snap aderirà?  Lo sciopero del 12 dicembre in Rai è la complessa risultante di incapacità ,defezioni e confusione dei diversi sindacati. Un pasticcio che resta difficile comprendere anche a chi segue con attenzione le varie dinamiche sindacali. Dopo lo sciopero dell’11 giugno 2014 (contro il prelievo governativo dei 150 milioni di euro, la quotazione in borsa di Rai Way e una sua parziale vendita) molto partecipato anche senza il contributo della Cisl e del sindacato dei giornalisti (Usigrai) anziché continuare la lotta si è perso del tempo prezioso e ci sono state fratture nel fronte sindacale che ha disorientato e demotivato i colleghi. Si è arrivati alla quotazione e vendita parziale di Rai Way con una procedura di raffreddamento ancora aperta da Slc-Cgil Snater e Libersind che ovviamente si è conclusa negativamente. A questo punto era inevitabile la proclamazione di uno sciopero Rai e considerata la probabile scarsa partecipazione dei dipendenti Rai queste sigle sindacali hanno aderito allo sciopero generale proclamato dalla CGIL contro le politiche governative per il 5 dicembre. Successivamente anche la UIL ha deciso di scioperare e si è posticipato la data al 12 dicembre. Formalmente in Rai solo lo Snater ha proclamato lo sciopero generale il 12 dicembre contro la rapina dei 150 milioni di quest’anno degli 85 milioni del prossimo anno e contro la privatizzazione di Rai Way. Come sindacato autonomo abbiamo aderito allo sciopero del sindacato di base del 24 ottobre contro le politiche del governo di centro-sinistra–destra di Renzi. Per quanto riguarda le istanze in Rai restano le diversità di fondo e il mancato coinvolgimento della nostra sigla, quindi ci siamo dissociati da tempo da questa farsa che non porterà nessun risultato degno di nota.

Per quale motivo non aderirete? La politica, o comunque, l’area politica di riferimento, su questo, si spacca: la ‘lista Tsipras’ – L’Altra Europa – scenderà in piazza assieme ai suoi soggetti fondatori/costiuenti (Rifondazione/Sel/movimenti) mentre secondo altre organizzazioni (il Partito Comunista, Usb e il sindacalismo di base diffuso) quello del 12 è ritenuto uno sciopero “a babbu mortu”..Il nostro sindacato non ha ovviamente connotazioni politiche, tuttavia sarebbe un errore non analizzare con attenzione il comportamento dei partiti e il loro schieramento. L’opposizione politica sostanzialmente ricalca il posizionamento sindacale o viceversa e per storia e prassi ci sentiamo in sintonia con chi agisce e si organizza per fronteggiare l’attacco ai diritti , alle condizioni di lavoro e allo stato sociale. Quando tutto ciò è definito non ci arrendiamo e opponiamo la resistenza possibile ma ovviamente preferiremmo di gran lunga giocare un ruolo nella fase pre-decisionale e non in quella consolidata appunto del “babbu mortu”.

Per chiudere, un argomento di cui poco si è parlato sui media tutti, se non con qualche trafiletto sui maggiori quotidiani: Raiway. Cosa comporta, per i lavoratori tutti, il «via libera del cda di viale Mazzini alla vendita di una quota di minoranza»?Il grande limite della vicenda Rai Way è non essere riusciti a “esportare” nel tessuto sociale, all’esterno dell’azienda, la valenza di questa operazione. Del resto la Rai stessa, e con essa i suoi dipendenti, sono visti in maniera poco edificante dai cittadini. Questo luogo comune alimentato da soggetti e fatti vergognosi non fa giustizia di cosa è e di cosa rappresenta davvero la nostra azienda. Già in passato, con la Rai di Zaccaria si tentò di privatizzare Rai Way verso la fine del 2001 (49% alla Crown Castle per un controvalore di oltre 400 milioni di euro), fu il ministro delle Comunicazioni Gasparri che si oppose a questa cessione. Rai Way trasmette e irradia il nostro segnale in maniera capillare in tutto il territorio nazionale quindi è strategica. E’ stata potenziata con il denaro dei contribuenti, è sana e produce utili. Risulta altamente appetibile per gli interessi del comparto delle comunicazioni per gli ovvi sviluppi. L’ingresso del privato è una seria minaccia all’intero gruppo Rai e può avere a breve termine ripercussioni sull’integrità dell’impresa e dei livelli occupazionali. La decisione governativa di metterla sul mercato azionario avallata dal management aziendale è un vero e proprio attentato ad uno dei diritti universali quale è quello all’informazione libera e indipendente. 
La Rai non necessita di queste scelte che la ridimensionano pesantemente ma di una vera riforma che la liberi definitivamente dal giogo della politica e dei faccendieri.

Posted in controlacrisi, depositobagagli, polpettoni

Sardegna, la mobilitazione continua: mercoledì a Lanusei

Posted on 2014/10/27 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Controlacrisi


L’iniziativa indipendentista non si arresta e, seppure dopo alcune contraddizioni sul dopo Capo Frasca, le date certe sono ormai due: mercoledì 29 ottobre e martedì 13 dicembre. 
La prima riguarda la mobilitazione della rete ‘Pesa Sardigna’ riguardo l’affaire Pisq (Poligono interforze Salto di Quirra) il cui processo si celebrerà il 29 a Lanusei; la seconda data è la seconda manifestazione del post-Capo Frasca, la cosiddetta ‘Cramada’ (chiamata) convocata dagli organizzatori che il 2 agosto avevano indetto l’ormai famosa ‘Manifestada Nazionale contra a s’ocupatzione militare’ e cioè Sardigna Natzione, a Manca pro s’Indipendentzia e i comitati Su Giassu, Su Sentidu e Gettiamo le basi.

La mobilitazione di mercoledì 29 vede coinvolte maggiormente le organizzazioni politiche, all’interno della rete ‘Pesa Sardigna’: il Fronte indipendentista unidu (Fiu), Progres – Progetu Republica e Scida – Giovinus indipendentisas, quest’ultima non facente parte della Rete ma aderisce e partecipa al sit-in organizzato per mercoledì 29 a Lanusei.

Proprio riguardo la lotta contro le basi militari, quest’ultima organizzazione studentesca è stata protagonista di una dimostrazione a Cagliari conclusasi con l’occupazione della facoltà di Lettere dell’Università del capoluogo.

Il corteo degli studenti contro le basi militari, in previsione della mobilitazione davanti al tribunale di Lanusei è stata molto partecipata e si potrebbe ben considerare prodromica del sit-in di mercoledì.

A tal riguardo il Fronte indipendentista unidu, in una nota, ha specificato che: «Non c’è lotta contro l’occupazione militare senza lotta per l’indipendenza. La grande manifestazione di Capo Frasca ha dimostrato il carattere indipendentista della mobilitazione, almeno nella sua direzione. […]. La mobilitazione contro l’occupazione militare deve ovviamente restare aperta a tutte le istanze pacifiste, democratiche e di base anche se non esplicitamente indipendentiste ma è necessario fare chiarezza su un punto fondamentale. Senza una chiara direzione indipendentista non è pensabile ottenere lo smantellamento dell’occupazione militare».

Sulla stessa linea Gianluca Collu, segretario di Progres – Progetu Republica che, raggiunto da Controlacrisi ha dichiarato: «L’udienza di Lanusei è importante perché per la prima volta vengono citati a giudizio degli alti generali delle forze armate italiane per i gravi fatti che sono avvenuti all’interno del poligono del Salto di Quirra (il Pisq). Per noi questa mobilitazione importante perché si sta parlando di poligoni militari e la nostra visione è quella di dismettere completamente tutti i poligoni: bonificare e riconvertire quelle aree interessate. Per cui quella data di mercoledì è importante» ancor più per i tre punti ribaditi in più occasioni da Collu, Piga e Zancudi (Progres e Fiu).

Nella nota del Fronte si legge, ancora, che «abbiamo molto chiaro il fatto che per l’Esercito italiano il poligono di Quirra sia irrinunciabile e che costituisca il vero interesse strategico su cui puntano l’Esercito, le multinazionali delle armi, lo Stato italiano e la stessa giunta Pigliaru. Per questo motivo rilanciamo con forza l’appuntamento, promosso dalla Rete Pesa Sardigna, per il 29 ottobre davanti al tribunale di Lanusei in occasione della prima udienza del processo Quirra».

«Ben venga l’udienza di Lanusei perché avvalora le ragioni di un popolo e di una nazione. Quella sarda, chiaramente», continua il segretario di Progres, Collu che prosegue sulla stessa linea del Fronte riguardo i partiti sovranisti in Regione: «tra i partiti sovranisti e autonomisti buona parte sono in maggioranza in Regione per cui hanno una responsabilità nel governare la Sardegna, per cui ci sono delle prospettive diverse che sono emerse già dalle scorse elezioni sarde».

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Indipendentismo sardo, questo sconosciuto [Contrappunti – 2014]

Posted on 2014/09/26 by carmocippinelli

Gli ultimi mesi hanno decretato l’affermazione e la crescita del
movimento indipendentista sardo. Lo hanno dimostrato le elezioni
regionali del febbraio 2014, ma anche la maggior attenzione allo
specifico dibattito e le manifestazioni sul territorio. L’ultima e la
più imponente si è tenuta il 13 settembre a Capo Frasca, nei pressi di
un gigantesco poligono che segna il confine tra la provincia di Oristano
e Cagliari. Dodicimila persone per chiedere “dismissione, bonifiche,
riconversione” e, ovviamente, indipendenza. Per comprendere meglio le
rivendicazioni sarde e gli avvenimenti di Capo Frasca, abbiamo voluto
intervistare Marco Piccinelli, cronista romano di Controlacrisi.org che
da tempo si occupa della questione isolana.

 

  • Si parla poco della questione. La politica e il giornalismo italiani quanto sono distanti dalla causa sarda?

La questione, se ci si dovesse fermare a guardare la stampa
nazionale, sarebbe praticamente inesistente (gli indipendentisti
direbbero ‘la stampa italiana’): si pensa alla questione
dell’autodeterminazione come a qualcosa di marginale, quasi
folcloristico o molto settario. Ma queste due cose, purtroppo o per
fortuna, non lo sono più, almeno riferite all’indipendentismo della
Sardegna o Sudtirolese. La questione non è più folcloristica perché ha
avuto una spinta molto forte, e decisamente innovativa, col nuovo
millennio: le organizzazioni storiche, come il Partito Sardo d’Azione
(Psd’az), Sardigna Natzione – Indipendentzia (SNI), agli inizi del 2000
hanno assistito ad un vero e proprio terremoto quando s’è venuta a
creare (da una costola di SNI) una nuova organizzazione, cioè iRS –
indipendèntzia Repubrica de Sardigna. Il merito che ha avuto iRS –
tralasciando le sue vicende che l’hanno portata ad essere, oggi,
all’interno del consiglio regionale ma depotenziata praticamente del
tutto, – è stato quello di aver sdoganato il tema dell’indipendenza. Non
è più un tabù, nell’isola: la questione indipendentista è
davvero ‘sulla bocca di tutti’. Anche Mauro Pili, ex presidente della
Regione Sardegna di Forza Italia, ha abbracciato una lotta fortemente
identitaria ponendosi alla testa del movimento ‘Unidos’, da lui creato.
Ecco, i giornali (e la politica) – per come la vedo io – rimangono
distanti dalla tematica indipendentista perché ritengono la questione
ancora fortemente etno-folcloristica. All’indomani delle elezioni
regionali del febbraio 2014 abbiamo notato un cambiamento: a causa di
una legge elettorale fortemente bipolarista, con una soglia di
sbarramento e un premio di maggioranza assurdi, gli indipendentisti di
ProgReS hanno visto il numero ‘0’ a fianco alla parola ‘seggi’ dopo che
la loro candidata presidente, Michela Murgia, aveva sfiorato l’11% dei
voti. Questo stesso meccanismo è applicabile anche per iRS che ha raccolto
lo 0,82% dei voti, entrando in Consiglio Regionale per effetto del
premio di maggioranza sancito dalla legge elettorale, mentre il Fronte
Indipendentista Unidu, col suo 1%, è rimasto fuori dai giochi. Ecco
perché l’indipendenza non è più un tema legato ad una settorialità o ad
una marginalità tutta isolana: se non ci fosse stata la legge elettorale
in questione – che il blogger Emanuele Rigitano ha ben definito
‘Sardum’ richiamando l’Italicum – il consiglio regionale, e la Sardegna
tutta, sarebbero stati attraversati da un vento indipendentista molto
consistente. Il fatto che la politica italiana non prenda in
considerazione le istanze dell’isola, o che continui a procrastinare i
suoi doveri nei confronti della Sardegna non fa altro che acutizzare le
spinte indipendentiste.

 

  • Cosa significa indipendentismo sardo per chi, non essendo del luogo, riesce a guardare la situazione con occhio critico?

La questione indipendentista della Sardegna, perlomeno per me che
sono ‘del continente’, è sintetizzabile nell’espressione:
‘riaffermazione della propria sovranità’. Ma ‘sovranità’ non è il fine
ultimo della questione indipendentista. Come ha notato Carlo Pala,
politologo dell’Università di Sassari, il termine ‘sovranismo’ non
esiste: «quel termine indica, semplicemente, una tappa della tappa.
Se mi definisco sovranista potrei confondermi con il mare magnum di
persone, che sono affezionate alla propria identit
à, ma che non hanno un’idea
e una caratterizzazione politica chiara. Ecco perché quel termine è da
rifuggire, almeno in un dialogo scientifico, ma anche in un dialogo più
colloquiale. Anche perché gli stessi indipendentisti tengono da parte
quel termine, almeno in Sardegna: lo vedono come una stratagemma
affinché le coalizioni più grandi, che vanno formandosi per le
regionali, possano vivere anche loro di essere sovranisti. Fino a poco
tempo fa era impossibile che dei partiti italiani i spostassero verso
tematiche che sono fortemente identitarie»
. Ecco perché la
‘sovranità’ è un qualcosa che gli indipendentisti sardi sono determinati
a raggiungere, ma non come fine ultimo culturale e politico della loro
attività.

 

  • I sardi chiedono “dismissione, bonifiche, riconversione”. Spiegaci di cosa si tratta.

I sardi chiedono, per riprendere le rivendicazioni della manifestazione del 13 settembre a Capo Frasca, il «blocco
immediato di tutte le esercitazioni militari e la chiusura di tutte le
servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione
delle aree interessate».
Si possono ritenere giustissime o assolutamente non valide le
spinte sarde verso l’indipendenza ma, secondo me, è impossibile non
essere solidali con le rivendicazioni del popolo sardo riguardo la
chiusura dei poligoni e delle basi militari nell’isola. Lo Stato
italiano, essendo parte della Nato, possiede nell’isola una serie di
basi e di poligoni militari destinati a vari eserciti. La questione è
sorta nel 1965 quando la Nato ha impiantato a Quirra la sua piattaforma
di addestramento, il PISQ: poligono sperimentale interforze.
Successivamente si sono aggiunte le basi di  Capo Teulada, Capo Frasca,
la base di Decimomannu e via dicendo. Il poligono del Salto di Quirra,
analizzando i dati della Regione Sardegna, occupa 12.700 ettari di
territorio, quello di Teulada 7.200 (per estensione, sono i primi due
nella classifica italiana), mentre la base di Capo Frasca occupa oltre
1.400 ettari. Poi ci sono ulteriori basi, tra cui quella degli Stati
Uniti a Santo Stefano. A Quirra, ad esempio, c’è una straordinaria
incidenza di patologie e forme tumorali tra la popolazione. Falco
Accame, ex generale e presidente dell’associazione vittime dei militari,
aveva dichiarato a L’Espresso fatti molto pesanti. Per la procura di
Lanusei, che sta indagando sul caso, per Quirra si parla di «torio
disperso nell’ambiente e sul terreno dal 1986 al 2000, nei 1187 missili
lanciati». Torio presente, in particolare, in un missile che veniva
usato in quel territorio ma che è stato ritirato per iniziativa del
Ministro della Difesa Francese, dopo averne segnalato la tossicità.

 

  • Che aria si respira in Sardegna dopo la manifestazione di Capo Frasca? Sono previste nuove mobilitazioni?

Dopo la presenza di dodicimila persone a Capo Frasca, il dibattito
nell’area indipendentista è più che mai fervido e consapevole. Quello
che mi ha fatto riflettere, specialmente quando ero presente sul posto, è
stata la capacità di aggregazione che ha avuto il movimento
indipendentista tacciato di settarismo e minoritarismo durante la
campagna elettorale. Le organizzazioni che avevano imbastito,
inizialmente, l’iniziativa erano state: a Manca pro s’Indipendentzia,
Sinistra Natzione – Indipendentzia e tre comitati (Su Giassu, Su
Sentidu, Gettiamo le basi). Così come riportato dal comunicato stampa da
essi diramato il 2 agosto. Nessuno di questi organizzatori, secondo me,
avrebbe mai calcolato il fatto che di lì a un mese si sarebbero
intercorsi fattori che avrebbero portato  migliaia di sardi a Capo
Frasca. Parliamo del boom mediatico verificatosi qualche settimana prima
della manifestazione, ma anche dell’ingente campagna contro le servitù
militari nell’isola condotta L’Unione Sarda. Dopo la manifestazione di
Capo Frasca, gli indipendentisti hanno deciso di non abbandonare quel
terreno di lotta che li ha resi per la prima volta coesi. Proprio oggi,
26 settembre, il Fronte indipendentista Unidu, ProgReS, a Manca pro
s’Indipendentzia, Scida, Sardigna Natzione, i comitati Su Giassu, su
Sentidu e Gettiamo Le Basi stanno tenendo una conferenza stampa per fare
in modo che il lavoro messosi in moto non vada disperso. Subito dopo le
elezioni regionali, avevo scritto due cose: la prima è che il voto
indipendentista rappresentava un fiume carsico che, a causa del fattore
‘legge elettorale’, stentava a venire a galla nonostante gli ottimi
risultati di cui parlavo prima; la seconda era che l’indipendentismo (o
le sue sghembe traduzioni ‘sovraniste’) rappresentava un non-luogo di
rappresentanza politica (in Regione gli indipendentisti sono presenti,
ci sono anche sovranisti e sardisti del Psd’Az, ma sono dispersi tra le
due coalizioni). A partire da Capo Frasca, dunque, dalla conferenza
stampa di oggi, secondo me, potranno aprirsi nuovi scenari. Magari il
movimento indipendentista non maturo ‘al 100%’, ma è comunque in grado
di dare uno slancio alla propria azione politica, lasciandosi finalmente
alle spalle le derive folcloristiche.

 

Quest’intervista è una delle poche che mi siano state fatte. La prima in assoluto, con certezza: realizzata da Adalgisa Marrocco, amica ora all’Huffington Post da più di un lustro, è stata pubblicata all’indomani della ‘manifestada’ di Capo Frasca il 26 settembre 2014. 

Dopo la manifestazione di Capo Frasca, le rivendicazioni per
l’indipendenza sarda assumono inaudito rilievo. Un’intervista a Marco
Piccinelli, cronista che da tempo si occupa della questione isolana

https://www.contrappunti.info/novita/indipendentismo-sardo-questo-sconosciuto/

Posted in deposito bagagli

Sa terra sarda a su populu sardu

Posted on 2014/09/19 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it

Sassari – Durante la nostra permanenza nell’Isola, nei pochi giorni che precedevano la manifestazione del 13 settembre scorso contro i poligoni militari in Sardegna, siamo stati ospiti di Cristiano, un professore di storia e filosofia che abita poco fuori Sassari, in una striscia di campagna che divide idealmente il capoluogo di Provincia con il Comune di Sennori.
Il giorno prima della ‘manifestada natzionale’ di Capo Frasca, Cristiano ci aveva portato alla presentazione del libro ‘Cella n.21‘ di Bainzu Piliu presso l’aula magna dell’Università di Sassari. Incuriositi, ovviamente, ci siamo andati di buon grado.
Il dibattito che s’era acceso non era di livello basso ed era estremamente interessante stare a sentire quello che dicevano i convenuti riguardo Bainzu, anche dopo ch’egli aveva preso la parola.
Non conoscevamo nulla di Piliu, se non qualcosa legato al carcere che aveva dovuto subire assieme ad un personaggio che, ora, è a dir poco folkloristico: Doddore Meloni.
Bainzu, dunque, ha partecipato alla manifestazione a Capo Frasca e, non casualmente, era sul nostro stesso pullman che da Sassari scendeva giù fino alla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi del comune di Arbus.
Questa che segue, dunque, è la conversazione, con Bainzu Piliu sulla via del ritorno dopo la ‘manifestada natzionale contra a s’ocupatzione militare’.
In passato hai fondato il Fruntene pro s’indhipendhentzia de sa Sardinya uscendo dal Psd’Az. Per la prima volta, da un po’ di tempo questa parte, il movimento indipendentista sardo, pur nelle sue frammentazioni e nel suo particolarismo, è riuscito ad imporre un tema collettivamente all’interno del quadro politico dell’Isola. È riuscito, quindi, ad imporlo e a portarlo fino alla fine decretando una sua consistenza fattiva: coloro i quali dicono che esso sia minoritario, ha sonoramente impattato contro i 12mila partecipanti alla manifestazione di Capo Frasca. Che idea ti sei fatto dopo anni che non partecipavi?
E’ positivo, è una cosa buona. È un passo ulteriore verso la presa di coscienza del popolo sardo. È un passo in avanti.
Volendo si può andare oltre, dunque..
No, non ‘si può’: si deve andare oltre.
Ed è possibile già da oggi ‘andare oltre’?
Il processo, per come la vedo io, è in atto da molto tempo. La gente, come puoi essere tu, come possono essere gli osservatori, vedono soltanto i gradini raggiunti ma non il percorso intermedio. Esso non lo possono vedere perché la sensibilizzazione avviene in modo tale che non tutto può essere percepito. Quindi voi vedete il risultato è un certo momento storico e, magari, fra dieci anni, fra un mese, potreste avere la sorpresa di vedere qualcosa che oggi non riuscite a prevedere. Non lo sa dire con precisione nessuno, in questo momento. Ma queste sono le sorprese che fa la storia.
Dopo tanti anni torni ad una manifestazione, precisamente ad una contro i poligoni militari, in che stato di salute sono i movimenti indipendentisti della Sardegna?
Mi sembra che si stia irrobustendo. Non è certo in buona salute, ma sta migliorando.
Cambiando un attimo argomento, durante la presentazione del tuo libro ‘Cella n.21’ nell’aula magna dell’Università di Sassari hai detto una cosa precisa riguardo la non violenza…
Io ieri ho ripetuto quello che avevo detto al Presidente della Corte durante il processo di primo grado. Al Presidente della Corte ho detto: “sono una persona pacifica ma se qualcuno mi dà lo schiaffo lo restituisco, se qualcuno mi spara, sparo”. Io  ho detto queste parole.
Anche a questo proposito sei stato di una chiarezza estrema e hai detto in tre parole quello che, magari in altri contesti, si sarebbe detto con ampie perifrasi…
Questo nasce dalla mia personalità, dalla mia autoeducazione. Quando è possibile a me piace parlare chiaro e non sempre è possibile farlo perché bisogna riflettere sugli effetti che hanno le parole. Non tutti sono pronti a recepire certe parole certi concetti, per cui bisogna fare attenzione. Però, in quel caso lì, ho sempre voluto che risultasse chiaro che io sono una persona pacifica ma non sono una persona disposta a porgere l’altra guancia, mai. Questo doveva risultare chiaro, nonostante io sia perfettamente consapevole della mia debolezza: io non ho uomini, non ho soldi. Nulla. Soltanto me stesso. Siccome mi voglio rispettare, il fatto di reagire agli attacchi – nei limiti del possibile – è un modo per rispettarmi. Così come credo di non risultare in vendita, allo stesso modo.  
Sia oggi sia ieri (13 e 12 settembre nda) hai detto “inizieranno a blandirvi e comprarvi”, quando il movimento indipendentista sardo sarà talmente influente da non poter più essere ignorato dall’Italia. A quel punto, però, hai aggiunto, “lì comincerà il nostro compito”, giusto?
Il compito nostro, per la verità, inizia già prima che ci blandiscano. Dopo non sappiamo cosa succede, perché prima che si arrivi a tagli le forze politiche italiane faranno il possibile per snervare il movimento. Faranno il possibile per criminalizzarlo, per intimidirlo. Faranno di tutto affinché un processo come questo abbia un blocco. Le cose ancora più serie avverranno quando si dovessero accorgere che una parte robusta del movimento non si piega e non riusciranno a piegarla. Allora, la faccenda diventerà molto più difficile. Questo perché è chiaro che, come in tutto il mondo, non c’è omogeneità e non ci sarà mai, all’interno del movimento: ci sarà una parte più combattiva, una parte più intelligente, politicamente parlando, ci saranno delle differenziazioni. Lo Stato italiano è molto più potente di quello che siamo noi. Esso ha a disposizione uomini intelligenti, mezzi finanziari, mezzi tecnici, ha tanti mezzi che noi non abbiamo. Che cosa può influire su questo discorso? Possono influire delle difficoltà interne allo Stato, che mettano in difficoltà i Governi nella loro azione nei nostri confronti. Possono influire situazioni di politica internazionale, può farlo l’animus pugnandi dei sardi, tanti elementi che non sono valutabili oggi. Oggi noi vediamo, malamente, quello che avviene in superficie ma noi non sappiamo cosa c’è oltre di essa, forse qualcuno di noi, che ha fatto dei sondaggi più approfonditi, o ha un acume maggiore, avrà visto qualcosa ma la maggior parte non ha visto nulla, ha visto qualche cosetta di quello che appare dai giornali, qualche manifestazione. Lo stesso appare anche per i servizi segreti italiani, che stanno cercando di capire: è il loro compito, come è quello nostro di non farglielo capire.
Durante la presentazione del tuo libro, nel corso di un intervento, ho sentito che chi aveva preso la parola si stava scusando con te per dei fatti accaduti molti anni fa e citava un episodio nel quale, in particolar modo, parlando in sardo, dicevi come la lingua italiana poteva essere insegnata – al massimo – come prima lingua straniera. La questione del bilinguismo è minoritaria all’interno del movimento indipendentista o, secondo te, in che modo può essere rilanciata?
L’obiettivo finale sarebbe che il sardo – per il momento usiamo il termine generico – diventi la lingua ufficiale dello Stato sardo e che la lingua italiana sia una lingua ‘a lato’del Sardo per un periodo di tempo congruo. Anche perché non si può eliminare completamente una lingua: innanzitutto, i sardi non avrebbero nessun interesse a perdere l’italiano. Qualsiasi lingua straniera, o non straniera, tu conosca, è una ricchezza. Non solo: è anche un’arma. Se io non conoscessi sufficientemente la lingua italiana avrei maggiore difficoltà a difendermi e ad attaccare, io voglio usare la lingua italiana come strumento d’attacco e di difesa. Quindi, non ho interesse a perderla. Io, però, con i miei genitori non ho mai parlato italiano: ho parlato sempre in sardo. Le vicende storiche, per molte ragioni, stanno facendo perdere d’importanza la ‘limba sarda’ che è differenziata in vari dialetti. Ma nella Grecia antica non esisteva un solo greco: esistevano varie parlate greche e non mi turba il fatto che ci siano queste differenze, troveremo il modo, la soluzione. La cosa importante non è trovare una lingua unificata ma è che i sardi si convincano che devono essere orgogliosi di essere Sardi, di quello che hanno. Poi, ci metteremo d’accordo sulle pratiche da fare per quanto riguarda la lingua, intanto usiamola. Per iscritto e oralmente: in fondo, sono cose nostre..
Il libro l’ho comprato solo ieri nel corso della presentazione all’Aula magna dell’Università di Sassari (12 settembre nda), per cui ho ancora una visione molto parziale del tuo scritto…
Guarda, per alcune parti è impossibile avere una visione completa: ci sono alcune sezioni in cui non ci si può non capire nulla se non si entra nello spirito con il quale ho scritto il libro. Infatti, è successo questo ad un tuo collega al quale ho rifiutato l’intervista: a seguito di uno scambio di e-mail, dopo il quale avevo inteso che non aveva capito niente. E non era in grado di capire nulla..
Perché?
Perché lui partiva con alcune idee preconcette e cercava di orientare l’intervista secondo il suo punto di vista ma non aveva neanche l’umiltà di leggere con attenzione quello che avevo scritto. Non aveva quest’umiltà e quindi era superficiale: questo libro non è stato scritto per gente superficiale ma pesando le parole, usano determinati vocaboli e secondo me ci vuole gente attenta, altrimenti non si capisce.

Nell’appendice fotografico del libro viene raffigurato un episodio interessante, curioso quantomeno, che descrivi anche nelle prime pagine di ‘Cella n.21’. Ti avranno già chiesto in moltissimi di raccontarlo, sto parlando di quando hai incontrato il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in costume sardo.

Dunque, io ero Sindaco di Bulzi e, come tutti i indaci della provincia, sono stato invitato dal presidente della Repubblica. La procedura era questa: quando i sindaci, messi tutti uno dopo l’altro in fila, arrivavano davanti al Presidente, il Cerimoniere diceva, poniamo un caso: “le presento il sindaco di Buddusò”, rapida stretta di mano e via. Non sopportavo, veramente, questa cosa. Io ero andato vestito col costume di Bulzi e con, attaccata sopra, la tessera del Fronte per l’indipendenza.
Siccome avevo visto come andavano le cose con gli altri, avevo precedentemente preparato una lettera da consegnare a Pertini. Quando siamo stati di fronte l’ho guardato negli occhi  e gli ho detto, giacché sono di animo socialista, ma pur sempre sardista: «Compagno Presidente, La saluto sì come sindaco ma anche come segretario del Fronte per l’indipendenza della Sardegna. Ho preparato questa lettera per Lei, la legga con attenzione prima che sia troppo tardi». Mi guardava battendo le palpebre come se si chiedesse, “chi è costui?”. Aveva, alla sua sinistra, il Capo dei Corazzieri e alla sua destra un ministro che l’anno successivo sarebbe diventato il Ministro dell’interno, Oscar Luigi Scalfaro, mi pare, se ben ricordo. Pertini, che a me faceva soltanto l’impressione di un pover’uomo, un anziano, vecchio da trattare con ogni riguardo e rispetto proprio per la sua età, mi disse: «Sì, sì, la leggerò con attenzione» e diede la lettera al capo dei corazzieri. Subito dopo scesi a Piazza Italia e un giornalista mi chiese: «Cosa ne pensa del Presidente Pertini?», «E’ una bravissima persona – gli avevo risposto – ma io non dimentico mai che è un Capo di uno Stato straniero e nemico». Lui ha continuato a stare a Sassari quel giorno e il giorno successivo e io, assieme agli altri del Fis (Fronte per l’Indipendenza della Sardegna), abbiamo continuato a manifestare contro di lui. Quando è andato ad inaugurare il monumento ai caduti della Brigata Sassari c’erano due lunghissime file di giovani Carabinieri che dovevano fare da scorta. Io ed altri avevamo affisso uno striscione grande con scritto “a fora s’Italia”.  Lo striscione è stato, dunque, sequestrato dai vigili urbani e dato in consegna ad un Corazziere. Siamo andati dal corazziere e l’abbiamo accusato di appropriazione indebita, quindi lui, impressionato, ci ha restituito lo striscione che nel frattempo avevamo affisso nuovamente. Nel contempo io arringavo carabinieri e gli dicevo in sardo: “Avete visto cosa ha fatto l’Italia? Voi eravate tutti disoccupati nel vostro paese, l’Italia vi ha fatto tutti carabinieri! Siete contenti?”. E mentre dicevo queste parole davo loro il volantino del Fis. In quel momento arrivava il presidente Pertini, che io non avevo visto, e anche il procuratore generale della Repubblica che non voleva assolutamente guardarmi mentre io distribuivo volantini. Allora, tiratone fuori uno dalle mani, gli ho detto: «Legga, dott. Villasanta, che non fa male neppure a lei». Il giorno dopo ho scritto sul giornale che, per cortesia, il Presidente Pertini non tornasse più in Sardegna a inaugurare monumenti agli àscari Sardi perché noi pretendevamo di essere rispettati da vivi e non da morti e che, inoltre, anche gli àscari libici, eritrei, avevano combattuto per l’Italia dopo che la ‘civilissima Italia’ aveva decimato le loro popolazioni. Ho continuato a manifestare contro di lui nei giorni a seguire e sei mesi dopo mi hanno offerto una suite in carcere a Buoncammino.
Una ‘suite’ a Buoncammino?!?
(sorride nda) Sì, sì, una suite!
Mi viene in mente una cosa, riallacciandomi ai Carabinieri… Passeggiando per Sassari, chiacchierando del più e del meno con Cristiano, mi ha corretto mentre citavo in italiano una canzone di Piero Marras ‘Si deus cheret’ dal momento che ‘si Deus cheret e sos carabinieri lu permittini’ andava tradotto con ‘se Dio vuole e la giustizia lo permette’. Perché la giustizia e i carabinieri sono termini che si equivalgono?
E’ così. Il proverbio deriva dal fatto che la repressione inizialmente è passata attraverso i carabinieri, più che dalla polizia e dei militari. I Savoia hanno avuto la Sardegna nel 1720 ma i sardi non li hanno mai sopportati. Anzi, non ci si sopportava a vicenda  e c’erano seri e validi motivi per cui noi non sopportassimo i Savoia. Poi sono venuti i carabinieri e siccome essi possedevano una stazione in ogni paesino, praticamente, ecco perché la giustizia identificava con i carabinieri. In molti posti non c’era altro che carabinieri, come forze dell’ordine. La polizia è arrivata dopo.
Dopo la ‘suite’ a Buoncammino, l’uscita e tutte le vicende che si sono susseguite, hai scritto un libro quasi trent’anni dopo. Come mai quest’attesa?
Per questo motivo: io non ero aduso a scrivere, ero professore di chimica e non sono un letterato. Ero abituato ad altre cose e mi sembrava che scrivere fosse quasi una perdita di tempo. Poi, però, con gli anni ho lentamente maturato questa decisione assoluta: sapevo che avrei scritto prima o poi ma stavo rimandando… Scrivere è faticoso: se si vuole curare lo stile si devono scegliere le parole, le frasi, si deve riflettere. E poi, in uno scritto come questo, si deve riflettere: che impatto avrà sui servizi segreti? Che impatto avrà sul pubblico sardo e quale potrebbe avere su quello italiano? C’era da studiarci sopra e io non mi sentivo pronto per fare questo, ma ad un certo punto mi sono reso conto che dovevo farlo per forza. Non potevo più fuggire, dovevo farlo. Mi volevo dotare di uno strumento di lavoro, di un’arma, per essere più espliciti. Volevo dotarmi di un’arma difficile da neutralizzare e che mi desse un tipo di potere che in questo momento storico non è facilmente sindacabile: nella situazione geopolitica in cui si trova, lo Stato italiano non può fare molto per neutralizzare quello che scrivo.
Anche perché, banalmente, ‘è scritto’..
Non solo, non è facile ‘sequestrare’ palesemente il libro; non è facile farmi passare per terrorista solo perché  scrivo un libro nel quale scrivo che sono contro la violenza. Come posso io essere considerato un terrorista, un violento, se dico esplicitamente di essere contro la violenza? Io, poi, sono solo: quali sono le mie truppe? Non ne ho, non le cerco. Allora, nella situazione in cui si trova lo Stato italiano oggi, non è facile prendere delle misure esplicite contro di me, potrebbe farlo in maniera furbesca o in altri modi, però è rischioso… Ecco perché non ho nessunissima intenzione, come ho già detto, di essere violento, ciononostante voglio vincere: questo deve risultare chiaro. Nel senso che voglio collaborare per fare in modo da creare le premesse affinché il popolo sardo possa vincere. Non io personalmente, io non conto nulla: sono l’organizzazione politica di me stesso. Nessuno, però, è così stupido da credere che io sia così stupido o così innocuo, quindi i servizi cercheranno di capire com’è fatto il mio cervello.
Prima hai accennato all’impatto che questo libro potrebbe avere sul pubblico italiano, quale potrebbe essere, dunque?Il pubblico italiano potrebbe, non oggi, convincersi che non è così corretto il comportamento del proprio Governo nei confronti della Sardegna: non credo che gli italiani siano pronti a questi discorsi. E questo perché potrebbero anche chiedersi: ‘che bisogno c’è di fare in Italia le basi militari quando è così comodo farle in Sardegna? Perché inquinare l’Italia quando possiamo inquinare la Sardegna? Siamo mica scemi! Finché sopportano i Sardi, sopportino, potremmo decidere di dargli qualche contentino, possiamo dire che sono valorosi combattenti e dar loro qualche spicciolo di contributi, di risarcimenti; possiamo fare molti sorrisi e dire che anche loro sono italiani. Quei cretini, intanto, si bevono tutto..’. Ma questo vale oggi, non sappiamo cosa succederà domani. Tu mi potrai chiedere, cosa potrà succedere domani visto che siete pochi, deboli e avete paura di esporvi?
‘Pocos, locos y male unidos’, come avrebbe detto Carlo V a proposito dei Sardi…
Attenzione, però: gli italiani erano molti e disuniti. Noi saremmo anche pochi e disuniti, ma gli italiani erano molti e disuniti: nel 1815 in Italia c’erano nove Stati diversi e indipendenti, spesso in guerra tra loro, quindi non ho capito perché il ‘pocos, locos y male unidos’ è sempre valso per i Sardi e non per gli italiani. Anche adesso, che c’è uno Stato unitario, gli italiani non sono uniti. Perché tutta questa storia per i Sardi, dunque? Che poi, Carlo V non ha mai detto quella frase riguardo i sardi ma l’ha detta ai notabili che non erano Sardi di origine, bensì catalani! E questo anche perché, in quel periodo, i Sardi non contavano nulla, non c’era bisogno di dir loro qualcosa contro. Quella frase era riferita ai notabili dal momento che erano sempre in lotta fra loro e, all’arrivo di Carlo V, hanno provato a prenderlo come arbitro.
Tant’è che Mariano IV d’Arborea, padre di Eleonora d’Arborea, al momento della ‘reconquista’ dell’Isola non conquistò Alghero perché pare che non vi fossero Sardi…
No, in realtà non è per questo: semplicemente, non ci è riuscito. Ci sarebbe voluto andare e gli erano rimaste solo due piazze: Alghero e Cagliari ma purtroppo è morto prima a causa della peste. Proprio mentre stava capitolando Cagliari. La popolazione catalana è scomparsa da Alghero, poi, già dal 1500: coloro che sono venuti dopo quella data sono Sardi che hanno adottato il catalano per snobismo, perché lo straniero potente viene sempre preso a modello. Anche gli italiani che sono deboli, prendono a prestito dal modello anglosassone, alcune parole della lingua inglese: invece di dire fine settimana si dice weekend, la tendenza si dice trend, e via cantando. Gli italiani si sentono inferiori ai popoli di lingua inglese, ogni tanto fanno la sparata che loro sono i più intelligenti del mondo, con maggior senso artistico, insomma, il sale del mondo. Ma dentro di loro capiscono che sono deboli, su questo non ho dubbi.
Toglimi una curiosità, però: da cosa deriva il tuo nome Bainzu?
Usando Bainzu come nome, col mio cognome Piliu, niente avrebbe richiamato l’Italia: né il nome, né il cognome avrebbero fatto pensare all’Italia. Mi spiego meglio: i miei antenati paterni si chiamavano tutti Bainzu. Mia madre, credendo di nobilitare la famiglia, all’anagrafe fece mettere Gavino al posto di Bainzu, come voleva fare mio padre. Questo perché sembrava più nobile e più qualificante socialmente. Quando iniziai a fare attività politica, dopo un po’ di tempo, decisi di adottare la versione sarda in modo tale che, appunto, né nome né cognome potessero richiamare direttamente l’Italia. Anche perché in Italia uno che si chiama ‘Bainzu Piliu’ non si sa da dove possa venire: si potrebbe confondere anche per romeno!
Ma che relazione ha Bainzu con Gavino?
Dunque la cosa, per quel che ne so io, è nata così: in epoca imperiale romana c’erano delle truppe romane a Porto Torres.
Uno di questo soldati romani  si convertì al cristianesimo ma fu processato e condannato a morte, insieme ad altre due persone: egli si chiamava Gabinius che significava ‘abitante della città di Gabii’, antica città del Lazio (ora quasi inglobata dai territori dei municipi del quadrante sud est di Roma nda). I Sardi da questo Gabinius trassero alcuni nomi: Gabinu, Gavinu, Bainzu, Binciu, Bignu, almeno 5 e non uguali. Il nome Gavino non è un nome italiano: è un nome sardo italianizzato che tornava utile per assimilare il popolo sardo, d’altra parte anche i cognomi sono stati distorti per farli diventare italiani. Quindi, a parte che Bainzu mi piaceva di più perché mi richiamava alle mie origini, lo trovavo politicamente utile e i giornalisti utilizzavano sempre Bainzu: non mi giravo neanche quando mi chiamavano Gavino! Ecco com’è la questione del Bainzu. E dà un fastidio tremendo agli italiani: le volte che sono andato in Italia e mi sono presentato come Bainzu Piliu storcevano la bocca. Non ci tenevo minimamente, e non ci tengo tutt’ora, a sembrare italiano, nemmeno per sogno! Non sono italiano, non mi seno onorato di essere chiamato tale: non vi disprezzo ma non vi ammiro particolarmente. Siete tra le tante popolazioni del mondo: ci siete anche voi. Se siete intelligenti vi ammiro, se avete delle qualità artistiche la stessa cosa, ma non siete il mio modello: intelligenti come voi ce ne sono una miriade quanto, anzi, più di voi. Basta che si prendano i popoli orientali, che li avete presi a pesci in faccia per secoli, vi stanno dimostrando che hanno un’intelligenza che è sicuramente almeno come quella italiana. Se non superiore. Non siamo mai stati italiani, nemmeno in epoca romana: siamo stati una provincia di Roma, non eravamo ‘italici’. Per molto tempo si è cercato di far intendere ai Sardi che dovevano sentirsi onorati di essere considerati italiani e molti hanno abboccato. Come una specie di insulto che c’era in alcune parti dell’Isola  che diceva: «Italianu siese», come dire «Che tu sia italiano!». Giacché ho assorbito e digerito queste cose, a me non mi incantano: io voglio una cosa sola, cioè, che i Sardi diventino padroni del loro territorio, che mantengano buoni rapporti con l’Italia.
Dopo, però (l’indipendenza nda). Non prima.
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Capo Frasca, la nuova Pratobello

Posted on 2014/09/15 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it
Sant’Antonio di Santadi, Arbus (OR) – «Il tempo delle mediazioni è finito. Se lo Stato italiano avesse voluto mediare lo avrebbe già fatto da tempo e invece, come tutti possono vedere, veniamo bombardati da sessant’anni. Questo modello non è più sostenibile: non lo è mai stato e non lo deve essere più, nonostante – lo ribadiamo – gli interessi della NATO siano fortissimi». «Per queste ragioni non possiamo abbassare la guardia già a partire dal processo di Quirra, l’altra cartina da tornasole degli interessi bellici in Sardegna. Per la pace dei popoli, non solo per il nostro, sappiamo bene che stiamo toccando gli interessi massimi dello Stato».
A parlare era Luigi Piga, portavoce del Fronte indipendentista unidu, una delle tante formazioni indipendentiste che ha organizzato la manifestazione di sabato 13 davanti al poligono militare di Capo Frasca.
La lingua di terra strettissima in cui si trova il poligono in questione è tra lo stagno di Marceddì e una piccolissima frazione del Comune di Arbus: Sant’Antonio di Santadi.
In un pezzo di terreno dell’isola che compie uno strano giro, erano concentrati circa dodicimila sardi per chiedere tre cose, per dirla con le parole di Gianluca Collu, Segretario di Progres: «siamo tutti uniti per dire, una volta per tutte, tre cose molto semplici: dismissione, bonifiche, riconversione. E’ vitale, è necessario dismettere i poligoni militari, non si sta parlando di dismettere semplicemente le basi o cos’altro, si sta parlando di poligoni militari e l’unico modo per iniziare è chiudere immediatamente uno di questi. Bisogna, poi, urgentemente, apportare le dovute bonifiche – a terra e a mare – e, infine, trovare il modo di riconvertire i territori».
Dai manifestanti le voci si levavano alte e tonanti: «A Foras!» e «Indipendentzia!» erano sicuramente quelle che ‘andavano per la maggiore’.
Il tavolo della manifestazione era partito il 2 agosto, come già riportato da questa testata: «A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’».
Ovviamente, il tavolo organizzativo è andato crescendo di giorno in giorno e gli organizzatori, se dal principio erano 5, sono diventati un buon nucleo di organizzazioni politiche e civiche, una commistione e una cooperazione che si è rivelata vincente, visti i numeri della manifestazione.
Dodicimila persone, più di ogni rosea aspettativa ma che – per la verità – era una speranza che ogni rappresentante del tavolo organizzativo covava in sé.
Collu (Progres) a tal proposito, nello spazio del retro della manifestazione, ha dichiarato come: «riguardo la presenza  lo speravamo: ai tavoli organizzativi ho sempre detto che una manifestazione di questo tipo aveva successo se fossero arrivate non 300 ma 3000 persone. Quindi, il nostro messaggio è arrivato: la manifestazione non è per gli indipendentisti, non è fatta dagli indipendentisti, è fatta per tutti i sardi».
Il messaggio è arrivato, ‘l’individuo’-Nazione sta muovendo i primi passi, come ha detto Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione): «questa volta, come è stato per il referendum sul nucleare, sembra che ogni cittadino sardo abbia capito di essere parte indispensabile di un individuo che si chiama Nazione Sarda e abbia capito, inoltre, che quell’individuo possa camminare e pensare autonomamente. Se c’è un piede che non funziona, l’individuo non è completo, ma oggi i Sardi si sono assunti questa responsabilità. Probabilmente hanno pensato ad una responsabilità storica: noi siamo generazione vivente, che responsabilità abbiamo per le generazioni future? Possiamo lasciare un territorio con nanoparticelle in giro, con bombea frammentazione, con territori che potrebbero creare prosperità ma vincolati per scopi che non sono i nostri? Questa è la nostra responsabilità». 
Il dato politicamente rilevante che arriva dalla manifestazione è che le organizzazioni indipendentiste che venivano tacciate di minoritarismo e settarismo, da parte dei quotidiani e di candidati alla presidenza della Regione Sardegna, sono scese in piazza e hanno portato 12mila persone in un territorio anche abbastanza impervio da raggiungere.
Il settarismo di cui venivano tacciate le organizzazioni politiche che non si erano allineate con questa o quella coalizione di ‘maggioranza’, centrodestra o centrosinistra, era ben riassumibile dalle parole di Gavino Sale, Presidente di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, intervistato da questa testata poco prima della tornata elettorale del febbraio.
Sale, ora consigliere regionale di maggioranza, aveva intrapreso la strada dell’alleanza elettorale con il centrosinistra, capitanato da Francesco Pigliaru: «Michela Murgia, secondo Gavino Sale “sa benissimo che non vincerà, perché non ha i numeri: si vince al 40%, non con il 15%, così come gli ultimi sondaggi riportano. A questo punto, stanti questi numeri, il progetto di Michela Murgia è saltato”.
La polemica del cosiddetto ‘voto utile’ aveva sconfinato anche in ambienti indipendentisti: «Murgia a questo punto deve decidere chi deve far vincere. Io so chi vuole far vincere la Murgia: Cappellacci e il suo gruppo editoriale di riferimento. Lei ha rifiutato di vincere fin dal principio chiudendo le porte alle altre organizzazioni politiche indipendentiste».Ma lo stesso Sale ha subito un crollo verticale nei consensi, risultando la penultima lista della coalizione di centrosinistra e raccogliendo un misero 0,83% che sfigurava nettamente di fronte ai successi che il suo partito aveva raggiunto alle precedenti elezioni provinciali.
Durante il mese di agosto la protesta è montata, complici anche due fattori: l’incidente (e il conseguente incendio) avvenuto a Capo Frasca e la notizia confermata e poi ritirata delle esercitazioni della IAF, l’Aeronautica militare israeliana, proprio nel poligono sopracitato. L’organizzazione della manifestazione lanciata dal pugno di organizzazioni politiche e civiche non sembrava dovesse assumere una così imponente proporzione: dal grumo di soggetti iniziali si è arrivati a ricevere adesioni – praticamente – da tutta l’area indipendentista, sardista e sovranista compresa qualche organizzazione politica nazionale.
Ci sono state, poi, manifestazioni di solidarietà anche nel continente e, specialmente, nell’altra Isola: la Sicilia.
A Niscemi, luogo già teatro delle proteste da parte dei coordinamenti NO MUOS, s’era organizzato un sit-in ‘contra a s’occupatzione militare‘ in solidarietà alla manifestazione di Capo Frasca.
Più di cinquanta le organizzazioni che hanno aderito e parteciperanno alla dimostrazione a Capo Frasca per manifestare contro le servitù militari, ovvero «di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato» che occupano migliaia di ettari di terreno: «35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare», come riporta il sito della Regione Sardegna. 
Tra le voci dei manifestanti è tutto un commentare: «E’ una nuova Pratobello» e, forse, il paragone non è campato in aria: il 27 maggio del 1969 sui muri del paese di Orgosolo (in piena Barbagia, in provincia di Nuoro) fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori della zona di Pratobello a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’Esercito Italiano. Il 9 giugno 3.500 cittadini di Orgosolo iniziarono una mobilitazione ferma e decisa che li ha portati,  il 18 dello stesso mese, a riunirsi in piazza Patteri: dall’assemblea scaturì la decisione di attuare una forma di protesta non violenta e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello.
Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’Esercito si ritirò.
Una voce dopo l’altra di rappresentanti di organizzazioni politiche, associative e civiche, scandisce le parole d’ordine della manifestazione dal piccolo palchetto allestito per l’occasione.
La lingua di terra aveva fatto in modo che una parte dei manifestanti stesse a sentire sotto il palco, un’altra parte alle porte del poligono e un’altra ancora stesse sulla collina che dominava la piccola valle dello stagno di Marceddì e di Sant’Antonio di Santadi.
La protesta diventa anche festa quando arrivano i Tumbarinos di Gavoi e iniziano a suonare un ballu tundu davanti ai cancelli del poligono militare.
«Come nel 28 aprile 1794, ballu tundu per irridere l’oppressore piemontese».
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Sardegna, in dodicimila a Capo Frasca per la chiusura delle servitù militari

Posted on 2014/09/14 by carmocippinelli

Articolo pubblicato per Controlacrisi

«Indipendentzia», «A Fora!» erano le espressioni più usate dai manifestanti di Capo Frasca nella giornata di ieri.
Le agenzie riportano i numeri, non ci sono scuse o letture doppie delle cifre: circa dodicimila manifestanti a portare la propria voce contro le basi militari.

La manifestazione, che era partita il 2 agosto dal comunicato stampa di a Manca pro s’Indipendentzia, Sardigna Natzione e dai comitati ‘Su Giassu’, ‘Su sentidu’ e ‘Gettiamo le basi’ aveva riscosso sin da subito un grande successo attorno all’aera indipendentista, raccogliendo subito le adesioni del Fronte indipendentista unidu, di ProgReS-Progetu Republica e delle altre organizzazione indipendentiste, sovraniste e sardiste.

L’appuntamento lo si era dato in una lingua di terra stretta ed impervia da raggiungere: il paese più vicino alla base di Capo Frasca è Sant’Antonio di Santadi, una frazioncina del comune di Arbus.

Le difficoltà si notano già all’arrivare: file di macchine si parcheggiano nei larghi spiazzi d’erba e sterpaglie che precedono il concentramento della ‘manifestada’: code lunghissime di automobili, pullman che, costretti a camminare a passo d’uomo per i troppi convenuti rispetto alla capienza di quella lingua così stretta di terra, mettono a durissima prova gli agenti della polizia locale, intenti a cercare di smistare la folla che accorreva da ogni angolo dell’Isola.

Le file di automobili e di pullman erano affiancate, nella piccola stradetta che portava al poligono, da altrettanto numerose file di persone ‘appiedate’ che, visto il caos del raggiungere ‘su gomma’ il luogo del concentramento, hanno preferito lasciare il proprio mezzo in uno degli spiazzi e proseguire a piedi.

10628264_895948667100481_3484632985634845990_n.jpg (Foto di Alessio Niccolai) 
Il concentramento era previsto per le 16:30, ma alle 16:45 i pullman arrivavano alle porte del piccolo Sant’Antonio di Santadi per scaricare centinaia di persone. 
Poco prima della piccola frazione gli organizzatori avevano allestito un palchetto e – più avanti, di qualche metro – c’era l’ingresso alla base militare: uno ad uno i rappresentanti iniziano a salire sul palchetto e ad impugnare il microfono.

I primi a salire sono Pier Franco Devias (a Manca pro s’Indipendentzia) e Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione). Successivamente anche Luigi Piga (Fronte indipendentista unidu), Gianluca Collu (ProgReS), Gianfranco Sollai (gentes) e Michela Murgia (Sardegna Possibile).

In sostanza, mai come in questo caso si poteva dire: «c’erano proprio tutti».

E quei ‘tutti’, quei rappresentanti di organizzazioni, hanno marcato nettamente tutti i propri interventi: la cesura con lo Stato italiano era netta, e non hanno lasciato intendere minimamente aperte le porte alle collaborazioni con «i partiti che hanno detto ‘sì’ a questi scempi, faccia più brutale del colonialismo che stiamo vivendo».

Le voci dei manifestanti erano in perfetta linea con coloro che prendevano la parola dal palco: «a foras sas bases dae Sardigna» e ancora «la cosa che non capiscono i rappresentanti di partiti indipendentisti che ora siedono in Consiglio assieme ai partiti italiani è questa: non gli stanno dicendo nulla per andare contro le servitù militari, per lasciarci liberi nella nostra terra».

Le voci dei manifestanti sono tutte un vociare e un dibattere compulso, e quando si diceva «gli indipendentisti che siedono coi partiti italiani» era un chiarissimo ed evidente strale – seppur ‘lasciato intendere’ – al consigliere regionale Gavino Sale, leader di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna. 
Sale, alle ultime elezioni regionali, ha preferito allearsi con la coalizione di centrosinistra capitanata da Francesco Pigliaru, ora Presidente della Regione. 
I consensi della sua organizzazione hanno subito un crollo verticale risultando la penultima lista della coalizione raccogliendo lo 0,86% dei consensi e l’entrata in consiglio grazie ai meccanismi della legge promossa ed approvata dalla giunta Cappellacci.

C’era, Gavino Sale, alla manifestada, ma non ha preso parola, viste anche le polemiche che si erano alzate nei giorni scorsi a causa del suo invito a venire a Capo Frasca al Presidente della Regione Pigliaru.


La marea di gente, per un’Isola che ha un milione e mezzo circa di abitanti spalmati in una superficie di 24 100 km², è un successo.

«E’ una nuova Pratobello!», si sente dire dai manifestanti.


DSCN1842.JPG (Foto di Marco Piccinelli) 

Secondo Gianluca Collu, segretario di ProgReS, «siamo tutti uniti per dire, una volta per tutte, tre cose molto semplici: dismissione, bonifiche, riconversione. E’ vitale, è necessario dismettere i poligoni militari, non si sta parlando di dismettere semplicemente le basi o cos’altro, si sta parlando di poligoni militari e l’unico modo per iniziare è chiudere immediatamente uno di questi. Bisogna, poi, urgentemente, apportare le dovute bonifiche – a terra e a mare – e, infine, trovare il modo di riconvertire i territori».

«Riguardo la presenza – prosegue Collu – lo speravamo: ai tavoli organizzativi ho sempre detto che una manifestazione di questo tipo aveva un successo se fossero arrivate non 300 ma 3000 persone. Quindi, il nostro messaggio è arrivato: la manifestazione non è per gli indipendentisti, non è fatta dagli indipendentisti, è fatta per tutti i sardi».

Secondo Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione): «questa volta, come per il referendum sul nucleare, sembra che ogni cittadino sardo abbia capito di essere parte indispensabile di un individuo che si chiama Nazione Sarda e abbia capito, inoltre, che quell’individuo possa camminare e pensare autonomamente. Se c’è un piede che non funziona, l’individuo non è completo, ma oggi i Sardi si sono assunti questa responsabilità».
Alla manifestazione era presente anche Gavino Sale che, però, non ha parlato dal palchetto allestito. 
A ‘Controlacrisi’ ha dichiarato: «c’è una crescita trasversale, oltre agli indipendentisti ci sono grossi settori della sinistra, dei moderati di centro. Anche il fatto che qui ci sia il Presidente del Consiglio Regionale e molti consiglieri è un segnale: nei giorni scorsi avevamo fatto una riunione di maggioranza e avevamo deciso che l’istituzione partecipasse alla manifestazione. 
Si sta raggiungendo un parallelismo tra associazioni, partiti e l’istituzione, anche perché lo Stato Italiano tratterà con un Presidente, mica con un responsabile di movimento! Lo Stato italiano tratterà con il legittimo rappresentante eletto della nazione Sarda. Dov’è la vittoria di questa manifestazione? Che qui c’è il popolo, organizzato in associazioni, partiti, movimenti, e l’istituzione regionale Sarda, cioè, il governo della nazione sarda».

Secondo il consigliere di iRS l’obiettivo, ora, è «aprire un tavolo bilaterale tra Stato italiano e Nazione Sarda che non s’è mai aperto: il Presidente Pigliaru non ha firmato l’accordo e vuole aprire un tavolo, possibilmente controllato da un’agenzia internazionale riconosciuta ufficialmente da ambo le parti».


Secondo Luigi Piga (Fronte indipendentista unidu): «il tempo delle mediazioni è finito. Se lo Stato italiano avesse voluto mediare lo avrebbe già fatto da tempo e invece, come tutti possono vedere, veniamo bombardati da sessant’anni. Questo modello non è più sostenibile: non lo è mai stato e non lo deve essere più, nonostante – lo ribadiamo – gli interessi della NATO siano fortissimi».

«Per queste ragioni – prosegue Piga – non possiamo abbassare la guardia già a partire dal processo di Quirra, l’altra cartina da tornasole degli interessi bellici in Sardegna. Per la pace dei popoli, non solo per il nostro, sappiamo bene che stiamo toccando gli interessi massimi dello Stato».

DSCN1902.JPG (foto di Marco Piccinelli)

Il fatto politico veramente significativo della manifestazione di Capo Frasca, però, è che il dibattito sulle questioni dell’Isola è tenuto e diretto dai movimenti indipendentisti che non sono all’interno del Consiglio Regionale, anche a causa della legge elettorale di cui si scriveva prima.

Gianfranco Sollai (gentes) dal palchetto scandisce nitidamente: «Sapete perché siamo così tanti? Perché non siamo rappresentati in Consiglio!».

Il dibattito sulle servitù militari, «sull’occupazione militare dello Stato Italiano», è tenuta saldamente dalle organizzazioni politiche che, fino a poco tempo fa, venivano bollate come ‘minoritarie’ sui quotidiani Sardi e Italiani.

A manca pro s’indipendentzia, Sardigna Natzione, Fronte indipendentista unidu, Progres, sono le stesse organizzazioni che, durante il periodo elettorale, venivano tacciate di minoritarismo e settarismo perché non si erano alleate con le coalizioni di centrodestra o centrosinistra.

Impossibile non dimenticare la polemica, iniziata su twitter, tra il regista Paolo Virzì e Michela Murgia, candidata di Sardegna Possibile e appoggiata da Progres, gentes e Comunidades.
Il primo aveva twittato come la Murgia «sia intelligente e nobile. Se capisce che la sua lista non ha chance, potrebbe rinunciare pro Pigliaru».
Il botta e risposta era ormai partito e la candidata alla presidenza della regione Sardegna aveva semplicemente risposto che “Il futuro non si fa coi passi indietro”.
Lo stesso Sale, sempre nei confronti della candidata e scrittrice Murgia, aveva dichiarato: «Murgia a questo punto deve decidere chi deve far vincere. Io so chi vuole far vincere la Murgia: Cappellacci e il suo gruppo editoriale di riferimento. Lei ha rifiutato di vincere fin dal principio chiudendo le porte alle altre organizzazioni politiche indipendentiste».

E ancora: «Senza di noi il Partito Democratico perderebbe le elezioni! E, dico di più, a questo punto il confronto diventa molto, molto interessante. Presto le basi del Partito democratico, di Sinistra ecologia libertà, di Rifondazione, dei giovani che compongono le organizzazioni politiche che ho citato, inizieranno a fremere per la questione sovranista».

Insomma, il quadro politico indipendentista che si è andato a delineare si sta sempre di più diradando: all’esterno del consiglio regionale, coloro che sono sempre stati tacciati di minoritarismo, sono riusciti a portare in strada dodicimila persone.
E questo è un fatto incontrovertibile.
Si pone, dunque, la questione di come la fase stia cambiando e che la parte minoritaria dell’indipendenza sarda sieda all’interno delle istituzioni. D’altra parte tutti i rappresentanti di organizzazioni, associazioni, comitati, si sono ripromessi di continuare il tavolo della ‘manifestada’: prossimo appuntamento a Lanusei, per la costituzione parte civile al processo su Quirra.


Secondo Collu (ProgReS): «l’unica arma che rimane a noi che ci troviamo fuori dal consiglio regionale è coinvolgere quanti più Sardi possibile per fare pressione sul consiglio regionale: la classe politica indipendentista che sta governando non è in grado di prendere le decisioni che servono ora per cambiare il destino della Sardegna».



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La Sardegna contro le servitù militari

Posted on 2014/09/09 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/la-sardegna-contro-le-servitu-militari%E2%80%A8/
Il 13 settembre si terrà la manifestazione contro i poligoni militari in Sardegna, o per meglio dire: la ‘manifestada Natzionale contra s’ocupatzione militare’. A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’.
Nella giornata di oggi il quotidiano ‘L’Unione Sarda’ ha distribuito il poster  ‘No Servitù’, volto a coinvolgere i sardi sulla richiesta di ridiscutere la presenza dei militari nell’isola. Iniziativa concomitante con la visita del Governatore Francesco Pigliaru al Poligono di Capo Frasca  e la discussione di questo pomeriggio del Consiglio regionale, in seduta straordinaria, proprio sulle servitù.
La Regione Sardegna, ha spiegato Pigliaru,  chiede una riduzione di almeno settemila ettari delle servitù militari, ad iniziare da Capo Frasca, sui trentamila complessivi, in proporzione al taglio del 21% effettuato dalla Difesa nazionale sul numero degli uomini operativi: portati da 190 mila a 150 mila.
Quello che chiedono i manifestanti, però, è la dismissione totale delle servitù militari e l’avvio di bonifiche dei territori interessati. Non la riduzione.
Nel comunicato del 2 agosto relativo all’appuntamento del 13 si leggeva: «L’occupazione militare della Sardigna rappresenta un sopruso che dura da sessanta anni e che non siamo più disposti a tollerare. La nostra terra è ridotta a un campo di sperimentazione militare in cui diventa lecita qualsiasi soglia di inquinamento e viene testata qualsiasi tecnica di sterminio» e ancora«L’occupazione militare rappresenta la negazione più evidente della nostra sovranità nazionale e impedisce uno sviluppo socio-economico indipendente del nostro popolo, condannando la Sardigna all’infamante ruolo di area di servizio della guerra».
L’obiettivo era, dunque, di organizzare ‘su populu Sardu’ per una dimostrazione contro i poligoni militari che occupano il suolo della Sardegna con tali proposte: «Vogliamo che la Sardigna diventi un’isola di pace e che il suo territorio sia assolutamente indisponibile per le esercitazioni di guerra, di qualunque esercito (compreso quello italiano) e sia interdetto a qualunque attività o presenza connesse con chi usa la guerra per aggredire altri popoli o per crimini contro i civili, colpendo ospedali, scuole, rifugi per sfollati e abitazioni civili. Chiediamo che la Sardigna sia immediatamente e per sempre interdetta all’aviazione militare israeliana. Invitiamo tutto il popolo sardo, le associazioni, i partiti e i comitati ad aderire e partecipare alla manifestazione indetta a Capo Frasca il prossimo 13 di settembre per pretendere a gran voce: blocco immediato di tutte le esercitazioni militari, chiusura di tutte le servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione delle aree interessate».
Cosa c’entra l’aviazione militare israeliana nel poligono sardo di Capo Frasca?  E’ presto detto, come riportava il quotidiano ‘L’Unione Sarda’ il 23 luglio: «le attività sono già pianificate e riportate nel “Programma esercitazioni a fuoco per il secondo semestre 2014” stilato dal ministero della Difesa». Per quanto riguarda il sito di Capo Frasca: «sulla costa occidentale voleranno anche gli aerei dell’Iaf, l‘aeronautica militare israeliana. Ma mentre su Gaza purtroppo fanno sul serio, in Sardegna si addestreranno. E faranno parte dei caccia e velivoli che scaricheranno “artifici”, così li chiamano, da 6 chili a una tonnellata. Voleranno anche Tornado, Amx, Mirage, F16 e altri caccia di varie nazioni alleate dell’Italia. Tutti, assicurano dall’Aeronautica, sganceranno “inerti”, ma saranno continue le esercitazioni con razzi da 2 pollici e i colpi con i “cannoncini di bordo”».
Subito dopo ‘L’Unione Sarda‘ la notizia è stata data anche dal sito web del ‘Fatto quotidiano’ che riporta come: «il “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014” del Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo – Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti), datato 3 marzo 2014» prevedeva che «gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force vengano al poligono di Capo Frasca (Oristano) a sganciare bombe inerti da una tonnellata». Non solo Capo Frasca, però: il quotidiano Sardo ha annotato come anche gli altri poligoni di Quirra, Macomer e Teulada sarebbero stati interessati da imponenti esercitazioni militari.
Durante il mese di agosto la protesta è montata e l’organizzazione della manifestazione lanciata dal pugno di organizzazioni politiche e civiche sopracitate non sembrava dovesse assumere una così imponente proporzione: dal grumo di soggetti iniziali si è arrivati a ricevere adesioni – praticamente – da tutta l’area indipendentista, sardista e sovranista compresa qualche organizzazione politica nazionale (Rifondazione/Comunisti Italiani – presenti nell’Isola sotto la sigla di ‘Sinistra Sarda’ -, Coordinamento dei comitati NO MUOS, Comitato contro la guerra – Milano). Più di cinquanta le organizzazioni che hanno aderito e parteciperanno alla dimostrazione a Capo Frasca per manifestare contro le servitù militari, ovvero «di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato» che occupano migliaia di ettari di terreno: «35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare», come riporta il sito della Regione Sardegna.
Per dare un’idea di quanto siano imponenti tali aree il sito della Regione fornisce mappe (visibili qui) e numeri: «il poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu(nella Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca (costa occidentale) ne occupa oltre 1.400. A questo vanno aggiunte le basi tra le quali spicca il caso di quella degli Stati Uniti di S.Stefano a La Maddalena».
Capo Frasca, dunque, è tornato prepotentemente sulle bocche di tutti coloro che manifesteranno sabato 13, il poligono che vede il collegamento con l’aeroporto militare Nato di Decimomannu, «che  rappresenta la base aerea più attiva in Europa». Tale area possiede «una superficie di 18,16 kmq, di cui 5,72 kmq di demanio e 12,44 kmq di servitù e l’aeroporto viene utilizzato da italiani, tedeschi, inglesi e americani, soprattutto per l’addestramento di piloti di aerei supersonici al tiro nel Poligono di Capo Frasca», come annota la Regione Sardegna.
Proprio il 4 settembre, ad una manciata di giorni dalla ‘manifestada natzionale contra s’ocupatzione militare’, succede il fattaccio: «Capo Frasca esplode», era il titolo dell’aggiornamento più in vista sul sito del quotidiano on line sardiniapost.it.  Il giorno dopo ‘La Nuova Sardegna’ riportava l’accertamento di: «esplosioni all’interno del poligono di Capo Frasca, durante l’incendio provocato ieri dalle esercitazioni militari in corso». Quindi, «stando alla ricostruzione degli uomini del Corpo forestale regionale – intervenuti nel territorio di Arbus (Medio Campidano) per spegnere il rogo che ha distrutto ben 32 ettari di macchia mediterranea, secondo il dato più aggiornato – il fuoco è stato originato dalle scintille provocate dall’impatto sul terreno di un corpo inerte lanciato durante le esercitazioni».
Il video (visibile qui) caricato on line da Mauro Pili (ex Presidente della regione Sardegna ed ora deputato del gruppo misto – fuoriuscito dal Popolo della Libertà, in quota Unidos) mostra una densa colonna di fumo nero proveniente dal sito del poligono militare nonostante siano passate ore dall’esplosione. E se Gianluca Collu (segretario di ProgReS) twittava «#CapoFrasca oggi è stata bombardata. I turisti scappano, il danno economico e ambientale è pesantissimo. #Sardegna» e rispondeva “L’Italia” a chi su twitter gli scriveva “chi ha fatto questo?”, Luigi Piga (portavoce nazionale del Fronte indipendentista unidu),  raggiunto dal quotidiano on line ‘Controlacrisi’, commentava amaramente «è normale che non si sappia nulla riguardo l’esplosione avvenuta a Capo Frasca. Purtroppo è normale: nei giorni scorsi il Ministro della Difesa ha confermato la strategicità dell’isola e, per come la vedo io, è un’intimidazione ai Sardi e alla Sardegna. Sappiamo di essere dalla parte del giusto e continueremo su questa linea: si vuole continuare con le esercitazioni militari? Noi continueremo con la nostra posizione politica e vedremo che posizione prenderà la Regione Sardegna. Ed essa non può essere ambigua come al solito: deve essere chiara». 
Se la situazione era quella dell’insopportabilità nei confronti dei poligoni già prima dell’accaduto, ora la misura è – come si sarebbe potuto facilmente immaginare – più che colma. Prima ‘del fattaccio‘ dei giorni scorsi, i Sardi consideravano le servitù delle vere e proprie occupazioni, il Senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Cotti ci aveva provato a suon di emendamenti: «All’articolo 120 della Costituzione, dopo il primo comma, è inserito il seguente: “L’impiego permanente di parti di territorio nazionale come poligoni militari per esercitazioni a fuoco è consentito previa intesa con la Regione o Provincia autonoma interessata, anche ai fini dell’adozione di adeguate misure compensative di carattere economico e sociale”».
Testo bocciato con 180 voti contrari. Le conseguenze delle servitù sono – nei fatti – sotto gli occhi di tutti: «le ricadute sul territorio comprendono il divieto di esercitare la pesca e la presenza di ordigni inesplosi in mare e in terra». Ed è proprio questo per cui Sardigna Natzione aveva rilanciato la battaglia contro i poligoni già nel giugno.  La questione che si stava proponendo era quella del Lago Omodeo (Oristano) e gli indipendentisti avevano indetto un sit in «nella zona esterna da quella interdetta dall’ordinanza 6/2014 del prefetto di Oristano. L’ordinanza pone la zona del Lago Omodeo disponibile per “poter svolgere le esercitazioni a fuoco per l’addestramento periodico di numerosi reparti delle forze dell’ordine dell’Isola”».
Secondo il segretario nazionale Bustianu Cumpostu la vicenda di quei giorni del Lago Omodeo era sintetizzabile così: «Noi non vogliamo più vedere i nostri territori nelle aule dei tribunali, non vogliamo che il Lago Omodeo sia una servitù che domani costituisca una commissione d’inchiesta: eliminiamo il problema. Il fatto è che la commissione non avrebbe discusso se non ci fosse stato il ‘caso’ della servitù di Quirra». Lo stesso Cumpostu, dopo i fatti accaduti nel poligono di Capo Frasca dei primi di settembre che ha devastato 32 ettari di territorio Sardo, ha commentato come l’incidente dovuto dall’esplosone sia «un’umiliazione» per la Sardegna tutta, intervistato da ‘Controlacrisi’. «A Capo Frasca – commenta il segretario di Sni – è successo un danno perché nessuno si è preoccupato di quel territorio e nessuno ne ha difeso l’uso, come se fosse un qualcosa ‘che vale poco’. Il nostro territorio viene considerato dallo Stato italiano come qualcosa che ‘vale poco’. Che poi, ora, lo Stato è uno Stato-Governo perché tutti si sono identificati con la figura di Matteo Renzi: essi hanno scarsa considerazione del nostro territorio e della nostra popolazione. Può succedere di tutto, quindi. Ecco perché veniamo umiliati».
Secondo iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, partito di cui fa parte il consigliere regionale Gavino Sale, a Capo Frasca non sarebbe successo «nulla di nuovo se non fosse che per l’ennesima volta ci troviamo a commentare un incidente che fortunatamente non ha causato feriti e che, grazie al pronto intervento della Forestale, ha limitato i danni su un territorio ormai maltrattato da decenni. L’incendio divampato a Capo Frasca, definito un piccolo focolaio dal Ministero della Difesa, è stato provocato dal bombardamento di aerei da guerra tedeschi: 25 ettari sono andati distrutti». La stessa organizzazione continua in una nota: «in pratica: sarebbe come se un piromane venisse scoperto mentre sta bruciando 25 ettari. Nel momento in cui arrivano i soccorsi è lui stesso ad impedire l’intervento e invece che essere arrestato in flagranza di reato e condannato a risarcire i danni, viene aperta con lui una trattativa per verificare se è lui il colpevole. In questo caso il piromane è l’aviazione tedesca appoggiata dallo Stato italiano».
La strozzatura è – dunque – evidente: da un lato vi è la protervia dello Stato italiano che, si voglia o meno, sta assestando una serie di fendenti alla Sardegna uno dopo l’altro, dall’altro c’è la reazione di un popolo a cui la sovranità viene sempre più limitata.
La reazione è quella, da parte dei Sardi stessi, di pretendere una maggiore sovranità e indipendenza da parte dello Stato centrale che, come già riportato da questo quotidiano on line, ‘deve dei soldi’ alla Regione Sardegna. Lo ha affermato il docente presso l’Università di Tor Vergata e segretario del Partito dei Sardi Franciscu Sedda: «i sardi pagavano il 100% delle tasse che venivano raccolte dallo Stato che a sua volta doveva renderne l’80% ai sardi e quindi di volta in volta venivano trattenute delle somme indebitamente. E dunque in 20 anni si era creato un credito della Sardegna nei confronti con lo Stato stimabile attorno ai 10 miliardi di euro. Questo ha fatto sì che intanto crollasse il mito della ‘Sardegna mantenuta’ e costantemente in debito nei confronti dello Stato Italiano; in secondo luogo, soprattutto, ha fatto ammettere allo Stato Italiano, sulla spinta di società civile, dell’indipendentismo in particolare e dalla giunta Soru, che era in debito. Tant’è che il primo ministro Enrico Letta, allora sottosegretario all’economia, disse che era vero: “Vi dobbiamo dei soldi”».

L’aver accettato supinamente il patto di stabilità e crescita (o fiscal compact), poi, non ha aiutato il risanamento dell’economia isolana. Né, per la verità, di quella ‘del continente’. La riacquisizione della propria sovranità, dunque, per i Sardi è la prima di tante mosse che dovranno attuare e se qualcheduno ‘del continente’ dovesse venire a manifestare nell’Isola, Cumpostu avverte: «Gli italiani che verranno, difenderanno il territorio Sardo in quanto è presente un sopruso, un’occupazione e un danno al territorio e alla gente.  Poi, come è ovvio, li ospiteremo e li tratteremo con ogni riguardo, ma capiscano essi che qui c’è un popolo che vuole essere sovrano sul proprio territorio così come gli italiani lo sono sul proprio. Questo è il discorso».
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Nazioni senza Stato: la lezione scozzese

Posted on 2014/08/01 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifestosardo.it il 1 agosto 2014 https://www.manifestosardo.org/nazioni-senza-stato-la-lezione-scozzese/

Pubblichiamo
l’intervento inviatoci da Marco Piccinelli studente romano di lettere
di tor vergata e collaboratore di controlacrisi.org, Marco osserva la
politica sarda con gli occhi del continentale e quella nazionale con
occhio critico (Red)

Coloro i quali ritengono che la
questione politica indipendentista delle nazioni senza Stato sia
marginale, o comunque chiusa attorno all’agglomerato di popolo che
determinate organizzazioni politiche intendono rappresentare, si
sbagliano di grosso. La questione politica mossa dagli indipendentisti
di tutt’Europa è manifesta e sarà sempre più cruciale a partire dal 18
settembre. Anche dopo quella data, per la verità, quale che sia il
risultato referendario che uscirà dalle urne scozzesi.
A metà del mese che sancisce l’inizio dell’autunno, la popolazione
scozzese andrà a votare su una proposta referendaria, rispondendo ‘sì’ o
‘no’ al quesito «Should Scotland be an independent country?», che suona
un po’ come “Dovrebbe, la Scozia, essere un Paese indipendente?”, con
quello should molto ‘british’ preferito alla domanda proposta dal
Partito Nazionalista Scozzese: «Do you agree that Scotland should be an
independent country?» (Sei d’accordo sul fatto che la Scozia dovrebbe
essere un Paese indipendente?).
Nel dibattito indipendentista delle nazioni senza Stato la questione si
fa materialmente, concretamente politica: mentre prima dell’appuntamento
referendario scozzese il tema era irriso e bollato come ‘folklore’ o
‘retorica’. O comunque, come già prima detto, decisamente marginale. I
casi a cui si può fare riferimento, oltre la Scozia, sono molteplici:
Catalogna, Groenlandia, Isole Faroer. Non tanto per la prima, sulla
quale pende un dibattito serrato tra Rajoy e i catalani, quanto per le
seconde: situazioni risoltesi politicamente, attraverso strumenti
democratici di partecipazione popolare.
E mentre in Spagna si dibatte aspramente sulla legittimità o meno
dell’appuntamento referendario, in Scozia si procede spediti, così come
s’è proceduto anni addietro in Groenlandia e nelle Faroer: lì il
processo di autodeterminazione ha visto più di un passaggio e la
Danimarca ha dovuto recedere su quasi tutto, eccetto la Difesa.
La Groenlandia in particolare, nei piccoli villaggi che popolano le
coste del Paese, possiede funzionari di polizia Danesi. Stessa
situazione nelle Isole Faroer.
Per dirla come la scriverebbe il network millennivm.org: una
«multipolarità che garantisca la libertà dei popoli
all’autodeterminazione storica ed alla libera scelta di un proprio
modello di sviluppo». All’interno di questo dibattito che si fa sempre
più transnazionale non può non rientrarci la questione Palestinese,
forse emblema delle battaglie di un popolo nel suo affermarsi Stato
contro l’oppressione di un altro Stato dominante. Il popolo palestinese
da anni si batte per l’affermazione e la traduzione dell’essere Nazione e
non più ‘colonia’ o ‘striscia’. La compressione delle volontà di un
popolo che vuole farsi Nazione, che lo è de facto ma non de iure può
portare a degenerazioni tali da sfociare in conflitti senza tregua come
quello isreaelo-palestinese che ha assumo caratteri sempre più tetri e
disumani.
All’interno della galassia indipendentista sarda, il dibattito è stato
congelato tra alleanza coi partiti italiani e andare da soli.
Nell’ambito delle Ghjurnate di Corti, in Corsica, Bustianu Cumpostu di
Sardigna Natzione si è permesso di togliersi un sassolino dalla scarpa
affermando, seduto a fianco del neo consigliere regionale in quota iRS
Gavino Sale, come «Noi indipendentisti siamo stati insufficienti
rispetto ad una data situazione. […] I partiti italiani, che hanno una
relazione con gli indipendentisti sardi, da che parte stanno? In Scozia
ci sarà un ‘sì’ o un ‘no’!», come a dire, ‘non ci sono sfumature, o si è
da una parte della barricata o dall’altra’. E mentre da un lato si
frantuma ancora di più la galassia indipendentista con ‘a Manca’ che si
slaccia dal Fiu, Colli si dimette da Segretario dei Psd’az, il 13
settembre si manifesterà a Capo Frasca contro le occupazioni militari.

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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