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Un paese che non c’è e che forse dovremmo costruire: “Zenìa – folk immaginario per un paese immaginario”

Posted on 2022/03/12 by carmocippinelli
Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti
Zenìa: folk immaginario, per un Paese immaginario. Paese sia con la p maiuscola che minuscola: l’accezione potrebbe riguardare entrambi i significati della parola, sia quello più vicino a Stato che quello più letterale di piccolo agglomerato urbano. Soffermarsi sul paese e folk immaginario è un’esigenza di chi scrive per far capire e comprendere meglio la proposta di quel che è stato messo in scena dai cinque musicisti l’8 marzo al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium (Nora Tigges – canto, testi; Massimiliano Felice – organetto e chitarra; Davide Roberto – percussioni e canto; Massimiliano Bultrini – chitarra; Caterina Palazzi – contrabbasso. Ospiti: Nicola Alesini – sax; Matteo Giuliani – chitarra; Fabiana Carosi, Camilla Dell’Agnola, Federica Migliotti, Susanna Ruffini – voci. Federica Migliotti – supervisione drammaturgica e teatrale).
Quando si pensa ad un paese immaginario, di solito, si fa riferimento all’immagine olografica del paese in cui i vicoli sono stretti, le macchine non ci passano, ci sono gli anziani che popolano le stradine – in eguale proporzione rispetto ai giovani – che si affollano nella piazza centrale. Una rappresentazione che, spesso, non è tendente alla realtà dei fatti: complessa, piena di fattori molteplici riguardanti le situazioni più varie che possono intercorrere e rompere l’ameno fluire dell’agglomerato semi-urbano, tendente al rurale, di una qualsivoglia provincia. 
Il punto è che Zenìa non c’è: non esiste. Non è mai esistito alcun paese che porti questo nome, né tanto meno ne è mai esistito uno che avesse una vera e propria lingua. Massimiliano Felice e Nora Tigges, dalla cui intuizione è nata Zenìa, hanno portato in scena una vera e propria avanguardia: inventare l’ignoto facendolo diventare un esercizio collettivo tra chi lo ha prodotto e chi lo sta ascoltando. Se il paese che tende la mano allo straniero non c’è; se non esiste un luogo che possa ancora continuare ad essere chiamato “comunità”, è giunto il momento di inventarlo. 
E tanto vale strutturarne anche il linguaggio.
Tigges e Roberto, infatti, a parte gli intermezzi narrati tra una canzone e l’altra, cantano in una lingua che l’ascoltatore non conosce affatto ma con cui, col passare dei minuti e dell’esibizione, imparano a familiarizzare. E alla fine dello spettacolo anche la lingua di Zenìa, una grammatica in costante evoluzione e scoperta tanto per chi l’ha fatta nascere quanto soprattutto per chi ascolta, assume dei tratti di familiarità. Come se le parole utilizzate da Nora Tigges e Davide Roberto fossero state intimamente introiettate e fossero andate a ripescare un qualcosa di seppellito da anni legata all’infanzia di ognuno. In buona sostanza: come se avessimo sempre detto medaima per dire “insieme”. 
C’è da dire che – per utilizzare le parole dei musicisti che hanno portato in scena usi e costumi, musica e passioni di un paese che non c’è -: «ogni vero viaggio, anche se immaginario, porta a conoscere l’ignoto ma anche e soprattutto a scoprire qualcosa di noi stessi». E il viaggio di Zenìa si muove tra baltrad e folk italiano, jazz e lontane eco africane: il Mediterraneo è abbracciato e toccato dalle sponde del mare che bagna le coste del paese immaginario, così come quelle che hanno prodotto tutto quel che è stato portato in scena. Un folk che è, per l’appunto, ignoto: si muove sinuosamente tra vari stili senza definizione di se stesso. Un unicum che si afferma ad ogni nota prodotta e che scalpita per essere presente.

Zenìa si raggiunge dal mare, nascosta dietro gli scogli, in una piccola baia riparata dal vento: piccole case colorate, montagne sullo sfondo e il porticciolo che ti accoglie nella luce rossa del tramonto. Da terra arrivano suoni: voci, strumenti, stoviglie… una taverna! La taverna di Zenìa. Una porta aperta ti invita ad entrare. La lingua di Zenìa è un mistero per il forestiero, eppure nei suoni e nei canti c’è qualcosa che riconosci…
Immaginare un paese. Posarlo sulla terra, stretto fra le montagne e il mare, modellare i suoni della sua lingua, inventare usi e costumi e poi raccontarne storie, leggende, personaggi, memorie con musica e parole.
Questa è Zenìa! Un paese dove ogni giorno si tende un filo di speranza per disorientare la malasorte offrendo cibo e riparo a chi arriva, dove uomini e donne condividono la paura, il coraggio e l’amore per la bellezza. 

Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti

Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti
Foto © Helikonia Concerti | Facebook | Roberta Gioberti


I servizi fotografici relativi al concerto sono visibili a questi due link: 1) https://www.facebook.com/media/set/?vanity=helikoniaconcerti&set=a.10159903720189976 2) https://www.facebook.com/alberto.marchetti63/posts/10223807220426087   

L’album ascoltabile su Spotify:
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Il Burian non ferma la Borgata – #Nonlosaiquantotiamiamo

Posted on 2022/02/27 by carmocippinelli

Inizierei spiegando che questo qui sotto è un post che vorrebbe essere parte di una rubrica. Una di quelle che si inaugurano contestualmente alla pubblicazione di un post del genere: “#Nonlosaiquantotiamiamo” è tutta dedicata alla Borgata Gordiani e al ‘giuoco del calcio’ delle basse sfere dilettantistiche. Quello del “palla lunga e pedalare”, dei catenacci, delle riserve improvvisate, delle panchine semivuote, degli assistenti di parte. Ma anche (e soprattutto) della partita vista dai gradoni di stadi di periferia, di cori, di birre, di convivialità anelata e consumata nel giro di 90 minuti. Con-dividendo gioie, dolori, ansie, goliardia, accendini e bicchieri. Insomma, il primo post di una serie che, ci si augura, possa essere lunga e piena di vita, così come le domeniche con la Borgata.



Il Tabellino della prima giornata di ritorno | Campionato di Seconda Categoria, Girone E

BORGATA GORDIANI – TEVERE ROMA 1-0

MARCATORI: 34’pt Mascioli (BG)

BORGATA GORDIANI: Capuani, Capuzzolo, Zagaria, Alfonsini (35’st Schiaroli), Brigazzi, Capostagno, Michelangeli (9’st Di Stefano), Cassatella (25′ st Pompi), Corciulo (17’st Rufini), Mascioli, Ciamarra PANCHINA:  Marcucci
ALLENATORE: Amico
TEVERE ROMA: Solazzi, Di Tolla, Odore, Di Nitto, Giuffrida, Verticchio F., Esposito (30’st Rosito), Bucello, Di Leone, Petroni, Curti (8’st Lugni). PANCHINA: Bava, Bosco, Danielli, Fia, Verticchio L.,  
ALLENATORE: Margiotta
NOTE: Ammoniti: 38’pt Bucello (TR), 27’st Petroni (TR), 29’st Leone (TR), 34’st Lugni (TR), 48’st Rosito (TR), 50’st Giuffrida (TR), 50’st Rufini (BG). Recupero: 2’pt; 5’st.

Partiamo subito col dire una cosa: oggi la Borgata ha vinto con uno di quelli che la sempre più incomprensibilmente osannata categoria di “giornalista sportivo” avrebbe chiamato “eurogol”. Punizione dai quindici metri, bordata del numero 10 granata (oggi in maglia bianca) che va ad infilarsi proprio sotto all’angoletto, all’incrocio dei pali. Il portiere giallorosso prova anche a sbracciare per arrivarci ma è davvero imprendibile. Il gol di Mascioli giunge quasi allo scadere del primo tempo, in una di quelle prime frazioni di gara in cui la Borgata non sembra riuscire a sbloccare il risultato. O meglio: le intenzioni ci sono tutte, a partire dal primo quarto d’ora, quando un lestissimo Michelangeli imbecca Corciulo che non riesce a insaccare, sebbene a portiere battuto, trovando l’estrema difesa del due avversario Di Tolla a respingere quasi sulla linea di porta. Più di una volta i giallorossi ospiti si trovano a dover supplire con la difesa all’estrema eccentricità del portiere. 

Il clima è molto mite.

Le uscite dell’estremo difensore, infatti, spesso lasciano sguarnita la porta e più d’una volta, nei primi 45 minuti di gioco, i granata provano ad approfittarne ma sempre senza successo. I limiti delle due squadre vengono subito a galla: i locali oggi soffrono molti rimaneggiamenti alla squadra, una panchina cortissima a cui mister Amico ha dovuto far fronte obtorto collo, nonché l’inaspettato taglio di capelli del capitano. Però il nostro non è come Sansone: ha mantenuto forza e carisma. Il primo tempo si chiude così: con i locali in vantaggio e decisi a mantenerlo fino alla fine o anche “costi quel che costi”. 

La ripresa scivola via senza che i nostri mostrino la grinta della prima frazione di gara. L’iniziativa maggiore è tutta della squadra giallorossa: prima Verticchio impensierisce la difesa granata, troppo spesso colta impreparata su contropiede e rapide azioni offensive che partono dal centrocampo; poi Curti. Entrambi tentano di riportare la partita sul pari senza riuscirci. Il nostro Di Stefano si dà da fare nella trequarti avversaria ma è, troppo spesso, un’iniziativa solitaria e senza reale concretezza. I tre punti, però, alla fine, ci sono. Il girone di ritorno comincia così: vittoria in casa e Burian, il vento gelido siberiano che oggi soffiava sul “Vittiglio”, sconfitto. 

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Ma noi da che parte stiamo, prof?

Posted on 2022/02/24 by carmocippinelli

In questo mese è capitato più di qualche volta che ragazze e ragazzi delle mie classi (più le prime, per la verità) mi sollecitassero a parlare con loro della questione russo-ucraina. È una loro esigenza cercare di capire quel che succede, non già per perdere ore di lezione, quello lo fanno già normalmente stando stravaccati sul banco alzando la mano solo per chiedere di recarsi nel giro peripatetico d’ispezione della fissità scolastica (altresì noto come «posso andà ar bagno?», rievocazione dell’«annamo a pijà r gelato» di zerocalcariana memoria). È una loro esigenza, dicevo, perché tra supplenti che arrivano tardi, professori che mancano e cattedre scoperte (alla faccia dei proclami di Bianchi), il Novecento e la contemporaneità sono argomenti che raramente vengono toccati nel loro programma di studi. 

Anche perché, spesso e volentieri, le loro conoscenze sono molto approssimative e si limitano al sentito dire, come già ho avuto empiricamente modo di testare.
Si arriva fin dove si può. Questo muoversi apoditticamente nell’esposizione, così come fatto già sopra, implica che in un prossimo post magari mi dilungherò di più sull’argomento: la situazione lo richiede.

Dicevo. L’attualità stringente e i ragazzi. Lunedì mi è capitato di parlarne in un quarto superiore, forse troppo di sfuggita, martedì in un terzo e oggi in un primo. Ho spiegato loro la situazione e illustrato che, in realtà, la guerra in quella zona geografica c’è dal 2013: quasi 13.000 morti, otto anni di guerra, di quotidianità sospesa e umanità interrotta, di carri armati che sparano ed eserciti schierati che sparano. Ospedali, scuole, case non più edifici ma obiettivi da guardare attraverso il vetro di un mirino per far fuoco e distruggere tutto in un attimo.

Molti ragazzi hanno giustamente fatto notare ai loro compagni e compagne, senza che nessuno glielo abbia esplicitamente comunicato, che se l’America continua a “mettere basi militari in Europa è chiaro che prima o poi la guerra, questi, ce l’hanno in mente: in Italia siamo pieni”. Una ragazza ha iniziato a dire tutto quel che sapeva mentre io l’ascoltavo per farla esporre e farla ascoltare dai compagni: ha citato le basi di Vicenza, “qualcuna in Sicilia pure, prof, mi pare”, a Livorno, «non dimenticarti la Sardegna!».

Stamattina, tuttavia, nel primo superiore, dopo aver spiegato un po’ gli avvenimenti (Nato, Russia, Usa e vari movimenti pre-attacco del 24 febbraio), una studentessa prende la parola e dice: «Prof, ma noi da che parte stiamo?». 

Già, da che parte stiamo. Non è che c’è proprio una parte da prendere, se entrambi sono sbagliate. Avrei potuto dirle un mucchio di questioni aperte e in ballo, però l’unica cosa che ho sentito di dirle è stata: «Se le due parti hanno entrambe torto, non serve per forza prendere parte, non trovi?».
Risposta: «Ma non possiamo uscire dalla NATO?»
«Beh questo allo stato attuale delle cose è tecnicamente impossibile: ci sarebbe la Rivoluzione… che è poi quello che vorrebbe il tuo prof., però, vabbè, transeamus. Toh, è arrivata la prof. di inglese!»

Ma noi da che parte stiamo, prof?


P.s. La posizione dei comunisti russi (sì, perché non è che Putin siccome parla russo allora è comunista, eh, anzi, tutt’altro: è l’essere quanto mai più distante dal comunismo che esista): No alla guerra! Il nemico principale è nel nostro paese! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

La posizione del Partito comunista dei lavoratori, di cui faccio parte: No alla guerra! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

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Tra i “Klimt1918” e occupazioni di scuola, tra un vagone e l’altro della metro

Posted on 2022/02/04 by carmocippinelli

I Klimt 1918 fanno parte del mio ascolto quotidiano (letteralmente “quotidiano”) da quando avevo 16 anni. Era appena uscito “Just in case we’ll never meet again” e devo averlo notato su una di quelle riviste che adoravo leggere, nonostante i loro articoli pieni di sintassi non indoeuropea, come Metal Shock e Metal Maniac. 
Se non ricordo male, venne intervistato proprio il frontman Marco Soellner. Articolone a tutta pagina: foto dei quattro musicisti, spiegazione delle ragioni che hanno portato alla pubblicazione di quell’album. Il voto dato a quel disco fu ben oltre la sufficienza, se ben ricordo, così come il fatto che il recensore lo descrisse giudicandolo davvero molto positivamente. Curiosità alle stelle: mi fiondo in un negozio di dischi del Pigneto e compro il loro primo cd. La prima canzone che ascoltai (“Naif watercolor”), infatti, non apparteneva al nuovo disco bensì ad “Undressed Momento”: nella recensione, l’articolista lo descriveva entusiasticamente ponendolo, tuttavia ma a ragion veduta, un gradino sotto “Dopoguerra”. 
Una volta tornato a casa il primo “atto” è stato quello di convertirlo per inserirlo digitalmente nell’iPod. 
L’indomani mattina mi trovavo sul 556 per andare a scuola: quella canzone mi accompagnò per tutto il giro attorno a Tor Tre Teste che il bus era obbligato a percorrere. Era inverno e mi sembrava che il tragitto fosse stato brevissimo così come, allo stesso tempo, lungamente etereo. Per giorni nelle orecchie c’è stato il suono delle chitarre di “Naif Watercolor”. Da quel momento in poi non sono più riuscito a fare a meno dei Soellner e della loro creatura dal nome così particolare. 
Per un motivo o per un altro, col passare degli anni, non sono mai riuscito ad andarli ad ascoltare dal vivo: spesso anche con motivazioni che poi non sono ben riuscito a decifrare, col famoso e infame “senno di poi” con cui siamo soliti passare in rassegna gli episodi più o meno felici della nostra esistenza. La prima volta è stata quella con la nuova formazione a settembre 2021, a tre anni pieni dall’uscita del meraviglioso “Sentimentale-Jugend”, in quel concerto che è stato promosso come “piccolo concerto di fine estate”. Appena vidi la possibilità delle prenotazioni cliccai subito sul pulsante di invio della mail che avrebbe sancito la presenza futura a quel piccolo e intimo concerto.

In realtà, piccolo concerto a parte, c’è dell’altro. Ovviamente, altrimenti non avrebbe senso questo post. 

Stamattina, dopo tantissimo tempo, ho riascoltato “Sleepwalk in Rome”, una delle tracce con cui mi “svegliavo” per andare a scuola. Tralascio, in questa sede, l’evidente contraddizione di svegliarsi con una canzone che si chiama “sleepwalk”, ma tant’è. Georg Wilhelm Friederich Hegel, ora pro nobis. 

Quando riuscimmo ad occupare scuola, ero già all’ultimo anno di liceo, così come miei altri compagni approdati a Largo Agosta dopo una più o meno lunga sosta nel liceo di Piazza Zambeccari. La prima sera d’occupazione dormii in palestra con chi era rimasto: eravamo in molti, per la verità. Prima di riposare il corpo lasso, mi misi a parlare tutta la sera con una compagna di liceo e che ora è una delle persone più care che affollano la mia vita, insieme al suo compagno Alessio. Dopodiché, mi diressi a dormire qualche ora prima del turno di guardia delle 4 di mattina: divisi lo stuoino per il sacco a pelo con un altro reduce ex-Kant con cui avevo condiviso un quadrimestre piuttosto delirante. Volevamo dormire con un po’ di musica nelle orecchie, dunque ci dividemmo le cuffie dell’iPod che tenevo in mano: «Devi sentire questi, Simò, sono spaziali». 
Ascoltammo tutto “Dopoguerra” e poi mi chiese di rimettere “Sleepwalk”: «Quella che aveva la parte cantata in italiano era stupenda: c’era quella schitarrata che m’ha fatto volà. Rimettila per favore!».
Ci addormentammo uno di fronte l’altro con una cuffia per orecchia e con la voce di Soellner che quasi sussurrava, come fosse una ninnananna: «Stringete lana imbevuta / Mi bagno il viso un’altra volta, no / Non mi dite che / Dovete andare più lontano / Umide vesti scolorite / Che fate male sulla pelle / Come la mota sulla pelle / Le ore lorde degli incanti / I sogni scuri dei perdenti, sì / Scorrono come se / Il buio fosse acqua e terra / Torrente scuro, silenzioso / Le labbra viola seducenti / Umide membra già basite». 
Mentre stamattina prendevo la metro a Santa Maria del Soccorso, mi è passata davanti quella notte e sono stato attraversato da ogni tipo di sensazione di quel momento vissuto. Le stesse identiche. Come se stessi nel sacco a pelo, anziché entrando dentro i vagoni della linea B. 

Prossima fermata “Quintiliani”. Next stop “Quintiliani”. 
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Il giorno del dì di festa

Posted on 2022/02/01 by carmocippinelli

Un clacson suona in lontananza. O meglio: in strada. Il secondo piano di un condominio non è poi così troppo distante da terra. Probabilmente si tratta di un autobus che non riesce a transitare a causa della cosiddetta sosta selvaggia in cui imperversa la mainstreet torremaurense. Il rumore è ripetuto e distinto: l’autista spinge sulla parte cliccabile del volante dell’automezzo aziendale con molta forza, dando spinte a intervalli più o meno regolari. In tal modo si segnala, al proprietario che ha posteggiato il veicolo, il suo essere andato contro la norma che prevede il divieto di sosta in quel preciso punto della strada. Finalmente arriva l’automobilista, prova ad abbozzare una scusa con la mano destra: il palmo è rivolto verso il finestrino dell’autista mentre con la sinistra tiene saldamente le chiavi che dovrà inserire nell’apposito spazio all’interno del cruscotto del mezzo. Bastano pochi secondi e il traffico riprende a scorrere regolarmente. Riesci a sentire tutto distintamente, anzi: piuttosto nitidamente distingui ogni rumore che ha preso parte a questo siparietto che va in scena in più momenti nel corso del giorno, delle settimane, dei mesi e – infine – degli anni. Una sorta di costante torremaurense nell’ambito del teorema del parcheggio e della sosta: macchina messa male, di solito posta in doppia fila o obliqua, 313 che non passa. Fila, clacson, santi del calendario che vengono invocati e invitati, uno dopo l’altro, ad abbandonare la sede sapientiæ e a scendere sulla terra. Immancabile, nel caso la situazione non si dovesse sbloccare nel giro di qualche minuto, il negoziante che esce dal suo esercizio commerciale per guidare l’autista in ipotetiche manovre millimetriche: “CE PASSI, CE PASSI”. E poi, invece, “non ce passa”.

La stanza è buia e il sole vi entra soltanto tramite le piccolissime fessure della serranda in plastica che è stata accuratamente abbassata, ma avendo l’accortezza di far filtrare quel poco di luce necessario per un risveglio che sia doppiamente dolce e – per quanto possibile – indicante perentorietà. Come a dire: “ehi, guarda, non vorrei dirti nulla, tuttavia dovresti proprio alzarti, lo sai? Se continui a chiudere gli occhi e a stare sotto le coperte sei un maledetto perdigiorno”. Rievocazione manzoniana della stanza dell’avvocato Azzeccagarbugli: la luce del risveglio (come quella della giustizia che illuminava poco e male i codici e i libri aperti dall’uomo di legge) entra fioca e flebile ma decisa a illuminare. «Forse non è poi così presto», pensi. C’è, in questo caso, un dubbio che sale e assale: «La sveglia non ha suonato…». La mano destra arriva rapida e veloce a prendere lo smartphone: lo schermo digitale conferma quanto immaginato. Nessuna sveglia. L’orologio, il fido compagno di ogni lezione che ti dice a che punto devi interrompere ogni ardore da spiegazione circa le motivazioni riguardo la caduta dell’impero romano o sullo scoppio della prima guerra mondiale, l’orologio – insomma – conferma tutto: 9:20, martedì. 

«Dio mio: è martedì e non sono andato a scuola… Sarà successo un casino!». La mano destra corre di nuovo a prendere lo smartphone e a sbloccarlo con tutta la rapidità possibile e immaginabile: zero chiamate. «Possibile che la segreteria, la vicepreside, la preside, i colleghi non abbiano detto niente del fatto che, dal nulla, non sia andato a scuola? Ma che già m’hanno licenziato? Va bene che sono in ritardo di circa due ore e venti, però mancoafacosì. C’è qualcosa che non va…».

Ci deve essere qualcosa sotto. La coperta viene alzata dalla mano sinistra con un misto di rabbia e velocità stratosferica: come quando sono le 7:15, hai la prima ora e hai ignorato (in)consapevolmente la sveglia facendo sì che il tuo ritardo sia stato evidentemente già scritto nella storia che devi andare a raccontare riguardo quel giorno in cui potrai dire mesosvegliatoanemmenotrequartidoradallaprima.

Infili i piedi nelle ciabatte e ti dirigi verso il bagno: ti guardi allo specchio. Come nei film, provi a vedere se c’è qualcosa che non va con il tuo aspetto esteriore: ti avvicini sempre di più al vetro che riflette la tua immagine. Gli occhi stanno bene, assonnati, ma tutto pare funzionare. Tiri fuori la lingua: tutto in ordine. Ti tocchi la faccia e ti accarezzi un po’ la barba: i polpastrelli hanno sensibilità, dunque anche in questo caso tutto procede. 

Ti avvicini alla finestra: il sole splende, è altissimo. Controlli di nuovo l’orologio: 9:30. Le labbra si inarcano e le estremità corrono verso il basso del viso, spingendo giù verso il mento: il collo asseconda il movimento maxillofacciale nell’espressione che, in un po’ tutto il globo, è definita come BOH.

Poi arriva il momento in cui ti sovviene l’eterno (e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei): la meraviglia dell’assemblea d’istituto. 

Soddisfatto, metti l’acqua nella moka: sono le 9:35, la campanella della seconda ora non è suonata, ma a breve la macchinetta del caffè sbufferà. Tra poco danno in replica la rassegna stampa di Radio Radicale. 

Nella tua testa risuona il Morgenstemning i ørkenen di Peer Gynt. 

(Tutta sta manfrina per dire che, sì: ci vorrebbe un’assemblea d’istituto a settimana)

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L’alternanza, il PCTO: la scuola che vogliono, i ragazzi che muoiono

Posted on 2022/01/23 by carmocippinelli

Lorenzo Parelli, studente friulano di 18 anni, è morto durante l’ultimo giorno di “alternanza scuola-lavoro” presso l’azienda per cui svolgeva il tirocinio non retribuito ma “formativo”. La vicenda, purtroppo, è nota a tutti: il ragazzo era di Castions di Strada, studente dell’istituto paritario salesiano Bearzi di Udine e svolgeva l’alternanza scuola-lavoro presso un’azienda che produce materiale siderurgico. 22 gennaio 2022, ultimo giorno di alternanza: una trave di diverse tonnellate di acciaio si stacca e uccide sul colpo Lorenzo. 

La scuola che vogliono

I sostenitori delle leggi Moratti, Gelmini, Renzi che hanno ucciso la scuola negli ultimi decenni sostengono che in realtà chiamare lo stage di Lorenzo “Alternanza scuola-lavoro” sia profondamente sbagliato perché non si chiama più così e, in effetti, ora è il PCTO: “Progetto per le competenze trasversali e l’orientamento”. Ovvero: cambiare un nome ad un concetto per farlo rimanere uguale al precedente. I governi degli ultimi trent’anni ci hanno abituato anche a questo. E poi, sempre stando ad ascoltare i sostenitori dell’alternanza (e i cui rappresentanti politici coprono tutto l’arco parlamentare) la scuola moderna deve sviluppare modernità, orientamento in uscita, non bisogna conoscere ma imparare a “saper fare” qualcosa e viene a crearsi il mostro a tre teste delle “competenze”.  Perché conoscere qualcosa è un concetto decisamente superato, vecchio, rappresenta un’anticaglia: bisogna dimostrare di saper fare qualcosa. Come se Democrito avesse davvero mostrato a tutti che lui era riuscito a spaccare un atomo con un martello. La scuola moderna deve sviluppare in ognuno la propria individuale imprenditorialità: a che serve conoscere le declinazioni latine quando poi non sai avviare un’azienda?! È utilissimo far nascere una società: è molto formativo sapere come si sfruttano le persone, risparmiare sui materiali, trarre soldi dallo sfruttamento su altri esseri umani, sull’ambiente, sulle cose quali-che-siano. Se il mondo è spietato, allora la scuola deve adeguarsi e mandare i ragazzi a capire quel che sarà della loro vita – oltre i plessi fatiscenti che abitano per cinque anni  – facendogli fare periodi di lavoro non retribuito lontano da scuola che valgono come ore di PCTO in cui viene insegnato loro ad obbedire, in teoria “un mestiere”, a non avere un salario per quel che stanno facendo, a non aver un sindacato, a dire sempre “sì” ad ogni condizione che viene loro proposta dal soggetto erogatore del progetto/stage (altrimenti noto come lavoro gratis). 

Perché no.

Perché gli avvenimenti della nostra storia recente, dopotutto, non li conosciamo affatto oppure vogliamo fare finta che non esistano: ci giudicherebbero spietatamente, altrimenti. Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri. Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. 

A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologismo, s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: in fondo il latino non serve: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; il libro di testo allo stesso modo è superato: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza (nonché post) a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare (ma infatti!) perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”. Altrimenti adesso perdi solo tempo, se poi non sai cosa fare. 

E il mondo è pieno di pescecani e non trovi lavoro. 

E invece finisci che sul lavoro ci muori perché stavi lavorando gratis in un progetto che avrebbe dovuto insegnarti a lavorare, anziché capire com’è che siamo arrivati fin qui, a vivere questi giorni disgraziati. 

E, magari, se arrivi a capire com’è che siamo arrivati fin qui e a studiare come siamo arrivati a questo punto, inizi a ribellarti al concetto di “alternanza” e inizi a schifare chi è che ha ideato un sistema così perverso e maledettamente assurdo. 

E, magari, inizi ad organizzarti per cambiarlo, il mondo. Non sia mai.

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Gli 85 di Giovanna Marini (e quell’intervista all’Adeia di Grottaferrata)

Posted on 2022/01/20 by carmocippinelli

Nel novembre 2014, precisamente il giorno 14 di otto anni fa, mi bloccai con la schiena. Quella tra me e il nervo sciatico è una lunga storia che mi “prese del costui dispiacer si’ forte” che spesso e volentieri torna come le vicende amorose tossiche e prive di sbocchi. Avvenimenti del genere accadono solo in prossimità di eventi già prestabiliti, programmati e verso cui prevale un sentimento di attesa spasmodica prima che esso venga portato a compimento. Un po’ come la febbretta infame prima del viaggio (quale che sia) foss’anche il fine settimana al paese dei furono nonni in Abruzzo, Molise, Marche, province laziali qualsiasi. 

Il giorno dopo avrei dovuto intervistare Giovanna Marini alla Libreria Adeia: sabato 15 novembre ore 18:30, così come recitava la locandina realizzata ad hoc e in cui si leggeva a caratteri cubitali “Le interviste possibili”. Non come nel programma RAI di Alberto Arbasino degli anni ’70: queste erano proprio interviste possibili nel vero senso della parola. Giovanna Marini c’è e quel giorno c’era davvero.

Sarebbe troppo lunga spiegare come mai mi trovassi in una libreria indipendente di Grottaferrata con al mio fianco Giovanna Marini che rispondeva alle domande (in realtà faceva praticamente tutto lei, il bello era proprio quello *) e suonava le sue canzoni che l’hanno resa celebre nella nicchia di un certo tipo di cantautorato italiano. Sarebbe lunga anche dire come mai, a un certo punto, grazie a Emanuele, compagno di università e di calcio (sempre viva la Lokomotiv Casilina!) mi sono ritrovato a casa di sua mamma ad aspettare che la Marini uscisse da una lezione di yoga per parlare con lei e farmi raccontare cosa successe a Spoleto nel 1964. Perché, d’accordo: sapevo già tutto il caos accaduto al Festival dei due mondi in cui venne suonata “Gorizia tu sei maledetta” con tanto di verso ufficiale e non “rimaneggiato” (Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù), però sentirlo dalle sue labbra e dal vivo è tutta un’altra storia. Lo stupore che ebbe all’uscita della lezione di trovare un poco-più-che-ventenne che volesse incontrarla per conoscerla, era ben presente sul suo volto.

Così come, allo stesso modo, sarebbe lunghissimo dire come le mie orecchie entrarono in contatto con “I treni per Reggio Calabria” a 17 anni ma, forse, l’appartenenza politica ha giocato il suo ruolo anche in questo. 

Insomma, ieri Giovanna Marini ne faceva 85 e tra le cose belle che credo d’aver compiuto fino a qui (l’avvicinamento agli enta suggerisce qualche bilancio da iniziare a trarre) c’è sicuramente l’intervista a lei. Perché – certo – nella foto che hanno scattato al centro della piccola sala della libreria ero piegato dal dolore alla schiena (mi sarei rialzato esattamente inarcato ad angolo acuto) ma la felicità è stata indescrivibile. Le abbiamo regalato anche dei fiori: garofani rossi in maggioranza predominante su tutti gli altri e, giuro, quasi si stava per commuovere tanto era contenta di averli ricevuti. 

Tutt’ora, quando riguardo questa foto a distanza di anni, rivedo e percepisco nuovamente quella felicità e sorrido. Tantissimo. 

* In realtà la cosa fu comica: la gente si era assiepata ovunque. Ogni pertugio era occupato da sedie, persone in piedi, seduti per terra a gambe incrociate (ah, gli eventi prima del Covid!) e io ero lì a fianco a Giovanna Marini con una lista di domande a cui pensavo che lei rispondesse. In realtà gliene ho poste due di numero e da lì è stata un profluvio di parole. Ho seguito i suoi passi, mettendo i piedi dove li metteva lei e – di tanto in tano – la interrompevo costruttivamente per farle contestualizzare meglio quanto stava dicendo. A un certo punto si gira e, col microfono aperto, mi fa: “Ah ma ti eri proprio preparato le domandine!”. Ridono tutti, ovviamente, Francesco (gestore della libreria) si mette una mano in faccia a celare quel misto tra sorriso e pianto, io inizio ad assumere tutti i colori di Fantozzi a seguito dell’ingerimento del tordo intero. Però poi è andata bene, me la cavai come al mio solito, le dissi: “No, guardi, è che me le sono scritte per non perdermele, come le forze mie e l’ingegno del Lamento pasoliniano”. E lei: “Oh, ecco, a proposito del Lamento per la morte di Pasolini…” E cominciò a raccontare e suonare.

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Opportunismo, ovvietà, inconsistenza. Va in scena il film già visto del campo di centro democratico

Posted on 2021/12/02 by carmocippinelli

Il campo politico del centro democratico si vuole riorganizzare a partire dalle periferie. Un leitmotiv che sa di già conosciuto e già ascoltato e che – stavolta – veste i panni delle “Agorà democratiche”.

Il campo largo vuole essere un contenitore piuttosto ampio che va dal Partito Democratico a Possibile, passando per Sinistra italiana, Radicali Italiani, l’ANPI e la CGIL. 

Non solo esponenti locali, ovviamente, parteciperanno alla kermesse del centro democratico romano e laziale, il 4 dicembre a Via Cigola ci saranno anche personalità già candidate al consiglio comunale di Roma alle scorse elezioni come Giovanni Caudo; dirigenti radicali e consiglieri regionali, così come esponenti locali del PD (Compagnone, il vicesegretario Bellino, nonché gli eletti Battistoni e Gasparutto). 

Il titolo dell’iniziativa è roboante: “Periferie: partecipazione e democrazia contro le diseguaglianze”. 
Vale giusto la pena ricordare che l’80% dei relatori che interverranno nel corso dell’iniziativa che si terrà a Tor Bella Monaca ha avuto esperienze decennali di governo municipale, capitolino, regionale e nulla ha fatto per poter far sì che vi potesse essere un’inversione di tendenza rispetto a quanto la periferia ha vissuto negli ultimi (almeno) tre lustri. 

Andrà in scena il film già visto della rinnovata volontà di partecipazione, della presa di coscienza istantanea da parte di una generazione di dirigenti politici e sindacali che non hanno mosso un dito, o proferito parola, nei confronti di politiche sbagliate attuate da giunte di centrodestra e centrosinistra.
Andrà in scena l’opera teatrale di una parte politica sconfitta (proprio a partire dal quadrante est) che vorrà ritrovarsi a parole e nei fatti vota con le destre le linee programmatiche del Municipio VI, a rimarcare il fatto che sono soci, sempre di più, quando si tratta di amministrare la cosa pubblica, senza andare a toccare realmente gli interessi o di andare a sanare le ferite incancrenite di una città morente.
Si esprimeranno concetti stupendi riguardo la solidarietà, si denuncerà lo stato di afflizione in cui versa la periferia e i due versanti del VI Municipio, si parlerà ma non si troverà soluzione alcuna. 

Perché, in fondo, la vere questioni che generano questa disuguaglianza non verranno né affrontate, né criticate, né problematizzate, così come non vi sarà autocritica da alcuna parte politica, poiché solo in esse c’è la prospettiva corretta dell’analisi. 
D’altronde le stesse forze che sabato si ritroveranno attorno ad un tavolo, sono le stesse che hanno dato vita e supporto al neo sindaco Roberto Gualtieri durante la campagna elettorale.

Sindaco che, a proposito di giunte e gestioni amministrative, ha mantenuto nove deleghe tra cui la più importante è quella relativa alla gestione dei soldi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) su cui è bene non nutrire illusioni possibiliste, come invece si ascolterà il 4 dicembre. L’operazione relativa al PNRR vede una colossale immissione di denaro a debito: prendere in prestito, cioè, dei soldi dal capitale finanziario per ridarglieli, successivamente, con gli interessi, tagliando là dove i comuni sanno dove reperire i fondi: trasporti, scuola, sanità, in un periodo di emergenza sanitaria e crisi conseguente. Politiche che si reiterano da circa un trentennio. Viene quasi da dire: “il protocollo è chiaro”. 


Una Capitale che sarà vòlta ancora di più al mercato, come già il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato ha previsto: i comuni dovranno spiegare con relazioni periodiche la motivazione per cui non affidare a terzi i servizi pubblici. 
Si parlerà, infine, della necessaria discontinuità da creare e che la giunta Gualtieri dovrà essere in grado di creare. 
Ma quel che aspetta la città di Roma, a seguito della campagna elettorale tra “meno peggio” e “peggio” (leggi: Gualtieri e Michetti), sarà una fase di regressione ulteriore degli spazi di democrazia, tagli ai servizi essenziali (fatti passare come “razionalizzazioni” o “ottimizzazioni” di servizi), peggioramento delle condizioni dei quartieri periferici e via dicendo.

Si dirà: “Come fai a dire così? Sei una Cassandra, lasciamoli lavorare, siamo qui a dirglielo appositamente”.
Forse sì, ma c’è da dire che Cassandra, col senno di poi, aveva ragione. 


E di avere ragione dopo, chi batte queste righe, s’è abbastanza stancato e vorrebbe dimostrarlo prima che i fatti accadano.
Così come accadrà il 4 dicembre, portando in scena il film già visto dell’ovvietà, dell’opportunismo e dell’inconsistenza politica. 

Articolo pubblicato su «La Rinascita delle torri»: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/12/02/opportunismo-ovvieta-inconsistenza-va-in-scena-il-film-gia-visto-del-campo-di-centro-democratico/
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È stato l’inverno.

Posted on 2021/11/30 by carmocippinelli

O forse è solo l’inferno. Fino al 30 giugno sarò ad un Liceo delle scienze umane di Roma, in una scuola del centro, di quella parte di città in cui uno va perché ha qualche pratica burocratica da risolvere oppure per andare a vedere un film al cinema. 

Entro in una tra quelle che saranno le “mie classi” fino al termine delle lezioni. Inizio a parlare di storia in un quarto superiore: manco a dirlo, sono già indietro con la programmazione. 

Docente assente per un mese e mezzo, arriva una supplente che sta lì 10 giorni contati, fa in tempo a svolgere quattro ore, poi arrivo io.
Parlo un po’ della guerra dei trent’anni e della crudeltà sottesa a quest’evento bellico, del fatto che una guerra di religione sia rapidamente sfociata in un conflitto legato a tutto il continente europeo e che «arriva a coinvolgere la Russia». 

Una studentessa, ragionando ad alta voce, dice: «Che poi, prof, la Russia non vince mai, come nelle due guerre mondiali».
Io rimango basito, il fervore mi attraversa tutte le vene del corpo e balla coi globuli rossi che corrono veloci dalla punta del mellino fino al dito indice che “brandisco” manco fosse Durlindana. Rimango impassibile nonostante il terremoto di scala Richter che sta avvenendo nel mio corpo: «In che senso, cara?» 

«Nel senso – prof – cioè almeno da quello che ci hanno detto alle medie, la Russia riesce sempre a vincere grazie all’inverno. Cioè: in Russia fa freddo e a un certo punto le truppe si ritirano perché non sopportano le temperature rigide». 

Avvampo e alzo la voce brandendo Durlindana (il dito indice) sempre più in alto.
«Nient’affatto: nella Seconda guerra mondiale la Russia ha stravinto contro i nazisti; la popolazione ha resistito eroicamente all’assedio nazista di Leningrado; li ha messo in fuga a Stalingrado: i tedeschi non hanno vinto più manco mezza battaglia ritirandosi sempre e, una volta tornati, a Berlino hanno fatto combattere le milizie cittadine tra gli ultimi uomini rimasti in città (coscritti) e i ragazzini di dieci anni ma alla fine l’esercito sovietico ha issato la bandiera rossa sul Reichstag!». 

«E l’inverno non c’entra davvero, prof?»

«Ma certo, ci sarà pure la variabile del freddo ma il dato incontrovertibile è che nel 1941 i nazisti invadono la Russia sovietica e si macchiano di violenze indicibili contro la popolazione perché sono slavi e gli “ariani” li considerano inferiori. I russi vogliono far vedere loro che sono i nazisti ad essere inferiori: soprattutto militarmente». 

«E nella prima allora? Lì hanno perso i russi, o no?», continua, non vuole credere che tutto quello che le è stato insegnato sia una sonora minchiata.
«Nella prima i russi si sono ritirati perché la guerra era insensata: si moriva al fronte per lo Zar mentre l’esercito, la gente, voleva la rivoluzione, il socialismo: voleva andare contro chi li stava mandando a morire di fame o a causa delle pallottole tedesche/austriache. E poi nel 1917 si sono ritirati perché – ad un certo punto – non è più esistito neanche più lo Zar: c’è stata la Rivoluzione, quella con la R maiuscola».

Forse alzo un po’ troppo la voce, forse mi sono lasciato prendere, anche perché eravamo partiti dalla guerra dei trent’anni. Però la classe è ammutolita, come se avessi detto loro che a breve il palazzo dove eravamo anche noi sarebbe crollato in un attimo.

Due ragazzi annuiscono in silenzio, uno fa all’altro: «E così, allora, me spiego pure perché c’era Berlino divisa», e l’altro: «È proprio n’altra storia, almeno ho capito qualcosa». 

Considerazioni (poche e immediate) a margine. 

Non sarà affatto facile scalfire il muro di cinta della narrazione anti-storica costruita ad hoc nel corso di questi anni. I ragazzi non hanno una visione d’insieme ma tanti piccoli pareri di svariati docenti che arrivano e poi sono costretti ad andarsene da quella stessa scuola in cui sono stati per poco tempo. Un condominio di dodici piani che si regge su una “incrollabile” struttura di stuzzicadenti. Prima o poi tutto crollerà: quando quel giorno arriverà, il botto si sentirà molto lontano.
Tuttavia, la questione è seria: per mesi i ragazzi non hanno docenti, le classi restano scoperte a lungo, la programmazione ne risente pesantemente. Ognuno di loro vorrebbe arrivare a capire come si è arrivati al punto in cui siamo oggi, dopo le guerre mondiali, studiando il Novecento: quello che è stato raccontato loro fa abbastanza ridere. Forse lo sanno, è per questo che, appena smetti di parlare della guerra dei trent’anni e ti infervori, loro stanno zitti e ti guardano.
Perché forse non avevano mai sentito parlare di tutto questo prima di quel momento in cui tu, brandendo il dito/Durlindana, hai parlato, in preda a vampe bolsceviche. 

La nuova umanità verrà, ne sono certo. Anche se la sensazione è quella del suo allontanamento dall’orizzonte, ogni giorno sempre di più.

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Mastodonticamente kitsch

Posted on 2021/11/28 by carmocippinelli

Qualche giorno fa ricorrevano i 30 anni dalla morte di Freddy Mercury. Lo stesso anno e lo stesso giorno (24 novembre 1991) spirava, in un letto di una clinica di New York, dall’altra parte dell’Oceano, un altro personaggio musicale di quegli anni ma molto meno in vista del “frontman” dei Queen. 

Si faceva chiamare Eric Carr ed è stato il batterista dei Kiss nel momento di prima crisi e successiva trasformazione del gruppo-azienda statunitense. 

Alla fine degli anni ’70 il quartetto mascherato era abbagliato dalle luci del successo e i loro brani stavano via via assumendo una vena pop sempre più marcata: lo spettro della canzone “usa-e-getta” era ormai ben presente in tutti i loro dischi. Quel periodo venne rappresentato magistralmente da “I was made for lovin’ you”: canzone tutt’ora molto famosa che non rappresentava niente dello spirito di “Hotter than hell”, tanto per citare uno de dischi più rappresentativi della prima fase del “bacio”. 

Gli anni ’80 premevano, i Kiss erano in difficoltà, droga e alcool iniziano ad essere sempre più presenti nella vita del quartetto: Ace Frehley è costantemente ubriaco prima di ogni concerto e in svariate occasioni ufficiali; Peter Criss viene sostituito da un altro batterista (Anton Fig) per la registrazione di Dynasty (1979) a causa del suo continuo abuso di droghe.

La salvezza del gruppo americano verrà da lontano: si chiama Paul Charles Caravello, figlio di italiani emigrati negli USA. Assumerà il nome di Eric Carr per suonare coi Kiss e andrà a sostituire il batterista, e co-fondatore della band, Peter Criss.

I Kiss sono ancora truccati e lui non ha deciso quale animale o personaggio fantastico interpretare. Ci pensa su qualche tempo: sceglie quello della volpe, anche se lo terrà pochissimo in volto. Nel giro di due anni il gruppo decide di fare a meno del cerone e di rivelarsi al pubblico con le proprie facce optando per la moda del momento, inseguendo le sonorità glam. 

Prima di farlo, Carr ha tempo di registrare due album col trucco da volpe: “Music from: The elder” e “Creatures of the night”. Dopo sarà la volta del disco dal sobrio (gulp!) nome “Lick it up!”. 

Né “The elder”, né “Creatures of the night” riescono però a risollevare i Kiss e a tirarli fuori dal baratro in cui s’erano cacciati: la fama, l’abuso di droghe e alcool li aveva resi porosi al successo istantaneo. “Le insegne luminose / attirano gli allocchi”, avrebbe cantato in Italia qualche anno più tardi l’attuale eremita di Cerreto Alpi. E sì che “The elder”, se ascoltato decontestualizzato dalla storia del gruppo, rappresenta tutt’ora una piccola gemma: un gruppo che sta ritrovando l’identità perduta e si inventa una colonna sonora di un film che manco esiste. Roba da visionari. 

Il glam impazza, l’hair metal anche, così come il thrash. Il pubblico dei Kiss diminuisce sempre di più. Tiene una grande, ma non vasta, schiera di fedelissimi che continuerà a seguirli in ogni occasione. 

I tempi di “Alive” sono lontanissimi. 

Eric Carr, però, è deciso a dimostrare quel che vale e ce la metta tutta. Durante i concerti la sua presenza è sempre più predominante nonostante sia minuto dietro ad un “drumkit” immenso: doppia cassa (a volte tripla!), dagli 8 ai 12 tom, set di piatti che sovrasta la montagna di tamburi e, al di sopra di tutto questo, delle placche simil-batteria elettrica che fungevano da riproduzione di suoni tipo synth. 

Mastodonticamente kitsch.

Eric Carr è organico in tutti i dischi del gruppo fino al 1991 quando viene a mancare a causa di un brutto male. L’ultima canzone che suonerà coi Kiss sarà “God gave rock’n roll to you II” (sul cui testo è meglio sorvolare) e l’ultimo tour che intraprenderà sarà quello terminato nel 1990 a seguito della pubblicazione di “Hot in the shade” noto al grande pubblico più per la copertina che per le canzoni in esso contenute: la Sfinge con gli occhiali da sole. Anche in questo caso, per me è impossibile trattenermi, da bravo nicchista: “Hot in the shade” contiene alcune tra le canzoni più belle della storia del gruppo “Hide your heart” e “Forever”. Certo, arrivano gli anni ’90 e i Kiss iniziano ad abbandonare le zeppe e il trucco da donna, si vestono con le magliettine giro-ombelico dell’Everlast e con le sneakers; i giubottini di piume (ora cari ai Måneskin) vengono sostituiti da quelli di pelle; la matita sotto agli occhi è un ricordo lontano, così come lo smalto nero sulle unghie; le Gibson rimangono ma sono molto più sobrie rispetto alle Washburn anni ’80 piene di brillantini e glitter dei vari concerti di promozione di “Animalize”. 

Ma Eric Carr batteva tutti anche in quest’ambito e ha sempre suonato, fino all’ultima esibizione, con gli occhiali da sole tondi. Sobrietà al potere. 

«Non ho nient’altro da dire su questa faccenda».

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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