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Il Corriere della Sera e gli insulti alla periferia

Posted on 2020/08/04 by carmocippinelli

L’editoriale del 28 luglio di Ernesto Galli della Loggia, è bene entrare subito “a gamba tesa” nella questione, è un insulto a milioni di persone che vivono nelle periferie delle grandi città. Uno schiaffo a mano aperta di coloro che vivono del proprio lavoro (ovvero i “proletari”) e sono costretti a turni massacranti per poter sopravvivere e pagare – ben che gli vada – un mutuo che porta via metà dello stipendio. Tralasciando fenomeni di affitto in nero, sub-affitto e altre meschinità che oggi sono considerate “normalità” del “mors tua vita mea” quotidiano. Chi scrive, abita in uno di questi «sperduti quartieri dormitorio» di cui parla il “prestigioso” editorialista del Corriere. Ma quel che ha scritto non ha destato indignazione: la maggior parte del panorama intellettuale, politico e sociale del Paese la pensa esattamente così. 

Per contestualizzare è bene citare un passaggio dall’articolo di Galli della Loggia: «[…] Ma con ancora maggiore urgenza la pandemia ripropone il tema delle periferie. Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere». 
Il Covid lo portano in dote quei giovani che escono la sera per andare in centro: mossi da un odio sociale così forte verso chi abita nei lussuosi e bei palazzi dei quartieri storici romani (Parione, Regola etc), costoro si fanno beffe del distanziamento sociale e della crisi sanitaria per poter distruggere «quanto non possono avere».
Quello che pensa Galli della Loggia è, purtroppo, ben chiaro. Chi vive in periferia è un untore: corrompe il centro e le sue bellezze, distrugge la società per bene; costoro sono creature demoniache che vogliono seminare il contagio facendolo addentrare per bene tra le maglie della classe agiata che hanno la sensazione di «essere abbandonati, di essere esclusi dal circuito della cittadinanza ad opera di un potere estraneo ed ostile […] contro il quale, dunque, non resta che l’arma della rivolta, del voto dato in odio alla casta, ai migranti, ai rom, a tutti, ovvero l’arma della rappresaglia, quella delle spedizioni punitive notturne senza mascherine e sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro». 
Di tutto questo vaniloquio ostile nei confronti di chi abita in periferia è bene registrare un fattore indubbio: non siamo sulla “stessa barca”. Non lo siamo mai stati. Esiste un “noi” e un “loro”, un fossato piuttosto evidente e demarcato. 
C’era chi poteva permettersi un tampone in tempi rapidissimi, come hanno fatto Guido Bertolaso e Nicola Zingaretti; c’era chi poteva permettersi di violare il blocco e la chiusura totale delle attività dall’alto della sua magione come Andrea Bocelli. 
C’era anche chi moriva di Covid perché i tagli apportati alla sanità pubblica hanno prodotto un solco enorme tra chi può permettersi cure di qualità pagando profumatamente cliniche private e chi deve “accontentarsi” del policlinico sovraffollato della zona in cui abita. Se ne è ancora rimasto uno. 
I tagli apportati alla sanità pubblica negli ultimi vent’anni hanno mostrato quanto sia inefficiente il sistema sanitario italiano, “sforbiciate” che i giornali italiani hanno fatto passare come “ottimizzazioni” e “razionalizzazioni” della spesa ma che, in realtà, hanno preso la direzione dei finanziamenti alla sanità privata. Il tutto per un totale di 37 miliardi, sottratti al Servizio sanitario nazionale.
La periferia è luogo ignoto per antonomasia, per costoro che scrivono sui giornali della borghesia italiana, da frequentare quando scoppiano questioni legate all’immigrazione (vedi Torre Maura nell’aprile 2019) quasi fossero degli scopritori antropologi che, di fronte ad una realtà opposta a quella che vivono, anziché denunciarne lo stato di abbandono, salgono sullo scranno di turno per giudicare. La stampa borghese non è nuova a queste “uscite” poco felici. 
Quando accaddero i fatti di Torre Maura, Lucia Annunziata, direttrice dell’«HuffPost» si precipitò nel quartiere scoprendo con orrore che le strade non portavano ad altro luogo che in quel quartiere: scollegato da tutto e dal resto del mondo ma che veniva da lei percepito come pulito e ordinato, con file di palazzi «dignitosamente ordinari». Così come pure Gianni Cuperlo nel 2018 fece una super passerella a Tor Bella monaca per un articolo su «L’Espresso» al fine di toccare con mano quel che la “sinistra ha smesso di guardare” facendo leva sul “bello” che può esserci in periferia.
Come se ad amministrare il municipio VI non ci fosse stato anche e soprattutto il Partito Democratico che insieme al governo della città (Rutelli e Veltroni, così come anche Alemanno) ha svenduto ettari di territorio romano ai costruttori per poter edificare altri e ancor più lontani quartieri scollegati e “dormitorio” (Ponte di Nona, Colle degli Abeti) che Della Loggia guarda con ribrezzo. 
Come se Cuperlo, poi, fosse dirigente di un partito di sinistra. Ma questa è un’altra storia. 
Le letture sommarie delle periferie rappresentano concretamente due facce della stessa medaglia: da una parte si tende a criminalizzare quel mondo di disagio e povertà con lo sdegno fumettistico di chi sviene portando alla fronte il dorso della mano, socchiudendo gli occhi e cadendo all’indietro; dall’altra la visione del “fin qui tutto bene”, nonostante non si comprendano neanche alla lontana la mancanza di lavoro, l’alcolismo, la ludopatia, la dispersione scolastica, le violenze, il coacervo di disperazione e promesse mancate che hanno fatto in modo da far diventare intere porzioni del territorio romano delle polveriere sociali in cui la criminalità organizzata la fa da padrona. 
Ma queste ed altre questioni affini, gli editorialisti, i direttori e i politici rampanti, le ignorano del tutto.
Tutte queste letture da bar della periferia non sono altro che la rappresentazione macchiettistica di coloro che producono e portano avanti la città: se la periferia romana smettesse di lavorare, Della Loggia, la Annunziata e Cuperlo, semplicemente, non saprebbero dove andare a spendere i loro soldi per lo spritz delle 18:00. Probabilmente il cameriere che li ha sempre serviti abita a Tor Pignattara o a Castelverde.
Posted in Corriere della sera, periferia

Tra le maglie (strettissime) del particolarismo e del “greenwashing”. Appunti simpsoniani

Posted on 2020/08/02 by carmocippinelli

Da oggi comincio una nuova rubrica chiamata “Appunti simpsoniani” e che prende le mosse dall’interesse smodato che ho per i Simpson, unito ad un citazionismo compulsivo delle puntate che vanno dalla prima stagione alla ventiduesima e ai ragionamenti politico-sociali e storico-filosofici a riguardo. Chi conosce il sottoscritto conosce, purtroppo, le forche caudine uditive a cui gli interlocutori si sottopongono: ogni situazione è buona per una citazione simpsoniana. 

La prima puntata da prendere in esame è la numero 21 della stagione 8: Il vecchio e Lisa. 
Giusto un accenno di trama
Il signor Burns scopre di avere più debiti che introiti: si è circondati di uomini interamente assertivi che non facevano altro che assecondare ogni sua richiesta strampalata. Tutto il suo patrimonio è, in un attimo, perduto come un mucchio di cenere al vento dopo un’ampia soffiata. È il capitalismo, bellezza. Lisa Simpson è l’unica che ha osato contraddire Burns nell’ambito di un’incontro alla scuola elementare e, dunque, il vecchio crede che il carattere della piccola Lisa possa aiutarlo a rimettersi in affari. Burns, ovviamente, ci riuscirà ma a discapito di una serie di cose, questioni, persone, affetti e – non da ultimo – principi morali. 
Anche se non vi foste mai imbattuti nella puntata in oggetto, avrete sicuramente immaginato una trama piuttosto complessa, nonostante l’apparenza, che si presta a varie letture, analisi e riflessioni della peculiare realtà tratteggiata dai Simpson. 
Riciclo: “politene e poliuretano”
La puntata si apre con Lisa già sveglia di buon mattino intenta a separare i rifiuti di casa per aiutare il progetto scolastico del riciclo, supportata dall’iniziativa del Preside Skinner di riciclare per poi vendere i rifiuti e ottenere il denaro necessario per una gita scolastica. Anche se la gita non avrà mai luogo. Lisa separa vetro, carta, plastiche (più d’una) e via dicendo. Marge incoraggia la figlia e cerca di rendersi utile buttando un rifiuto plastico in uno di quel che sembra una busta che contiene – per l’appunto – rifiuti plastici. La conseguenza è terribile, Lisa è preoccupatissima dalle conseguenze del gesto: «No, mamma, ferma: stai mischiando il politene con il poliuretano!», prontamente Homer, per far vedere che si sta interessando alla questione della figlia intellettuale, emette un fintamente preoccupato «Maaaaargeeee».
Questo ci dice già molto su un aspetto riguardo cui è bene soffermarsi. Lisa è consapevole dell’esistenza di due tipi di composizioni plastiche diverse le quali, nonostante appartengano alla stessa categoria generale di “
La radice del problema non è neanche toccata: perché due aziende che producono materiale per tenere ferme le lattine della birra Duff dovrebbero essere composte di due componenti plastici diversi? Perché è impossibile riciclare quei componenti insieme? E, ancora, per quale motivo quelle aziende continuano a produrre plastica nonostante l’evidente inquinamento? La risposta a questi quesiti non può fornirla Lisa: è una bambina che frequenta la scuola elementare della sua piccola cittadina, ha uno slancio positivo per gli argomenti che riguardano l’ambiente e l’ecologia ma più in là non riesce a spingersi. 
Il largo è ancora ben lontano dalle prime secche in cui ci troviamo. Non a caso gli sceneggiatori hanno fatto in modo di attribuire a Lisa le caratteristica di una coscienza – certamente inquieta – in fase di formazione all’interno di una normale e ordinaria famiglia americana: la positività della critica c’è ma è ancora acerba e relegata a questioni tanto di merito quanto di principio. Questioni, altresì, volutamente poste ed esposte in modo superficiale. Come si dice proverbialmente:

Lisa e la pillola kantiana
La coscienza di Lisa la porta a fronteggiare apertamente il signor Burns nell’evento dedicatogli presso la sua scuola. 
Prendiamo ad esempio la prima formulazione dell’imperativo categorico kantiano: 

«agisci secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale». 

Lisa agisce da vera kantiana: se tutto quello che dice il signor Burns è vero, cioè che bisogna lasciarsi alle spalle affetti, famiglia, religione e spiritualità per poter raggiungere il successo e la fama, allora questo non può essere un comportamento morale. Non a caso, in una società ultra-liberista come quella americana, Burns darà della “pazza liberale” a Lisa: non c’è “rivoluzione” in lei, solamente vorrebbe far tornare le cose al proprio posto in una società dominata dal mercato, dal profitto e dall’individualismo. 
Tuttavia, “se tutti facessimo in questo modo”, ovvero, se tutti ponessero al primo posto della loro vita il profitto e la noncuranza della conseguenza delle proprie azioni, il sistema fagociterebbe tanto i produttori (imprenditori-capitalisti) quanto i consumatori (persone-lavoratorici e lavoratori). È questo che vuole far intendere Lisa alle orecchie che vogliono stare a sentirla: non possiamo agire con una presunta legge che, in realtà, è solo cupidigia verso il denaro e verso più accumulazione di capitale: “è veramente morale tutto questo?”. Certamente no, dunque è bene non farlo.
Sulla base di questo suo agire, cerca di porre la propria battaglia ambiental/ecologista come nord nella propria intima bussola: il Direttore Skinner fa di tutto per coinvolgere i ragazzi nel progetto del riciclaggio, ma al momento della consegna di svariati chili di carta ottiene solo pochi spicci. Imbestialito, ingrana la retromarcia e urla: «Scordatevi il riciclo». Lisa, di nuovo, prova a far leva sul sentimento del Direttore: «Ma abbiamo raccolto tanta carta da salvare un albero!».
Peccato che proprio dietro la station wagon di Skinner troneggi un albero che venga abbattuto dalla furia del dirigente scolastico che aveva ingranato la marcia. Così, termina l’avventura ecologica della scuola elementare della cittadina immaginaria in cui vivono i nostri. Finisce per loro ma non per Lisa. 
Burns è costretto ad abbandonare la centrale nucleare, si ostina a voler vivere come una persona ordinaria nonostante non sia mai stato un ordinario cittadino: lo prendono per pazzo mentre parla con le bottiglie di Ketchup e Catsup e lo rinchiudono alla casa di riposo. Incontra di nuovo Lisa e prova a convincerlo che è cambiato: il riciclo ora si fa interessante per il ricco capitalista della città che è al verde e senza un nichelino. Può benissimo iniziare a chinare la testa, quale che sia la condizione che il fato gli sta riservando, per poterla rialzare subito dopo.
Greenwashing
Letteralmente il greenwashing potremmo tradurlo come: dare una mano di verde al capitalismo per farlo percepire diverso al cittadino-consumatore. Il fenomeno è piuttosto evidente nei supermercati della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo): quando la cosiddetta opinione pubblica fremeva per le questioni legate all’ambiente c’è stato un fiorire di marche che proponevano il proprio prodotto verde in quanto realizzato con energie alternative, imballaggi costituiti da plastiche riciclate e via dicendo. 
Lisa convince Burns ad intraprendere questa strada. Inaspettatamente, l’ottuagenario accetta. Il green ha conquistato ogni aspetto della vita del sistema capitalistico: non c’è più stata ostatività tra i due mondi ma quello più potente ha intuito che per continuare a vivere meglio di prima avrebbe dovuto blandire le pressioni esterne che stavano crescendo. In altre parole: lentamente fagocitando le pressioni ambientaliste facendole rientrare sotto l’alveo del capitale. Il fenomeno del greenwashing è stato di recente analizzato anche dalla rivista «

«Il team comunicativo della multinazionale energetica però riesce sempre a raccontare il lieto fine, anche lì dove il principe alla fine della favola scappa e lascia solo territori da bonificare. Una capacità senza dubbio impressionante, tuttavia giustificata dall’ammontare che Eni destina a tale settore. Secondo i suoi stessi dati, nel 2019 l’azienda ha speso in pubblicità, promozione e attività di comunicazione 73 milioni di euro: per intenderci, circa la metà di quanto Eni prevede di spendere annualmente fino al 2023 in uno dei settori fiore all’occhiello delle pubblicità stesse, ovvero l’economia circolare. Ma la dicotomia tra realtà e narrazione è evidente in tutti i campi. Si pensi ad esempio alle pubblicità presenti in quasi tutti i quotidiani denominate «Eni + Chiara, Luca, Silvia, ecc» il cui focus è raccontare un’altra Eni: più attenta alle questioni climatiche, più green, più circolare. «Energia, solo cambiando il modo di guardare le cose, le cose che guardiamo inizieranno a cambiare. In Eni oggi trasformiamo gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati»: così recita lo spot che invita Chiara a usare la macchina il meno possibile in modo tale che insieme, Chiara + Eni, possano fare la differenza. Come se la capacità di incidere del singolo e di una multinazionale che ha chiuso il 2019 con un ricavo di 71 miliardi di euro fosse identica»

Non si è sulla stessa barca: consumatore e produttore, capitalista e “unità di produzione” non sono sullo stesso piano. Men che meno ora a causa della pandemia. Esiste un “noi” e un “loro” su una linea di demarcazione piuttosto evidente. La questione greenwashing stabilisce i termini della questione-delle-questioni: l’irriformabilità del sistema capitalistico e la necessità di costruire e pianificare un’alternativa. Lisa, ovviamente, tutto questo non lo sa: crede fino in fondo nel greenwashing operato dal signor Burns e da quello che potrebbe trarre di positivo.

Ma questo ed altro verrà trattato e sviscerato nel secondo articolo a riguardo.

Posted in Blog/Post semiseri, simpson

Calcio femminile in Groenlandia: parla Jakob Geisler, allenatore dell’IT-79

Posted on 2020/07/20 by carmocippinelli
Foto Knud Peter ©

La voce dagli antoparlanti del computer arriva chiara e limpida: sembra che stia telefonando in un’altra città italiana o stia parlando da un quartiere all’altro di Roma.
E invece Jakob Geisler risponde tramite Skype dalla lontanissima Nuuk, capitale della Groenlandia.

Geisler è allenatore di calcio a 11 della squadra femminile dell’IT-79 (Inuit Timersoqatigiiffiaq), una delle tre squadre della Capitale: «il livello del calcio femminile si sta abbassando e anche di molto», dice Geisler: «mancano fondi e non abbiamo strutture adeguate». Così come a Roma anche a Nuuk nessuno ha davvero a cuore le sorti dell'”altra metà del calcio”: «provo ad allenare le ragazze al meglio che posso con i mezzi che abbiamo».
In Groenlandia «tra le ragazze va molto forte il calcio a 5 (futsal) e la pallamano (handball)», dice l’allenatore viola-nero: «il livello del calcio a 5 è decisamente migliore: le calciatrici sono di livello molto alto». L’allenamento all’interno di strutture coperte, così come lo svolgimento di campionati, è facile da immaginare, è la chiave di Volta per il raggiungimento di un livello superiore che attualmente non c’è nel calcio a 11. «Il livello del calcio a 11 – dichiara Geisler – si è abbassato a causa della mancanza di una vera e propria rappresentativa: una nazionale avrebbe bisogno di fondi necessari per poter raggiungere competizioni e tornei internazionali, ma questo non accade».

È bene ricordare che nel 2011 la nazionale femminile della Groenlandia raggiunse la medaglia di bronzo agli Island Games così come nel 2013 la medaglia d’argento venne conquistata all’edizione dei medesimi giochi, svoltisi a Bermuda, tanto dalla compagine maschile quanto da quella femminile. 
Jakob Geisler – foto © Knud Peters

Possiamo immaginare come lo sforzo profuso dalla federazione groenlandese sia stato ingente e – forse – non c’è possibilità al momento di rendere stabile la rappresentativa nazionale femminile.

Certo è che, nonostante tutto, il calcio groenlandese ha fatto dei passi in avanti notevoli dal punto di vista dello sviluppo di alcune rigidità e strutture: basti pensare al terreno di gioco. Molte sono le immagini che circolano su canali d’informazione nazionali, nonché sui social media, dei nuovi campi in erba sintetica prospicienti agli iceberg, su questo Geisler non ha dubbi: «preferisco di gran lunga l’erba sintetica», ha dichiarato. «L’erba sintetica permette una maggiore fluidità nei movimenti delle calciatrici (e dei giocatori in generale) così come nel controllo della palla», ha dichiarato l’allenatore dell’IT-79, «ora è molto meglio: possiamo correre più velocemente, cambiare direzione più rapidamente». In altre parole: tanto l’allenamento quanto le partite ufficiali hanno beneficiato del cambio di terreno dei campi da gioco della Groenlandia. 
Contrariamente a quanto avevamo scritto in precedenza il campionato femminile non è ancora partito: «siamo fermi a causa delle restrizioni dovute dal Covid-19», afferma Geisler, «non sappiamo ancora quando potremo ricominciare a disputare partite di campionato: ancora non abbiamo notizie certe a riguardo».

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Campionato groenlandese: al via la fase locale. Partito il campionato femminile

Posted on 2020/07/09 by carmocippinelli
© redbull.com
La prossima settimana è quella buona: stando alla pagina Facebook della federazione groenlandese di calcio, a partire dal 14 luglio si terranno le partite valide per le fasi locali del campionato più a nord della Terra. 
La prima settimana di confronti calcistici (14-16 e 17-19 luglio) sul rettangolo verde vedrà fronteggiarsi le squadre che intendono primeggiare alle fasi locali del campionato, dunque potremmo chiamare questa prima fase di scrematura “fase preliminare” o “comunale”. Le cittadine (o città) più organizzate delle varie zone amministrative in cui la Groenlandia è divisa hanno l’onore e l’onere di prendere parte all’organizzazione del torneo assieme alla federazione calcistica del paese.

Groenlandia del nord: Uummannaq
Le prime a scendere in campo saranno le squadre appartenenti alla zona nord della Groenlandia, più precisamente del territorio di Uummannaq, e le squadre che si confronteranno saranno le seguenti: Eqaluk 56, FC Malamuk e Amaroq 53. L’ultima tra le squadre citate sarà da monitorare per  capire se sarà in grado di tenere testa alle due ben più quotate compagini di Eqaluk e Uummannaq: l’Amaroq, in effetti, non si iscriveva alle fasi preliminari del campionato dal 2013 quando la squadra era denominata Amaroq Saattut e terminò all’ultimo posto. Senza dubbio, in effetti, l’FC Malamuk sarà la squadra da battere di questo mini-girone a tre.

Groenlandia centrale: Sisimiut
Il 17 e il 18 luglio, invece, scenderanno in campo le squadre appartenenti al territorio di Sisimiut: SAK (acronimo di Siumut Amerdlok Kunuk), S-68 e Aqissiaq rispettivamente delle città di Sisimiut (SAK e S-68) e Maniitsoq. Anche in questo caso sarà interessante monitorare quali saranno gli sviluppi del mini-girone in relazione all’Aqissiaq, storica compagine di Maniitsoq, che non prendeva parte alla GM Championship da molti anni.
È utile ricordare come la cittadina di Maniitsoq, negli ultimi decenni, sia stata sempre rappresentata dalla squadra biancorossa Kagssagssuk Maniitsoq.

Groenlandia centrale: Baia di Disko
Certamente più avvincente saranno le gare che si disputeranno dal 14 al 19 luglio: le squadre appartenenti alle cittadine e villaggi della Baia di Disko sono tra le più quotate e meglio organizzate, dopo quelle afferenti alla capitale Nuuk. Scenderanno in campo le seguenti compagini: Aqisseq (altra squadra di Maniitsoq), Tupilaq 41 (di Aasiaat), Kugsak (del villaggio di Qasigiannguit, talvolta scritta anche come K-45), Disko-76 (di Qeqertarsuaq) e G-44 (anche quest’ultima di Qeqertarsuaq). In questo girone saranno certamente le squadre di Qasigiannguit e Qeqertarsuaq a primeggiare, tuttavia il campionato groenlandese riserva sempre grosse sorprese, dunque è bene non sottovalutare aprioristicamente le squadre di Aasiat e di Maniitsoq.

Vecchi e giovani

A sinistra Jonas Hansen (47 anni), a destra Nemo Thomsen (14)
fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union GM 2019 ©

Per comprendere pienamente quel che significa il calcio groenlandese bisogna saper astrarsi dalla quotidianità del calcio milionario, degli stadi vuoti, di pay-tv, dei giocatori considerati vecchi alle soglie dei trent’anni: i limiti di età in Groenlandia, semplicemente, non esistono. Lo scorso anno infatti, in una partita fra K-45 e N-48, si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben poco da dire, terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguak della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.
Jonas Hansen, il più vecchio, ha disputato la partita a 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne aveva da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca da sempre per la polisportiva del suo paese (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale.


Non solo uomini: al via le fasi locali del campionato femminile
Cinque giorni fa si è svolta la partita valevole per le fasi locali del campionato di calcio femminile della Groenlandia. A scontrarsi sono state le compagini dell’I-69 e dell’N-48, rispettivamente appartenenti alla città di Ilulissat: subito un derby! Le squadre si sono date battaglia per 90 minuti ma il campo ha decretato l’I-69 come vincitrice per 3 reti a 0.
Qui alcuni scatti dagli spalti:

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Trenino Roma-Giardinetti, Tortorelli: «Riapertura a settembre? Improbabile» *

Posted on 2020/06/30 by carmocippinelli

La questione legata al trenino “Roma-Giardinetti” anima il dibattito politico capitolino e quello delle vite di utenti e lavoratori che, anni fa, si servivano della storica linea a scartamento ridotto partendo dalla periferia extra-Gra.
La mozione, presentata dalla consigliera Svetlana Celli (lista civica Roma Torna Roma – Giachetti Sindaco) andava a sostenere la riattivazione della tratta Centocelle-Giardinetti, in attesa dell’avvio dei lavori finanziati dal Ministero dei trasporti. Quelli per cui la Roma-Giardinetti subirebbe massivi interventi di ammodernamento e potenziamento per la sostituzione dello scartamento ridotto a quello ordinario al fine del prolungamento da Termini a Tor Vergata.
«Per riattivare la linea serve avviare un dialogo tra Regione e Atac – ha spiegato la consigliera Celli in occasione della presentazione della mozione – per definire i termini della riapertura di una linea strategica per interi quartieri, da Centocelle a Torre Maura fino a Giardinetti».
La mozione in oggetto, numero 220, è stata approvata all’unanimità nei giorni scorsi. Il tavolo che potrebbe aprirsi tra Regione, Atac e Comune sarebbe auspicabile: «Ora che le basi per il futuro sono state gettate e sono stati ottenuti i finanziamenti (il cui ottenimento definitivo è vincolato al passaggio di proprietà Regione-Comune e la stipula dei contratti per l’esecuzione dell’appalto entro la fine del 2022), ci sono tutte le condizioni affinché i soggetti interessati (Atac, Comune e Regione) si siedano ad un tavolo per discutere la riapertura della tratta sospesa», si legge sul blog “Sferragliamenti dalla Casilina“. La sola Metro C non può sobbarcarsi il cosiddetto “lavoro sporco” del collegamento di uno dei più popolosi municipi di Roma: trenino e metropolitana viaggerebbero su binari paralleli, metaforicamente e concretamente parlando. Il palliativo della linea su gomma 106 è, in tal senso, del tutto inefficiente e sotto gli occhi di tutti. Per fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto Carlo Andrea Tortorelli, blogger e ingegnere.

Scartamento.

La domanda che sorge spontanea è a che servono ulteriori lavori per ammodernare uno scartamento quando, tecnicamente, i “binari” già ci sono.
La questione «è complessa», sostiene Tortorelli: «Roma nel 2017 ha avviato i lavori del PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile), uno strumento urbanistico previsto dall’ordinamento italiano ai sensi della legge n° 340 del 2000». «Nello stesso anno, si arriva al punto in cui l’amministrazione inserisce la Roma-Giardinetti nel novero di una serie di opere prioritarie, tra cui le famigerate e contestatissime funivie: Per la tratta era previsto un ammodernamento che comprendeva il mantenimento dello scartamento ridotto. La domanda di finanziamento è formalizzata con la delibera n° 251 del 2018».
Fin qui tutto bene, ma quand’è che si passa dall’idea di trasformazione da scartamento ridotto a ordinario andando, ovviamente, ad allungare i tempi dei lavori?
«Il Ministero dei trasporti (Mit) alla fine del 2019 si è pronunciato a riguardo dicendo, sostanzialmente, di finanziare il progetto di riqualificazione e ammodernamento della linea a patto che si passasse allo scartamento ordinario come il resto della rete tramviaria romana»
In buona sostanza, afferma Tortorelli: «il MIT coprirà i costi dell’ammodernamento a patto che si vada a uniformare lo scartamento rendendolo identico a quello delle altre linee ferrata tramviarie della Capitale».



Uniformare tutte le strade ferrate dei tram della Capitale: questa la “ratio” con cui sta agendo il MIT.

Ma la riapertura a settembre, per Tortorelli, non pare sia possibile: «La riapertura a settembre è impossibile. Il punto è che in Assemblea Capitolina la consigliera Celli ha presentato una mozione che, sostanzialmente, non è vincolante quanto può esserlo una delibera». Tra l’altro è una mozione che rientra in una sorta di ciclo di atti che i consiglieri periodicamente, di legislatura in legislatura, propongono riguardo la riapertura integrale della Roma-Giardinetti.
«Il punto, secondo me, è quello di produrre una vera analisi “costi-benefici” sulla tratta in questione», dichiara Tortorelli, «perché potrebbe risultare insensato riaprire per poco tempo una tratta destinata comunque a chiudere per il cambio di scartamento».
È indubbio che l’inanità produca stallo e abbandono, vale per la Roma-Giardinetti come per le questioni quotidiane.

Ma se la riapertura è impossibile, è necessario produrre un’analisi costi-benefici e non, piuttosto, sostenere la riapertura e basta?


«La questione è complessa, il passaggio di proprietà fra Regione Lazio e Comune rappresenta uno di questi problemi: la Regione dice che non metterà un soldo per l’esercizio oltre Centocelle; il Comune ha – di fatto – le mani legate dalla proverbiale “coperta corta” del bilancio. Il fatto è che io potrei anche fare il “populista” e dire apriamo tutto e subito ma quest’affermazione ha un impatto e non tenerne conto sarebbe superficiale. Sarebbe fare proclami tanto per urlare».

C’è però da dire che si andrebbe a colpire là dove si è sicuri di farlo, un po’ come quando si introducono nuove tasse andando a colpire i lavoratori statali: a fare le spese dei mancati accordi tra Regione e Comune c’è la periferia e uno dei quadranti più abitati della Capitale con indicatori di disagio sociale molto elevati e via dicendo.
«La prospettiva che secondo me va adottata deve essere a lungo termine», rincalza Tortorelli, «sui 213 milioni concessi dal MIT pende la scadenza del 31 dicembre 2022, data entro la quale dovranno essere affidati i lavori, pena ritiro del finanziamento concesso. Tenendo anche conto di circa due/tre mesi che ci possono essere dall’aggiudicazione della gara all’avvio dei lavori, la prospettiva della riapertura della tratta esistente è comunque molto limitata dal cambio di scartamento. Per questo ribadisco che come cittadini dovremmo tendere ad accelerare sul progetto in essere, non riaprire la tratta che comunque in breve tempo richiuderebbe».


Metro C e trenino viaggiano su binari paralleli.


«Fino all’altro ieri si diceva che la Metro C era inutile e invece oggi ci sono le code fuori da San Giovanni per quanto è apprezzata; si diceva che il trenino con la Metro C fosse inutile e ora tutti ne stanno chiedendo la riapertura. Si tratta di due linee che corrono su binari paralleli e che si toccano in sole 4 stazioni su 21 (Metro C) e 20 (trenino)». L’una non esclude l’altra, in buona sostanza. Il ragionamento quasi da sistema binario informatico “0-1-0-1”: apriamo una metro e togliamo un mezzo di superficie, «è stato fatto col paraocchi» e che «come soggetti attivi, associazioni e comitati di quartiere, penso a Tor Pignattara, Torre Maura e Giardinetti, abbiamo cercato di porre un argine a questa decisione. Il buon senso, tuttavia, il più delle volte “perde”».

*Articolo pubblicato su «La Rinascita delle Torri»

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Groenlandia, partono i campionati

Posted on 2020/06/30 by carmocippinelli
Il campionato groenlandese di calcio partirà. Questa è la notizia diramata dall’associazione calcistica KAK, associazione sportiva groenlandese a mezzo Facebook e ripresa dal giornale danese-groenlandese Sermitsiaq: «La Federazione calcistica groenlandese Kak ha dichiarato che le partite di qualificazione dei campionati di calcio, maschili e femminili, possono essere disputati in tutta sicurezza». La Groenlandia, dunque, rimette in moto la macchina del campionato calcistico: si parte fra tre settimane: «i campionati dei territori comunali – spiega il quotidiano Sermitsiaq – possono essere utilizzati come partite di qualificazione per le fasi finali» che solitamente si svolgono nel mese di agosto. Stop, invece, ai campionati giovanili: l’annullamento dei tornei ha colpito le categorie Under 15 e Under 18 a causa del ritiro di molte città ospitanti con conseguenti problematiche relative ad alloggi e pernottamenti.
Nuovo sponsor tecnico
La Federazione calcistica groenlandese ha, inoltre, concluso un accordo tecnico con la blasonata “Macron” per una «sponsorizzazione pluriennale»: «Un accordo di enorme importanza – ha dichiarato Finn Meinel della federazione – per continuare a rendere professionistico e professionale il futsal e il calcio a 11 groenlandese con partnership a lungo termine di questo genere».
Come si svolge il campionato groenlandese
Il campionato di calcio è strutturato in tre fasi: locale, regionale e “nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Le fasi locali si svolgono prima della settimana di ferragosto, momento clou del GM, l’acronimo del campionato di calcio dell’isola. La fase finale si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, recentemente rimesso a nuovo e in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta. Ma che nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più a nord del Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde artificiale: gli spalti sono sempre i soliti, ovvero, la partita la si guarda dalle rocce, liberamente, senza pagare nulla.

La piccola cittadina di Asiaat e il nuovo campo in erba sintetica.
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Un anno [scolastico] è già passato

Posted on 2020/06/27 by carmocippinelli

Il primo anno d’insegnamento è già passato: A.S. 2019/2020, Istituto Salesiano Villa Sora. Da pensare trasmesso come quelle strisce di localizzazione di X-Files.
Per me (e anche per Mattia) è stato il primo anno: entrambi con due quinti superiori. Boom. Cominciamo col botto, di quelli che le amministrazioni comunali pianificano per far brillare interi edifici di svariati piani.

La prima foto è stata scattata da me a tradimento, mentre ce ne andavamo a prendere un caffè al bar di fronte scuola. Io sono vestito come uno scappato di casa, Mattia e Giusi sembrano proprio dei prof. fatti e finiti, Anna ha curiosamente lo stesso vestito della seconda foto, a distanza di svariati mesi.

La seconda foto è del 27 giugno. Pandemia portaci via: collegio docenti con mascherina e distanziamento sociale, anche se per fare questa foto ce ne siamo bellamente infischiati. «Tanto c’avemo l’autocertificazioni», come se con l’autodichiarazione il Covid sparisse. Ma tant’è.

In tutti i posti di lavoro si fa un gran parlare di “famiglia”, “squadra” che, certo, sono parole importanti. Ma ancora più rilevante è il significato di “spalla” e questo è quel che siamo l’un per l’altra.

A settembre, o meno: sempre dalla stessa parte.

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Soldi al vento, i nostri. È il capitalismo, bellezza.

Posted on 2020/03/17 by carmocippinelli
Fonte foto: Afp – Sole24Ore
La notizia ribattuta dalle agenzie di stampa, in questo caso dall’«Ansa» è davvero implacabile:
nel corso della giornata di ieri [16 marzo 2020 ndr] la seduta delle borse europee è stata al ribasso ed ha «causato uno scivolone dell’indice StoxxEurope600 * del 4,9%».
In termini monetari il crollo equivale a «255 miliardi di capitalizzazione ‘bruciati’ in una [sola] giornata».
Oggi si prova a rimodulare l’avvio delle borse, ce ne informa il «Sole 24 Ore»: «Netto rialzo per le Borse europee, che rimbalzano dopo l’ennesima seduta nera in cui l’Eurostoxx ha perso oltre il 5% e Piazza Affari è caduta del 6,1%, con i mercati finanziari colpiti dalla paura per gli effetti del coronavirus sull’economia e dalla diffusione del contagio in Europa e negli Stati Uniti. La reazione arriva all’indomani del comunicato dell’Eurogruppo che si è impegnato a prendere qualsiasi iniziativa per supportare l’economia dell’Eurozona. […] Lo status di Paese ultraindebitato e più colpito dall’epidemia fa dell’Italia un bersaglio ideale della speculazione. Specialmente dopo le parole di Christine Lagarde di giovedì scorso («Non è nostro compito chiudere gli spread»)». 

Non è responsabilità di nessuno, figuriamoci dell’Unione Europea e dei grandi capitali sanare la situazione economica dei paesi membri! Il punto è proprio l’indebitamento che genera speculazione finanziaria, una sorta di serpente che mangia la propria coda per l’eternità.
Le grandi masse di miliardi che vengono investiti, bruciati, ripresi e frutto di speculazioni finanziarie altro non sono altro che il disvelamento della reale natura del capitalismo.
Un sistema che – ogni giorno di più – mostra la sua vera natura: una rapina continua nei confronti della popolazione, inumano, evidentemente irriformabile.

C’è poi da fare anche un brevissimo commento – da post- it – riguardo le parole che riecheggiano nel lessico politico-giornalistico del capitalismo nell’era della sua estensione più selvaggia, nonché in una fase del tutto peculiare come quella della pandemia Coronavirus che sta comprimendo i guadagni dei mercati facendo pagare il conto di questa compressione a centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori.


Il termine ricapitalizzazione ci fa rivolgere la mente ad una situazione imprenditoriale italiana che è ben nota alla popolazione: Alitalia. In quel caso, in piccolo rispetto alle quotazioni azionarie di grandi indici europei e transnazizonali, le perdite le pagavano le lavoratrici e i lavoratori, così come i contribuenti: a fronte di una vasta speculazione privata di una ristretta cerchia di dirigenti in cerca di fare profitto su ogni aspetto della vita dell’azienda, il debito era scaricato sulla fascia più debole del comparto societario. Il tutto mentre la buonuscita dei manager era milionaria: assegni staccati mentre si profilavano licenziamenti di massa e i vari governi profilavano la privatizzazione di Alitalia come unica soluzione.

Questo è il capitalismo, nient’altro: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei guadagni.
Ma i soldi sono sempre i nostri.

* Lo StoxxEurope600 raggruppa «i principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente» [cfr articolo precedentemente citato nel collegamento ipertestuale].

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Il controllo sociale ai tempi del virus, nonché del “capitalismo della sorveglianza” *

Posted on 2020/03/14 by carmocippinelli

Il «manifesto» di oggi [14/03/2020] pubblica un articolo siglato da Andrea Capocci (An. Cap.) che racconta di come la Corea del Sud stia agendo per fronteggiare la pandemia Coronavirus: «La Corea del Sud è un paese abbastanza simile al nostro per popolazione e superficie: un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220 mila chilometri quadrati, contro i 301 mila italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46. Come si spiega che lo stesso virus abbia una così diversa letalità in due contesti analoghi?».
I numeri posti al di sopra dell’articolo consegnano al lettore un momento di riflessione riguardo il dilagarsi del contagio nel paese diviso al 53esimo parallelo: «in Corea del Sud ci sono 8.000 casi censiti contro i 15.000 dell’Italia ma i morti qui sono solo 71». 


La connessione tra controllo e Coronavirus 
Il controllo sociale, come riporta il titolo dell’articolo, è stato utilizzato per abbassare i numeri del contagio ed evitare la massiccia propagazione del CoVid-19: «Per capire con quali persone un paziente è entrato in contatto […] sono stati usati i tracciati gps dei telefoni, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. […] Per ottenere queste informazioni sono state integrate le banche dati della polizia, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie, delle autorità finanziarie».
La diffusione del contagio può essere fermata, dunque, qualora si entri nella vita di tutti i giorni della popolazione, in questo caso sudcoreana, che nel corso degli ultimi dieci anni si è largamente dotata di uno smartphone ad uso personale o lavorativo. 
La questione sembra essere ininfluente ai fini del dibattito politico o pubblico, tuttavia, spesso abbiamo avuto modo di ascoltare – da amici, colleghi di lavoro, parenti – frasi simili a questa: “non importa che io venga tracciato, le mie mail spiate o accenda costantemente la posizione e Google mi mandi resoconti della mia “attività”: non ho nulla da nascondere”. 
Sentenza priva di ogni senso, o meglio, con un significato ben preciso: la totale inconsapevolezza dell’“utilizzatore finale” di dispositivi elettronici a cui è obbligatorio associare un account Google, iCloud e, prima che terminasse il supporto sui propri dispositivi, Windows mobile. 
L’Ovra o la Gestapo ne sarebbero stati felicissimi. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Al momento della diffusione del virus Mers-CoV *, a ridosso del 2012, la Corea del Sud ha registrato il maggior numero di casi dopo l’Arabia Saudita: all’epoca il governo fu criticato per aver negato la concessione di informazioni, come ad esempio i luoghi visitati dai pazienti per contenere il contagio del virus.
La legge è stata modificata al fine di autorizzare gli investigatori ad entrare nei dispositivi elettronici della popolazione: nell’articolo del giornalista Capocci del «manifesto» non è stato fatto cenno alle aziende produttrici dei sistemi operativi degli smartphones proprio perché, a causa di un analogo caso di emergenza di coronavirus, il Governo sudcoreano è corso ai ripari modificando la norma.
Nei dispositivi elettronici della popolazione sudcoreana – riporta la BBC – arrivano notifiche come questa: «Un uomo di 43 anni, residente nel distretto di Nowon, è risultato positivo al coronavirus».
«Questi avvisi – scrive Hyung Eun Kim della BBC coreana – appaiono in continuazione sugli smartphones della popolazione indicando dove una persona è stata infetta e quando […] non viene fornito alcun nome o indirizzo ma spesso si riesce a ricollegare conoscenze, luoghi visitati e, dunque, ad identificare le persone: in molti casi si sono ricostruiti adulteri consumati in hotel a ore»**.
Il problema legato alla discrezionalità di queste informazioni è tema di indubbio interesse e alla portata di qualsiasi lettore che sappia andare oltre la stupidità della stantìa frase “non ho niente da nascondere”: il mondo transnazionale legato alla interconnessione di utenze mail e navigatori gps inseriti in dispositivi telefonici, unite da un lato alla pratica sempre più diffusa da dedali di “aziende terze” che si preoccupano di profilare gli utenti e, dall’altra, la crescente attenzione da parte dei governi democratico-liberali, desta più di qualche interrogativo.
È evidente che, nel corso degli anni, l’utilizzo degli smartphones, giustapposto all’affinamento, al perfezionamento degli usi che un utente può farvi, alla sempre più duttile utilità dei sistemi operativi ivi installati, ha assunto un ruolo sempre più predominante nella vita della popolazione.
Il sistema che ne è venuto fuori è quello di una pervasività totale all’interno delle nostre vite: il capitalismo entra, così, a gamba tesa in ogni aspetto della giornata di ogni singolo individuo.
Basta concedere l’accesso della posizione del proprio dispositivo e quello del microfono e il gioco è fatto: la profilazione è totale e ogni nostra azione è monitorata in ogni singolo istante.

Spesso riteniamo come la connessione dati sia indispensabile per la vita di tutti i giorni, anche per le operazioni più semplici legate a necessità immediate: falso.
Il bisogno indotto da strumenti sempre più pervasivi nella nostra quotidianità ha fatto in modo che si arrivasse a percepire come necessaria l’interrogazione a Google in un qualsiasi aspetto della nostra giornata: che sia l’indicazione stradale o che sia la trasmissione dei dati personali per il contrasto del coronavirus. La risultante è, tuttavia, quello di una massificata profilazione di utenti informatizzati che posseggono uno smartphone e che, in questo specifico caso nordcoreano, hanno contratto il virus.
Si potrebbe certo sostenere che l’azione messa in atto dal governo sudcoreano è senza dubbio efficace: si notificano a tutti i dispositivi connessi ad internet notizie certificate dal Ministero preposto al fine di informare cittadine e cittadini riguardo il contagio di una data persona in una certa zona del paese.
La partita di giro è molto più imponente di quel che si voglia pensare: in cambio del proprio servilismo a sistemi operativi a cui abbiamo concesso l’uso della nostra intimità (voce e iride due aspetti su tutti) e delle nostre azioni quotidiane, possiamo essere informati sulla progressività del contagio del coronavirus, al netto degli “effetti indesiderati”, come quel che è avvenuto il 18 febbraio a seguito di una notifica che riguardava il contagio di una donna di 27 anni.
La donna lavorava allo stabilimento Samsung di Gumi e la notifica «ha riportato che alle 18:30 di sera del 18 febbraio» si sarebbe incontrata con una sua amica che aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji***, il vettore di maggior diffusione del contagio nel Paese: «il sindaco di Gumi ha diffuso il suo nome su Facebook e i residenti della città, in preda al panico, hanno iniziato a commentare sulle reti sociali in preda all’odio e alla psicosi: “dacci l’indirizzo del suo condominio”»****.
È arrivato, dunque, il momento di prendere in considerazione l’atto della disconnessione per avviarne un serio dibattito, da marxisti.

* Middle East Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria del Medio Oriente, detta anche “influenza dei cammelli”, responsabile della sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.
** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.
*** Il vettore di maggior diffusione del contagio
del virus è legato ad una congregazione cristiana che in Sud Corea è
considerata una setta, come ha riportato l’agenzia «Reuters» nei
primi giorni di marzo: «Il governo di Seoul ha aperto un indagine [1
marzo 2020 ndt] sul leader di una setta cristiana (Shincheonji
– Chiesa di Gesù al Tempio del tabernacolo e della testimonianza)
al centro del micidiale scoppio del coronavirus nel Paese» secondo
il governo sudcoreano «la chiesa era responsabile del rifiuto di
cooperare con le autorità al fine di fermare la malattia
»
dal momento che «una grande maggioranza degli oltre 4.000 casi
confermati di coronavirus, il numero più alto dopo la Cina, è stata
collegata alla Shincheonji, setta di cui è capo il fondatore Lee
Man-hee». Secondo il primo cittadino di Seoul Park Won-soon, se Lee
e gli altri leader della chiesa avessero collaborato, si sarebbero
potute mettere in atto efficaci misure preventive per salvare vite
che in seguito sarebbero morte in seguito alla contrazione del virus. 

Shangmi
Cha,
Murder probe sought for South Korea
sect at center of coronavirus outbreak
,
«Reuters», 2 marzo 2020,
<https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-southkorea-murder/murder-probe-sought-for-south-korea-sect-at-center-of-coronavirus-outbreak-idUSKBN20P07Q>.
**** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6425

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Corone senza re e senza regina

Posted on 2020/03/12 by carmocippinelli
L’informazione ai tempi del CoVid-19, o più comunemente chiamato Coronavirus, dà anch’essa i segni di uno squilibrio del tutto evidente. Nel gennaio di quest’anno, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai fatti che provenivano dalla Cina, a causa delle notizie riguardanti gli inizi del contagio dovuto dal Corona e anche dalle impressionanti immagini testimonianti la costruzione dell’ospedale di Wuhan, la città-simbolo della nuova pandemia. L’ospedale Leishenshan è stato costruito in 12 giorni, Huoshenshan in 10, tutto per far fronte alla rapidissima diffusione del nuovo CoVid-19: il primo nosocomio citato ha avuto l’immediato compito di fornire 1.600 posti letto supplementari per la città.
La costruzione di queste strutture ospedaliere ha fatto il giro del mondo: la Repubblica popolare cinese ha voluto trasmettere le immagini in ogni angolo della Terra per dimostrare la propria azione nei confronti di tutti gli altri paesi che proprio in quei giorni iniziavano a familiarizzare con quello che, nelle terre ben conosciute da Marco Polo, si è fronteggiato fin da subito.

                                 https://twitter.com/XHNews/status/1225786019825405952

Della Repubblica popolare cinese possiamo pensare tutto e il contrario di tutto: si tratta del primo stato comunista al mondo governato da un solo partito (il Partito comunista cinese) che ha mantenuto l’architrave statale socialista-comunista pur aprendosi – di fatto – all’economia di mercato, sviluppandosi anche imperialisticamente (citofonare Africa orientale), nonostante il mantenimento dei piani quinquennali, della produzione statale e soprattutto di massicci investimenti statali in ogni ambito della propria politica.
In nessun momento della vita dello stato cinese degli ultimi trent’anni vi è stato un taglio lineare, progressivo o «ai fini di razionalizzare la spesa» – come piace dire ai media italiani – che abbia colpito la sanità. Nessun taglio e nessun conseguente ripiegamento dello stato in funzione di un’intromissione di privati nell’architrave statale della sanità.
Il fatto politico e sociale è questo, ci piaccia o meno. 
La reazione italiana e dei media di prima serata ha rappresentato la negazione della realtà, come spesso i telegiornali delle venti sono soliti fare. Il Tg1 del 11/03/2020 ne è la riprova, così come l’approfondimento che ne è seguito, denominato Speciale Tg1, a cui ha preso parte il massimo dirigente dell’Istituto Spallanzani e un docente di Psicologia all’Università del Molise.
Parte il servizio di prima serata: la Lombardia è al collasso. La telegiornalista parla del progetto della regione per far sì che l’ex fiera di Milano, a due passi da San Siro, si possa trasformare in un mastodontico reparto di terapia intensiva. Al momento, però, i lavori non sono ancora iniziati.
E allora via al valzer dei potrebbe sorgere qui, a breve nascerà, il Presidente della Regione avrebbe individuato quest’area. Di certo ci sono solo i condizionali, di estremamente sicuro solo un pugno di illazioni. La telegiornalista prosegue: «la Fondazione Fiera vorrà fare come a Wuhan in Cina: costruire tutto in tempi record».
Nonostante in Cina non esista alcuna Fondazione che possa interferire con la sanità statale, nonostante in Italia si stia mettendo in atto proprio il contrario di quanto strutturato nella Repubblica popolare. Nonostante tutto è stato detto. Perché una cosa è certa: di fronte alla completa inanità delle istituzioni pubbliche e avendo provato sulla propria pelle l’autonomia regionale post-titolo V, un esempio e un termine di paragone è necessario. Anche se è ontologicamente agli antipodi. 
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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